racconto di
Enrica Zunic



Seconda giustificazione: la macchina



Ho conosciuto Enrica Zunic (letterariamente parlando) nel 1992, quando ho letto il suo racconto "Seconda giustificazione: la macchina", nell'antologia "Universo privato" pubblicata dalla Keltia Editrice. Il ricordo di quel racconto, come dello dello stile possente e incisivo della sua autrice, non mi ha mai abbandonato. E grande è stata la mia sorpresa quando, sei anni dopo, grazie a Internet Enrica ha rintracciato il mio indirizzo di e--mail e mi ha mandato un messaggio di una dolcezza e di una modestia commovente. Voleva semplicemente ringraziarmi per le belle parole che avevo espresso sul suo racconto in una recensione che avevo pubblicato sei anni prima. Ora, finalmente, grazie a questo inaspettato e graditissimo contatto, sono riuscito ad avere qualche informazione in più su Enrica, e mi viene data la possibilità di far conoscere anche ai lettori di Delos il suo straordinario talento.
Il segreto di Enrica Zunic risiede nella forza del linguaggio e nello spirito che la anima. E non lasciatevi confondere da certa apparente ingenuità, anche perché questo racconto risale ad anni non sospetti, quando era ancora lecito parlare di androidi e robot. Attivista di Amnesty International, lotta da sempre contro i soprusi e le ingiustizie commesse sugli uomini (di qualunque razza o nazionalità essi siano), e nei suoi racconti non si fa scrupolo di denunciare le azioni orribili che ogni giorno vengono commesse contro persone innocenti: la tortura, le carcerazioni barbariche, il disprezzo totale per i più semplici diritti umani e umanitari. "Seconda giustificazione: la macchina" non è solo un ottimo racconto di fantascienza. E' anche e soprattutto un vigoroso atto di denuncia contro il disprezzo per le regole civili che dovrebbero governare l'armonia della vita di ciascuno di noi, cittadini del mondo, indipendentemente dal luogo in cui abbiamo avuto la sventura o la buonasorte di nascere. Quando ho chiesto a Enrica di spiegarmi il significato profondo del titolo del suo racconto, ecco che cosa mi ha risposto: "Leggendo Borges ho scoperto la leggenda dei Lamed Wufniks, i 36 giusti che giustificano di fronte agli occhi di Dio l'esistenza del genere umano altrimenti distrutto. I mille orrori quotidiani, mostrati o no dai media, commessi dagli umani, mi stavano allontanando dalla mia specie (ricordo che avrei chiesto volentieri asilo alla specie del mio meraviglioso cane!) ma ebbi la fortuna di incontrare -- soprattutto in Francia -- fra rifugiati, ex prigionieri e loro familiari, dei personalissimi Lamed Wufniks. Nonostante la ferocia di cui erano stati vittime, continuavano a essere gentili e disponibili verso di me e gli altri in genere. Ma il danno irrimediabile era visibile nel fondo del loro sguardo... Per molti era stato necessario trovarsi una "giustificazione" al voler continuare a vivere. Era stato sapere, ad esempio, nel buio della propria cella, che perfetti sconosciuti si stavano dando un gran da fare per loro; oppure era voler resistere al progetto di distruzione dei loro aguzzini per poter aiutare gli altri. Un debito enorme dell'umanità verso di loro, verso coloro che li amavano -- vi sono bambini che il trauma della sparizione o della tortura dei genitori ha segnato per sempre -- ma nessuna possibilità di saldarlo davvero... Come vedi, il significato di "giustificazione" e' doppio".
Di Enrica Zunic Delos pubblicherà prossimamente altri racconti, tutti belli e intensi quanto questo, e un suo romanzo breve che, unito al resto della sua produzione, costituisce un affresco di scrittura appassionata e combattiva denuncia che siamo certi appassionerà i nostri lettori.
Nel frattempo, godetevi "Seconda giustificazione: la macchina". (Franco Forte)

