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E' ancora possibile l'ucronia come genere? Il mondo moderno, la scienza e la tecnologia, non stanno smantellando uno ad uno tutti i capisaldi che hanno permesso all'ucronia di vivere? Vittorio Catani espone la sua opinione di autore in un quasi dialogo filosofico, a cavallo tra il saggio e la narrazione. (LF)
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Il testo che segue amplia e rielabora nella forma di 'racconto/saggio' un breve intervento da me tenuto il 1 maggio 1997 alla XXIII Italcon, San Marino, nel corso della tavola rotonda sul tema: "Ucronia. La storia e le storie possibili", cui parteciparono anche lo scrittore Errico Passaro e il giornalista Gabriele Marconi. |
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premessa
Questo non è un saggio, né un articolo. E nemmeno un racconto. O forse sì, nel senso che 'racconterò' comunque qualcosa, a volte con eventi e personaggi. Questo è in realtà una riflessione sulla possibilità e il senso di scrivere, oggi, delle ucronie.
Parlerò insomma di una morte annunciata, quella dell'ucronia.
Il nocciolo della mia idea parte da lontano, molti anni fa, dall'estate del 1996. Agli inizi la mia non era una tesi, e neanche una ipotesi vera e propria. Era solo una congettura (anche questo genere di elaborazioni ha illustri padri: pensate alla Congettura di Goldbach [1690-1764], secondo la quale ogni numero può essere scritto come somma di due numeri primi).
Comunque - scusate, a volte le associazioni vanno a ruota libera - la mia idea di partenza era questa: dagli anni Novanta stava diventando difficile scrivere ucronie. O almeno scriverle senza svuotarle del loro significato originale. Ciò, secondo me, per due motivi.
Nell'accingermi a compilare questo scritto, che ha avuto lunga gestazione, devo premettere chiaramente che esso, per il materiale adoperato, risulterà strettamente intrecciato con la mia storia personale. D'altro canto, se pure prescindesse da certi particolari eventi verificatisi - esso non potrebbe mai ignorare il mio vissuto. E' noto che Federico Fellini disse: "Io sarei autobiografico quand'anche filmassi la storia di un pesce".
Il fatto è che io, proprio io, so di avere un mio alter ego in un mondo ucronico. (O meglio: in molti, moltissimi mondi ucronici. Infiniti. Come li avete tutti voi, del resto). Di questo alter ego io conosco molte cose -- alcune di esse verranno fuori qui -- e anzi conosco proprio lui, in primis. Si chiama Boghaz e abita in una ucronia dove Italia e Turchia sono particolarmente legate, e lì noi parliamo entrambe le lingue e si è formato anche un dialetto italoturco. Lo crediate o no, io ho visitato per alcune ore questo universo. E la storia del mio breve ma intenso incontro con Boghaz è intimamente legata all'evolversi della mia 'congettura' sull'ucronia. Ma non precorriamo.
Devo aggiungere che la scelta del titolo per questo scritto tiene conto di questo insieme di concomitanze. Un titolo - qualcuno avrà notato - che riprende quello di una celebre raccolta di racconti (Di cosa parliamo quando parliamo d'amore) di Raymond Carver (1939-1988), il padre del minimalismo letterario statunitense. Credo che il mio fosse un atto dovuto.
Ma torniamo al tema: due motivi, anticipavo, per cui oggi è diventato impossibile scrivere una ucronia tradizionale; tipo - per intenderci - grandi opere quali La svastica sul sole di Philip K. Dick, Anniversario fatale di Ward Moore, o Pavana di Keith Roberts.
Il primo dei motivi che adduco è questo: nel mondo occidentale sta irreversibilmente mutando (è già irreversibilmente mutato) il concetto di Tempo, quindi anche di Storia.
di viaggi nel tempo e di universi alternativi
Tutto prese le mosse da una serie di conversazioni con Liza, colei che poi sarebbe divenuta la mia compagna. Era l'estate del '96, e spesso ci vedevamo nella mia villa, che è piuttosto piccola ma che non cambierei per nulla al mondo. Il patio si affaccia su uno splendido panorama della costa adriatica pugliese, a un centinaio di metri dal mare, e standosene comodamente seduti in poltrona nei caldi pomeriggi, si può godere - in pace, silenzio e nella frescura - il tramonto del sole su uno specchio azzurro. Liza scrive poesie, brevi e liriche, ed eccovene una a testimonianza di quei giorni: "Tramonti caduti / nel mare / e il sole rosso / che volevamo pescare."
"Liza", dissi in una di queste occasioni, "credo che l'idea di 'ucronia' sia tutta occidentale. Credo che le sue radici affondino nella nostra concezione deterministica della Storia e delle azioni del singolo."
Determinismo è una parola forte, giacché afferma che tutti i fenomeni dell'universo, anche quelli umani, sono il risultato necessario di condizioni antecedenti o concomitanti. In quel momento pensai anche che la gente ha imparato a convivere senza traumi, con questa incombente 'sovradeterminazione' che regolerebbe le nostre azioni, e lo aggiunsi. Liza commentò:
"D'accordo, ma cosa altro potremmo fare noi, se non rifletterci sopra... nel migliore dei casi? Magari soltanto per scaricare l'ansia da sovradeterminazione..."
Sorrisi. "Vero". Poi aggiunsi: "Per Jung, le nevrosi sono il sale della vita."
Questo lo richiamai perché sapevo che gli scrittori di sf spesso erano portati a riflettere oltre il semplice livello dei fatti narrati, allorché scrivevano ucronie; e forse era proprio un modo inconsapevole di scaricare costruttivamente l''ansia da sovradeterminazione'; immagino che, di riflesso, ciò accadesse anche per i lettori che le leggevano, se le amavano davvero e le 'vivevano' a loro volta.
