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a cura di Marco Spagnoli


Recensioni cinematografiche





L'allievo

recensione di Marco Spagnoli

L'allievo (Apt pupil, USA, 1998) - Regia: Bryan Singer - Sceneggiatura: Brandon Boyce tratta da 'L'allievo' ('Un ragazzo sveglio') di Stephen King - Cast: Brad Renfro, Ian McKellen, David Schwimmer, Joe Morton - Distribuzione: Columbia Tristar - Durata: 100 min.

Ambientato negli anni Ottanta e diretto dal regista de I soliti sospetti Bryan Singer, L'allievo è un film doloroso e acuminato come un pugnale. Raccontando, infatti, le suggestioni del nazismo su un adolescente della provincia americana che scopre in un signore incontrato casualmente su un autobus, un nazista rifugiato negli USA, Bryan Singer ha voluto utilizzare questo racconto di Stephen King per mostrare quanto facile sia la seduzione del male.
Esaltato da un Ian McKellen meritorio di usare gli Oscar come fermaporta (carismatico, seducente, eccezionale questo attore "fa la differenza" in ogni ruolo che interpreta), L'allievo racconta con grande attenzione e sobrietà quanto sia facile incappare nelle maglie del Male. Quello eterno che collega i roghi nazisti con quelli del Klu Klux Klan, gli omicidi della Mafia con le stragi dell'Ex Yugoslavia, stigmatizzando non l'aspetto ideologico della dottrina hitleriana, ma quello relativo alla sua potenza di suggestione e di seduzione. Quello del male per il male che permette prima di uccidere qualche micio innocente, poi qualche animale e ancora qualche barbone, senza giustificazioni preconcette, ma solo per il gusto tragico e spietato di farlo. Chi pensa che i nazisti erano e siano stupidi è servito. Il male che seduce il giovanetto americano estromettendolo dalla sua stessa personalità è quello sottile della seduzione finale, del godimento al limite della perversione nel provocare il dolore nelle persone.
Un dolore che non vale niente, perché gratuito. Il nazismo, il fascismo, lo stalinismo, e tutti gli -ismi della storia sono resi colta metafora per un rapporto semplice e complesso allo stesso tempo, che vede due singoli esseri come protagonisti. Un maestro e un allievo, per dare continuità al dolore, per fare ancora del Male, per perpetrare il fuoco della Gehenna e dare sfogo alla propria malvagità.
Non servono ideologie o sovrastrutture, basta un insegnamento che faccia nascere il bisogno, poi la dedizione e - infine - il piacere. Come in un rapporto tra maestro e allievo, al limite dell'omosessualità e del godimento della carne dolorosa.
Un film duro che fa riflettere e che ci fa ammirare ancora di più Bryan Singer e Stephen King. Ma anche una pellicola inquietante e spaventosa per la semplicità del messaggio che lancia : attenzione i nazisti (intesi come portatori del Male Nero) sono tra noi. Ancora oggi e ci saranno sempre, nonostante tutto.

Obsession

recensione di Marco Spagnoli

Obsession (Hush, USA, 1998) - Regia: Jonathan Darby - Sceneggiatura: Jonathan Darby, Jane Rusconi - Cast: Gwyneth Paltrow, Jessica Lange, Jonathon Shaech - Distribuzione: Columbia - Durata: 93 min.

Si può fare un thriller senza essere Hitchcock? Certamente, ma non si può girare un film di suspence trascurando i particolari. Questa regola semplice e naturale è stata completamente ignorata in questo film dalla trama non troppo nuova (la suocera gelosa della nuora, decisa a impadronirsi del figlio di questa), ma comunque efficace grazie a una Jessica Lange ancora sexy e in grandissima forma.
Così, errori di montaggio come la pancia della Paltrow incinta che appare e scompare, come le pantofole di lei che appaiono e scompaiono, come il sangue sul letto e l'acconciatura che si puliscono e scompaiono, ledono la credibilità di un film altrimenti discreto e con qualche attimo di tensione. Certo Gwyneth Paltrow non è del tutto all'altezza di altre sue interpretazioni, ma - forse questo capita anche a causa di un partner come Jonathon Schaech, monoespressivo e che straccia i cinque minuti di gloria che potrebbe avere, interpretandoli come se fosse un personaggio di un romanzo dell'Ottocento e non un uomo degli anni Novanta.
Insomma, un film con delle potenzialità sprecate per la decisione di essere a tutti costi originale e - sempre a tutti i costi - forzatamente intenso e di rilievo.
Una pellicola che nemmeno un'attrice come Jessica Lange poteva risollevare.