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a cura della redazione


Recensioni




GREGORY BENFORD, FONDAZIONE: LA PAURA
recensione di Alessandro Vietti

Gregory Benford, Fondazione - La Paura, Foundation's Fear, 1998 - tr. it. Piero Anselmi - Mondadori, pagg. 526, L. 32.000

Quasi in contemporanea con l'uscita americana del secondo libro della serie, Foundation and Chaos di Greg Bear, è da qualche giorno in tutte le librerie l'attesa versione italiana del primo capitolo della nuova trilogia della Fondazione, scritto da Gregory Bendord.
Si intitola Fondazione - La Paura, (Foundation's Fear, 1997) e, a dispetto della copertina su cui lampeggia il nome di Asimov nel carattere "specchio-per-le-allodole", non è un romanzo del Buon Dottore. I bene informati sanno infatti che egli purtroppo non è più con noi da qualche anno, mentre per gli altri sarà sufficiente qualche decimo di vista per scoprire che in realtà si tratta di un romanzo di Gregory Benford. E dunque diciamolo subito, cosicché anche i fans più accaniti si mettano il cuore in pace. Fondazione - La Paura è, prima di tutto, un romanzo di Benford, appunto. All'interno del ciclo della Fondazione, il romanzo si colloca cronologicamente dopo il primo capitolo di Fondazione: Anno Zero ed il protagonista dunque non può che essere Hari Seldon. La storia infatti si propone di mettere a fuoco con maggiore incisività, la ricerca e lo sviluppo delle equazioni della Psicostoria, questione su cui Asimov non aveva soffermato granché la sua attenzione. In seguito alle manovre di Eto Demerzel (alias R. Daneel Olivaw), Hari Seldon viene nominato Primo Ministro e in questo modo catapultato dentro il frenetico e pericoloso ambiente di corte, tra lo spettro di attentati e oscure trame di cospirazioni che lo porteranno ad attraversare cunicoli iperspaziali instabili e ad affrontare il rischio di rimanere intrappolato con la mente all'interno di un antico animale. Dentro questo tessuto narrativo giaà considerevolmente distante da Asimov, l'autore riesce ad aggiungere una "sottotrama" vagamente cyber in cui due intelligenze artificiali, Giovanna d'Arco e Voltaire, rappresentanti rispettivamente la Fede e la Ragione, il Fato e la Predestinazione, fuggono all'interno della rete di computer dell'Impero, nella quale faranno l'incontro con presenze digitali non esattamente amiche nei confronti dell'umanità... Durante lo svolgimento narrativo, Benford trova anche spazio per introdurre il concetto di Gaia, che Asimov profila prima vagamente ne L'Orlo della Fondazione e poi più decisamente in Fondazione e Terra. Tuttavia, ne' questi richiami più decisi all'universo asimoviano, ne' i ben noti personaggi, da Seldon a R. Daneel Olivaw a Dors Venabili, sono comunque sufficienti a farne un romanzo di Asimov, neppure nello stile, come invece aveva abituato Roger MacBride Allen nella sua trilogia robotica, estremamente più vicina alle atmosfere stilistiche e narrative del Maestro. E questa scelta, alla fine, premia decisamente il lavoro svolto da Benford, che rimane ad ogni costo fedele a se stesso, filtrando l'universo della Fondazione attraverso la propria visione, senza rischiare di lasciarsi imbrigliare nel paludoso tentativo divinatorio di scrivere quello che avrebbe scritto Asimov. C'è chi si è scandalizzato per l'apparente opportunismo di quest'operazione, classificandola come puramente commerciale, e nemmeno il nome di Janet Asimov citata nei ringraziamenti riuscirà a far digerire la cosa ai più scettici. Nonostante tutto, noi vorremmo piuttosto pensarla come l'ennesimo tributo ad uno dei piu' grandi. Oppure, perchè non considerarla, invece, proprio una continuazione? La Storia umana è scritta da uomini diversi, ciascuno con i suoi caratteri e le sue peculiarità, e dunque perchè uomini diversi, ciascuno con le sue capacità e la sua visione personale, non potrebbero cimentarsi a scrivere una Storia futura?


STEPHEN BAXTER, INFINITO


recensione di Silvio Sosio

Stephen Baxter, Infinito, Timelike infinity, 1992 - tr. it. di Gianluigi Zuddas - Cosmo Argento 287, Nord 1998, pagg. 228, Lire 22.000

