| La Vita, l'Universo e Tutte Quelle Persone Scomparse nei Propri Personaggi |
a cura di Roberto Quaglia |
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Più interessante si prospetta l'analisi della nostra seconda categoria immaginaria, la categoria delle cose che sono vive.
Taluni sciocchi pensano davvero che ciò che pare vivo lo sia veramente, ed in tale credenza si perde ogni dignità e speranza di intuire pur vagamente ciò che realmente nel cosmo si verifica. Ma noi abbiamo smesso il costume di sciocco rifilatoci durante i biechi saldi della nostra nascita, e sapendo di non sapere non ignoriamo che la categoria delle cose vive sia soltanto un convenzione. Nondimeno, è utile e pratico fingere che ciò che ci pare vivo lo sia davvero. Chi non capisse nulla di quanto andasse or ora leggendo, la smetta una buona volta di preoccuparsi: egli o ella finalmente ha deviato una spanna dal solco delle false certezze, ed un bagno di confusione è il minimo che ci si possa aspettare. Ma come insegna l'igiene, ogni tanto un bagno conviene. Anche se la saggezza ci ammonisce: troppi bagni possono annegare uno sprovveduto.
Le cose che sono vive, e che tali sono in virtù delle proprie apparenze, presentano un superiore grado di complessità rispetto alle cose che più semplicemente esistono, le quali esistono in virtù delle proprie apparenze. Ogni reale differenza fra queste due categorie immaginarie è rappresentata proprio e soltanto da tale differente grado di complessità. La complessità non è né bene né male, ma è in genere più complessa della semplicità.
Taluni ingenui sono infine convinti che i componenti della nostra terza categoria immaginaria, le cose che oltre ad esistere e ad essere vive sanno di esistere e di essere vive, ed eventualmente sappiano di sapere di esistere e di essere vive (è così che ci immaginiamo certi esseri umani), realmente sappiano di esistere e di essere vive e addirittura sappiano di sapere di esistere e di essere vive. In realtà, il più superficiale degli approfondimenti confuta senza esitazione tale palesemente ingenua ipotesi. E' innegabile che un evento che assomigli alla comprensione di esistere e di essere vivi e forse anche del fatto di sapere di esistere e di essere vivi si compia saltuariamente all'interno di varie menti umane, ma confondere una rappresentazione con ciò che essa rappresenta è l'errore vergognoso di qualsiasi sedicente pensante, un atto che iscrive chi lo compie nel capiente novero dei poveri ingenui.
Ciò che ha più senso (o minor non-senso) dire è che i componenti della nostra terza categoria immaginaria sono contraddistinti da un grado di complessità superiore a quelli delle altre due categorie. Essendo da queste parti la complessità maggiore, c'è molto di più da dire, da notare, da distinguere. In effetti, una vita umana non basta a notare, distinguere e parlare di tutto ciò che rientra nella nostra prima categoria immaginaria, le cose che esistono, né tantomeno di tutto ciò che compone la seconda categoria, le cose che sono vive. A maggior ragione, notare, distiguere e parlare di tutto ciò che compone la terza categoria è un compito ciclopico che atterrisce, oltre a tutto perché tale terza categoria si amplia e si complica incessantemente ad una velocità incredibilmente maggiore di quella necessaria alla nostra attenzione per seguirne l'evoluzione.
In tale tumultuoso caos di insorgenti nozioni destinate a sfuggirci in misura sempre maggiore, ubriacarsi o deprimersi sono due scelte ugualmente lecite. La prima è più divertente della seconda, e per questo motivo, e soltanto per questo, è ragionevole e consigliabile preferirla alla seconda.
L'ubriacatura di sapere è un tuffo giù per le rapide di un impetuoso rivolo dal quale si dipartono incessantemente in mille e mille bivi una sconfinata quantità di altri rivoli che non potranno essere esplorati. Procedere fieramente a casaccio in tale frattale realtà usando ciò che ci pare l'arbitrio, per preferire, secondo criteri estetici, ad ogni bivio o trivio o polivio, una direzione rispetto alle altre è l'atteggiamento più interessante e rispondente a quelle caratteristiche che farebbero di noi, in misura maggiore o minore, titolati elementi di quella terza categoria immaginaria della quale abbiamo vaneggiato sinora, la categoria delle cose che sanno di esistere e di essere vive e che eventualmente sanno anche di sapere di esistere e di essere vive.
