Update
a cura della redazione


Recensioni librarie




JOE HALDEMAN, GUERRA ETERNA
recensione di Emiliano Farinella

Joe Haldeman: Guerra Eterna - The Forever War, 1974 - premio Hogo e Nebula 1976 - traduzione di Roberta Rambelli - introduzione di Riccardo Valla - pagg. 181 - Cosmo Oro Editrice Nord - L. 22.000

Non gli si può certo attribuire la palma di novità del momento, eppure questa ottima opera - premio Hugo e premio Nebula nel 1976 - che ha reso estremamente famoso Joe Haldeman merita indubbiamente di essere letta ancora oggi.
Il piacere che si ricava dalla lettura di Guerra Eterna non è quel particolare piacere che trovano gli estremi cultori del genere nell'effettuare una sorta di recupero filologico di un'opera che però pare aver perso molto dello smalto iniziale. Guerra Eterna è un libro che risulta ancora oggi avvincente e commovente, fortemente antimilitarista e che lascia raccontare la voglia di pace a un soldato professionista dall'animo intrinsecamente pacifista ma che combatte per tutta la durata di una guerra lunga 1200 anni.

la storia dell'incontro con una razza aliena, i Taurani, e della lotta che nasce subito con questi esseri. La storia di uomini che "vengono arruolati" (espressione che usa anche Haldeman nella sua autobiografia a proposito della sua partecipazione alla guerra in Vietnam) e spediti in condizioni estreme in battaglie in cui le probabilità di sopravvivenza sono trascurabili.
Il romanzo è una chiara parafrasi dell'esperienza fatta dall'autore in Vietnam. Nell'arco di questi 1200 anni di guerra la vita sulla Terra subisce molteplici e profondi cambiamenti, ma la mentalità e le decisioni degli alti papaveri dell'esercito si ripetono cicliche e inossidabili mantenendo intatta e immutabile la loro imperscrutabile e cinica logica.

Gli anni e i secoli passano molto velocemente per questi uomini mandati a combattere su navi che si muovono a velocità relativistiche alla ricerca del nemico, mentre sulla terra il tempo continua a procedere lento introducendo sempre un maggiore distacco tra gli uomini partiti per difendere la terra e quell'umanità che è rimasta ad aspettarli.
Haldeman approfitta di questa possibilità per farci balenare qualcosa dell'evoluzione dell'umanità nell'arco di un millennio e più. Ma mai in modo diretto e ossessivo, preferendo sempre che le novità vengano fuori attraverso l'interazione dei nuovi terrestri con vecchi personaggi come il Mandella di cui seguiamo le avventure per tutta la durata del libro.

In ogni caso lo spirito apertamente critico di Haldeman ha occasione di venir fori diverse volte, e non rivolto solo contro quello stato maggiore che ha spedito il suo splendido protagonista incontro a una probabile morte. Haldeman si dimostra lontano da Heinlein e altri suoi pari tanto nella fede militaristica quanto nella fiducia in un futuro radioso; Haldeman è molto lontano dal prevedere illimitate possibilità di energia, di materiale e di consumi, è molto lontano dal decantare un nuovo e più vivo sogno americano. La Terra di cui ci narra va incontro a ciclici periodi di depressione e condizioni di vita talora durissime, ci parla di nuovi tabù, di standardizzazioni insopportabili e di deprezzamenti della vita inimmaginabili, e non si può far a meno di pensare al nostro prossimo futuro quando Mandella si sente dire, da una donna con un sorriso gelidamente standardizzato, sulla nuova Terra che ha trovato: Nessuna assistenza medica, esatto. Bravo, signore, siamo contenti per lei.


TERRY PRATCHETT, MALEDETTE PIRAMIDI


recensione di Emiliano Farinella

Terry Pratchett: Maledette piramidi - Pyramids, 1997 - traduzione di Pier Francesco Paolini - pagg. 268 - Sonzogno, Lire 26.000

Probabilmente non è il miglior libro di Terry Pratchett, ma è il primo libro di Pratchett che leggo, e non nascondo che è risultato una gran delusione.
In Maledette Piramidi c'è molto di quel mitico Pratchett di cui avevo sentito favoleggiare... ci sono almeno un paio di allusioni parecchio intelligenti e ironiche per ognuna di quelle duecentosessantotto pagine che compongono questo libro, e c'è saggezza e arguzia nell'ironizzare su tutto e su tutti. Però ho l'impressione che tutto ciò non basti per far un buon libro.
Ho l'impressione che il centro collaudo assiomi con Zenone che tira frecce a una sventurata tartaruga, che il fatto che il più grande matematico del mondo si chiami Brutto Bastardo e che per di più sia un cammello, che il nuovo faraone sia stato mandato alla scuola professionale per aspiranti assassini professionisti e che tutte le altre trovate di Pratchett - peraltro geniali - non bastino a costruire un romanzo. C'è anche gente che ogni tanto un briciolo di storia e di costruzione narrativa vuole vederla. Be', a leggere questo romanzo, Pratchett pare non pensarla così, e si limita ad accostare l'una all'altra trovate che da prese a sé sono esilaranti, ma che dopo cento pagine iniziano a risultare noiose e ripetitive.

