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![]() Update a cura di Marco Spagnoli |
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Recensioni cinematografiche
IL DOTTOR DOLITTLE recensione di Marco Spagnoli Il dottor Dolittle (Doctor Dolittle, USA, 1998) - Sceneggiatura: Nat Mauldin & Larry Levin liberamente tratta dal romanzo di Hugh Lofting - Cast: Eddie Murphy, Ossie Davis, Oliver Platt, Richard Schiff, Kristen Wilson - Distribuzione: Twentieth Century Fox - Durata: 90 min. Eddie Murphy non è Rex Harrison e si vede. Questa divertente versione anni Novanta della storia del medico degli animali ha davvero poco in comune con quella realizzata dal protagonista di Mayfair Lady se non la dote di potere vedere il suo personaggio principale (il dottor Dolittle) parlare con tanti, tantissimi simpaticissimi esseri appartenenti a tutti i tipi di razze animali. E l'ex poliziotto di Beverly Hills non ha davvero troppi problemi in un ruolo non difficilissimo, divertente e esilarante che piace ai bambini di tutte le età. Certo, ci saremmo aspettati qualcosa di più da Eddie Murphy e dalle animazioni animatroniche, ma in questo ed altro si vede il lavoro di fondo di una buona casa di produzione. Diretto dalla brava Betty Thomas, già regista di Private parts, Il dottor Dolittle manca di un umorismo omogeneo di fondo e di quel tocco di genio che un produttore dello spessore di Steven Spielberg ha portato in quel piccolo capolavoro che è - per esempio - Un topolino sotto sfratto. Ad ogni modo questa pellicola, intelligentemente animalista, in grado di spiegare ai bambini l'importanza degli animali (nostri simili cui manca solo la 'nostra' parola) ci diverte e ci rallegra per tutta la sua durata, con qualche punta di commozione. recensione di Marco Spagnoli Viol@ - Regia: Donatella Maiorca - Sceneggiatura: Fabrizio Bettelli - Cast: Stefania Rocca, Stefano Rota - Distribuzione: Medusa - Durata: 90 min. Che Internet fosse considerata un ritrovo di nazisti, pedofili e depravati di ogni età questo lo sapevamo, ma che il primo film italiano che parla di questa realtà debba essere fondato su luoghi comuni e su inesattezze tecnologiche, francamente ci sembra un po' troppo. Stefania Rocca, bellissima e bravissima, riesce a rendere bene la donna coinvolta nel gioco perverso con un uomo conosciuto su una chat line erotica, ma il risultato non è un thriller, bensì un film quasi porno soft, con venature tecnologiche e psicologiche discutibili. Insomma, una delusione che risulta ancora più grave nel momento in cui ci accorgiamo che gli ingredienti buoni ci sono tutti e che - invece - alla fine sono stati scaraventati via a causa di un'insipienza di fondo che pur di stupire, riesce a far crollare tutta la storia. Hitchcock sapeva raccontare mostrando con nonchalance quello che gli altri non sapevano o non potevano sospettare. In Viol@ , invece, ci viene buttata addosso una soluzione più insulsa e falsa di una banconota da 23.200 lire, con una Stefania Rocca che si lancia in evoluzioni erotiche di ogni tipo (questo film è severamente vietato a chi è troppo innamorato di questa splendida attrice) senza senso perché sembrano assomigliare più alle penitenze di un gioco da tavolo, che al percorso di una vera ossessione. Come è nata questa perversione? Come fa una donna fino a ieri gelida a sentirsi tanto coinvolta da uno strumento digitale? Vedendo Viol@ non l'abbiamo capito e nessuno ce l 'ha spiegato. Un'ultima riflessione di carattere tecnolgico è che sebbene Internet sia avviata a questa tecnolgia perfetta presente nel film, i miracoli non possono venire accettati per fede. E questo è un problema serio legato a tutto lo sviluppo della pellicola. In Viol@ non bisogna farsi troppe domande di nessun genere. Davvero facile e di basso livello è fare thriller così. E' come se Godzilla fosse stato realizzato con una lucertola dicendo: "Poi