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Gilgamesh

Può il fumetto sconfinare nel mondo letterario dell'epica?
E' possibile utilizzare il medium delle nuvole parlanti per trattare
in modo serio, magari anche con efficacia, i temi drammatici e
vibranti della mitologia? Non affrettatevi a pensare a Hercules
e a rispondere "no". Come sempre, è questione
di mestiere, di misura e di talento. C'è chi ha lavorato
con più sensibilità della Disney, qualcuno che ha
pensato più al gusto che al botteghino, qualcuno che ha
ricavato dal tentativo (certo non facile) un'opera oggettivamente
notevole. Stiamo parlando di Robin Wood e Lucho Olivera,
autori del fumetto mitologico-fantastico Gilgamesh.
La storia
Era l'anno 4000 avanti Cristo. Mio padre regnava su Uruk, la
più splendida città della terra tra i due fiumi;
sotto la sua guida i sudditi prosperavano e i sacerdoti davano
nome alle cose che ancora non lo avevano; ed erano molte, perché
il mondo era giovane...
Con queste parole Robin Wood e Lucho Olivera ci introducono alla
storia di Gilgamesh, dando forma e colore (col coraggioso mezzo
espressivo del fumetto) a una delle più antiche saghe epiche
dell'umanità, una saga nata ancor prima della stessa invenzione
della scrittura.
In breve, la trama: il mitico re sumero Gilgamesh, un eroe pre-omerico,
una figura epica ammantata d'una oscura grandezza, è ossessionato
dall'idea della propria morte: egli crede che un monarca assoluto,
padrone della terra e dei propri sudditi, non dovrebbe essere
costretto a seguire la sorte dei comuni mortali, e non capisce
perché gli dei abbiano disposto altrimenti. Egli ascolta
i saggi, interroga gli oracoli, senza trovare mai le risposte
che cerca. Un oscuro destino sembra incombere su di lui: le sue
mogli danno alla luce solo bambini morti; gli indovini predicono
che egli stesso sarà successore della sua stirpe, che si
perpetuerà nella sua stessa carne; una profezia ermetica
che lo ossessiona, che lo spinge a lasciare Uruk e a vagare per
il mondo in cerca di un segno che gli mostri la Via.
Finché, un giorno, peregrinando nel deserto, egli si imbatte
in Utnapistim, un personaggio che nella mitologia sumera corrisponde al Noè biblico. Utnapistim non è più un uomo: egli ha ricevuto dagli dei il dono assoluto: l'immortalità, proprio ciò che Gilgamesh ha sempre
cercato.
Dove si ferma il mito, il fumetto prosegue. Con una trovata felice,
Wood inserisce una variazione sul tema: nella sua "vulgata"
Utnapistim viene addirittura da Marte. Gilgamesh vede il "carro di fuoco" alieno schiantarsi sulle montagne e
si precipita in soccorso, impavido di fronte all'ignoto come solo
gli eroi epici sanno essere. In cambio dell'aiuto ricevuto, il
visitatore extraterrestre donerà al terrestre la vita eterna,
che la superiore tecnologia marziana mette facilmente a disposizione
(in questa visione, Utnapistim diventa un autentico "deus
ex machina").
Tornato a Uruk, al suo trono, Gilgamesh scoprirà però che l'immortalità può essere un dono
avvelenato, perché il baratro della morte lo separa definitivamente
dai suoi simili. Odiato dai sudditi, respinto dai suoi cari, il
re dovrà lasciare il suo trono e svanire nell'ombra. Da
quel momento in poi egli vivrà nel mistero, e sarà
testimone delle vicende umane senza mai rivelare la sua natura
di immortale, mentre le sue tracce faranno inevitabilmente sorgere
leggende come quella dell'ebreo errante. Vivremo con Gilgamesh la grandezza e la caduta dell'impero Assiro, ci commuoveremo con
lui su un colle presso Gerusalemme all'ombra di tre croci, navigheremo
in sua compagnia sulle navi dei conquistadores, combatteremo al
suo fianco nelle mille guerre della storia umana...
Al termine di questa furiosa cavalcata nei secoli, Gilgamesh assisterà
con orrore impotente alla fine della razza umana, sterminatasi
in un conflitto senza senso né pietà. Rimasto unico
essere vivente su una Terra ridotta a un deserto radioattivo,
egli si assegnerà il compito di padre e custode della nuova
umanità. Con un'astronave e un carico di embrioni umani
ibernati, egli lascerà il nostro pianeta e i suoi miliardi
di morti, andando alla ricerca di una nuova patria. Solcherà
lo spazio per secoli, forse per millenni (il tempo per lui non
è un problema) ma alla fine troverà un pianeta vergine
su cui far nascere e crescere i suoi nuovi figli. E, chiudendo
il ciclo, battezzerà il pianeta col nome della terra che
lo ha visto nascere: Sumer.