1. LA CASA DI FERRO E LA CASA DI CARTA. INTERNO. SERA.

La fabbrica esplose. Un centro perfetto. Come i precedenti. Un esatto disegno di cenere univa i vari bersagli come punti di un passatempo infantile ma non vi era alcuna vignetta da riconoscere. Sullo schermo apparve la scritta "zero errori". Sara disattivò le armi e lasciò il simulatore. Anche per quella settimana aveva completato la prova e l'esercizio obbligatori al poligono. Usò un'uscita secondaria. Al solito avrebbero tentato di persuaderla ad accettare l'incarico di istruttore e lei non aveva voglia quel giorno di fermarsi a discutere.
Raggiunse la propria casa. Appoggiò il palmo della destra sui segni a lei sola noti dell'uscio e sopportò la rapida puntura con cui il Controllo interno le prelevava quel minimo campione di sangue e tessuti che l'avrebbe identificata. La porta senza rumore si aprì, e lei con stanco sollievo entrò. Ripose come sempre le armi personali nell'armadio d'acciaio dell'ingresso, richiudendo con attenzione. Con abitudinaria prudenza esaminò il Sistema di Sicurezza. Non della sola porta, dell'intera abitazione. Funzionava perfettamente e segnalava due momenti di attività nella giornata. Tolta l'uniforme si lavò con cura e a lungo.
La pelle si permeò di un profumo dolce. Anche dai capelli sembrava voler togliere con meticoloso accanimento l'odore di "caserma" e di lavoro. Indossò un kimono morbido che l'avvolse fino alle caviglie, e lievi calzature. Attraversò il giardino interno. Un quadrato -- abbastanza grande da accogliere il sole e sufficientemente raccolto da contenere la pace -- chiuso in un chiostro dai sostegni sottili. Come sempre le fu impossibile ignorare l'odore delle piante aromatiche, più intenso in quell'ora serale. L'orto dei "semplici", come amava definirlo quel colto snob di A.S. La porta era aperta e Sara si fermò nella calda luminosità dell'interno di quella parte della casa, in cui s'era proibita di abitare ma che frequentava più dell'altra. Era ora di cena per Friedrich. Sara si mantenne alla dovuta distanza, le mani vuote bene in vista e immobile. A.S. stava ricavando il succo dai frutti posati accanto, e con esso avrebbe riempito il contenitore che doveva nutrire Friedrich. Il maggiore Sara Blumi riconobbe i frutti.
Autentiche pesche di piena terra. La terra grassa e sana di Gamyr. Pacatamente constatò che nel contenitore impugnato con salda delicatezza da A.S. c'era sì la cena studiatamente dolce e leggera di Friedrich, ma anche mezza giornata di una buona paga d'ufficiale. La sua. Per fortuna non doveva arrivare alla fine del mese solo con quella.
A.S. sfiorò la gola di Friedrich per invitarlo a deglutire l'ultimo sorso appena spruzzato, poi guardò il maggiore e ruppe il silenzio. Sembrava averne intuito i pensieri.
-- Quegli avidi di gamiryani non si sbagliano mai. Erano tutti frutti senza nocciolo anche questa volta. Ma un giorno commetteranno l'errore di spedire un frutto fecondo insieme agli altri, e allora...
Alzò lo sguardo e sembrò vedere già il piccolo pesco nel chiostro.
Sara non replicò, ma l'espressione del volto era chiara. A.S. credeva davvero che fra quei furbi contadini si celasse qualcuno così idiota e incauto da privarsi della miglior fonte di guadagno? Abilità e fortuna gli permettevano già di ottenere parecchie buone cose dal pezzetto di terra riparato dal chiostro. A.S. avrebbe fatto meglio ad accontentarsi.
A Sara premeva un altro argomento. Parlò con voce tenue, diligentemente nettata da ogni asprezza lasciatale da collere e ordini.
-- Com'è andata in piscina? Progressi?
A.S. chinò lo sguardo su Friedrich e contemporaneamente gli fece assumere una posizione più comoda. Continuò a nutrirlo.
-- Non ha fatto niente. Il controllo della densità salina era difettoso. L'ho sistemato. -- A.S. era orgoglioso di saper fare cose dei vecchi tempi come le riparazioni. In mesi di convivenza Sara non lo aveva ancora visto gettare o sostituire qualcosa. -- Non potevo usare il saldatore davanti a lui e non mi fidavo a lasciarlo solo in camera. Anche oggi qualcuno si aggirava intorno alle finestre della parte nord e ho sentito friggere gli elettrificatori due volte. Aspettavo il tuo ritorno per dare un'occhiata. In ogni modo, gli ho somministrato tre unità di "Sonnofelice", quanto bastava per farlo dormire il tempo della riparazione e l'ho tenuto accanto a me. Si è svegliato a lavoro finito, giusto per iniziare a mangiare.
A.S. non commetteva errori.
Friedrich aveva finito il pasto. A.S. gli parlò in tono sommesso e tenero e lo sollevò per trasportarlo. Ora potevano lasciare la stanza.
-- Se vuoi, maggiore, possiamo dare una controllatina alla parte nord.
Si muoveva con attenzione, ma anche con una disinvoltura che faceva apparire insignificante il peso di Friedrich.
Ispezionarono le stanze a nord.
Sul pavimento, sotto una finestra, c'era qualcosa di bruciacchiato e ormai freddo. Una tozza mano umana recisa e dagli orrendi, lunghi artigli. Artigli finti.
-- Le "Unghie di Ferro". Fanatici idioti. Quante volte vogliono vincere la guerra?
-- Comunque sia, da oggi avranno un monco in più.

