recensioni a cura della redazione



Walter Jon Williams è uno scrittore della più recente generazione, un nome abbastanza nuovo per l'Italia, edito finora solo dalla Phoenix Editrice con alcuni racconti sulla Isaac Asimov's e col romanzo I guerrieri dell'interfaccia. Può quindi sembrare azzardato, da parte di Mondadori, pubblicare nella collana Superblues un volume rilegato a ben 30.000. Ma, se può servire il nostro consiglio nei vostri investimenti librari, possiamo garantire che leggere Aristoi vale senza alcun dubbio il sacrificio economico richiesto.
Aristoi è denso di idee originali ed estremamente interessanti, e le scaraventa in faccia al lettore, senza spiegazioni, nelle prime venti pagine, causando un fortissimo disorientamento. Una volta superato lo choc iniziale però si viene inevitabilmente coinvolti nel fascino incredibile della cultura della Logarchia creata da Williams, e le successive 480 pagine scorrono via in fretta.
Siamo in un futuro remoto. L'evoluzione dell'informatica ha raggiunto la perfezione: ogni essere umano ha un collegamento diretto, cerebrale, a una sorta di internet galattica, che può sfruttare per avere accesso istantaneo a ogni dettaglio della cultura umana. Un utilizzo particolare dei computer è l'oniricron, un luogo virtuale nel quale è possibile muoversi e avere contatti con altre persone. La vita è stata prolungata in modo indefinito, grazie alla nanotecnologia che permette di riparare il corpo umano in modo semplice e costante, di migliorarlo e di mantenerlo giovane.
Come vengono sviluppate queste idee è già qualcosa di davvero notevole. Lo sviluppo dell'informatica è così rapido, in questa fine secolo, da rendere estremamente difficile una previsione realistica degli sviluppi futuri. Williamd ci riesce, senza dettagli tecnici, ma immaginando una tecnologia tanto trasparente e umanizzata che forse neppure Negroponte avrebbe potuto fare di meglio.
Ma Williams non si ferma qui. La cultura umana è dominata da una sorta di tiranni illuminati, gli Aristoi. Questi gerarchi, che regnano su domini composti da interi sistemi, hanno saputo raggiungere un controllo totale sulla loro mente, portando alla luce tutte le diverse personalità che convivono nella loro psiche, e riuscendo a utilizzarle a seconda delle occasioni, come una squadra affiatata. Qui Williams dà sfoggio di una cultura personale multiforme e vastissima, chiamando in causa filosofie orientali, indiane e cinesi, e facendole lavorare insieme a riferimenti alla cultura greca ed ellenistica.
Ogni argomento che viene toccato dà l'impressione che l'autore sia un esperto in materia, dalla musica all'architettura, dalla storia alla scherma.
Conoscendo i traduttori, Franco Forte e Nicoletta Greco, ho avuto una testimonianza diretta di quanto sia stato difficile trovare l'esatta traduzione italiana di termini tecnici in dozzine di campi differenti dello scibile.
Forse il merito maggiore di Williams è però quello di essere riuscito a costruire una storia avvincente e coinvolgente, che non viene affatto rallentata dai riferimenti culturali, ma rafforzata e arricchita.
Franco paragona Aristoi ai romanzi di Jack Vance, ma io vedo una maggiore vicinanza alle atmosfere di Philip Farmer, in particolare con la serie dei Fabbricanti di Universi. Temo però che il vecchio Farmer esca dal confronto con le ossa rotte. I libri di Farmer sono bei libri. Aristoi è molto di più. [Silvio Sosio]


Terra, 2035: una misteriosa epidemia ha decimato la razza umana e i superstiti hanno trovato rifugio nei sotterranei. Dalla profondità dei tombini di Philadelphia un galeotto viene rimandato indietro nel tempo per scoprire le cause del disastro e cercare di cambiare il destino del pianeta. E' da questa premessa narrativa, ampiamente sfruttata dal cinema fantastico passato e recente, da cui prende le mosse il film visionario di Terry Gilliam che a molti ricorderà l'estetica claustrofobica e futuribile di Brazil.
Lo spunto, o meglio la folgorazione, è venuta al produttore Charles Roven rivedendo il cortometraggio d'avanguardia La Jetéè realizzato nel 1962 dal cineasta francese Chris Marker. Da lì Terry Gilliam ha intrapreso un suo personale confronto con il soggetto originale reinventandolo, ricreando l'allucinante viaggio nel futuro con lo sguardo puntato al presente. E Philadelphia, detrito post-industriale d'America, è stata scelta come scenario apocalittico di questa terra desolata.
Un film straordinario. Un grande coacervo di immaginazione malata e slabbrata, di Apocalisse prossima ventura, di febbre del Millennio che muore. Avanza con un continuo senso di presagio fra psicospazzatura, oscurità, piogge luride, degrado. "L'esercito delle 12 scimmie" è un gran pasticcio buio, ma con momenti di tale intensità' evocativa, di sgomento così profondo, da candidarsi a cult.
Collocato nel 2035, il thriller post-apocalittico di Terry Gilliam, tratto dai 30 minuti de "La jetee" di Chris Marker, dilatati e stirati oltre misura, interpretato da Bruce Willis sempre più cranioso, da un Brad Pitt da Actor's Studio, immagina che un virus misterioso abbia ucciso fra il 1996 e il 1997 cinque miliardi di persone, il 99 per cento degli abitanti della Terra.
Bruce Willis, criminale detenuto, picchiato, pestato, insanguinato, preso a calci, illividito, tumefatto, dolente, e' l'esploratore che in cerca di informazioni viaggia attraverso il tempo, assistito dalla sua psichiatra Madeleine Stowe; che risale alla superficie in un universo nevoso spopolato di uomini, dove orsi e leoni passeggiano nel centro di New York. E che cerca la chiave di tutto nelle oscure allusioni di Brad Pitt, pazzo per finta o per davvero, forse in manicomio per essere neutralizzato, che gli racconta del gruppo terrorista-animalista "Esercito delle 12 scimmie"...
L'effetto e' possente. Non importa se, anche nei momenti più tesi, Madeleine Stowe non dimentica di rifarsi il trucco. Inquietante è la complessità imperscrutabile dei fatti, che provoca smarrimento nel protagonista come negli spettatori.
E inquietante, entusiasmante, è la frammentazione del racconto, che arriva a farci percepire, fra frammenti e schegge impazzite di racconto, il senso della relatività del tempo, la tirannia della scienza, il presagio, il confine sottile fra equilibrio mentale e follia. E' il film più' bello di Terry Gilliam, del suo talento visuale oppressivo e anarchico. E forse anche la migliore interpretazione di Brad Pitt.
Curiosità L'esercito delle dodici scimmie è ambientato, in larga [Image] parte, nelle aree dismesse di Philadelphia, fra le fabbriche chiuse a causa dell'alta tecnologia che ha strappato all'industria pesante il primato nella produzione di massa. Queste cattedrali nel deserto rappresentano "il fallimento del sogno americano - ha dichiarato Terry Gilliam - un cocktail, per certi aspetti indigesto, i cui ingredienti sono la straordinaria ricchezza del centro di Philadelphia e la disperante miseria delle zone immediatamente contigue". [Giovanni Bogani, per gentile concessione di HalCinema]