Insomma l'ucronia si è sempre prestata, spesso indirettamente, a una serie di considerazioni - scusate il parolone - 'epistemologiche'. Voglio dire, il raffronto tra le diramazioni della Storia (una delle quali ci appartiene) ha sempre agevolato l'emersione di significati extraletterari. Ad esempio: nella dickiana Svastica io individuo temi quali l'indecidibilità del reale, la valenza di morte che accompagna ogni ricerca della verità, il potere, eccetera. Il senso di Pavana lo esplicitava nel testo lo stesso Roberts, allorché scriveva che la vita "è una danza, un minuetto o una pavana, con tutti i passi ben definiti", mentre gli uomini sono dei "burattini recitanti parti che non riusciranno mai a capire"... Effettivamente, in questo romanzo forte era l'incombere granitico di cause ed effetti, e senza meno i fatti storici in esso descritti risultavano strettamente concatenati.
Liza interruppe le mie riflessioni:
"Einstein, Hai presente cosa scrisse? Certamente lui vedeva il problema con occhi ben più attrezzati dei nostri. Fu uno degli indagatori della sovradeterminazione, e riconobbe apertamente che, anche in questo, era sovradeterminato egli stesso!"
Il dialogo continuò su questa linea, ma - lo preciso - non lo riporterò tutto, così come con parsimonia ne riporterò altri in seguito. Ripeto, questo non è un racconto vero e proprio. Ma ho voluto mostrarvi l'atmosfera in cui si avviarono e poi sarebbero maturati gli eventi.
Per concludere, rammenterò che altri pensatori hanno dichiarato di sentirsi oppressi da questo - per così dire - libero arbitrio condizionato; taluni invece di ritenersene addirittura 'sollevati' (e in effetti può risultare comodo provare un minor peso di responsabilità e di 'libere scelte' impegnative, quando si crede che certe nostre decisioni siano 'forzate'). Infatti il determinismo considera la Storia come una sequenza di eventi tale, che far 'saltare' anche un solo minimo anello significherebbe il crollo dell'intero castello (questa è la versione 'forte').
Ike - ma certo, il nostro amico Good Doctor Asimov - nella Fine dell'Eternità illustrava acutamente il procedimento basilare con cui gli Eterni modificavano la Storia: essi dovevano ottenere conseguire il MRO (Massimo Risultato Ottenibile) intervenendo mediante un MMN (Mutamento Minimo Necessario); insomma: alterare un dettaglio-chiave apparentemente 'insignificante' degli eventi quotidiani, doveva condurre negli anni - come un effetto valanga - alle conseguenze auspicate. Era un'arte vera e propria, questa attività degli Eterni. Il MMN, secondo Asimov, obbedirebbe anche a quell'universale principio di economia che è uno dei cardini della natura stessa
Magnifico, anzi unico sotto molti aspetti, La fine dell'Eternità. Non perfetto tuttavia come romanzo in sé, a mio modesto parere. E tuttavia: chi ci parla di certe cose, se non la fantascienza? Vi sono speculazioni, in questa letteratura, svolte in modi che appaiono intrinsecamente preclusi al mainstream.
La versione 'soft' del determinismo, invece, presuppone che le sequenze storiche non siano sovradeterminate in modo altrettanto ferreo. D'altro canto non va dimenticato che la storia è fatta anche, forse soprattutto, da movimenti economici e politici. La prima guerra mondiale nacque perché il 28 giugno del 1914 lo studente nazionalista Princip assassinò l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo? Forse. Ma è chiaro, il conflitto attendeva solo un pretesto per scoppiare.
Bene: a me appariva evidente come molte acquisizioni della scienza in vari settori interpretassero, in maniera mai prima così convinta, proprio la necessità o la volontà di infrangere l'idea di determinismo, forte o soft che fosse. Anzi, al riguardo, a partire dagli anni Ottanta io avevo cominciato a notare esempi che crescevano sotto gli occhi di tutti.
Uno di questi era il concetto di 'viaggio nel tempo' (VNT): in particolare il viaggio nel passato, deterministicamente destabilizzante per la conseguente messa in discussione di un pilastro del mondo, il principio di causa/effetto. Il VNT (nel passato) portava in sé, infatti, il germe della modifica non solo della Storia, ma anche - talora soprattutto - della storia minimale-personale del crononauta (a questo punto dovrei dire anche: "di cosa parliamo quando parliamo di viaggio nel tempo.") A incominciare proprio dal più classico esempio di paradosso temporale, quello 'del nonno': se torno nel passato e uccido mio nonno giovanissimo, io stesso non esisterei, e quindi non potrei ucciderlo, e quindi... All'infinito. (Ma un viaggio nel passato altera comunque il mondo: per il semplice fatto che il passato non più lo stesso, anche se il crononauta non ammazza nessuno...)
Orbene, pensavo: fino a pochi anni prima, l'idea di VNT era apparsa folle - o almeno trasgressiva - al punto che ben pochi oltre la ristretta cerchia degli estimatori di fantascienza erano stati disponibili a considerarla seriamente. A parte la gente 'comune' (col talora micidiale 'buonsenso comune'), anche e soprattutto gli scienziati: per costoro il VNT era un'astrusità se non demenza bella e buona. Addirittura noti autori sf, al di fuori dei loro racconti, restavano scettici sul VNT.
Eppure, a un dato momento l'idea di VNT era cominciata a penetrare nella comunità scientifica finché avevano fatto capolino scritti di studiosi di fama mondiale. Su "Le scienze" del maggio 1994 due ricercatori, David Deutsch e Michael Lockwood, avevano presentato l'articolo "La fisica quantistica del viaggio nel tempo"; e così via. Insomma: sia pure a un livello ancora congetturale, l'argomento non veniva più scartato a priori. Anzi.