2. NAGHEL

Naghel era glabro e aveva gli occhi azzurri. Suo padre era di Kohn. Da ragazzo aveva tentato di farlo dimenticare. Del resto la madre, fuggendo da Kohn, era riuscita a farlo nascere a Brather. Invano. Tutti, primi i compagni di scuola, erano stati spietati. Naghel aveva urlato, picchiato. S'era difeso. S'era odiato. Poi era cambiato. Non si era più nascosto gli occhi e la pelle. Aveva semplicemente preso a dimostrare che non erano importanti. La terra di Brather ebbe l'uomo più fedele. Il più intransigente verso Kohn. Uno zelo inumano e sublime che divenne proverbiale. Con abilità, acume, e soprattutto un'abbagliante indifferenza verso i propri interessi personali, aveva scalato i gradini di impieghi e incarichi. Se avesse voluto, Naghel avrebbe potuto avere almeno un ministero, ma preferiva un'opaca carica agli Interni. Nel nominarlo, qualcuno bisbigliava di poteri grandi e sotterranei, di leggi mutate per un suo parere e di molti altri casi. Ultimo, l'indurirsi del piano di pace là dove trattava non di principi e affermazioni ideali, ma del quotidiano destino della gente di Kohn. Metà del sangue di Naghel era aköhn-yn. L'ufficio di Naghel era in un palazzo dalle scabre mura color pastello. Nessun Aköhn-yn s'augurava di varcarne la soglia.

3. INTERNO... MOLTO INTERNO. GIORNO.

-- Vorrei vederlo.
-- possibile. A quest'ora di solito dorme.
-- Credevo ci fossero dei monitor per sorvegliarlo. Sapresti con certezza che cosa sta facendo.
-- A.S. dice che le immagini possono essere rubate e dare in diretta informazioni preziose per gli attentati. Credo che si sbagli, ma preferisco accontentarlo. permaloso quanto è presuntuoso.
-- per questo... Per un istante avevo pensato che... ma del resto il mio era un pensiero stupido. -- Cosa poteva importare a Sara dei pudori di Friedrich?
Sara guardò il visitatore - un'eccezione - che stava conducendo - eccezione ancora più grande - nella parte più preziosa della casa. Davide. Lo aveva amato, sapeva tutto o quasi di lui, lo amava ancora, ma era impossibile convivere con i suoi incubi.
-- Anche tu vuoi scoprire che faccia ha il protetto di Naghel? -- Cortesemente non narrò dei curiosi che spesso impegnavano il Sistema di Sicurezza.
-- Ho già visto la sua faccia.
Non aggiunse altro. Ricordi gli passarono sul volto come nubi.

Davide. Tre onorificenze, di cui una guadagnata a Mtig, due menzioni d'onore, un encomio personale dei Presidenti. E una nausea irreversibile. Non aveva lasciato l'esercito, non sapeva dove andare, ma s'era fatto cambiare reparto e incarico. Qualcosa di grigio, modesto, fra documenti e pratiche. Davide aveva combattuto nell'Unità"E". Per tutti, la Sotnia d'Oro. Mai abbastanza decantata dai media entusiasti. Un reparto misto, dimostrazione evidente dell'alleanza, dell'ideale comune. Genti di Frie e di Herm.
Costretti a fuggire di fronte all'esercito aköhn-yn che occupava le loro terre. Pronti con coraggio a tornare. Mescolati all'amica gente di Brather che aveva offerto rifugio e aiuto. Una mestica di lingue, colori. Uomini.
Intervistati e filmati quasi ogni giorno per quel loro stare insieme in battaglia e nel riposo. Bravi soldati, capaci. Allegri sempre - vino di Brather, rum di Frie e scotch di Herm scorrevano in gole indistinte - si azzuffavano per un nulla e scommettevano su tutto. Davide aveva voluto, arruolandosi, essere uno di loro.
Un'avanzata ardente. Davide era ebbro. L'alcool non c'entrava. Non poteva che essere compito dell'"E" aprire i Campi e liberare i prigionieri. Un rito di giustizia e restituzione. Genti di Frie e Herm rastrellate dagli Aköhn-yn nell'invasione. Davide e gli altri credevano di incontrare consueti recinti e baracche; filo spinato, fame, stracci. Inventariando, caricando cibo e coperte, ciascuno si immaginava la festa - se ne scambiavano un rumoroso variato racconto - ai liberatori, al dono.

Fu un orrore nuovo. Tobias era amico di Davide. Fu il primo a entrare a Hil. Era il suo villaggio e vi tornava pazzo di gioia. C'era un Campo anche lì. Tobias, lo sguardo di pietra, aveva aperto gabbie, "pozzi", osceni laboratori per l'intera giornata. A sera, in un continuo silenzio, si era ucciso. Due giorni prima Janic, sergente, urlando era fuggito, abbandonando l'uniforme e i compagni.
Essere "misti" divenne l'incubo. Anche gli spettri torturati, vivi appena, trovati nei Campi, lo erano. Davide cominciò a odiarsi. Non aveva affetti da rinvenire, identificare, né attese angosciose da condividere. Per disagio cercò la solitudine.
La mitica Sotnia si muoveva da un paese all'altro sfondando cancelli e reticolati, lasciando le vittime trovate e troppo spesso riconosciute alle cure locali, portando con sé, come detriti di una piena, gli uomini di Köhn - sicuramente carnefici, rabbiosi o supplici - di meta in meta. Bere divenne una cerca d'oblio feroce. Cronisti e video--troupe c'erano ancora. Una minuziosa pubblica contemplazione dell'orrido viaggio. Per questo quando alcuni uomini dell'"E" entrarono a forza in una Centrale della Sicurezza per portarne via gli ufficiali e funzionari aköhn-yn che si diceva prossimi a essere liberati - Compromesso? Ingiustizia? Bugia? - rare voci si levarono a rimprovero. Tutti giustificarono e compresero. Poco, nulla, però da allora venne ripreso e trasmesso.
Il comandante della gloriosa Sotnia annunciò l'avvenuta restituzione dei rapiti.

