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a cura di Marco Spagnoli


Recensioni cinematografiche




DEEP RISING
recensione di Marco Spagnoli

Deep Rising - Deep Rising, 1997 - Regia: e sceneggiatura: Stephen Sommers - Cast: Treat Williams, Famke Janssen - Distribuzione: Medusa - Durata: 106 min.

Non siamo totalmente certi che Deep Rising sia un film volutamente trash al cento per cento. Eppure, rimaniamo sedotti dalla sua facilità e dalla sua allegria. Certo, il film racconta di mostri marini che attaccano la più grande nave da crociera del mondo proprio durante il suo viaggio inaugurale quando un gruppo di terroristi la abborda per derubare i passeggeri, ricordando un po' Titanic, un po' Alien, ma la maniera buffa con cui viene girato il film lo fa sembrare più una pellicola di Mel Brooks che un serio thriller. Insomma, Deep Rising è una pellicola piena di effetti speciali che divertono lo spettatore spaventandolo a morte, ma la boria sopra le righe dei suoi personaggi unita a situazioni girate in maniera esilarante lo rende un film originale e godibile. Certo, è un prodotto commerciale che non lascia niente eppure la serena allegria dei suoi personaggi, la buffa tracotanza degli stessi e le loro avventure seducono gli spettatori non facendo loro rimpiangere il costo del biglietto pagato per vedere un film ironico che fa il verso a un genere cinematografico che come hanno dimostrato gli ultimi Alien, Sfera, Event Horizon e Mimic sembra essere davvero agli sgoccioli dal punto di vista delle idee innovative e della loro realizzazione.


BLUES BROTHERS IL MITO CONTINUA


recensione di Marco Spagnoli

Blues Brothers il mito continua - Blues Brothers 2000, 1998 - Regia: John Landis - Sceneggiatura: John Landis & Dan Akroyd - Cast: Dan Aykroyd, John Goodman, Joe Morton, J. Evan Bonifant, La Blues Brothers Band, Aretha Franklin, James Brown, B.B. King, Kathleen Freeman, Sam Moore, Wilson Pickett, Frank Oz, Eddie Floyd, Erykah Badu, Eric Clapton, Clarence Clemons, Bo Diddley, Isaac Hayes, Paul Shaffer, Steve Winwood - Distribuzione: UIP - Durata: 120 min.