Una sottile, indiretta erosione della vecchia idea di determinismo.
Strettamente connesso al VNT, era (ed è) il tema degli universi paralleli, o meglio 'alternativi' (UA). Sono anch'essi una scappatoia - a livello narrativo, psicologico, ma anche scientifico - tendente a ricreare una Storia e un luogo (anche un tempo, a ben pensarci) diversi. Si può senz'altro cavillare su affinità e differenze tra UA-VNT-ucronia; e anche il concetto di UA può essere sfruttato, in fantascienza, per riscrivere la Storia non soltanto a livello planetario ma strettamente personale. E come accennavo all'inizio, io ne ho vissuto una conferma diretta.
Come entrai in contatto con Boghaz, è quanto di più banale potrebbe sembrare in una sede come questa. Intanto vorrei ricordare, come premessa, che nel suo saggio L'interpretazione a 'molti mondi' della meccanica dei quanti (1973), Paul Davies riprendeva il seguente concetto elaborato anni prima da H. Everett e Bryce De Witt:
"Il nostro universo va concepito come qualcosa che si sta continuamente suddividendo in un numero incredibile di ramificazioni. Ogni transizione quantistica che avviene su una qualsiasi stella, in qualsiasi galassia, in ogni più remoto angolo dell'universo, scinde il nostro mondo locale in miriadi di copie divergenti di se stesso."
Ecco, a me accadde qualcosa, una notte. Ero nel pieno fervore intellettivo delle conversazioni con Liza su questi temi, e da essi così sovreccitato, che non dubitai un attimo su chi mi si fosse materializzato di fronte. D'altronde entrare in contatto con un altro universo, ucronico o meno, necessiterebbe di una scienza adeguata per cui chissà tra quanti decenni o secoli noi E allora?
La soluzione fu molto più ovvia. Se esistono le miriadi di universi ipotizzati da Davies, dev'esserci, per definizione, una Terra - anche simile alla nostra - in cui una 'macchina' specifica è stata già costruita.
Fu Boghaz a venire a me. Nel suo universo, benché per molti aspetti meno progredito del nostro, questo aggeggio esiste e si chiama ContAct (Attivatore di Contatto multidimensionale), e lui lo usò per trovarmi. Ero solo, Liza si era dovuta assentare dalla città. Verso le due di notte, in piena oscurità, fui aggredito da una luce violenta. Mi svegliai: nel nero della camera si delineava il profilo accecante di una porta e al centro c'era una sagoma, qualcuno rivolto nella mia direzione. Ebbi, come suol dirsi, un tuffo al cuore...
Ma forse il mio 'cuore' aveva già intuito.
Potrei richiamare altri concetti o eventi, sotto gli occhi di tutti, che sottilmente collaborano a minare il determinismo. Ad esempio le nuove bio-ingegnerie (nate per infrangere il determinismo del Dna, ovvero la 'storia' dell'individuo); o gli studi per risalire alla data di morte individuale attraverso l'analisi dei famosi 'telomeri'. A questo proposito mi parve interessante un'osservazione di Liza:
"Io non sarei mai disponibile a conoscere la mia data", disse. "Ti rendi conto? Mi troverei a essere ancora più sovradeterminata. Agirei, nel bene o nel male, in conseguenza di una ulteriore informazione in mio possesso... E di che genere!"
Fui costretto a convenire con lei. Già: può apparire un paradosso, ma non è detto che più informazione equivalga necessariamente a più autodeterminazione.
dei concetti di storia e di tempo
Ma poi, in che modo l'uomo si riferisce alla Storia? Si sono dimostrati efficaci gli approcci di volta in volta adoperati?
Io so solo che lo storicismo, e i vari metodi di indagine della Storia per cercare di trarne un senso complessivo, sono tutti miseramente falliti. D'altronde - per quello che qui mi interessa - detto in soldoni lo Storiografo scrive la Storia, o su di essa, 'interpretando' e collegando i fatti in base al suo personale mondo psichico, sottolineando l'importanza di singoli eventi. E mi pare chiaro che un resoconto storico, con tutta la buona volontà dello Storiografo, sia attendibile nella stessa misura in cui la stampa è imparziale.
Ma anche qui fu Liza a farmi notare: "Ciò che noi consideriamo come un flusso temporale monolitico - la Storia - è il risultato di elementi eterogenei: psicologici, convenzionali, sociali."
"Vero," convenni. "Ma sento che mi manca un anello al ragionamento." E di colpo, tutto ciò che avevo (avevamo) rimuginato fino a quel momento, si coagulò in una verità evidente.
La nostra visione di Storia si era sempre basata su una idea 'occidentale' del tempo: il tempo 'lineare', un'eredità giudaico-cristiana che interpreta il divenire come un insieme di eventi finalizzati al Grande Riscatto Finale. E che comunque prendeva le mosse da storici greci vissuti 2500 anni fa, quali Erodoto, Tucidide. Ma era ancora saldo e inamovibile questo modo di osservare il mondo?
No.
Non era da poco che in Occidente filtravano e attecchivano altre filosofie. La Grande Rete e la contemporanea globalizzazione (economica, finanziaria, soprattutto culturale), incrementavano il processo. Già a fine XX secolo, erano sempre in minor numero coloro che si riconoscevano nel tradizionale 'tempo unilineare' occidentale; molti guardavano con maggior interesse a quello 'circolare' o ciclico, degli eterni ritorni; o sperimentavano il 'tempo sospeso' dei santoni tibetani; o si interessavano al 'tempo del sogno' degli aborigeni australiani, secondo i quali "L'uomo bianco non sogna / lui va lungo un'altra strada / l'uomo bianco va in maniera diversa / la sua strada appartiene solo a lui."
