di
Maurizio Nati

Speciale Ucronia
The Man in the High Castle


La Svastica sul Sole di Philip K Dick è forse l'ucronia maggiormente nota. Maurizio Nati, fondatore alla fine degli Anni Settanta della mitica rivista "Fantascienza Ciscato", uno dei più attenti studiosi dell'opera di Dick in Italia legge questo romanzo come momento cardine della storia narrativa dell'autore americano, a cavallo tra mainstream e fantascienza. (LF)

Philip K. Dick
"Ho fatto sette anni di ricerche per La svastica sul sole. Sette anni di ricerche: mi ci sono voluti sette anni per raccogliere il materiale sul nazisti e sui giapponesi. E questa probabilmente è la ragione per cui è un romanzo migliore di molti altri scritti da me: sapevo di che cosa stavo parlando" 1.
Così Philip K. Dick sul suo romanzo forse più celebrato, di certo quello che per primo gli ha assicurato la notorietà, comunque il solo che abbia vinto un premio di rilievo (lo Hugo nel 1963): The Man in the High Castle (La svastica sul sole), storia ucronica per eccellenza ambientata in un presente alternativo in cui le potenze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il mondo, Stati Uniti compresi. Credo che tutti conoscano il libro, almeno per sommi capi, e quindi non mi soffermerò sui dettagli della vicenda, peraltro vicenda di uomini più che di eventi storici, anche se le numerose allusioni disseminate nel romanzo consentono al lettore una ricostruzione abbastanza completa del nuovo quadro storico.
Se la citazione corrisponde a verità si tratterebbe dell'unico caso, a quanto mi risulta, di una ricerca bibliografica nel quadro dell'intera produzione dickiana. Che è spesso frutto di letture vaste, voraci e forse un po' disordinate, nonché di una forte tendenza all'annotazione, ma che solo in questo caso prenderebbe forma sulla base di un progetto meditato ed elaborato nel tempo.
Curiosamente, tuttavia, lo stesso Dick sembra smentire questa affermazione in un'altra intervista, coeva alla precedente, nella quale sostiene che "Non avevo appunti, non avevo niente in mente, a parte quell'idea che da anni volevo mettere per iscritto, dove la Germania e il Giappone avevano sconfitto gli Stati Uniti" 2.
Sutin, biografo pignolo e documentato, sembra confermare la cosa ma senza precisarne la collocazione cronologica, dicendo che quando frequentava il liceo "Phil acquisì una discreta conoscenza della lingua tedesca che gli sarebbe stata utile la sua autonoma ricerca effettuata negli archivi bellici nazisti presso l'Università di Berkeley costituisce l'ossatura vitale de La svastica sul sole" 3.

E' singolare anche la genesi del romanzo, nato per reazione alla noia verso la fine del 1960, forse agli inizi del 1961. Lo racconta lo stesso Dick. "Non ero felice. Non mi piaceva fabbricare gioielli Decisi di fingere che stavo scrivendo un libro Mi sedetti e cominciai a scrivere, solo per liberarmi da quella faccenda dei gioielli" 4. In quel periodo della sua vita, Dick aveva smesso di scrivere e si dedicava, senza reale interesse né talento, a lavoretti di gioielleria artigianale seguendo l'esempio della moglie, Anne. L'esperienza, seppure infelice, della creazione di gioielli verrà riversata nel romanzo, e ne diventerà uno dei momenti più significativi.
Comunque siano andate le cose, la ricostruzione del complesso meccanismo che portò all'ascesa della Germania hitleriana, nonché l'analisi del significato più profondo dell'ideologia nazifascista, unite ad una conoscenza già sufficientemente approfondita della cultura e della religione orientale, consentono a Dick l'estrapolazione di un futuro alternativo probabile, e la descrizione di un'America mortificata e sgomenta che sembra aver perso la propria identità.
L'ipotesi ucronica di una nazione americana sconfitta nella seconda guerra mondiale e divisa in due sfere di influenza (ad oriente i nazisti, ad occidente i giapponesi), separate da una vasta e dimenticata terra di nessuno, risulta in effetti sufficientemente attendibile, malgrado qualche critica peraltro tutta da verificare 5, e si trasforma curiosamente in una specie di ribaltamento ideale: da colonizzatori gli Stati Uniti sono diventati colonizzati.

