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E se la rivoluzione industriale non fosse avvenuta nell'Inghilterra del diciottesimo secolo, bensì nella Polonia del tredicesimo? E se l'Europa feudale avesse respinto l'invasione dell'Orda d'Oro, sconfiggendo e ricacciando i mongoli nelle steppe asiatiche? E se la matematica moderna fosse stata fondata su un sistema numerico a base dodici? Per scoprire le risposte a queste e ad altre domande, sfogliamo insieme una delle più rocambolesche, briose e controverse saghe ucroniche degli ultimi anni: le avventure di Sir Conrad Stargard, cavaliere del tempo.
Se la qualità di un'opera letteraria si misurasse col metro delle emozioni che essa riesce a suscitare, dovremmo giudicare la saga di Conrad Stargard (autore Leo Frankowski, pubblicata in Italia dall'Editrice Nord) alla stregua di un capolavoro.
Peccato che le impressioni destate dall'opera suddetta spazino dall'ilarità scandalizzata (nel caso migliore) allo sdegno più profondo (in quello peggiore). Sì, perché l'opera di Frankowski è quanto di più pretestuoso, provocatorio, sciovinista, detestabile, maschilista, prevaricante e politically incorrect si possa trovare nel campo del romanzo ucronico.
Parliamone più in dettaglio. La trama della saga è quasi banale, nella sua linearità: Conrad Schwartz, giovane ingegnere polacco, si trova suo malgrado catapultato all'indietro nel tempo fino alla Polonia del tredicesimo secolo, ove se la dovrà vedere con le insidie del feudalesimo, della fame, delle pestilenze, delle invasioni barbariche, delle ordalie, insomma con tutto il simpatico background medioevale che i libri di Storia raccontano. Chiunque altro, è ovvio, soccomberebbe. Conrad no: con la sua perfetta padronanza della scienza e della tecnologia moderna (il nostro si rivela un autentico tuttologo) egli non solo diventa un ricchissimo feudatario, ma riesce a fare della Polonia una nazione industriale e una superpotenza militare, rendendola, in soli dieci anni, in grado di far piazza pulita dei suoi nemici storici (dai Mongoli dell'Orda d'Oro ai Cavalieri Teutonici).
La saga si compone di cinque romanzi: Le avventure di Conrad Stargard; Sir Stargard cavaliere del tempo; L'armata degli eroi; La valle del Massacro e L'ultima crociata di Conrad Stargard. La divisione in volumi separati appare assolutamente arbitraria, e rispondente a precise esigenze di mercato: di fatto, i cinque romanzi sono puntate consecutive della stessa vicenda, e si chiudono in modo da invogliare il lettore all'acquisto del successivo volume. Per altro, bisogna dirlo, l'intera saga è di facile lettura, scritta com'è in maniera assolutamente non impegnativa (Frankowski usa con abilità la tecnica narrativa del diario). Almeno i primi quattro romanzi si pongono sul medesimo livello, e rappresentano un passatempo gradevole (anche avvincente) a patto di non prenderli sul serio; il quinto è invece, visibilmente, uno stiracchiamento della storia, eseguito al fine di incassare ancora qualche diritto d'autore.
Esauriti i pregi della saga, passiamo ai difetti. Qui l'elenco è ben più lungo... A prima vista, la saga di Frankowski appare come un remake del celeberrimo Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain. Si tratta, tuttavia, di una somiglianza epidermica, e il confronto non può che andare a sfavore di Frankowski. Su una trama analoga, lo ricordiamo tutti, Twain aveva imbastito un intreccio intelligente, dissacrante, sferzante di satira sociale e senza peli sulla lingua, un romanzo che osava criticare (molto coraggiosamente, per i suoi tempi) l'epopea cavalleresca e tutto il medioevo (allora assai idealizzato sui concetti di onore e fedeltà) attraverso la derisione di figure epiche come Artù, Lancillotto e Merlino.
Frankowski non fa nulla di tutto ciò: quando analizza i connotati sociali della Polonia del tredicesimo secolo (e lo fa ben di rado, impegnato com'è su ben altri fronti), le sue conclusioni sono paradossali, allucinanti; in una parola, più realiste del re. Frankowski suppone che il suo protagonista, da bravo polacco del ventesimo secolo, sia ideologicamente un comunista... Eppure, alla prova dei fatti, costui si muove sguazzando tra privilegi nobiliari, partite di caccia, servitù e ius primae noctis come un maiale nel fango. Il messaggio sottinteso (ma neanche tanto) da Frankowski è che in fondo il feudalesimo non era malaccio, come sistema politico: l'importante era essere un nobile. Altro che libertà di parola, votazioni, democrazia: come ripete Stargard, la cosa migliore è comandare, e aspettarsi di essere obbedito!