E davvero il tempo dell'uomo bianco è sempre stato una 'strada' che egli ha percorso con la mente fissa solo alla 'linearità'. Ciò che gli europei chiamano 'passato' è, per molti aborigeni, sia il passato sia il presente.
E infine, diciamo la verità, nella società occidentale degli ultimi tre secoli - cioè a partire dalla famosa Rivoluzione Industriale - il tempo è stato identificato soprattutto con il dio denaro. Il tempo produce denaro! Cioè gli interessi. (basta avere... altro denaro, ovvio). Nel lontano 1951, Mack Reynolds scrisse un memorabile racconto, Interesse composto, in cui la Storia occidentale viene interpretata come risultato dell'attività di un crononauta che deposita in banca del denaro e poi torna a ritirare capitale più interessi dopo secoli, per investirli nella costruzione della sua macchina del tempo con la quale potrà tornare indietro per incominciare a raccogliere il denaro... eccetera. Un circolo realmente 'vizioso'.
Per l'Occidente, il tempo è stato insomma 'la tirannia dell'orologio'. Andava controcorrente Angelus Silesius, un poeta mistico del XVII secolo, quando scriveva: "Sei tu a fare il tempo / sono i tuoi sensi le lancette dell'orologio / arresta il bilanciere e il tempo non c'è più." Forse la vera realtà è un regno che trascende la durata, definito 'eternità' dagli europei, 'moksha' dagli indù, 'nirvana' dai buddisti.
Infine, pensavo, c'era il tempo dei quanti: un micromondo in cui transizioni, 'concretizzazioni', i 'collassi' concomitanti con le nostre misurazioni, avvengono in modo apparentemente improvviso o incongruo. Da tempo si era scoperto che i kaoni minano il principio di reversibilità di tutti i processi fisici fondamentali. I kaoni sono subparticelle molto instabili e con una breve vita media. Nel 1996 Russell Stannard, insegnante presso l'University College frequentato dal già citato Paul Davies, per spiegare certi strani comportamenti dei kaoni, in un suo articolo suggerì che essi potessero occasionalmente saltare in un universo dove il tempo scorre all'indietro, e poi tornare da noi. E c'è il cosiddetto 'effetto tunnel', noto fin dagli anni Novanta, constatato allorché alcune particelle attraversano una barriera: in questi casi si sono rilevate velocità apparenti fino a 1700 volte quella della luce. Qual è il trucco, se ce n'è uno, cosa succede al tempo in questi casi?
In definitiva cosa - continuo ancora a chiedermi - è, in realtà, il nostro tempo?
nel cuore dell'ucronia
Tutti questi elementi, gradualmente recepiti dall'immaginario collettivo, dal linguaggio corrente, dal modo di pensare e agire quotidiano, hanno contribuito a minare in modo irreversibile i nostri concetti tradizionali di Tempo e quindi di Storia...
"...E quindi di ucronia" conclusi una sera, rivolgendomi esultante a Liza. Ma subito intuii che era quasi il trionfo di un suicida. Eravamo sul patio, di notte. Dal mare sorgeva una luna rossa, enorme, riflessa sulle acque: un astro vagamente spettrale che provocava percezioni e desideri più acuti. Forse la luna era un sole della fine dei tempi che aveva dissipato tutte le sue energie, e noi nella nostra solitudine eravamo unici testimoni di uno panorama di desolazione, come il Viaggiatore nella Macchina del tempo di Wells... Mi riscosse Liza prendendomi una mano, e restammo così un bel po'. In realtà era difficile in un simile contesto riprendere il discorso, eppure per altro verso nessuno scenario sarebbe stato più adeguato a quella inquietudine.
"Hai pensato anche al 'tempo' dei nuovi media?" disse Liza più tardi.
Intuii che poteva essere un campo nuovo. Chissà, forse lei aveva ragione. Sarebbe valsa la pena ripensarci più approfonditamente.
A questo punto non saprei dire chi di noi due avesse la paternità di ciò che stavo indagando... No, l'elaborazione era mia. Liza mi dava degli input, ma preziosi.
Avvenne poche settimane dopo.
La sagoma esplose in questo universo delineandosi nella luce violenta di una 'porta' spalancatasi nella mia stanza buia, e avanzò decisa verso di me. Ero saltato sul letto, stupito ma stranamente non allarmato, insomma con un'intima sensazione premonitrice di assistere a un evento logico, inevitabile, consequenziale. Cercai di calmarmi, accesi la lampada sul comodino. Il suo volto si mostrò fiocamente ma inconfondibilmente.
"Sei tu" dissi, con un groppo in gola.
Ci squadrammo voracemente, a occhi sbarrati.
Lui sorrise. "Vieni", mi rispose. Il timbro... non so dire se fosse il mio, probabilmente gli somigliava, l'accento era diverso. "La soglia non può restare aperta a lungo."
Afferrai i vestiti sulla sedia e mi tuffai nella luce, con Boghaz.
Impossibile riferire qui punto per punto ciò che feci nelle poche ore che rimasi nell'ucronia di Boghaz. Eppure mi rendo conto che devo darne un'idea, è funzionale all'intero discorso. Sarò il più sintetico possibile, come si addice a uno scritto che non sia un racconto, ma neanche un saggio. Forse un'autobiografia.