Leggere questo film come un semplice seguito della fortunatissima pellicola di diciotto anni fa sarebbe davvero un errore fatale, perché se così fosse quante cose negative si potrebbero dire: che l'assenza di John Beloushi pesa come un macigno, che le rughe sono tante, che ci si poteva aspettare qualche battuta in più, che ci sono alcune lungaggini e incongruenze. E allora sì che questo film dall'ironico titolo che occhieggia metà al sequel, metà alla fine del millennio andrebbe veramente respinto come un ignobile tentativo di fare soldi. In realtà le cose vanno diversamente: Blues Brothers 2000 costituisce, infatti, essenzialmente un omaggio tardivo a un mito del cinema ovvero i Blues Brothers, alla musica Blues e al suo immutato fascino, a un numero smisurato di musicisti che hanno fatto la storia della musica e alla spensieratezza dei primi anni Ottanta videro la produzione di pellicole innovative e insuperate proprio come The Blues Brothers.
Mentre la critica americana ha voluto letteralmente massacrare questo film definendolo come "banale" e come una "semplice copia del precedente", tanto da segnarne le sorti al botteghino, non altrettanto vogliamo fare noi che lo giudichiamo, invece, come divertente e con quel filo di follia che proviene da molto lontano, proprio da quella sorta di "pazzia eversiva" propria dei comici nati in televisione nei primi anni Ottanta nel Saturday Night Live.
Sono passati quasi venti anni da allora ed èproprio una scritta all'inizio del film "Diciotto anni dopo" a fare da ideale trait d'union tra le due pellicole che entrambe si aprono con il rilascio di un fratello dal carcere. Ieri Jake (John Beloushi, cui il film è dedicato insieme a Cab Calloway e John Candy) oggi Elwood (Dan Akroyd) che appena tornato dalla solita suora va in cerca di "nuovi fratelli". Un illustre quotidiano americano ha sentenziato che "essendo i Blues Brothers una coppia e non un concetto, morto uno dei due anche il film muore". In questo senso Landis e Akroyd che hanno scritto insieme la sceneggiatura hanno mostrato una grande lungimiranza "rimpiazzando" virtualmente il morto per overdose Beloushi con tre "fratelli" acquisiti. John Goodman, Joe Morton e Evan Bonifant. A dimostrare che alle volte la fascinazione esercitata da alcuni attori, sopravvive loro per giungere fino a degli eredi spirituali di gran classe e simpatia.
I quattro "fratelli", però, dopo avere ricostituito la mitica band con la solita arrabbiatura di Aretha Franklin con il marito (stavolta ambientata nel segno dei tempi mutati in un negozio della Mercedes e non in una paninoteca) e con la benedizione del "reverendo" James Brown coadiuvato da Sam Moore, si troveranno a dovere vincere una gara musicale. Se da un lato, infatti, ci sono i Blues Brothers dall'altro lato c'è un supergruppo formato - tra gli altri - da B.B. King, Steve Winwood, Paul Shaffer, Eric Clapton, Clarence Clemmons e Bo Diddley. Tutto con tanto di Jam Session finale "da brivido". E gli avversari dei fratelli, gli inseguimenti, gli errori, gli scambi di nome e di persona? Tranquilli c'è proprio tutto come nel 1980, con l'unica differenza che se i nemici di diciotto anni fa erano nazisti e poliziotti, oggi, invece, sono gruppi paramilitari per la fraternità bianca e mafiosi russi.
Blues Brothers 2000 è una pellicola affascinante e divertente, capace di suscitare tanta malinconia e alcuni malumori per alcune incertezze della sceneggiatura. Certo, il film è costruito sulla traccia del famoso originale, ma la musica lo fa assomigliare più a un musical che a un sequel vero e proprio.
Un film che fa piangere, ridere e ricordare, il cui pregio maggiore è quello di non volere essere semplicemente un "numero 2", ma un tributo a un grande film del passato. Una vera consacrazione del mito dei fratelli più famosi del Blues, tanto da pensare che The Blues Brothers non siano solo un concetto, ma una saga di fine millennio.


IL GRANDE LEBOWSKI


recensione di Marco Spagnoli

Il grande Lebowski - The big Lebowski, 1998 - Regia: Joel Coen - Sceneggiatura: Joel & Ethan Coen - Cast: Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, Ben Gazzarra, David Thewls, John Turturro - Distribuzione: Cecchi Gori - Durata: 117 min.

Visionario e allegro, un po' pulp, un po' Easy Rider, Il grande Lebowski è la nuova fatica dei fratelli Coen dopo lo spiazzante e sopravvalutato Fargo.
Girato in maniera omogenea e eversiva il film racconta la storia di un errore di persona tra un miliardario e Drugo Lebowski (stesso cognome, ma personalità differente) un musicista spiantato e disoccupato circondato da amici strani la cui unica passione sono l'alcol e le donne. Divertente e originale, Il grande Lebowski vede la partecipazione di un numero impressionante di attori di talento come John Goodman e John Turturro (rispettivamente un reduce dal Vietnam attaccabrighe, e un maniaco sessuale e del bowling), Steve Buscemi (un noioso idiota) e Julianne Moore (un'intellettuale vogliosa). Insomma, un film molto particolare a tratti esilarante con tante trovate geniali come quella di raccontare i sogni di Drugo a metà tra il bowling sfrenato e un'ispirazione erotico-wagneriana. Il grande Lebowski raccoglie in maniera ancora più modernista e personale l'eredità di Pulp Fiction raccontando una storia di finti rapimenti, di picchiatori da quattro soldi, di artisti falliti, di ricchi frustrati nel territorio di Los Angeles. Un film davvero speciale.


L'URLO DELL'ODIO


recensione di Marco Spagnoli

L'urlo dell'odio - The edge, 1997 - Regia: Lee Tamahori - Sceneggiatura: David Mamet - Cast: Anthony Hopkins, Alec Baldwin, Elle MacPherson, Harold Perrineau - Distribuzione: Twentieth Century Fox - Durata: 117 min.

