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Recensioni librarie

PHILIP K. DICK, SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO
recensione di Alessandro Vietti
Scorrete lacrime, disse il poliziotto - tr.it. V. Curtoni - 250 pagg. - Mondadori - L. 22.000
Succede che Jason Taverner, un Sei, un uomo migliorato geneticamente, sia
una star planetaria. Cantante e show-man impareggiabile, è ammirato tutte le
settimane da trenta milioni di persone. Eppure qualcosa nell'ordine
precostituito si incrina. Già dalle prime righe si capisce che qualcosa non
quadra, poiché Taverner perde alcuni secondi della sua trasmissione senza
rendersene conto. Poi, in seguito ad un trauma violento, il protegonista si
trova proiettato in un universo alternativo, ma tanto più simile a quello
reale quanto più inquietante. Sembra uguale in tutto e per tutto, tranne che
lui, in quell'universo, "non esiste". I fans non lo riconoscono. Il
produttore e l'amante lo mettono alla porta come uno sconosciuto. Lo Stato
stesso non ha alcuna prova della sua esistenza negli archivi. Nessun
documento. Niente di niente. E la sua, sarà dunque prima di tutto una
ricerca di se stesso e degli strani rapporti, spesso inconciliabili, con la
realtà. Scorrete lacrime... è un romanzo forse meno conosciuto, ma per
questo non meno tipicamente emblematico del pensiero dickiano. Vi si
ritrovano infatti moltissimi dei tipici temi cari allo scrittore americano,
affrontati in molti altri suoi romanzi: la proiezione in una realtà che si sfalda, in cui il protagonista si trova suo malgrado intrappolato (Ubik), il concetto stravolto della percezione soggettiva del tempo (Noi marziani), la tossicodipendenza e i rapporti con la droga (Un oscuro scrutare). E, a proposito degli stravolgimenti della realtà causati dalla tossicodipendenza, a un certo punto del romanzo il protagonista-Dick addirittura afferma che "Forse esisto solo se prendo la droga". Una sostanza che non ha effetti soltanto sul tossicodipendente, ma anche di riflesso su quelli che sono in qualche modo legati alla sua realtà... Scorrete lacrime, disse il poliziotto, uscito in questi giorni presso Mondadori, è la riedizione dell'ormai non più disponibile Episodio Temporale (1977, Ed. Nord), tradotto da Roberta Rambelli. L'edizione attuale, invece, si avvale di una nuova e puntuale versione italiana di Vittorio Curtoni, esperto non solo per la sua pluriennale esperienza nel settore, ma anche perché di Dick ha recentemente tradotto per Mondadori i quattro volumi di racconti Le Presenze Invisibili.
IAIN M. BANKS, INVERSIONS
recensione di Anna F. Dal Dan
Iain M. Banks, Inversions, edizione originale inglese
Inversions, il più recente libro di Iain M. Banks (lo "pseudonimo" sotto il quale Banks pubblica i suoi libri di fantascienza, mentre quelli mainstream escono a firma di Iain Banks semplicemente) è uscito ufficialmente il 4 giugno scorso, anche se alcune copie erano già più o meno avventurosamente disponibili nelle librerie inglesi qualche giorno prima.
Nonostante le voci contrastanti, si tratta in effetti di un romanzo della Cultura &brkbar; la società utopistica e praticamente onnipotente - ma chi non conosce già i trascorsi della più amata creatura di Banks potrebbe anche non accorgersene, visto che la vicenda è raccontata dal punto di vista di due abitanti di un pianeta non ancora contattato dove la Cultura (e Circostanze Speciali in particolare) sta cercando di influenzare lo sviluppo di una civiltà senza che gli abitanti siano al corrente della sua esistenza o della sua interferenza. Così, niente navi e niente robot questa volta, con una piccola eccezione. (Se non fosse perché i lettori più accorti si avvedono che i misteri del libro sono spiegabili molto facilmente in termini fantascientifici, potrebbe benissimo passare per un libro di fantasy). In compenso, i lettori troveranno molta azione, due protagonisti decisamente simpatici (invece dei soliti umani capricciosi che i robot e le navi devono cercare di tollerare), e un ritmo abbastanza incalzante. Di lettura facile e avvincente (sopratutto se confrontato alla trama complicata e vasta di L'Altro Universo) il libro è una riflessione piuttosto seria sulla morale dell'intervenire in altre società, e su come le cose non sono affatto come appaiono...