La 'soglia' aperta da Boghaz sulla dimensione del mio universo si affacciava su una campagna che non esitai a riconoscere come pugliese, benché a rifletterci ci fosse da ridere. Che senso aveva, 'lì', una parola simile? Anche se quella zona si fosse chiamata Puglia, il termine 'pugliese' come l'intendevo io era sovrapponibile a quel contesto? Fino a due minuti prima, ignaro nel mio universo, mi sarei al massimo domandato se potesse mai esistere un mondo non reale tipo un'ucronia. Ora ne avevo la conferma. Ma cosa significa l'affermazione che 'esistono' mondi 'non reali'? E cosa fa sì che un oggetto, una persona, una qualità che in un altro mondo sono 'diversi', siano la stessa cosa? Le cose hanno un'essenza, cioè hanno alcune proprietà che rimangono costanti in tutti i mondi che le identificano? Se in un universo si verifica una catena di eventi, in un altro universo molto simile quegli stessi eventi si verificheranno quasi tutti 'necessariamente'? Se è così c'è quindi un determinismo di matrice - come dire - pluri-universale?
Per di più, se tutto ciò che è pensabile esiste 'da qualche parte', lo scrittore - quale che sia il genere narrativo praticato - non è più un inventore di mondi fantasiosi. La letteratura muore all'istante, sostituita da una legione di inconsapevoli - e forse immeritevoli - cronisti di eventi reali d'un imprecisato altroquando.
Non sapevo né so tuttora darmi risposte; inoltre inoltrandomi con Boghaz guardavo avidamente il paesaggio. La campagna sembrava la solita, con zolle grasse e scure, che da decenni pulsava nelle mie vene. Mandorlo, vite e... prima sconcertante estraneità nel familiare: un insolito olivo, non l'olea europea ma informi macchioni verdi, semiselvatici. Seguendo Boghaz sbucammo su una stradicciola che immetteva alla via asfaltata. Lui mi rincuorava con frasi energiche, voltandosi indietro appena sorridente. Era scuro e aveva qualche chilo più di me, capelli neri ondulati e grassi, lucidi occhi mobilissimi, volto vissuto.
Dalla periferia, quasi di colpo fummo in piena città. E non c'era dubbio: era Bari, che mai però si era offerta al mio sguardo in quella diversità di forme e colori negli edifici insolitamente bassi, e nella gente, una marea variopinta che quasi impediva di procedere. Scritte e insegne erano bilingui (ETLER/MACELLERIA), o solo in turco (LOKANTA su una trattoria, MÜZE per un museo). Per le vie transitavano carri, tram che a me parvero 'vecchi', cavalli, asini, muli, cammelli. Le vie laterali erano stretti vicoli ingombri di mercati all'aperto traboccanti di cereali, pesce, cesti, rifiuti. A volte arrivava un tanfo terribile, e Boghaz mi spiegò che fioriva la lavorazione artigianale delle sete. Finita la cottura dei bachi, le acque venivano gettate nelle fogne. Rivoli sporchi stazionavano sotto i marciapiedi, e probabilmente nelle caldaie maceravano ancora i rimasugli.
Salimmo su due malandati dromedari. Il tempo, già incerto, si guastò e cominciò una pioggerella sottilissima, quasi nebulizzata. In un minuto fummo fradici. Con l'unghia schiacciai un parassita sul dorso del mio cammello. "Ci dirigiamo a casa tua?" chiesi.
Boghaz annuì. "Poi andremo al porto", aggiunse. "Assisteremo alla partenza delle galee."
Naturalmente mi domandavo come lui fosse venuto a me, perché, e cosa stessi a fare lì. Le risposte sarebbero venute, dirette o indirette. Naturalmente, quell'ucronia - benché per certi versi più 'arretrata' rispetto al nostro contesto sociale - aveva realizzato macchine quantiche capaci di 'viaggiare' attraverso le dimensioni: Boghaz era - lui mi spiegò poi - semplicemente uno dei 'viaggiatori', un cosiddetto parâl. Parâl (cioè paralel più âlem, universo) era anche la denominazione di un ente di Stato che organizzava spedizioni extradimensionali con intenti esclusivamente scientifici. In altre nazioni esistevano equivalenti del Parâl italiano (anzi italoturco), sulla Terra una dozzina in tutto. E come mai lui aveva scelto proprio me?
La casa di Boghaz era nella stessa zona in cui, nel mio continuum, io avevo risieduto vari anni: eppure inevitabilmente era una zona diversa. Vidi la targa toponomastica: VIA KENDY. "Incredibile", esclamai. "Chi è Kendy?"
"Era un presidente della Federazione Nordamericana", disse Boghaz.
"Io" dichiarai "un tempo ho abitato in via Kennedy".
Boghaz aggiunse una cosa che mi lasciò confuso. "Inoltre, in turco kendy significa 'proprio', 'se stesso'."
La casa era un edificio basso decorato con maioliche dall'azzurro di cieli d'oriente, con disegni floreali. Per accedervi si transitava da un piccolo, raccolto orto coltivato ad agrumeto. "Parlami delle galee giù al porto", dissi.
Mi spiegò. Le navi all'ancora stavano per salpare verso le Terre Interne. Ciò, aggiunse, spiegava il gran movimento di persone in città. La folla arrivava da tutto il Sud, e dal Nord, per imbarcarsi. Queste Terre Interne dovevano racchiudere un significato particolare che non riuscii a decifrare dalle parole di Boghaz, il quale inavvertitamente scivolava spesso nella lingua turca. Perché partivano proprio da Bari? Semplice. Bari era stata fin dall'antichità, per tradizione, un tramite d'elezione verso l'Oriente. Per non dire dei legami 'popolari': San Nicola, ad esempio: era originario di una cittadina dell'Asia Minore, Patara. Nel 1087 le sue spoglie furono trafugate e trasportate qui, poi lasciate a riposare nella Basilica a lui dedicata. E la Madonna di Costantinopoli? Bari ne serbava le reliquie. Ma in quale momento c'era stata - pensavo io - la 'biforcazione' che aveva creato l'ucronia... Più o meno, dedussi delle notizie frammentarie di cui mi inondava Boghaz, in corrispondenza del 'nostro' anno 1922: dopo la dissoluzione dell'impero ottomano e la sconfitta nella prima guerra mondiale. Quell'anno la Turchia aveva vinto una guerra contro la Grecia. Nel contesto della politica di europeizzazione avviata da Kemal Atatürk -- a partire dall'imposizione dell'alfabeto latino -- si erano stretti patti economici e commerciali fra Turchia e varie nazioni, specie con l'Italia in quanto 'porta' tra Oriente e gli stati euro-occidentali.