Analogo discorso per i rapporti col sesso debole. In questo campo la visione di Frankowski si dimostra al livello (o più arretrata) di quella di un cavernicolo. Nel suo medioevo idealizzato, egli dipinge le fanciulle polacche (rigorosamente d'età compresa tra i tredici e i diciotto anni; nella saga non vi sono donne anziane... Che vengano soppresse alla maggiore età?) come graziosi animali domestici, docili e obbedienti, disposte a tutto pur di farsi scopare dall'aitante cavaliere di turno; egli le descrive invariabilmente come ochette felici di andare in giro nude e di farsi rinchiudere negli harem dei nobili, come esseri semplici con nulla in testa oltre ai quattro ferrei sillogismi: "Se è un contadino, schifalo", "Se è un cavaliere, dagliela", "Se è un nobile, portagli anche tua sorella", "Se vedi cavalieri che combattono, cadi in preda a eccitazione sessuale".
Frankowski si delizia della delicata ambiguità di questi concetti con profusione, finché anche il lettore più sciovinista e smaliziato non può fare a meno di accigliarsi. Il culmine viene raggiunto quando si scopre che, grazie all'ingegneria genetica, è possibile creare una razza di schiave perfette, dal corpo statuario e dall'intelligenza appena sufficiente ad aprire le gambe: le concubine ideali, che rendono obsolete le petulanti donne normali. Con queste femmine geneticamente perfette, infatti, è eliminata la fastidiosa incombenza di doverci parlare, prima e/o dopo averle scopate!
E che dire del rispetto per la Natura? Frankowski ha la sensibilità ambientalista di un bulldozer: per lui la cosa migliore che si possa fare con una foresta è spianarla per far posto alle fabbriche e alle ferrovie, il modo migliore di trattare gli animali selvatici è sterminarli con battute di caccia organizzate militarmente.
Ma non è neppure questo il punto più provocatorio della saga. In fondo, ognuno ha diritto alle proprie convinzioni... Piuttosto, ciò che rende detestabile l'opera di Frankowski è l'impostazione patriottico/vendicativa della sua ucronia. Diciamolo francamente: i polacchi non hanno mai contato granché, nella Storia. Nati come nazione civile relativamente tardi, hanno sempre dovuto subire le angherie dei potenti vicini, che fossero russi, mongoli, tedeschi o austriaci. Le cronache della Polonia sono state un susseguirsi di guerre perdute, invasioni, saccheggi, deportazioni, rivolte soffocate nel sangue e colonialismo (anche culturale) subìto; popolo di emigranti quasi quanto gli italiani, i polacchi sono stati sfruttati ed emarginati anche fuori dalla patria, così come è successo ai nostri compatrioti... Forse anche peggio, visto che in America, ad esempio, sono di moda le barzellette sui polacchi, triviali come da noi quelle sui carabinieri...
Stendhal sosteneva che l'immorale felicità che gli italiani provano nel vendicarsi rientra nella forza d'immaginazione del nostro popolo. I polacchi, a quanto pare, non hanno nulla da invidiarci, nell'arte di coniugare vendetta e immaginazione... Frankowski, difatti, si rivale in modo abominevole, impostando la sua Storia alternativa così da raddrizzare ogni torto patito dalla sua gente nel corso dei secoli.
Qualche esempio... Le cronache medioevali ricordano che i mongoli dell'Orda d'Oro hanno devastato la Polonia sterminando i cavalieri cristiani e mettendo a ferro e a fuoco Cracovia? Be', nel mondo di Stargard le cose vanno in modo ben diverso: si mettono in campo armi moderne, piroscafi, aerei e mitragliatrici, e i mongoli vengono fatti a pezzi, sterminati senza pietà.
Gli americani di oggi deridono i polacchi dicendo che fanno tutto al contrario? Be', nella realtà alternativa creata da Frankowski sono proprio le impostazioni "al contrario" dei polacchi (le mappe geografiche con il Sud verso l'alto, gli aerei con la cloche invertita, ecc.) a imporsi nel mondo. Addirittura, l'abitudine medievale polacca di contare "per dozzine" viene resa universale con la creazione di una numerazione algebrica su base dodici, che presto sostituisce il sistema decimale (millenario, ma non-polacco, dunque eliminabile).
La lingua polacca è praticamente sconosciuta, al giorno d'oggi? Be', nel mondo di Stargard tale ingiustizia storica viene sanata: il polacco diviene la lingua della scienza e della cultura, prendendo il posto che nel nostro mondo è occupato dall'inglese.