4. TRAMONTO. FLASH BACK.

-- Nei polsi, somaro!
-- Mai visto. Il somaro sei tu!
Discussero a lungo. Non s'accordarono. Fra vino e risate scommisero e venne deciso di provare entrambe le versioni. La cavia c'era. E come croce un muro bastava.
I fatti diedero ragione e denaro ai molti che avevano scommesso sui chiodi confitti nei polsi. I palmi non ressero. Si dovette ritentare.
E Davide che aveva giurato odio eterno agli Aköhn-yn si scoprì spergiuro. Intontito dall'incredulità aveva guardato i suoi amici - amici? - trascinare all'aperto un corpo di spaventosa magrezza, nero di lividi e sangue, ma vivo e cosciente. Tanto da volgere il capo e lo sguardo verso ciò che di nuovo avevano preparato per lui e verso chi usava chiodi e martello. E ciò che Davide aveva visto in quegli occhi velati e azzurri lo aveva fatto urlare.

Non volevano un morto. Riposto il denaro vinto o imprecato su quello perduto, svelsero i chiodi. Un po' prima che uomini di Naghel giungessero con una richiesta che stupiva. Tanto che dovette essere ripetuta e sottolineata dal gesto che ne indicava l'oggetto. Al suolo, dove ancora giaceva.
Naghel voleva quel disordine d'ossa sanguinose tenuto appena insieme da un minimo respiro. Il dottor Friedrich K. Hölle.

5. STESSO LUOGO DI 1. LA CASA DI CARTA

-- Siamo arrivati. Per favore, Davide, togliti le scarpe. C'è un'imbottitura, su questo pavimento.
Trovarono Friedrich sveglio. A.S. con una piccola morbidissima spugna gli stava lavando le mani. Le insaponava dito per dito, accompagnando l'atto con un cicaleccio piano e dolce, come una madre al suo piccolo. Li vide entrare e con un'occhiata chiese loro di non avvicinarsi. Teneva Friedrich seduto accanto e davanti a sé, avvolgendolo fra le braccia - precauzione indispensabile, Friedrich non faceva alcun uso della propria forza per sostenersi. La schiena dell'uomo poggiava inerte sul petto dell'inusuale balia di metallo.
Una mano fu sciacquata e tamponata cautamente per asciugarla, poi fu il turno dell'altra. Ma nulla si svolse come prima. Un ronzio preoccupante proveniva ora dal collo di A.S., e fra le giunzioni metalliche piccole scintille presero fulminee a splendere. Ogni movimento si fermò. Davide avanzò, le braccia protese - chi avrebbe sostenuto Friedrich, ora? - ma si sentì brutalmente trattenere. Le dita di Sara gli affondavano nella spalla. La voce era un sibilo agitato: -- Sei pazzo? Vuoi che la sua anima si rintani in un buco ancora più profondo?
Incomprensibilmente, Friedrich non seguì la sorte della spugna caduta sul pavimento. Un braccio dell'androide restava piegato intorno al suo corpo, sostenendolo.
Sara aprì uno sportello sul dorso del robot e ne estrasse un cacciavite di un verde vivace. Ostentando un'aria spudoratamente competente si affaccendò per qualche istante intorno al collo di A.S. Friedrich accettava quella vicinanza. Il guasto svanì e A.S. riprese a muoversi.

6. INTERNO. STESSO LUOGO. DIETRO LE QUINTE

-- Un trucco ridicolo, Sara.
-- Vive in una casa dove nulla deve ricordargli le camere o gli strumenti della tortura che lo hanno devastato, e sempre per questo mani non umane lo nutrono, lo lavano, insomma si prendono cura di lui. Per quale ragione io sono qui? Come giustificarmi? Dovrei dirgli che un guscio di allarmi e di sistemi elettronici chiude il suo nido di legno e carta? Che io mi occupo di chi potrebbe sfuggire alla sorveglianza elettronica che a un passo da lui e dal silenzio affetta e brucia fanatici sicari e annienta le armi a energia di chi lo vorrebbe morto? Che abito la metà d'acciaio e cemento della sua casa, unita e divisa alla sua scatolina di pace dal fresco porticato dove trascorre i pomeriggi? Non è meglio che creda, se è ancora in grado di pensare, che io sia qui per far funzionare A.S.? Se hai in mente qualcosa di meglio del "cacciavite" vai a parlare con i cervelloni dell'ospedale. L'idea è loro. Anch'io la trovo stupida e inutile. A cosa serve tanta scena per uno che neppure si accorge di me? Per uno che è meno vivo delle colture di A.S.?