Ricordo gli angiporti giù alla vasta marina, l'odore forte di pece, di pesce essiccato, alghe semimarcite; la gente malandata che si assiepava rumoreggiante in una babele di lingue, la ressa per salire a bordo. Tre enormi galee di legno scuro festonato da ventagli di sargassi, beccheggianti sul mare appena mosso del pomeriggio, quasi il tramonto, in una accecante luce dorata. Le grandi vele ammainate, sfiorate dalla brezza e dal sole. Gomene che venivano ritirate e attorcigliate, le grida di bordo, un grossa lampada a olio dondolante dalla fiamma rossastra. Ricordo Boghaz.
Lo ricordo a casa sua, a torso nudo dinanzi a me mentre diceva: "Naturalmente il principio di scelta degli universi da contattare, una volta aperta la soglia quantica, obbedisce anche a un meccanismo psichico. Se sono venuto a te, è perché in quel momento tu mi eri in qualche modo più vicino di tutti gli altri."
Pensai subito al mio intenso, quasi faticoso indagare degli ultimi tempi, proprio sulle ucronie. Sarà stato per questo, pensai. E Boghaz mi disse anche che, naturalmente, avrebbe fatto rapporto sulle mie reazioni nel suo universo. "Ma poi tu verrai nel mio?" gli chiesi.
"Certamente!" Sorrise. "Promesso. E' anche il mio lavoro. Tu e il tuo universo sembrate particolarmente in sintonia."
Tuttavia io stavo pensando ad altro. Scoprivo che Boghaz aveva una grossa cicatrice sul torace. "Cosa ti è successo?"
"Ah!" rise di gusto. "Sheitan! Una brutta caduta su una zappa, da uno stupido cammello!"
Sfiorai con le dita quella pelle tiepida (la mia pelle?), appena più scura, pensando alla mia identica cicatrice: un capitombolo, la seconda e ultima volta che montai un cavallo improvvisamente imbizzarrito. Mostrai la ferita sollevando lentamente la camicia, fissando Boghaz: lui se l'aspettava e sorrideva già. Nel suo sguardo intenso colsi la consapevolezza di esperienze significative che io non avrei mai posseduto, maturità, malinconia, determinazione. Ed ebbi una reazione che mi lasciò ancora più confuso: un violento stimolo di natura sessuale, che repressi all'istante.
A un tratto, sulla banchina traboccante di persone e sudore ci si avvide che le tre galee si stavano già muovendo. Le sirene ulularono, la folla rimasta a terra si sciolse disordinatamente sui moli, come formiche impazzite. "Indietreggiamo!" mi gridò Boghaz. La gente urlava, spintonava inferocita. Più lontano scorsi qualcosa scintillare sulle teste della gente: scimitarre, e lo schioccare di robusti nerbi.
Ma il grande serpente umano continuava a premere verso il mare. Alcuni si tuffarono senza esitazione, e si afferrarono al cordame restando pencolanti; i più deboli vennero spinti da coloro che sopraggiungevano e caddero in acqua. I corpi furono travolti nel risucchio rombante di eliche, nella schiuma rossa, sotto sguardi impotenti o incuranti. "Di là", gridò Boghaz poco distante. "L'orizzonte! Presto, è l'ora, può finire da un momento all'altro!"
Guardai.
Oltre le galee, dietro i pescherecci lontani e i catamarani, sopra la linea azzurra del mare, sembrava essersi materializzato nel cielo un inatteso palcoscenico, lontanissimo. Montagne perse dietro nubi ovattate, un'immensa città biancheggiante, vallate verdi... Non pareva affatto un'ectoplasma speculare della Puglia, riflessa magari per qualche arcano fenomeno ottico. Forse un'eco delle cosiddette Terre Interne? Le sponde dell'Oriente sognato che cova prepotente nell'animo di ciascuno di noi, o il paradiso fra Tigri e Eufrate? In mare i sopravvissuti continuavano a sbracciarsi verso le galee lontane, le prore puntate verso le terre del sogno.
"Poi?" chiese Liza quando rientrò da Napoli, un paio di sere dopo.
"Poi 'fine'. Ma lui... Boghaz, me l'ha detto: la porta quantica era stata regolata a tempo e stava per richiudersi." Eravamo dovuti rientrare precipitosamente nel luogo di 'entrata'. Mi ero immediatamente ritrovato nel punto dal quale mi ero mosso, la mia stanza, nello stesso preciso istante in cui ero 'partito'. Ora la mia vita possedeva circa otto ore di vita clandestine, mai catalogate nei registri spaziotemporali di questo universo.
"Allora verrà nuovamente a trovarti? Quando?"
"Non ne ho la più pallida idea", dissi. Liza aveva un volto suo malgrado incredulo, tuttavia la conoscevo e certamente non pensava che stessi vaneggiando. Ma per ciò che mi riguardava, sentivo che quella ucronia mi aveva in qualche modo scavato dentro. Già ne percepivo l'invalicabile lontananza come un'assenza, una perdita. Intuivo in quello strano mondo un messaggio ancora inespresso. Boghaz verrà, dissi.