L'urlo dell'odio nonostante molto appesantito da alcune pessime "americanate", con un finale che rischia di inficiare l'intera pellicola per la sua banalità di ambientazione, è un film interessante e originale, che racconta una storia nuova che - eppure - è la più vecchia del mondo. Incorniciato dalle stupende e glaciali ambientazioni in Alaska, da una fotografia meravigliosa e dal bel commento musicale di Jerry Goldsmith, esaltato dalla ruvida regia di Lee Tamahori (Once were warriors), L'urlo dell'odio racconta la storia di un miliardario (Hopkins) disperso nelle foreste del Grande Nord, insieme a un fotografo di moda amico di famiglia (Baldwin) e al suo collaboratore (Perrineau). Inseguiti da un orso assassino (l'orso Bart protagonista anche del film omonimo di Jean Jacques Annaud) i tre devono fronteggiare i rigori del freddo e i morsi della fame per tentare di sopravvivere. Il guaio è che il fotografo si rivela essere anche l'amante della bella moglie (Elle MacPherson) del miliardario e tutto si complica davvero.
Un film duro, sulla solitudine di chi ha i soldi e che sa che tutto quello che gli viene offerto è in base all'ammirazione e all'invidia che suscita. Soli nella foresta (che come sempre può essere interpretata come una metafora) il miliardario e il suo nemico devono cercare di salvarsi a tutti i costi, abbattendo l'orso e superando il freddo.
Così non sono più i soldi a contare, la capacità di conoscere belle donne e di arricchirsi, bensì la sola capacità di sopravvivenza. Ed è il miliardario a mostrare - grazie alla sua cultura - il migliore spirito di adattamento. Non contano più gli aerei personali, i soldi e le donne. Solo essere se stessi significa qualcosa per sconfiggere l'orso e salvarsi. In questo senso potrebbe comprendersi il titolo italiano che parla di un odio che nel film non c'è, perché il miliardario Morse non odia l'amante della moglie. solo deluso da entrambi, che hanno reiterato intorno a lui quella solitudine di sempre. Migliore era il titolo originale che parla di un limite. Qual è, infatti, il confine da superare? Soltanto il limite dentro di noi e questo, Morse che non ha mai conosciuto rapporti veri, ma soltanto distorti, confusi e gonfiati dal suo potere e dal suo denaro. Come nel famoso racconto di Hemingway, il ricco marito dovrebbe perire nel contatto con il mondo selvaggio. Ma stavolta l'uomo è colto ed è capace di colpire e attaccare a sua volta.


CODICE MERCURY


recensione di Marco Spagnoli

Codice Mercury - Mercury Rising, 1998 - Regia: Harold Becker - Sceneggiatura: Lawrence Konner - Cast: Bruce Willis, Alec Baldwin, Chi McBride, Kim Dickens - Distribuzione: UIP - Durata: 112 min.

E' un film purtroppo terribilmente lento, incongruente e noioso quello realizzato dal regista Harold Beckett e che vede fronteggiarsi due attori pur bravi come Bruce Willis e Alec Baldwin. C'è la storia di un codice segreto che è il mezzo di comunicazione di molte spie, che viene interpretato incidentalmente da un bambino autistico e c'è il solito poliziotto che difenderà questo bambino contro tutto e tutti. Un'insalata di banalità e di situazioni già viste che francamente richiederebbero un elenco troppo lungo per citare tutti i film cui in qualche maniera Codice Mercury si rifà. Da Wargames a The Witness, da Rain Man a Chi protegge il testimone? , Codice Mercury cita una smisurata serie di scene e di pellicole senza aggiungere nulla e sciorinando una serie di situazioni allo stesso tempo banali e incredibili. Se Willis è bravo a fare per l'ennesima volta se stesso e Baldwin è un comprimario un po' scontato e non eccezionale, il resto del cast affonda in una voragine di vuoto pneumatico. Nemmeno il bambino Miko Hughes sembra essere all'altezza della situazione con un'interpretazione molto lontana non solo come ovvio dal Dustin Hoffman di Rain Man, ma anche dal giovane Leonardo Dicaprio di Buon Compleanno Mr.Grape. Insomma, un film da dimenticare per il suo vuoto totale di innovazione e contenuti.