 Gli autori
Robin Wood è probabilmente il più prolifico sceneggiatore
di fumetti sudamericano, se non dell'intero pianeta. E', soprattutto,
un uomo che ha sempre inteso la sua vita come un grande fumetto
d'avventura: nato in Paraguay da una famiglia di emigrati australiani
(da cui il nome anglosassone), già a dodici anni Wood comincia
a lavorare nelle foreste sudamericane. Nella sua giovinezza compie
innumerevoli esperienze diverse, continui viaggi per tutto il
Sudamerica, ogni tipo di lavoro, finché si stabilisce a
Buenos Aires per studiare disegno. Sono anni di miseria, che durano
fino al momento che, per pura combinazione, scrive la sceneggiatura
di un fumetto per un amico. Il titolo del fumetto in questione
è Nippur di Lagash; la storia (ambientata nell'antica
Sumeria, come Gilgamesh) ottiene un successo fulminante, tanto
che ancora oggi, a più di vent'anni di distanza, continua
ad essere scritta, disegnata e pubblicata.
Da quel momento inizia il "fenomeno Wood": più
di tremila sceneggiature e più di ottanta personaggi di
successo creati. Wood tocca tutti i temi, dal fumetto storico
alla commedia, dall'horror al romantico, dalla fantascienza all'avventura
pura. Oltre al celeberrimo e già citato Nippur,
ricordiamo Dago (ambientato nella Venezia del 1400),
Savarese (una sorta de Il Padrino di Coppola al contrario),
Martin Hel (un mystery/horror strettamente imparentato
con il bonelliano Dylan Dog), il western Chaco e
la splendida miniserie storica Dracula, l'Uomo.
Wood è anche scrittore di lavori teatrali, cinematografici,
televisivi, di saggi per riviste storiche, di articoli e finanche
di fotoromanzi. Cintura nera di karate, paracadutista, tennista,
corridore di maratone, poliglotta e titolare di quattro nazionalità,
attualmente divide la sua vita tra l'Australia e la Danimarca
(patria di sua moglie).
Lucho Olivera, disegnatore sudamericano, possiede un tratto
immediatamente riconoscibile, al punto che ogni sua singola tavola
rappresenta una firma inconfondibile. Le sue opere sono state
pubblicate in Italia dall'Eura Editoriale sui settimanali
LancioStory e Skorpio. Ricordiamo tra gli altri lavori i fumetti
di hard SF Martan e Pianeta Rosso.
Non si può dire che il disegno di Olivera sia esteticamente
bello. A una prima lettura, anzi, si può giudicarlo confusionario,
pesante, inutilmente barocco, fosco ed eccessivo, con quell'ossessivo
ripetersi di corpi sudati, di mani adunche, di statue dagli occhi
cavati che emergono dalle sabbie, di vecchie dal viso rugoso vestite
di nero che fanno capolino da laghi di inchiostro di china...
Tuttavia, proprio queste caratteristiche lo rendono particolarmente
adatto a rappresentare l'atmosfera di Gilgamesh, i suoi temi senza
tempo, le visioni ieratiche e le tinte sanguigne assolutamente
connaturate alla saga. Almeno per la prima parte della serie (la
cavalcata attraverso i secoli) il tratto di Olivera è perfettamente
adeguato, e carica il racconto di ogni possibile suggestione.
Non altrettanto si può dire per la seconda parte della
serie, ambientata nello spazio e quindi più "tecnologica".
Qui Olivera mostra i suoi limiti: disegnare astronavi, alieni,
tute spaziali e armi futuribili, decisamente, non rientra tra
le sue virtù. La guerra universale descritta negli ultimi
albi di Gilgamesh avrebbe meritato un interprete migliore: un
Gimenez, uno Zanotto, un Otomo, forse. Olivera ci presenta invece
le astronavi più brutte, tozze e squallide della storia
del fumetto di fantascienza; inventa alieni dalle fattezze talmente
banali, sciatte e risibili da rivaleggiare con quelle di Alf
l'extraterrestre; dipinge le scene di combattimento spaziale
meno credibili che si siano viste dai tempi di Flash Gordon.
Peccato. Davvero un peccato.
 curiosità e spunti
Wood e Olivera, naturalmente, non pretendono di essere rigorosi
interpreti del mito originale di Gilgamesh. Essi ne hanno però
distillato il succo più profondo: l'umanissima aspirazione
all'immortalità.
L'intero fumetto può essere visto come un'unica, acuta
analisi sul problema dell'inevitabilità della morte. Ricercare
una fuga dal destino che ci attende, dicono Wood e Olivera, è
umano. Ma che significa veramente scampare alla morte?
Ce lo siamo mai chiesti? Quali conseguenze comporta il godere
di un'esistenza senza fine? Siamo proprio sicuri che un uomo possa
sopportare un simile dono senza impazzire?