-- Un magnifico tocco di realismo, le scintille. La prossima volta proverò a...
A.S., fatto addormentare Friedrich, aveva raggiunto il maggiore e l'ospite.
-- Riprendi subito a cigolare. Te lo dimentichi troppo spesso, finirà per accadere anche in presenza di Friedrich. La prossima volta, piuttosto, avvertimi delle variazioni del "copione". Non era oggi che dovevi fermarti.
-- Avvisarti di un guasto "imprevisto" e improvviso? Sciuperebbe la tua recitazione, maggiore.
A.S. era insopportabile.
Sara non lo aveva scelto.

7. INTERNO. UFFICIO DI NAGHEL. FLASH BACK.

Naghel aveva un figlio. Mino. Mino aveva occhi scuri, folti capelli di un intenso, dorato castano, e un principio adolescente di tenera peluria.
Mino non sapeva pronunciare neppure una parola in aköhn-yn.
Mino aveva quattordici anni e da due non poteva più muoversi.
-- il morbo di Gerecht, signore. Colpisce all'improvviso. Non c'è rimedio.
Ma per Mino di Naghel si doveva trovare.
-- La terapia chirurgica era ancora in fase sperimentale, signore. Un solo intervento. La vecchia rivista medica lo dice chiaramente. Tre anni fa. C'è stata la guerra. Un neurochirurgo di Kohn... Chissà dove... Anche della sua équipe non si sa più nulla.
Ma d'altri rimedi non si sapeva, non c'erano.

8. INTERNO. STESSO LUOGO. MATTINO.

-- L'hanno portato. Ma non gettate il vostro denaro, signore. Non esponetevi per questo. L'ho visto. Anche se sopravvive, anche se guarisce... Non potrà più operare.
La voce di Naghel era stata un taglio nell'aria:-- L'avete voi una cura per Mino, dottore?
I medici migliori si erano dovuti mettere d'impegno a occuparsi di Friedrich K. Hölle.

9. INTERNO. OSPEDALE ATTREZZATISSIMO. MATTINO.

Ain era una conosciuta terapeuta. Finora aveva solo curato i sopravvissuti dei Campi, nessun Aköhn-yn, ma era comunque un'esperta. Aveva fatto un'ultima prova sul suo nuovo paziente. Si era odiata nel farla. S'era accostata al corpo disteso e aveva alzato bruscamente una mano con aria minacciosa. Aveva visto suoi pazienti, a gesti più morbidi e innocenti, tremare, ripararsi con le braccia il volto, altri, al suo solo avvicinarsi, urlare o dilatare gli occhi con ansia e allarme.
Friedrich K. Holle, al gesto di minaccia, non aveva neppure mosso le palpebre. A Friedrich K. Hölle non importava d'essere picchiato. A Friedrich K. Hölle non importava di nulla. Una vera delusione per chi s'accaniva in nome della giustizia a volere la morte del criminale inspiegabilmente privilegiato. C'erano stati attentati perfino in ospedale. Ma Friedrich K. Hölle deludeva anche altri. Naghel premeva. I colleghi di Ain l'avevano attesa fuori della stanza del suo orribilmente docile paziente. Il suo era un parere essenziale.

-- Fra gli uomini non discerne i carnefici. Non possiamo raggiungerlo.
-- Chi lo dirà a Naghel?
-- Ho detto che nessuno di noi, nessun essere umano, può raggiungerlo. Una macchina potrebbe farcela.

Finalmente qualcosa da fare! In segreti arsenali - non è forse lì che si trovano le macchine più straordinarie? - per ordine di Naghel si era cercato, scelto, trovato. Un androide spia, grande trasformista, dal cervello complesso e dalle ricche reazioni. Era un esemplare raro di un modello superiore. Il tecnico a cui era stato affidato era abile. Paziente.

10. INTERNO. LUCE ARTIFICIALE.

-- Perché devo truccarmi in questo modo ridicolo? Sembro un barattolo, una vecchia caldaia con le mani. Con quello che vi è costato fornirmi di quindici possibili tipi d'epidermide... Non sarebbe meglio per lui vedersi curato da sua madre o da qualche fidanzata o dalla vecchia zia che gli preparava la merenda da bambino? Datemi una videoregistrazione, mi basta una foto...
-- Chi ti aveva programmato? Mister Modestia?
--... e se ad accudirlo fosse un suo sosia? Non mi ci vuole niente...
-- Piantala, A.S. Più assomigli a uno scaldabagno e meno a un umano, meglio è.
Naghel aveva seguito personalmente il procedere del lavoro.
-- Sarà pronto fra poco, signore. Togliere i programmi aggressivi, del genere di come uccidere in trentotto modi diversi, sarà questione da nulla, e per dargli il programma nuovo mi farò aiutare da un infermiere.
L'ostinazione, il non arrendersi, gli era stato lasciato. Poteva essere utile al robot per accudire un paziente talmente mansueto da inquietare gli inservienti.
Ma A.S. doveva dimenticare abilità con cui era nato. La "questione da nulla" portò via settimane.