UNA VITA ESAGERATA


recensione di Marco Spagnoli

Una vita esagerata - A life less ordinary, 1997 - Regia: Danny Boyle - Sceneggiatura: Jon Hodge - Cast: Ewan McGregor, Cameron Diaz, Holly Hunter, Delroy Lindo, Ian Holm, Ian Mc Neice, Stanley Tucci - Distribuzione: Twentieth Century Fox - Durata: 103 min.

Gli autori di Trainspotting sbarcano in America e realizzano un film gradevole, allegro e leggero, lontano dalla genialità di produzioni precedenti, sebbene l'argomento vagamente metafisico richiami illustri predecessori come i film di Frank Capra.
La storia è semplice: due angeli devono a tutti i costi far innamorare due persone distantissime tra loro come la bella e ricca figlia (Cameron Diaz) di un industriale americano e un addetto alle pulizie nell'azienda del padre di lei (Ewan McGregor) sognatore, ingenuo e sfortunato. Siamo negli anni Novanta e anche gli angeli possono avere un tono pulp utilizzando senza farsi troppi problemi armi e metodi non proprio ortodossi, riuscendo a fare avvicinare i due giovani.
Nonostante i toni genialoidi tipici di Danny Boyle, Una vita esagerata è un film soft pulp non proprio riuscito che a causa di molte cadute di tono perde gran parte della sua forza e del suo valore lungo la strada. Sarà per l'adattamento dell'intera pellicola ai ritmi e allo stile americano, ma ci si poteva aspettare davvero più da quello che non è altro che un filmetto assai godibile, ma molto all'acqua di rose. Scansato qualche predicozzo e qualche immagine di pessimo gusto che non solo non fa ridere, ma che risulta incomprensibile, il film va preso per quello che è una commediola romantica spensierata e assai commerciale, con una sequenza finale animata in puro stile Wallace & Gromit davvero irresistibile.


SO COSA HAI FATTO


recensione di Marco Spagnoli

So cosa hai fatto - I know what you did last summer, 1997 - Regia: Jim Gillespie - Sceneggiatura: Kevin Williamson - Cast: Jennifer Love Hewitt, Sarah Michelle Gellar, Ryan Philippe, Freddie Prinze Jr., Anne Heche - Distribuzione: Cecchi Gori - Durata: 100 min.

Direttamente dallo sceneggiatore di Scream ecco arrivare un bel thriller adolescenziale incentrato sulla storia di quattro ragazzi che decidono di tenere per sé un omicidio che avrebbero compiuto tutti insieme in una notte d'estate, non avendo prestato soccorso a un uomo che hanno investito. L'estate dopo si rincontrano e scoprono che qualcuno li sta cercando per quel delitto tutt'altro che perfetto.
Con i migliori ingredienti del genere: belle ragazze spaventate, riprese che lasciano montare la suspence e una storia tutt'altro che banale e incredibile, il regista esordiente Jim Gillespie ha saputo sfruttare al meglio i momenti migliori per costruirci su una pellicola di successo il cui finale - purtroppo - prelude palesemente a un seguito che è già in cantiere negli Stati Uniti. Comunque, nonostante si debba attendere a lungo per vedere il sequel intitolato So ancora quello che hai fatto ci possiamo godere questa pellicola piena di momenti di puro terrore, soprattutto perché tutto avviene in maniera credibile e in situazioni normali. Nulla di soprannaturale o di assolutamente impossibile: un banale incidente d'auto, un'incresciosa omissione di soccorso, un atroce tentativo di annegare uno sconosciuto diventano le basi per sconvolgere la vita di quattro giovani qualsiasi che - pur mantenendo il silenzio su ciò che hanno fatto - non riescono a tacitare le proprie coscienze che impediscono loro di "riappropriarsi" delle proprie vite. Francamente avremmo aspirato a una sorta di nemesi psicologica nel vedere questa pellicola, ma è facile rendersi conto che - forse - si sta chiedendo davvero troppo a un prodotto comunque di natura commerciale.