crescerà..." Anche se è vero che Stefania Rocca nuda è incomparabilmente meglio di una lucertola... ed è - comunque - l'unico motivo valido per vedere questa pellicola sconclusionata che ci amareggia per la sua inutilità. recensione di Marco Spagnoli Fotografando i fantasmi ( Photographing fairies, USA, 1997) - Regia: Nick Willing - Sceneggiatura: Nick Willing tratto dal romanzo di Steve Szilagyi - Cast: Toby Stephens, Emily Woof, Frances Barber, Phil Davis, Ben Kingsley - Distribuzione: Warner Bros. Italia - Durata: 102 min. Sono molti gli interrogativi che questo bel film diretto dal regista esordiente Nick Willing ci regala come fonte di meditazione e di ispirazione. Che cos'è la vita e che cosa è la morte, se non un semplice cambio di stato? Tutto questo è dovuto all' antefatto che vede una giovane coppia in viaggio di nozze in Svizzera, finire nel bel mezzo di una tormenta. La moglie muore in un crepaccio e il marito - un giovane fotografo inglese - dopo la prima guerra mondiale trascorsa come documentatore della guerra, apre uno studio fotografico a Londra. Qui, la sua sete di trovare qualcosa oltre la morte, la sua incapacità di arrendersi alla perdita della moglie, lo spinge a frequentare la società teosofica di cui era membro anche l'inventore di Sherlock Holmes, Sir Arthur Conan Doyle. Una signora che lo nota durante un suo intervento compiuto per sbugiardare una falsa fotografia che ritraeva delle fate, gli porta delle foto in cui vengono ritratte le sue figlie con delle creature strane e minuscole. Verificata l'autenticità dell'immagine il giovane parte alla volta del villaggio dove sono state scattate le fotografie e viene a contatto con il mondo soprannaturale delle fate inglesi. Qui, però, l 'incomprensione degli umani dà luogo a una lunga scia di morte. Dei fantasmi del titolo, in questo film non vi è quasi traccia, anzi l'approccio del racconto al mondo dell'Aldilà è tutt'altro che soprannaturale. La vita e la morte sono due mondi contigui il cui unico tramite è la natura. Le fate di cui si racconta in questa pellicola, sono esseri intermedi che - come direbbero i filosofi della Scolastica - compartecipando di due nature, diventano il veicolo tra l'uomo e l'ultraterreno. Ma - come perfetta metafora della scissione tra natura e umanitá, recuperata parzialmente solo recentemente grazie ai movimenti ecologisti, animalisti e a quelli vicini alla New Age - gli uomini non riescono piú a vedere le fate che vanno a un'altra velocitá rispetto a quella vissuta dagli esseri umani. Il dramma del protagonista di questo film è di non potere valicare in maniera positiva e razionale il doppio binario che parallelamente conduce la vita della natura e degli uomini pieni di fede e di razionalità. Il Dio propagandato dal reverendo padre delle bambine che vedono le fate (un come al solito splendido Ben Kinglsley), non ammette incertezza e si oppone al profondo e radicato naturalismo che le fate richiedono per essere viste e per fare beneficiare gli umani dei loro servigi. Infine, il fiore che gli uomini sono costretti a mangiare per arrivare alla velocità delle fate è il retaggio dell' antica mitologia celtica che vede l'uomo dovere compiere prima, un atto di sottomissione per comprendere la verità. Un po' come le droghe assunte per fini spirituali e il peyote che conduceva a una maggiore consapevolezza, il piccolo fiore bianco è un simbolo di purezza che riconduce alle profonde radici della natura nella nostra umanitá. Un film affascinante con diverse chiavi di lettura che - grazie a uno sviluppo circolare - lascia il seducente dubbio nello spettatore di avere assistito alla realtà o solo a un sogno durato un tempo indefinito. Girato ottimamente, il film si avvale di una cornice notevole realizzata dall'ottima unione di costumi, musiche e qualitá delle immagini.
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