E senza saperlo cominciai ad aspettarlo, giorno dopo giorno.
L'ho atteso per tutti questi anni.
Alle volte, in passato, pensavo che lui si sarebbe potuto materializzare qui l'indomani, o la sera stessa; immaginavo che nonostante i mesi, le dozzine di mesi intercorsi, magari nel suo continuum poteva essere trascorsa solo una settimana: dov'è scritto - ragionavo - che il mio (nostro) tempo e il suo debbano essere sincronizzati?
A volte la scomparsa sua e del suo mondo mi è pesata in modo doloroso, angosciante. Non sapevo dirmi perché.
Allorché accadeva questo, mi accorgevo anche che le mie elucubrazioni su ucronia e tutto il resto erano rimaste al palo. Forse perché rappresentavano una gran corbelleria, nulla di più. Fu in una delle volte che me ne rammaricavo a voce alta, con Liza, che lei mi interruppe per annunciare:
"Ho letto uno strano racconto, oggi. Ballard... Controtempo. Lo conosci?"
"Credo di sì" ricordai. "Una di quelle storie strane in cui il tempo scorre al contrario..." Una conoscenza risalente a molti anni prima.
"Racconta la vita di un certo Falkman: 'nasce' allorché esumano la sua tomba al cimitero, e la aprono. Portano a casa il cadavere. Falkman si sveglia, torna alla vita, riacquista colorito. Pian piano inizia il naturale tran-tran; trova lavoro. Il racconto lo segue per anni. Sposato, poi fidanzato; una sera perde dolorosamente per strada la sua ex compagna. Infine ne perde anche il ricordo. La conclusione, non espressa da Ballard, è implicita: Falkman 'nascerà' quando sua madre dovrà partorirlo (in realtà egli rientrerà nell'utero), e così via... L'autore tuttavia non fornisce una riga di spiegazione logica sul tutto. Secondo te, che senso può avere una storia simile?"
Stetti a rifletterci un po'. Dissi: "Mah... Ora che ricordo, è la stessa domanda che mi posi io quando lessi il racconto. E ancora non so rispondermi."
Improvvisamente però ebbi un'intuizione: "In fondo lui 'nascendo' muore, così come 'morendo' è nato. Forse Ballard raccontandoci la vita sostanzialmente anonima di Falkman ha voluto dirci semplicemente che la vita è sempre quella che è, da qualunque lato la si guardi e comunque la si rivolti."
E allora? Allora, sentivo che questa spiegazione poteva dirmi qualcosa anche sull'ucronia di Boghaz. Ammesso che un'ucronia 'reale' (non una storia inventata, come la Svastica e le altre) fosse lecito 'interpretarla'. Ma un momento: non ero giunto a immaginare che romanzi e universi alternativi fossero in realtà un'unica cosa? Forse da un'ucronia visitata si poteva trarre un senso 'extraucronico', così come si potevano rinvenire significati extraletterari in Pavana...
il 'tempo' dei nuovi media
Ma ho scoperto che il vecchio 'tempo lineare' dell'uomo bianco non è da contrapporre solo al tempo circolare o a quello del sogno, del nirvana, o del micromondo atomico. Liza una volta me l'aveva detto: "Pensa ai nuovi media".
Finché si trattava di teoria era un conto. Ma oggi è realtà.
I nuovi mezzi di comunicazione hanno avviato la globalizzazione per così dire 'globale': non circoscritta cioè a eventi economico-finanziari e di produzione di merce, ma estesa anche al sociale e alla psiche. Un esempio a portata di mano per coloro che scrivono (o leggono) è che da tempo assistiamo al tramonto dei generi narrativi: emerge un mix di fantascienza, giallo, 'noir', rosa, spionaggio, porno, 'classico', resoconto medico e/o scientifico, letteratura colta, western, romanzo storico, rielaborazione dialettale, fumetto, splatter, pulp, contaminazioni etniche, sceneggiato tv, spot pubblicitario...
La raffica di programmi, immagini, interpretazioni antitetiche, motivazioni commerciali, trasforma gli eventi della Storia in schegge senza tempo, intercambiabili, disponibili in video o in registrazioni perfette, reiterabili, mixabili, rielaborabili, personalizzabili a domicilio. Una marmellata in cui si annullano connotazioni peculiari e coordinate temporali. Di volta in volta furono, o sono, 'favolosi' gli anni '60, '70, '90. Per quali eventi? I più esteriori, i meno significativi. Talora per eventi 'montati', inventati.
L'avvento della realtà virtuale e delle registrazioni sensoriali (chi ricorda il film Strange Days?) sancisce l'atomizzazione definitiva, la diaspora della Storia. Possiamo 'vivere' esperienze di gruppo in simulazioni storiche, interagire nella battaglia di Waterloo o nel D Day, modificarne i dati di base, impersonare Hitler, divertirci a stravolgere il nostro continuum: non nuovi universi alternativi, ma smantellamento della realtà storica. Riscrivere gli eventi, mettere a confronto diretto Giulio Cesare con lo Zar Nicola II. Senza il supporto di una adeguata collocazione di fatti e idee - ma al mercato interessa la vendita del gadget storico, non La Storia - si erode la dimensione tradizionale, stratificata, del tempo della Storia.
"Interessante", disse Liza allorché le riportai queste considerazioni. E mi fece notare una cosa: "Ricorda quei romanzi di Harry Turtledove... Il ciclo della Invasione: un'ucronia contaminata da elementi del tutto non attinenti: un'invasione di alieni durante la seconda guerra mondiale, con intervento dei maggiori protagonisti storici di quelle vicende."