Tutte queste cose cattive che ho detto (d'altronde io sono molto cattivo) vi stanno dando un'idea ingiusta di Pratchett. Quando dico che i suoi spunti sono buoni non si tratta della blanda concessione che si fa a chi si vede spacciato e senza possibilità, mi limito a constatare che molti dei suoi spunti sono realmente brillanti e intelligenti.
Sicuramente sono di questa razza quelli a proposito del gran sacerdote Dios. Questi è il gran sacerdote dell'antichissimo regno di Djel, in carica da settemila anni (be', sappiate che in questo regno questo e altro è possibile grazie alle enormi piramidi che assorbono il tempo e fanno sì che sia come se non scorresse affatto) e adesso è alle prese con l'istruzione del nuovo giovane faraone-assassino Teppic.
A proposito di Dios Pratchett così si esprime: "sommo sacerdote nonché primo ministro, non era religioso per natura. La religiosità del resto non si addice a un sommo sacerdote: ne inficia il giudizio, lo corrompe. Mettiti a credere in qualcosa e tutta la faccenda diventa una farsa.
"Non che avesse qualcosa contro la fede. La gente ha bisogno di credere negli dei, se non altro perché è molto difficile credere nella gente. Gli dei sono necessari. Lui si limitava a chiedere loro di non dare fastidio e di lasciargli fare a modo suo". Dios è un buon uomo in fondo, un uomo con pochi frulli per la testa, che crede nei riti e diffida degli uomini con la religione facile... quelli diventano in fretta mistici e credono di potersi mettere direttamente in contatto con gli dei mandando al diavolo tutti i riti. Ma Dios sa con certezza che agli dei del Djelibeybi i rituali piacciono da matti. Insomma un dio che odiasse i riti sarebbe come un pesce che odiasse l'acqua.
E questo è un ottimo pezzo di Pratchett, peccato che alla lunga stufi.

Molti mi hanno detto che questo pare essere il suo libro meno ispirato. Be', lo spero. Se volete iniziare a leggere Pratchett non seguite il mio esempio e girate al largo da Pyramids, in futuro ci si potrà anche tornare, ma prima è meglio dar un'occhiata in giro per il Discworld. Probabilmente merita, ma questo non è il miglior punto per un primo approccio.


L.RON HUBBARD, SOLDATO DELLA LUCE


recensione di Alberto Mingardi

L.Ron Hubbard: Soldato della luce - Ole Doc Methuselah, 1992 - traduzione di Viviana Viviani - introduzione di Gianfranco De Turris - pagg. 289 - Cosmo Oro Editrice Nord, Lire 22.000

Continua l'opera di "riscoperta" e "ripubblicazione" di Ron Hubbard da parte dell'Editrice Nord, con questo ennessimo volume nella collana Cosmo Oro. Un'opera, Soldato della Luce, probabilmente non fra le più interessanti di Ron Hubbard (che la firmò originariamente con lo psudonimo Rene Lafayette). Seppur scritta alla fine degli anni '40 (i racconti furono pubblicati fra il '47 e il '50), risente ancora pesantemente di schemi troppo fissi e ripetitivi, oltre a riprendere la visione più deteriore e scontata del periodo del "Far West", con alcune ambientazioni che ricordano da vicino un western di serie B ambientato nello spazio. Protagonisti sono Ole Doc Methuselah e la sua "elite" medica iper-selezionata che porta il suo vitale contributo all'umanità. Malgrado tutto fuorché esente da pecche e palesemente datato, può essere un buon approccio alla sf. Da regalare a cuginetti e/o nipotini.


THEODORE STURGEON, UN DIO IN GIARDINO


recensione di Alberto Mingardi

Theodore Sturgeon: Un dio in giardino - a cura di Paul Williams - traduzione di Riccardo Valla - introduzioni di Ray Bradbury, A.C. Clarke, Gene Wolfe - I Massimi, Mondadori, Lire 32.000

Finalmente anche in italia il "primo libro dei racconti" di Ted Sturgeon, curato da Paul Williams (già esecutore letterario di Dick e curatore di Tutte le Opere di quest'ultimo) e con le prefazioni di tre pezzi da novanta come Bradbury, Clarke e Wolfe. Un Dio in Giardino raccoglie alcuni dei migliori racconti del mai troppo compianto Sturgeon, ivi inclusi pezzi di struggente poesia affiancati a racconti piu' marcati nella loro appartenenza al genere "sf". Dopo la pubblicazione da parte di Adelphi di Cristalli Sognanti, un'altra occasione offerta ai lettori della nuova generazione di conoscere uno dei narratori di sf più delicati e amati. E' Sturgeon, e ogni altro commento è superfluo.


ROBERT A. HEINLEIN, FANTERIA DELLO SPAZIO


recensione di Alberto Mingardi

Robert A. Heinlein: Fanteria dello Spazio - Starship Troopers, 1958 - traduzione di Hilia Brinis - introduzione di Giuseppe Lippi - Mondadori, Lire 15.000

Attendendo l'arrivo in Italia del contestatissimo kolossal di Paul Verohoeven, Mondaori ripropone in edizione economica con prefazione di Giuseppe Lippi uno dei libri più famosi di Robert Anson Heinlein. Nato come juvenile per l'editore Scribner (che lo rifiutò), accusato di fascismo e xenofobia a più riprese, per ammissione di Heinlein stesso "non il mio libro migliore", Fanteria dello Spazio fu scritto nel 1958 e malgrado le numerose critiche fu premiato nel 1960 col Premio Hugo per il miglior romanzo. In Italia, la sua prima edizione fu su Urania, accompagnato da una delle prime copertine di Karel Thole. La storia, come tutti i juvenile di Heinlein (Podkayne Ragazza di Marte, per fare il nome di uno dei più noti) è ancora godibile malgrado il tempo trascorso e non si rivolge a un pubblico giovanile nella sua accezione di "infantile" molto in voga in certi ambienti. L'impianto della storia è robusto, lo svolgimento scorrevolissimo e ne risulta ancor oggi una piacevole lettura, preludio dell'Heinlein che verrà con Straniero in terra straniera e La Luna è una severa maestra seppur agli antipodi dal punto di vista ideologico. Sicuramente, malgrado quello che pare abbia fatto Verhoeven, da non prendere come "manifesto ideologico" dell'autore.