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I pescatori di perle

Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...
Di perle traduttorie, ovvero sviste, ovvero lucciole per lanterne, è pieno
il mondo dell'editoria italiana. Immagino lo siano anche i mondi editoriali
di ogni altra nazione. Creare una perla è un esercizio retorico involontario
al quale chiunque faccia questo mestiere deve prima o poi sottoporsi.
Inutile, è più forte di noi! :)
In base alla mia esperienza le perle si dividono in due categorie: quelle
illogiche e quelle che invece stanno in piedi. Un mio classico del secondo
tipo è il "Pulcino Morbido" che misi nella traduzione di A maze of death di
Philip Dick, cioè Labirinto di morte: il testo originale parlava di "Morbid Chicken", che significa "Pollo Morboso", ma nella beata ingenuità dei miei
anni d'apprendistato (il volume dell'SFBC che conteneva questo romanzo uscì
nel 1974) mi appariva così ovvio che "morbid" significasse "morbido"... (Per
chi se lo stesse chiedendo: sì, l'errore è stato corretto da me medesimo
nella ristampa di Fanucci.) E' palesemente una cantonata totale, però non
illogica, perché si trattava del nome di un mezzo di trasporto
interplanetario, una bizzarra astronave monouso, nel senso che si poteva
usare per un viaggio di andata ma non per quello di ritorno (come e perché
dovreste chiederlo a Dick, non a me); e il fatto che il gallinaceo fosse
morboso piuttosto che morbido non cambiava di una virgola il senso del
libro. Invece ad esempio chiedersi quanti clic manchino a New York, come
accade nella versione italiana di La notte del potere di Spider Robinson
("clic" è un termine slang che significa "chilometro") o dire che un cavallo
ha perso una scarpa (questa deliziosa e genialissima perla stava in un
vecchio "Urania" del quale non ricordo il titolo) è completamente illogico.
E' probabile che, avendo tradotto centinaia di libri, io di sviste ne abbia
prese più di quante mi sia poi reso conto; però ho sempre cercato di evitare
con tutte le mie forze l'illogicità. Se, come talora accade, in un libro
incontro una frase che mi appare del tutto illogica, e per quanto la giri e
rigiri da ogni parte resta sempre illogica, ne do comunque una traduzione
logica. Mi affido al buon senso e scrivo quello che nel contesto mi appare
logico. Magari avrò capito male, magari mi sarà sfuggito il vero senso della
frase, però almeno il lettore italiano non avrà un sussulto o una crisi di
tachicardia. Mi premuro di aggiungere, per tranquillizzare i miei tre
lettori, che da parecchi anni questo mi succede molto di rado, anche se è
un'eventualità che non si può mai escludere a priori.
Il punto è che certi traduttori (alcuni li ho conosciuti di persona) partono
dal presupposto di essere genii infallibili, sicché se non capiscono
qualcosa l'idiota di turno è sempre l'autore, mai loro. E così traducono
castronerie raccapriccianti... Per un traduttore questo è il tipo di
orgoglio più idiota che possa esistere. Io parto SEMPRE dal presupposto che
l'autore, chiunque sia, non sia fesso e che eventualmente il fesso di turno
sia io.
C'è da dire che a volte sono fessi pure gli autori. Molti anni fa tradussi
per mesi le storie gialle di Mike Shane scritte da Brett Haliday (si scrive così? Non mi ricordo mai se è Haliday o Holiday. Mah. Comunque ci siamo
capiti). Alcune erano molto belle, altre molto brutte. Secondo me si
trattava di vari autori che si alternavano sotto la stessa etichetta.
Comunque, in uno dei racconti c'era un tizio che moriva nei primi capitoli e
verso la fine, miracolosamente, resuscitava! Non seppi proprio cosa fare:
sia la sua morte sia la sua inspiegabile ricomparsa erano essenziali per lo
sviluppo della trama. Feci presente la cosa in redazione. Quelli si
grattarono la pera come me e alla fine non pubblicarono mai il racconto
perché nessuno seppe come cavolo aggiustare la situazione. Eppure in America
il racconto era uscito così... Ma, ripeto, la fesseria degli autori è
sporadica; quella di certi traduttori, endemica.
Adesso vi racconto la perla più fulgida che abbia mai incontrato in vita
mia. Nessuno l'ha mai letta in italiano perché l'ho eliminata io rivedendo
la traduzione. Sto parlando di un romanzo dell'orrore a mio giudizio molto
bello, La bambola che divorò sua madre, di un autore che non è certo facile da tradurre, Ramsey Campbell: ha uno stile potente ma molto, molto aggrovigliato. In casa editrice (Arnoldo Mondadori) erano già alle seconde
bozze, quindi a un passo dalla stampa. Solo che qualcuno mette per caso le
mani su queste seconde bozze, dà un'occhiata, e sentenzia: "Ma qui non si
capisce un razzo!" Aveva ragione; il traduttore non aveva capito niente.
Ramsey Campbell pareva ubriaco dalla prima all'ultima riga. Panico generale.
Alla fine telefonano a me, mi spiegano la situazione, e mi chiedono se sono
disposto a rivedere e riaggiustare le seconde bozze. Un lavoro dei peggiori,
perché da farsi in tutta fretta e cercando di contenere al minimo le
correzioni, trattandosi appunto di seconde bozze e non di un dattiloscritto
iniziale. Accettai un po' perché me lo chiese il mio grande amico Marzio
Tosello e un po' perché avevo letto anni prima quel romanzo in inglese, mi
era piaciuto moltissimo, e l'idea di lasciarlo uscire in una traduzione da
schifo mi straziava.
Era un macello. Ci lavorai su come un forsennato e praticamente riscrissi
tutto. In tipografia mi odiarono, ne sono certo. Tutto sbagliato dall'inizio
alla fine. Tanto per dare un'idea, chissà come, nelle prime pagine quelli
che erano fossati ai lati delle strade erano diventati case... Incomprensibile.
Ma la perla lucentissima, quella che ricordo a distanza di anni come fosse
ieri, la prova matematica della fesseria del traduttore, è questa: a un
certo punto c'è una scena in cui lei e lui, i nostri due eroi, vanno a
mangiare in un self service. I due sono salutisti o affini e da bere
prendono un bicchiere di latte. A un tavolo vicino, una signora che sta
mangiando guarda il latte e arriccia il naso. E' ovvio che il latte le fa
schifo, no? Ebbene, sapete cosa era stato tradotto? Era stato tradotto che
la signora INFILAVA IL NASO NEL BICCHIERE DI LATTE DI LUI! Così. E nessuno
diceva niente, nessuno batteva ciglio (intendo nel romanzo), come se fosse
perfettamente normale che in un self service qualcuno infili il naso nei
bicchieri di latte altrui.
Ecco. Quando vedi queste cose ti viene male. Io ho sempre cercato di non
farle, e spero di esserci riuscito (magari rendendo morbido quel che è
morboso, come no). Ad altri non è mai fregato niente essere logici...
 
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