11. INTERNO. OSPEDALE. LA STANZA DI VETRO. NOTTE.

Una luce lampeggiava sulla consolle. Il sorvegliante stizzito premette un tasto imprecando: -- Ha sporcato di nuovo! Maiale! Non è capace di trattenersi!
Il paziente nel letto iniziò a levitare orizzontalmente. Il sistema automatico, approfittando dello spazio lasciato vuoto da quel lento sollevarsi, cambiò velocemente il lenzuolo e ripulì la parte inferiore del corpo sospeso.
-- Non lo potreste neppure voi, se carnefici pieni d'inventiva vi avessero straziato il retto...
-- Buonasera. Non vi ho sentita entrare. -- Rompiscatole e dal passo di lupo. -- Apro subito, dottor Ain.
-- Aspetterò qui che la pulizia termini.

Lo sguardo di Ain si sollevò dallo schermo che mostrava l'interno della stanza del paziente e scivolò sul profilo stolido dell'Infermiere Custode. Inutile spiegargli che lei aveva visto donne e uomini più che coraggiosi spezzarsi d'umiliazione nello scoprirsi, in aggiunta e conseguenza dello scempio patito per stupri e altre torture, un corpo divenuto incontrollabile. Nessuna lacrima rigava il volto esangue di Friedrich, ma lei ugualmente lo avrebbe raggiunto a situazione normale. Normale...

-- Ora posso andare. Aprite.
Lasciò la cabina di controllo per entrare nel vestibolo della stanza che ospitava Friedrich. Il custode affondò la mano nel cassetto dove teneva le scorte di cioccolato e si mise comodo. La vecchia impiegava nella visita il triplo del tempo degli altri medici. Rifiutava il camice e i guanti chirurgici e infrangeva molte altre norme. Per suo ordine il letto gravitazionale dei pazienti al momento della ripresa di conoscenza era modificato in un'apparenza più tradizionale (Trovarsi nel vuoto potrebbe aumentare l'ansia) che aggiungeva lavoro ai sorveglianti. La vide dissigillare una confezione sterile e trarne indumenti dai colori sgargianti. La osservò indossarli in fretta e fargli segno, alzando un braccio verso la videocamera che la inquadrava, di aprire anche la porta della stanza del paziente. L'uomo, sbadigliando, obbedì. Scelse di risparmiarsi gli orecchi e abbassò l'audio. Ain si ostinava ad annunciare e descrivere minutamente a Hölle - un inerte fantoccio tutto quello che gli avrebbe fatto.
Disattivare l'audio avrebbe concesso al Custode un mormorio di sfogo:-- Ci sono persone che amano perdere tempo.
Vide l'anziana donna muovere le labbra in quella che doveva essere una spiegazione, stropicciarsi le mani per scaldarsele prima di versarsi nel palmo qualcosa che amalgamò a lungo con la punta delle dita. L'uomo s'incuriosì - le medicazioni non erano di competenza di quella vecchia, e lui non voleva guai - e aumentò l'audio. La voce del medico era bassa e tranquilla:-- una cosa buonissima. L'ho fatta preparare prima di venire qui.

Friedrich non guardava lei, ma lei guardava Friedrich.
Gli osservò le mani e i polsi coperti da garze sottili. Gli scoprì il polso sinistro e usò con pazienza l'aromatico rimedio che aveva preparato. Friedrich era sempre immobile, gli occhi aperti in un non-sguardo al soffitto, ma la mano destra che lei si accingeva a toccare si tese e aprì un poco.
Ain fece fatica a controllare l'improvvisa gioia per la straordinaria novità e a mantenere lo stesso tono pacato:-- Sì. Anche l'altro. Subito.

Il custode smise di mangiare. Il tono della donna suonava come una risposta. L'uomo non ne comprendeva la ragione.
A cosa rispondeva?
Quello di Friedrich era stato un movimento minuscolo, e allo sguardo distratto dell'infermiere era sfuggito, ma lo spiare incessante delle videocamere lo aveva registrato.