Era vero: da idee del genere si poteva trarre una specie di luna park dell'ucronia, forse divertente ma nulla più. Era chiaramente un segnale forte della situazione. Lisa aggiunse:
"Ascolta, ormai sono quasi cinque anni che continui a scavare nell'ucronia. Cos'altro vuoi dimostrare... che nessuno ne scrive, o ne scriverà più? D'accordo: consideriamola morta, punto e basta." Poi, tentativo evidente di cambiare discorso: "Domani ti arriva il nuovo computer, vero?"
Mi rivolse queste parole con voce senza inflessione, in un crepuscolo di fine primavera, mentre eravamo seduti sul solito patio. Ricordo che l'estate sarebbe venuta particolarmente arroventata.
Ormai, ogni volta che si sfiorava l'argomento Liza evitava con cura di alludere al mio viaggio nel mondo parallelo, divenuto quasi un sogno lontano, anche per me. Poi lei mi mostrò un'altra delle sue brevi liriche:
"Seduti sul molo / guardiamo le barche dipinte di fresco / e le reti distese nel sole. / Sembrava un giorno d'estate / e invece nell'ombra gelata / ancora un ricordo di neve".
Io sapevo bene cosa fosse, per me, l'ombra gelata.
Il mio nuovo computer...
Facile a dirsi: computer. Un vocabolo che non rende più l'idea. Dal latino 'computare': far di conto. Di questa macchina si è da tempo perso l'uso originale: essa è divenuta la più destabilizzante protesi di cui abbia mai usufruito la mente.
Ed è anche, credo, il colpo definitivo - quello della misericordia - all'ucronia.
Gli ultimi modelli, del terzo Millennio, ci fanno comunicare con ogni luogo del mondo davvero in tempo reale, la rete si è potenziata. Modificano e forse cancellano l'idea di 'attesa', 'ritardo'. All'interno della rete si vive un eterno presente. Simultaneità significa: vincere finalmente il tempo. Assenza di tempo. Dimenticarlo. Cancellarlo dalla memoria storica del cosmo. Mi incuffio, mi collego, vesto i sensori, mi dispongo psicologicamente (forse spiritualmente) al viaggio nei bit come a un'esperienza mistica, a occhi chiusi mi tuffo nell'oceano virtuale della rete. Dicono che questo non esista ma io ogni volta lo vedo fisicamente, mi ricorda il viaggio finale nei corridoi di arcobaleno in quel vecchio film di Kubrick: 2001. Mi riporta anche ai viaggi psichedelici anni Sessanta, al tunnel di luce di coloro che, già morti, tornano a vivere. Penetrando in questo nuovo universo - non 'alternativo' ma forse, dice Liza, l'unico 'vero' universo di cui disponiamo - io mi trovo a vagare sospeso in un non-tempospazio silente e vasto più del vuoto interplanetario, eppure zeppo di un chiacchiericcio assordante: sono tutte le voci del mondo. La tele-esistenza ci ha donato attributi divini: l'ubiquità - posso essere dovunque, contemporaneamente - la possibilità di essere onnivedente; di poter comunicare all'unisono con tutti (la tele-esistenza si apparenta a una comunione dei santi). Ma la tele-esistenza soprattutto ci dona la istantaneità.
Perché, infine, esiste anche il Tempo (il Tempo Zero) della Rete.
Che è milioni di volte più veloce del tempo biologico, eppure noi ci stiamo sforzando di emularlo altrimenti non saremo in grado di comprendere la rete stessa. "Il tempo è solo una dannata cosa dietro l'altra", ha detto qualcuno. Ebbene, in rete si può intravedere la famosa eternità, grazie all'accelerazione delle modalità percettive e logiche delle tecnologie informatiche.
Ma queste sono solo parole.
Ora sono immobile. Verso di me viaggiano elettronicamente milioni di informazioni, io le vedo e benché non mi sposti di un millimetro è come se fossi io a precipitarmi faster then light contro di loro. Sono un globe-trotter immobile, un io siderale che si dissipa nella vastità del sapere assoluto, accessibile tutto in una volta sola, istantaneamente (un istante eterno), non più sequenzialmente come il sapere tradizionale dei libri. Sono fuori del tempo in questo modo, mia cara Liza.
Ieri mentre ero sospeso in un limbo telematico immateriale che virava sul grigio, ho visto a milioni di anniluce un anello di un bianco purissimo, e schegge come diamanti colorati che mi correvano incontro in forme geometriche, platoniche. In me è nata una convinzione immediata: e ho scoperto perché ho perso per sempre Boghaz, il mio fratello mai troppo rimpianto, la mia controparte oscura, il mio inatteso complemento, parte intima e carne di me stesso. Ho creduto di capire. Non è potuto tornare, Boghaz, perché non ha più funzionato il suo meccanismo di sintonia psichica del Parâl con questo nostro universo, e il motivo è evidente: il mondo in pochi anni si è allontanato irreversibilmente dall'idea di ucronia, proprio quella che allora aveva provocato la risonanza. Addio per sempre, Boghaz.
Nel pensare a quella gente, disposta a farsi triturare da un'elica pur di andare verso un lontano miraggio sbiadito, ho creduto di intuire cosa rappresentava per me il suo mondo: come nell'oscura vicenda ballardiana di 'Controtempo', quali che siano gli universi il loro minimo comune denominatore resta sempre la condizione umana.
Credo che sia proprio così.
Ma forse, svanita l'ucronia a causa della morte del tempo, noi tutti ritroveremo la prigione degli eventi in giochi nuovi, terribili, e inimmaginabilmente diversi.
NOTA
L'episodio riguardante Boghaz è ripreso (e rielaborato) dal mio romanzo Gli Universi di Moras (URANIA N. 1120, del 9 febbraio 1990). Le due poesie sono di Elisa Robino.

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