ARANCIA MECCANICA, LOLITA
recensione di Marco Spagnoli
Arancia Meccanica -
A clockwork orange, 1971 -
Sceneggiatura e Regia: Stanley Kubrick -
Cast: Malcolm McDowell, John Savident, Anthony Sharp -
tratto dal romanzo di Anthony Burgess -
Distribuzione: Warner Bros. -
Durata: 137 min.
Lolita, 1966 -
Sceneggiatura: Vladimir Nabokov, basata sul suo romanzo omonimo -
Regia: Stanley Kubrick -
Cast: James Mason, Shelley Winters, Sue Lyon, Peter Sellers -
Durata: 150 min.
Si sa : il sole estivo fa miracoli e così può capitare che un doppio Kubrick finisca nelle sale italiane in edizione restaurata (Arancia Meccanica) e in copia ristampata (Lolita).
Certo due film molto diversi tra loro con una fonte di ispirazione e un estro creativo completamente differente, eppure entrambi con un fascino perverso e vagamente allettante.
Vietatissimi alla loro uscita quasi trenta anni fa, oggi vedono decantare il divieto fino ai minori di quattordici anni per Arancia Meccanica e fino a niente per il film tratto dal romanzo di Nabokov.
Ma se Lolita in bianco e nero, con un James Mason gigione e una Sue Lyon interessante e seducente ci diverte e ci colpisce molto di più del recente noioso remake di Adrian Lyne, non altrettanto si può dire di Arancia Meccanica dove il grande Malcolm McDowell - rispetto ai suoi molti successori - ha perso parecchi numeri dal punto di vista della cattiveria. Certo, questa è la legge che subiscono tutti i capostipite, ovvero rischiare di essere brutalmente superati dai propri discepoli, ma è anche vero che senza le tante citazioni orwelliane che Kubrick spara all'interno del film (una lingua buffa e originale che sembra quella propugnata dal Soching che ha preso il potere in 1984, e lo stato che controllando i suoi cittadini li elimina quando serve) i personaggi di Arancia Meccanica sembrano degli agnellini senza infamia e senza lode.
Quello che rimane assolutamente di primo piano del film è il contorno : la società, le donne, i genitori esaltati da una regia ormai datata, ma che trova negli attori dei punti fermi di grande valore ancora oggi. Quello che è venuto meno, invece, il diabolico controllo e esercizio della violenza e della sopraffazione nei confronti del singolo.
Violenza gratuita o no, metodi correzionali o meno, infatti, il mondo di assassini, di scellerati, di serial killers che va da I guerrieri della notte a 1997 fuga da New York, da Millennium a X-files, da Fargo a Pulp Fiction fa apparire Malcolm Mc Dowell quasi un bravo ragazzo.
Come un vecchio nonno cui si è affezionati quando ci racconta per l'ennesima volta la stessa storia, vediamo questo film di Kubrick - anche se ci pare sicuramente avere fatto il suo tempo - con tenerezza e devozione. E' grazie a lui che sono comparsi i vari Tarantino e Co., quindi lo accettiamo per la sua cornice molto curata e per il suo imbattibile istrionismo sardonico.
Lo accogliamo - però - più come un pezzo di storia che come la celebrazione di un ritorno. Come lo stanco visto della censura, anche noi rimaniamo indifferenti. Il mondo è diventato ancora più cattivo e la realtà è stata superata, in una sedimentazione cinematografica e non solo ormai consolidata. La morale, l'etica, il mercato mondiale consentono che l'uscita in sala di Arancia Meccanica sia soltanto un'operazione storica cinematografica e lo scandalo per le immagini e i contenuti siano una bazzecola in confronto a una televisione che manda a ora di pranzo in diretta un'anografia con tanto di paziente sorridente.
E nemmeno tanto scandaloso può dirsi più Lolita che Kubrick realizzò insieme all'autore del romanzo Vladimir Nabokov che del personaggio originale di Dolores, Lola, Lolita adattò al gusto anni sessanta un pallido riflesso, incastonandolo in un film che è un po' drammone alla Hollywood anni Trenta, un po' pellicola innovativa, perdendo però tutto lo humour e la profonda cultura del testo scritto.
Certo - come scrivevamo prima - meglio questo che la versione stile "Signora delle camelie" che ne ha dato Adrian Lyne l'anno scorso insieme a Jeremy Irons che muore un film sì e un altro pure. Eppure Lolita nonostante Kubrick e nonostante ottimi comprimari come Shelley Winters e Peter Sellers è e rimane qualcos'altro difficilmente adattabile al cinema, visto che tutta la sua forza sta nell'energia espressiva, solare e diabolica, decadente e ammanierata.
 
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