12. INTERNO. GIORNO. OSPEDALE. UFFICIO DELLA DIREZIONE.

A.S. era stato messo al lavoro. Ma il tempo era trascorso vanamente. Gli esperti non trovavano sufficienti spiegazioni.
-- Un disastro, signore, è perfino peggiorato. Dobbiamo alimentarlo nuovamente in vena.
Naghel ai fallimenti non aveva mai saputo abituarsi:-- Provate altri sistemi. Voglio che parli.
-- Scusate, signore, come intendete persuaderlo? Volete picchiarlo tanto che non riesca a reggersi in piedi e poi picchiarlo ancora perché non si rialza? E sempre per questo orinargli addosso? Volete privarlo del cibo a lungo e offrirgliene poi solo in cambio d'umiliazioni? Costringergli il capo, tenuto immerso in cose tanto immonde da renderlo poi incapace di nutrirsi? Volete che si svegli a calci, che veda solo aguzzini, oda soltanto scherno e viva solo supplizi? E che per tutto ciò provi disprezzo di sé, si vergogni di cose compiute da altri su di lui e che alla fine diventi opaco al mondo e agli uomini? Questo e molte altre cose ancora gli sono già state fatte... Ma forse, signore, avete idee nuove.
Naghel l'aveva palesemente ignorata, sembrava non averla neppure veduta, ma si era voltato subito verso uno dei suoi tirapiedi:-- Chi è questa donna?
-- Il dottor Ain. Le ho parlato di lei, signore. l'unica che ha ottenuto qualche piccolo successo con Hölle.
L'espressione di Naghel era stata più che eloquente.
-- Ci avevamo pensato anche noi, signore. Ma non è possibile. Non possiamo affidarglielo, signore. sospetta. Ha chiesto che fine farà Hölle dopo che avrà raccontato quello che sa. Ha sentito cosa ha detto ora... Ci nasconderebbe la guarigione.
Naghel non si era arrabbiato, sapeva di non avere solo collaboratori intelligenti.
-- Fate riprogrammare A.S. da lei.

Ain non si era fatta pregare. Per Friedrich sarebbe comunque stato un miglioramento. Aveva seguito con pazienza le istruzioni del tecnico. E riversato nel robot parte della propria anima.
Ma A.S. non bastava. Non l'avrebbe difeso.
Così fu scelto un ufficiale dalle giuste qualità (Ci vuole qualcuno molto esperto anche d'armi bianche. Del maggiore Blumi si racconta che sappia tagliare una foglia senza disturbare la farfalla che vi è posata sopra) e fu costruita una casa adeguata.

13. LA CASA DI CARTA. GIORNO.

Davide era tornato. Non era solo.
-- Janic era un mio vecchio compagno. Non lo vedevo da allora.
C'era un passato che lo rendeva laconico. Sara non fece domande.
Camminarono sotto le strette volte del chiostro. La loquacità di Janic era nervosa senza annoiare: -- Quando gli Aköhn-yn entrarono nella mia città, io scappai. Mio fratello rimase. Ma l'avrei ritrovato. Sai cos'era un "pozzo", Sara? Il fondo era pieno d'uomini. Qualcuno riusciva ancora, salendo sui cadaveri, a far affiorare le mani oltre il coperchio di sbarre. Diedi subito cibo a tutti, ma non riuscivano più a mangiare. Morirono.
Davide sembrava inquieto: -- Sarebbe meglio restare in giardino. Oppure potremmo uscire.
Sara sorrise, un sorriso strano: -- Perché?
Si fermarono nella stanza che precedeva quella di Friedrich.
Janic si guardò intorno: -- Le armi a energia, qui, mi ha detto Davide, sarebbero neutralizzate dal Sistema.
Una luce si accese nella stanza accanto. Sui riquadri di carta della parete divisoria apparve l'ombra nitida di un dormiente.
--... ma ora basterebbe un coltello per eliminare quello spazzatura.
Davide impallidì: -- Non farlo, Janic.
Sara continuò a sorridere alzando un braccio verso una parete laterale e stracciando un velo di carta, chiusura di un vano. Una lunga, elegante lancia apparve fra le sue mani e prese a compiere "otto" sinuosi in ogni direzione. L'aria sibilava.
-- Può darsi, ma finora chi ci ha provato...
Janic si immobilizzò. La mano scivolata all'interno della giubba ne uscì vuota. Anche Sara si fermò. La lancia tornò al proprio posto.
-- Davide, è meglio accompagnare il tuo amico all'uscita.
Ma Janic non s'era ammutolito. Al contrario. Aveva qualcosa di febbrile nel parlare, come a sfruttare il poco tempo: -- colpevole. Lo sapete che ha ammesso le sue responsabilità.
Davide non voleva scherzare: -- L'ho sentito perfino urlarle, le sue responsabilità. Appeso per i polsi a un gancio del soffitto.
-- Hai anche visto cosa erano i medici aköhn-yn!
-- Tutti?
Janic non replicò. Si voltò verso Sara con dolore rabbioso: -- Se il dovere è proteggere un carnefice, uno scientifico aguzzino... all'inferno il dovere. Un dito dietro cui nascondersi. Anche loro obbedivano agli ordini.
Indicava l'ombra rimasta immobile.
Fu guidato e spinto fuori. Davide lo accompagnò e, prima di uscire a sua volta, sulla soglia si voltò a salutare. Sembrava d'improvviso sfinito: -- Ti sei divertita oggi, vero, Sara?

