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Recensioni librarie

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| Copertina di Franco Brambilla |
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I tempi che corrono
recensione di Luigi Pachì
I tempi che corrono, a cura di Bill Adler Jr. (Time Machines, 1998) - Mondadori - Millemondi Autunno, pagg. 443, L. 9.900
Crononauti d'Italia unitevi! Questo potrebbe essere il grido di chi ama le storie di viaggi nel tempo e vuole condividere questa ottima antologia che appare nelle edicole in questi giorni grazie al nuovo Millemondi Autunno. Si tratta della selezione di racconti uscita all'estero con il titolo Time Machines a cura di Bill Adler Jr. I viaggi nel tempo rappresentano una delle tematiche più affascinanti di tutta la fantascienza e questa raccolta di racconti, di recente pubblicazione in Italia, intitolata I tempi che corrono può a buon diritto rappresentare un testo dal quale estrapolare decine di idee brillanti e storie cariche di "sense of wonder" apparse in un arco temporale molto ampio. Si tratta di ventidue racconti tra
i migliori crono-classici, e tra le tante firme citiamo Asimov (E se...), Poe (Tre domeniche in una settimana), Niven (Cilindri rotanti...), Connie Willis (Guardia antincendi), Finney (Il terzo livello), Turtledove (L'ultimo articolo) e Bradbury (Un tocco di petulanza). E poi ci sono anche le sorprese di Rod Serling (ricordate Twilight Zone?) con il racconto del 1961 L'odissea del volo 33, Robert Sawyer con Vedi ma non osservi, in cui viene addirittura coinvolto Sherlock Holmes e il dottor Watson, di doyleiana memoria e John W. Campbell Jr. con il racconto Notte. Ci sono però anche autori meno noti, seppur validi per i racconti scelti. E' il caso di Anthony Boucher, che con Una forma nel tempo ci fa conoscere l'Ufficio Impedimento Matrimoni, una sorta di agenzia che spedisce i propri agenti indietro nel tempo per impedire matrimoni che causerebbero disastri nella storia dell'umanità. Jack Lewis, invece, ci diverte con Chi copia?, nel quale uno scrittore di SF alle prime armi spedisce racconti che regolarmente risultano essere già stati scritti in passato da qualcuno che, forse, si diverte a tornare indietro nel tempo con i suoi testi e pubblicarli con largo anticipo. Simpatico il lavoro di Mack Reynolds, Gli affari, come sempre e brillante il racconto-ricerca sulla Temporal Express di Wayne Freeze, un'azienda stile DHL il cui motto è "quando è assolutamente necessario che fosse qui ieri".. Forse l'unico vero racconto minore è proprio quello del curatore (Gli ultimi due giorni della vita di Larry Joseph &brkbar; quanto meno in questo tempo), che, in quanto tale, s'è scelto un suo
lavoro sicuramente valido dal punto di vista dell'idea, ma molto meno riuscito dal punto di vista stilistico. Altri autori che compongono l'antologia sono: Mark Clifton, Molly Brown, Derryl Murphy, Jack McDevitt, Geoffrey A. Landis, Steven Utley e, per finire, Rudyard Kipling. Insomma, un'antologia che è già diventata un Must per gli appassionati di fantascienza e anche per i meno appassionati. Novemilanovecento lire spese bene per 443 pagine di vorticosi viaggi indietro e avanti nel tempo...
Come impariamo da quello che ci dice Samuel Colson in questo testo: "il viaggio nel tempo è una scienza inesatta e il suo studio è ricco di paradossi" (Samuel Colson, nato nel 2301 - morto nel 2197).
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| Copertina di Luca Michelucci |
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La notte dei Morlock
recensione di Silvio Sosio
K.W. Jeter, La notte dei Morlock (Morlock Night, 1979) - Mondadori - Urania, pagg. 222, 5900
Questo romanzo viene considerato l'inizio del genere Steampunk: fu proprio Jeter, infatti, definendo questo libro a coniare il termine che indica quel particolare genere di fantascienza ambientato in epoca Vittoriana. La notte dei Morlock prende le basi dal famoso romanzo di Wells La macchina del tempo, ma fu scritto, in realtà, con l'intenzione di riprendere in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur. La fusione di questi due elementi dà luogo a una trama quantomeno originale: dopo il ritorno dal futuro del "Viaggiatore" inventore della macchina del tempo, i Morlock sono riusciti a impossessarsi della macchina e progettano un'invasione del XIX secolo. Solo Re Artù, col potere della sua spada e del suo destino, potrà opporsi e sventare l'invasione. Il libro scorre piacevolmente ed è divertente lasciarsi trasportare dai continui balzi di ambientazione e capovolgimenti di fronte, ma terminata la lettura ci si rende conte di quanti sviluppi sono stati lasciati a metà, di quanti personaggi sono stati appena sfiorati e pur con ruoli importanti siano rimasti in sostanza sconosciuti, usati solo per portare avanti una trama; per non parlare del finale, decisamente frettoloso. Forse Jeter avrebbe dovuto mettere meno carne al fuoco, e cuocerla meglio.
In appendice un interessante articolo sul centenario della Guerra dei mondi di H.G. Wells firmato da Gian Filippo Pizzo.
 
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