Soprattutto, la vendetta di Frankowski si abbatte sui tedeschi. L'odio che lo scrittore polacco prova nei confronti del popolo e della cultura germanica è impressionante, e nel corso della saga di Stargard viene ribadito in ogni occasione possibile, anche con pretesti francamente risibili. C'è da dire che, in questo caso, il risentimento di Frankowski è comprensibile, visto ciò che i tedeschi hanno fatto alla Polonia durante il secondo conflitto mondiale...
La vendetta dello scrittore polacco si abbatte contro gli antenati degli odiatissimi prussiani, i Cavalieri Teutonici, detti anche Cavalieri della Croce. Quest'antichissima casta di monaci-guerrieri (immortalati in campo cinematografico dal celeberrimo film Alexander Nevskij) viene dipinta come composta di omoni rozzi, selvaggi, sanguinari e puzzolenti (in contrasto con la pulizia del tipico polacco medioevale, che notoriamente nel tredicesimo secolo si lavava tutti i giorni, possibilmente mentre una servetta nuda di tredici anni gli insaponava la schiena). Orrore degli orrori, viene rivelato come i Teutonici usino vendere ragazzini come schiavi ai sodomiti turchi (i quali turchi, si suppone, sono sodomiti per necessità, visto che tutte le servette di tredici anni li schifano per correre a farsi scopare dai cavalieri polacchi). Come ultima perla, affinché non sorgano dubbi sul vero destinatario dell'odio di Frankowski, il cavaliere teutonico con cui Stargard si batte personalmente si chiama Sir Adolf (ricorda qualcuno?)
Contro i teutonici, dicevamo, il contrappasso ideato da Frankowski, quanto a crudezza e truculenza, è degno del miglior Dante Alighieri. Nell'ultimo libro della saga gli odiatissimi Cavalieri della Croce vengono sterminati, dal primo all'ultimo, bombardando con getti di gas asfissiante la città ove sono rifugiati (ricorda ancora qualcosa?). Una scena gelida e terribile; ci si aspetta quasi che Frankowski/Stargard commenti soddisfatto, di fronte al massacro: "Adesso fatevi una bella doccia, tedeschi bastardi! Har har har!".
E' a questo punto che nel lettore sorge il sospetto... E se l'intera saga non fosse altro che uno sfogo terapeutico per le frustrazioni di Frankowski? Se il suo scopo si concretizzasse nel vendicare le frustrazioni patriottiche, l'insofferenza verso le battute sui polacchi, le insoddisfazioni sessuali dello scrittore? "Vendete le vostre nevrosi!" diceva Stephen King... E se fosse proprio questo il senso ultimo dell'operazione di Frankowski?
Ma non terminano qui, per il lettore, i motivi per sentirsi a disagio di fronte alla saga di Conrad Stargard. I "deus ex machina" escogitati da Frankowski, infatti, sono talmente inverosimili da risultare offensivi all'intelligenza di chiunque, persino a quella di un villico del tredicesimo secolo. Per cinque interi romanzi tutto riesce facile al protagonista: egli non ha problemi con la lingua (notoriamente, dal tredicesimo al ventesimo secolo gli idiomi europei non sono cambiati affatto!); maneggia con disinvoltura la spada e cavalca alla grande (pensate che fortuna, aveva seguito un corso di scherma all'università, e l'equitazione era il suo sport preferito!); ha conoscenze scientifiche impressionanti, dalla metallurgia all'agraria, dalla chimica alla cartografia, dalla zootecnia all'architettura (perché stupirsi? Gli ingegneri sanno tutto, no?); viene sbalzato nel passato insieme con una buona scorta di sementi introvabili nel medioevo e che gli saranno utilissimi (guarda caso, li aveva appena comprati!).
Insomma, questo sir Conrad è più fortunato di Forrest Gump. Mai qualcosa di storto, mai un imprevisto, mai una donna che gli si rifiuti, mai un nemico che sia meno sfigato del coyote dei cartoni Warner Bros. E quando infine si scopre che l'inventore della macchina del tempo cui si deve la biforcazione temporale è il cugino di Stargard (non poteva essere che un polacco, no?) la sensazione di essere presi per il sedere diviene invincibile.
In conclusione, la saga di Frankowski si configura come il corrispettivo letterario di Sgarbi Quotidiani. Se il vostro scopo è farvi provocare, di assistere a dissertazioni pretestuose e scioviniste, di godere nelle vendette anche postume e negli attacchi gratuiti e volgari ai nemici, leggete pure con fiducia i cinque volumi di Conrad Stargard; se invece ciò che cercate è un buon romanzo ucronico, con una trama seria, un intreccio solido e credibile... be', cambiate libro: perderete qualche servetta nuda di tredici anni ma, credetemi, guadagnerete in tutto il resto.

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