14. INTERNO. STESSO LUOGO DI 13. SERA.

Era finita un'altra giornata di lavoro. Sara ripeté il rito stanco del rientro. Pioveva, camminare nel porticato era più piacevole del solito.
La parete scorrevole scivolò dolcemente nell'intelaiatura. All'interno, con A.S. e Friedrich, Ain.
Una sorpresa. Ma era anche l'unica persona, oltre a Sara, che il Controllo lasciava sempre entrare.
Salutò il maggiore in fretta, ma parve approvarne il morbido, disarmato abbigliamento. Poi, piegate le ginocchia, si sedette sui talloni, vicina al letto, per porsi all'altezza del viso di Friedrich.
Non lo toccò, ma nel suo sguardo si aggrumarono infinite carezze. Bisbigliava lentamente: -- ancora troppo sottopeso. Forse continua ad avere quegli atroci dolori alle articolazioni...
-- Di questo si occupa A.S. Ne discuta con lui.
-- Non gli parla mai, maggiore?
-- A che serve? Non capisce, né ascolta.
-- E la cosa non credo vi disturbi...
-- Faccio ciò che devo. Sarebbe già morto senza la mia presenza.
-- Il vostro dovere lo fate. Benissimo anche. Ma di lui non vi importa nulla.
Davide a volte aveva parole quasi uguali. Sara si spazientì: -- Potrebbe essere colpevole, e dei peggiori, era medico...
-- Sì, potrebbe... Oppure essere vittima di una tempestiva ingiustizia... Io comunque stavo parlando non del "con chi stare", ma del "da che parte stare"... maggiore Blumi. Forse non l'ha neppure mai realmente guardato.
Sara per sfida l'accontentò. Guardò Hölle in viso. Si aspettava di fissare occhi inerti e vuoti. Quasi sobbalzò. Si trovò di fronte a un azzurro rovente.

15. STESSO LUOGO DI 1. LA CASA DI FERRO E LA CASA DI CARTA.

Sara dormì poco, e frammenti di sogni le resero infelice il risveglio. Un laccio di pensieri nuovi la soffocava. Un intreccio di voci diverse, un contrasto angoscioso. (Anche loro obbedivano agli ordini, Sara. Non riesce proprio a parlargli? Sai cos'è un "pozzo"? Non con chi, maggiore, da che parte... è questo che bisogna scegliere...) Una scelta è una scure. Un tempo la vista di Davide era un conforto, decise di andarlo subito a cercare. Uscì senza fare colazione e per la prima volta non inserì il Sistema elettronico di Difesa e Sicurezza.
Davide non era in ufficio, le fu detto che era uscito annunciando che, forse, intendeva recarsi proprio da lei.
Davide. Davide con i suoi rimorsi, con la sua anima rotta... Davide contro i fanatici di "Integra Vittoria" e contro le "Unghie di Ferro"... Davide solo nella casa inerme a difendere un altro, più misero vinto.
Fu un ritorno rapidissimo.
La porta non c'era. La trovò nella stanza d'ingresso. Inserì il Sistema elettronico ma lo vide impazzire. Il giardino era intatto, ma grosse impronte sporcavano il suolo del chiostro. Corse rumorosamente nell'interno. Sorprese qualcuno già in fuga sull'ultima soglia. La lancia era ancora troppo lontana. Scagliòuna spada - strappata dal muro, voleva serbarsi la propria - mirando. L'uomo morì.
Sara ormai era nella stanza di fondo e udiva soltanto il fragore del proprio respiro. Finalmente poté godersi il sollievo per l'assenza di Davide.
Nella penombra una macchia scura s'allargava sul pavimento raggiungendo la soglia. Contro la parete di fondo Friedrich e A.S. in un terrifico groviglio indistinguibile. E immobile.
Intravedeva la blusa scura di Friedrich apparire sotto e fra l'opaco metallo di A.S. Ma Friedrich, la folgorò il ricordo, non aveva bluse densamente scure...
Sara attraversò di corsa il pavimento imbottito della stanza divenuta d'improvviso troppo grande. Ma Friedrich non era ferito. Il liquido bruno - olio o refrigerante, Sara non controllò - di cui era totalmente imbrattato, fuoriusciva da innumerevoli tagli e spaccature nel corpo di A.S. La buona macchina sì, una macchina può essere buona, almeno quanto un uomo può essere feroce - aveva parato e preso su di sé i colpi diretti a Friedrich. E in un gorgoglìo di voce ancora se ne preoccupava: -- Non è nulla, Friedrich. Non c'è da avere paura.
Lo ripeté, poi con un sibilo tacque e si spense.
Sara, calpestando la macchia, s'avvicinò ancora. Friedrich ora la guardava. Il primo sguardo da mesi. Protendeva verso lei la mano e il cacciavite verde. Stringeva la parte metallica offrendo, il braccio sempre più teso, l'impugnatura dal colore intenso e trasparente. Da una parete lacerata una retta di luce traversava la stanza e la penombra. Il verde splendeva.

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