Venendo un po' più sul concreto, almeno apparentemente (e le apparenze sono tutto, come la scienza ci insegna, involontariamente, pretendendo talvolta di argomentare che sarebbe vero il contrario) e comunque a casaccio, come si conviene, sfoggiamo il nostro accorgimento che ogni umano possa venir scisso in due parti: ciò che egli o ella personalmente (essenzialmente) è, ed il ruolo o i ruoli nei quali egli o ella si cala per esigenze di società. I ruoli sono prefissati e ben definiti: l'Avvocato, l'Operaio, il Notaio, il Politico, il Presidente di Qualcosa, il Ladro, il Giudice e sono completamente impersonali. Come in teatro, e in particolare nella Commedia dell'Arte, i copioni, pur lasciando un margine all'improvvisazione e all'interpretazione, hanno un'indirizzo prefissato. Pur potendo addobbare le proprie gesta di qualche fronzolo personale, si deve seguire il canovaccio, poiché così esige il copione della società, senza di quale la società non sarebbe come è. Questa colossale recita teatrale che si chiama "la Società" è innanzitutto utile a se stessa, e secondariamente può essere utile a chi ne fa parte, ed in genere lo è, in misura variabile. Visto che esiste, è indubbiamente necessaria, e gli sciocchi che vorrebbero infantilmente abolirla farneticando di anarchia o di altri vocaboli magici senza sapere cosa stanno dicendo sono appunto sciocchi bambinoni, alcuni dei quali fieri e splendidi nella loro vitale ma immatura posizione, altri - come al solito la maggioranza - decisamente fastidiosi in un ruolo come tanti altri interpretato senza personale fantasia.
Triste, noioso, fastidioso o tragico - soprattutto noioso e fastidioso - è il fatto che la maggior parte degli individui, i quali, facendo come tutti parte di una società, ne interpretano un ruolo, smarriscano il senso autentico della loro identità nella confusione fra sé ed il ruolo che interpretano. E allora troviamo avvocati che sono davvero convinti di essere innanzitutto avvocati, politici davvero convinti delle posizioni che assumono per esigenze di scena, medici davvero convinti di essere soprattutto medici, ladri convinti di essere davvero dei ladri, prostitute convinte di essere davvero delle prostitute, e potrei continuare così fino ad esaurimento di tutti i ruoli interpretabili in società. In tale confusione fra persona e personaggio, non di rado la persona scompare, ed avanza il personaggio, un vuoto involucro condannato alla coatta replicazione dei propri copioni finché la consunzione del proprio organismo non ne decreti la definitiva uscita di scena. Quanto più bello ed interessante sarebbe il mondo e la società se coloro che ne fanno parte fossero consapevoli della distinzione fra la propria persona ed il ruolo che rivestono in società. Avremmo così individui che fanno l'avvocato, invece di esserlo, donne che fanno la puttana, invece che esserlo, uomini che fanno i giudici, invece che esserlo, uomini che fanno i ladri, anziché essere tali. Che differenza farebbe? dirà qualcuno...
Pensateci. Io lo so che differenza ci sarebbe. E spero di avere fornito a chi legge l'input per meditarci in proprio, qualsiasi cosa ciò significhi.
Ma cosa c'entra con questo la fantascienza? Da queste parti - c'è scritto sulla confezione! - si parlerebbe di fantascienza. Cosa c'entra allora la fantascienza con tutto quanto detto sinora quest'oggi (qualsiasi sia l'"oggi" che noi si intenda)? E io che ne so? Anzi! Cosa me ne importa?! Ma sono pronto a dare soddisfazione ai maniaci, convinto come sono che la fantascienza ragionevolmente c'entri con qualsiasi cosa, come tutto abbia sempre a che fare con se stesso, d'altronde, qualsiasi cosa ciò significhi in chi stia leggendo.
Ecco allora sorgere la suprema tristezza e soprattutto noia quando anche nel campo della science fiction, della fantascienza, il panorama si orna qua e là di personaggi di cartapesta che hanno dimenticato di non essere i personaggi che interpretano. Cosa intendo dire? E che ne so!? L'importante è che lo sappia chi sta leggendo questa roba. Prendete il mio testo come un testo di Rorschach: ognuno vi colga i significati che preferisce. La cosiddetta comunicazione umana funziona così comunque.
Continuiamo allora con questo testo di Rorschach.
Essendo la science fiction, idealmente, in prima linea per ciò che attiene all'immaginario dell'umanità, ma soprattutto essendo lo scrittore... anzi, il "pensatore" di science fiction per natura un creatore di se stesso (ognuno è ciò che pensa, ed un pensatore di science fiction è tale se pensa sempre cose diverse), risulta palesemente assurdo assistere a "pensatori" di science fiction cessare di essere tali cristallizandosi in un ruolo, sia esso quello di scrittore, o di critico, o di esperto o di fan veterano, pretendendo tuttavia di essere ancora ciò che la loro stasi teatrale non gli consente più di essere. Il fatto è che l'entropia o qualcosa che ci assomiglia incalza alle spalle di noi tutti, e che per qualsiasi sistema dinamico instabile (come una mente fertile) è prevista da qualche parte uno stato di quiete.
Mi sembra che per oggi ciò possa bastare.
Chiunque, a questo punto, non si sia ancora slogato il cervello, clicchi da queste parti per precipitarsi laddove io persevero con tal genere di verbosissimo andazzo, oppure clicchi da queste altre parti per infilzare i propri neuroni con un testo del sottoscritto che è idealmente l'assoluto contrario di quanto contenuto in questa pagina, ovvero un rigido esempio di stringente linearità: si tratta di una mia mozione e relativo discorso per impegnare il sindaco di Genova ad organizzare un congresso internazionale di fantascienza o qualcosa del genere...
Chi vivrà, vedrà, oppure no.