Avevamo già fatto la conoscenza con l'autore inglese Stephen Baxter per Incognita tempo, il romanzo edito l'anno scorso sempre dalla Nord che andava a riprendere la storia del Viaggiatore della Macchina del tempo di H.G. Wells per condurre il lettore in una girandola di paradossi e visioni suggestive. Questo Infinito, di qualche anno più vecchio, non si discosta affatto dall'idea che ci eravamo fatti dell'autore leggendo l'altro libro.
Stephen Baxter, "pupillo" di Arthur C. Clarke, ha una gran dote: pur essendo un autore strettamente legato al realismo scientifico, tanto che a volte arriva a dilungarsi in piccoli trattatelli sulla meccanica quantistica che possono lasciare il lettore un po' disorientato, riesce a imbrigliare il suo entusiasmo per la scienza di frontiera e a trasformarlo in grandiose e affascinanti ipotesi fantascientifiche. Senza voler anticipare nulla al lettore, possiamo però senz'altro affermare che alcuni dei "progetti" che vengono messi in campo nei suoi romanzi non trovano rivali in quanto ad ambiziosità.
Ne risulta un quadro senza dubbio affascinante. Come in questa storia, che si dipana su due livelli temporali: un futuro fra un migliaio di anni che vedrà un'umanità ricca e felice colonizzare il sistema solare; e un futuro più remoto, nel quale tutta la specie umana sarà sotto il giogo dei misteriosi alieni chiamati Qax.
Baxter mette in campo una porta temporale che mette in comunicazione le due epoche, un misterioso e grandioso Progetto, un terribile e potente alieno proveniente dal futuro, e qualche altro dettaglio interessante. Il risultato si fa leggere con gusto e divertimento, ma un lettore attento finirà per forza per notare che, preso dallo sforzo di manipolare galassie, buchi neri e dimensioni infratomiche Baxter perde ben presto il controllo della trama, nella cui struttura logica si aprono delle voragini mostruose nelle quali finisce per perdersi anche il finale. Anche Incognita tempo aveva problemi simili, seppure in misura minore; diamo quindi fiducia a questo scrittore che se troverà un buon editor capace di segnalargli i "buchi" da mettere a posto potrà produrre romanzi davvero interessanti.


GATTACA


recensione di Marco Spagnoli

Gattaca - La porta dell'universo - Gattaca, 1997 - Regia e sceneggiatura: Andrew Niccol - Cast: Ethan Hawke, Uma Thurman, Alan Arkin, Jude Law, Loren Dean, Gore Vidal, Ernest Borgnine

La fantascienza raccontata in Gattaca è un tipo già visto molte volte e che richiama - forse - più di tutti, 1984 di George Orwell.
Una società di esseri determinati geneticamente dove ogni piccolo difetto fisico può bastare per escluderti da qualsiasi occupazione tu voglia svolgere, fondamentalmente nazista perché basata sul mito della razza perfetta, vede Vincent (Ethan Hawke) sostituirsi a un ragazzo selezionato geneticamente. Vincent vuole fare l'astronauta, ma la miopia, delle imperfezioni cardiache lo costringono a guardare le stelle solo dal ufficio dove fa le pulizie. Poi l'idea insana di riuscire, di imbrogliare tutti e di dimostrare che non conta quello che dice un computer, ma quello che si è realmente, lo convincono a pagare un uomo selezionato per il suo eccezionale DNA (Jude Law), ma paralizzato per un incidente, che gli fornisce il sangue, le urine e i capelli indispensabili per le analisi che gli consentiranno di entrare nella società Gattaca e raggiungere le stelle. Qui si innamora di una ragazza affascinante (Uma Thurman tanto sexy da avere costretto Hawke a fare con lei un figlio nella vita reale) che coprirà il suo gioco anche quando verrà commesso uno strano omicidio.
Purtroppo, le ambientazioni affascinanti in un palazzo costruito da Frank Loyd Wright, le musiche meravigliose composte da Michael Nyman e un cast di bravi attori con molti nomi famosi come Ernest Borgnine e lo scrittore Gore Vidal, non bastano a iniettare un profondo contenuto al film un troppo lungo e spesso lento.
Gattaca non ha un grande spessore. Se la trama e la sceneggiatura sono fascinose e ammalianti, la regia punta troppo a una patina esterna e a immagini assai curate, piuttosto che a una qualità dei dialoghi e delle situazioni.
La storia - di per sé - molto intrigante (l'uomo che vuole toccare le stelle nonostante il suo destino pronosticato da un computer fallace) viene realizzata in maniera troppo attenta ai particolari delle immagini o ai dettagli della storia da perdere di vista il contenuto vero e proprio. Da qui, dunque, una caduta di tono che impedisce al film di essere più che discreto, relegandolo al ruolo di una tra le tante pellicole di fantascienza di eco orwelliano impedendogli di aspirare a divenire un classico o tantomeno un cult. E dire che gli ingredienti c'erano tutti per realizzare un piccolo capolavoro del genere, mentre quello che è mancato è una regia più marcata e presente, che si accontenta - invece - spesso di pochi sguardi per raccontare le situazioni e alle volte dei minimi dettagli per raccontare dei personaggi. Dando per scontato quello che si vorrebbe sapere e sviscerando fino in fondo ruoli come quello del fratello del protagonista di cui si poteva davvero fare a meno. Incertezze grosse che danneggiano, purtroppo, il risultato generale del film.
Insomma, Gattaca poteva essere una metafora del nostro secolo, riguardo gli uomini che non si sono arresi a freddi responsi medici e scientifici e hanno saputo superare se stessi per arrivare dove volevano. Invece, questa metafora è andata perdendo la forza del suo messaggio a causa di una regia che annacquando la storia l'ha resa poco incisiva, sfruttando male degli attori molto bravi e utilizzando per poche scene interpreti capaci come Alan Arkin e lo stesso Ernest Borgnine.
Un film da cui ci si poteva aspettare molto di più, soprattutto quando la fantascienza diventa una sorta di palestra per fronteggiare le discussioni e i dibattiti del nostro tempo.
Così, invece, Gattaca verrà ricordato per essere l'ennesimo film dove le macchine fanno il rumore delle auto a pila, svaporando l'importanza dovutagli grazie a un messaggio forte, umano, che viene dal passato più profondo, perché attinge alla stessa fonte nella quale altri eroi trovarono la forza per superare se stessi e il presente "costituito" e determinato che li circondava.