Gilgamesh scopre sulla propria pelle il lato oscuro della propria
benedizione. E anche noi, attraverso i suoi occhi, possiamo condividere
le sue sconvolgenti scoperte. Realizziamo ad esempio in quale
spaventosa dittatura si possa mutare il dominio di un immortale:
nessun regnante, neppure il più illuminato e liberale degli
uomini, potrebbe governare in eterno senza alienarsi la simpatia
dei propri sudditi, senza portare il proprio reame alla stagnazione,
all'apatia, alla paralisi.
Ancora, scopriamo come l'affrancarsi dalla morte comporti il separarsi
definitivamente dai propri cari rimasti mortali, e come l'amore
che questi ultimi provano per noi sia straordinariamente pronto
a mutarsi in paura, invidia e poi aperta ostilità.
Infine, capiamo come la dimensione culturale umana sia assolutamente
incapace di adattarsi all'eterno: nessun uomo può portare
sulle proprie spalle l'infinita stanchezza di una vita millenaria;
nessun uomo può vedere le proprie opere disperdersi inevitabilmente
nella polvere dei secoli senza perdere ogni interesse, ogni voglia
di lottare, ogni minima pulsione vitale, per cadere infine vittima di
un'invincibile apatia.
L'immortalità, per dirla con le stesse parole di Gilgamesh,
è un cavallo cieco che non ci conduce da nessuna parte.
Eppure, Gilgamesh non è un'opera del tutto pessimista.
Ci viene detto che immortalità e umanità sono concetti
incompatibili, ma anche che lo spirito umano è capace di
vincere i secoli. Nel suo peregrinare in fondo "passivo"
attraverso la Storia, Gilgamesh incrocia il suo cammino con quello
di personaggi che la Storia, ciascuno a suo modo, l'hanno forgiata:
Assurbanipal, ad esempio, Giulio Cesare, Cristo,
Michelangelo, Hitler e tanti altri. E lui, immortale davanti al
quale le vite degli uomini si consumano come la fiamma di una
candela, scopre ogni volta, meravigliandosene, la grandezza, la
gloria, l'eroismo, il talento e la follia, tutto ciò insomma
che veramente (e molto meglio della sua immeritata eternità)
vince la morte.
Una curiosità da rammentare: la saga di Gilgamesh, oltra
ad aver ispirato Wood e Olivera, ha determinato un fiorire di
romanzi collaterali, anche in tempi recenti. Addirittura, la storia
del mitico re sumero ha ispirato un noto cantautore, Franco
Battiato, che l'ha musicata in un'opera sinfonica.
Come già detto, il fumetto è nettamente diviso in
due parti: una prima "storica" e una seconda "spaziale".
Sebbene l'elemento fantascientifico sia più presente, com'è
ovvio, nella seconda parte, l'opera risulta più convincente,
suggestiva e curata (in definitiva, più gradevole) nella
prima.
Oltre al disegno maggiormente adatto, particolare già sottolineato,
anche la sceneggiatura dà il suo contributo, e rende il
piatto della bilancia ancor più pesante. Robin Wood, autore
straordinariamente ferrato in Storia e Mitologia, si trova visibilmente
più a suo agio con gli assiro-babilonesi che con gli abitanti
di Alfa Centauri. Egli sa rendere alla perfezione l'atmosfera
della Roma d'età classica, del medioevo europeo, del rinascimento
italiano; al contrario, quando si tratta di immaginare culture
aliene, non riesce ad andare oltre gli stereotipi del fumetto
di serie B. Ed ecco quindi extraterrestri inevitabilmente umanoidi,
tutti perfettamente parlanti la lingua dei terrestri, tutti orrendi
quando cattivi e splendidi quando buoni. Una pochezza di idee
lascia veramente sconcertati, specie se confrontata con l'ottimo
livello della prima parte della saga...
In conclusione, Gilgamesh si presenta al lettore come un ottimo
fumetto a sfondo mitologico-fantastico, che riesce a sviscerare
temi molto "alti" con acutezza, e che è dotato
di un disegno adeguato. Al contempo, termina come un dozzinale
fumetto di space-opera, non esaltante dal punto di vista grafico
e senza quasi nessuna levata d'ingegno che lo sollevi dalla mediocrità.
Strano ma vero.
La sensazione è che Wood e Olivera non siano stati capaci
di mettere punto quando dovevano. Probabilmente, spinti dal successo
della prima parte della serie, hanno acconsentito a scrivere un
sequel, inventandosi le deprimenti "avventure spaziali"
di Gilgamesh. Francamente, avrebbero fatto meglio a risparmiarsi
la fatica.
Ecco: questo è un altro punto a sfavore dell'immortalità.
Come si può far scomparire un personaggio che ormai ha
detto tutto, se non si può neppure farlo morire?
Meditate, gente, meditate. Alla prossima.
 
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