FLUBBER


recensione di Marco Spagnoli

Flubber - Un professore tra le nuvole - Flubber, 1997 - Regia: Les Mayfield - Sceneggiatura: John Hughes & Bill Walsh - Cast: Robin Williams, Marcia Gay Harden, Christopher McDonald

Qualcuno si domanderà, cosa ci fa un film disneyano presuntamente per bambini recensito sulla rivista italiana su Internet di fantascienza più famosa e letta che c'è?
La risposta è semplice: Flubber non è solo un film per bambini perché molto, moltissimo di quello che viene mostrato in questa pellicola deriva - in maniera adattata ai gusti di un pubblico meno adulto - dalla grande fantascienza che tutti amiamo e conosciamo. A partire da Weebo, il robot femmina a forma di disco volante che si è innamorato del professore Brainard, assurdo e geniale pasticcione, che si dimentica per tre volte di seguito di andare al suo matrimonio. Weebo, infatti, reminescenza lontana di tante macchine che si innamorano di umani costituisce forse il personaggio più simpatico del film e assolutamente commovente è la scena in cui il robot progetta e proietta un ologramma (il termine dice niente? ) della donna che vorrebbe essere per amare il suo professore matto. Un'immagine poetica che ricorda tanta famosa fantascienza di qualità e che rappresenta un adattamento capace di indirizzare i bambini verso gusti futuri più concreti e raffinati. Poi, Robin Williams è quel prototipo di scienziato pazzo che si inventa di tutto, come Archimede Pitagorico e che si perde tutto. Ma non il Flubber , buffo slime verdolone a base polimerica, capace di fare il verso al 'Blob fluido mortale" e - contemporaneamente - le fusa come un gattino innamorato dei suoi padroni. Il Flubber, però, è anche un'inesauribile forma di energia che un miliardario vuole rubare un pochettino pure per ripicca a causa della bocciatura in chimica del figlio somarello interpretato indovinate un po' da chi? Niente di meno che da quel magnifico bietolone Whil Wheaton odiato da tutti i post-adolescenti del mondo per essere salito a bordo - poco più che dodicenne - dell'Enterprise D di Picard, nel ruolo di Wesley Crusher.
Insomma, i crismi fantascientifici ci sono tutti e fantastico è il mambo ballato dal Flubber con animazioni digitali di grande qualità. E brava la Buena Vista, capace di fare dei remake (l'originale è del 1961) interessanti, divertenti e pieni di spunti intelligenti.


UN TOPOLINO SOTTO SFRATTO


recensione di Marco Spagnoli

Un topolino sotto sfratto - Mouse Hunt, 1997 - Regia: Gore Verbinski - Sceneggiatura: Adam Rifkin - Cast: Nathan Lane, Lee Evans, Christopher Walken

E se la presenza della recensione di Flubber poteva indignare, cosa potrà portare la recensione di Un topolino sotto sfratto? State tranqulli, perché il film prodotto da Steven Spielberg e diretto da Gore Verbinski (ricordate i suoi spot delle rane e delle formiche alle prese con la Budweiser? ) è un cartone animato con personaggi in carne, baffi e ossa, con situazioni deliranti e divertentissime. la storia del topo che deve essere cacciato dalla casa dove abita da anni e che nemmeno un feroce gatto cacciatore di nome Catzilla riesce a catturare. Così con un'allegria e un brio eccezionali, con tanto di ambientazioni curatissime anni quaranta che ricordano il Batman di Tim Burton, seguiremo le gesta del povero topino che farà di tutto per scappare al terribile pericolo che lo sovrasta.
Un misto di tecnica digitale (la stessa della saga restaurata di Guerre Stellari) unito a piccoli attori pelosi con le orecchie rosa, ha fatto di questo film un vero capolavoro non solo del genere di animazione, ma anche della cinematografia fantastica.
Con la passeggiata sui tubi con tanto di punto di vista del topo e con situazioni estreme da cartone animato "tosto" come Tom & Jerry o come Gatto Silvestro, questo film costituisce una sorta di "nuova frontiera" per il cinema comico e fantastico.
Insomma, Un topolino sotto sfratto è una pellicola esilarante con tanto di finale stile happy ending che farà sganasciare da risate "grandi e piccini". Attenzione, inoltre, al ruolo cameo di Christopher Walken nei panni dell'eliminatore di animali indesiderati: le citazioni da Terminator a Ghostubusters si sprecano.