Tuttavia non si deve commettere l'errore di considerare tutto ciò come un mero artificio intellettuale, una cornice, un pretesto finalizzato all'unico obbiettivo di esercitare la fantasia, come capita spesso in fantascienza. In questo caso la cornice fa parte del quadro, perché l'approccio di Dick è come al solito globale: solo in questo modo possono convivere le sue angosciate osservazioni sull'uomo con le sue personalissime riflessioni sul significato della storia in un paese che di storia ne ha poca, e quella poca l'ha trasformata in una sorta di religione dove si coagula l'intera identità del popolo che lo abita.
Dunque il testo primario, come lo definisce Carlo Pagetti 6, cioè quello in cui l'Asse ha vinto la guerra, è la condizione necessaria per l'avvio del meccanismo narrativo. E' l'Inferno nel quale Dick si addentra senza nemmeno il conforto di una guida. "Per me scrivere è stata una catarsi" 7, afferma, dopo aver sottolineato l'estremo disgusto provocatogli dalla necessità di doversi immergere in una realtà sgradevole come quella nazista. Sgradevole al punto che la sola idea di riprendere in mano la materia per un seguito più volte progettato e poi appena abbozzato nei due capitoli iniziali (ventidue pagine scritte, a quanto afferma Sutin, nel 1964) 8, gli procurò una grande sofferenza. "Questo è anche il motivo per cui non ho mai scritto un seguito: è troppo orribile, troppo spaventoso. Ho provato diverse volte a scrivere un seguito, ma dovevo tornare indietro e documentarmi sui nazisti, e non me la sono sentita" 9, spiega Dick, e ancora "Già prima di fare la ricerca pensavo di odiare quella gente, ma dopo averla fatta mi sono creato un'entità che avrei odiato per tutta la vita: il fascismo" 10. In realtà Dick non abbandonò mai l'idea di dare un seguito al romanzo, se non altro per risolvere quel finale aperto che sembrava messo lì a bella posta proprio in vista di un sequel (pratica peraltro del tutto assente nell'intera produzione dickiana, ma può darsi che la tentazione di sfruttare il successo del libro lo abbia anche sfiorato), ma col tempo la cosa gli si trasformò fra le mani in qualcosa del tutto diverso, fino a sfociare in quello straordinario monumento di schizofrenica lucidità che è Valis (attraverso il passaggio obbligato di Radio Free Albemuth) 11. Sarebbe stato bello, tuttavia, conoscere il destino dei protagonisti, quasi tutti abbandonati da Dick in un momento topico della loro esistenza (come è giusto che sia, perché non c'è mai soluzione di continuità nella vita). Possiamo solo fare delle ipotesi: il signor Tagomi forse sopravviverà, ma di certo non sarà più la stessa persona; Juliana forse tornerà da Frank, e Frank continuerà probabilmente a creare gioielli; Childan farà tesoro dell'esperienza con Paul Kasoura; Baynes non rinuncerà alla sua lotta contro il mostro nazista, condannato all'autoannientamento dalla propria stessa ingordigia. E Abendsen? Qui la risposta è più difficile. Potrebbe soccombere, perché è in fondo una vittima sacrificabile (pur se la testimonianza del suo romanzo rimarrà); ma potrebbe anche trionfare, e magari scrivere altri romanzi, sotto il nome di uno dei suoi alter ego: Philip K. Dick, Horselover Fat eccetera.
Ma per tornare alla realtà del libro, perché scegliere questa dolorosa invenzione, questo stravolgimento della storia che sovverte la placida sicurezza di una supremazia ormai consolidata in favore di un'ipotesi del tutto opposta, che relega la nazione americana in una posizione di umiliante subordine di fronte a quella che, a tutti gli effetti, per Dick è l'incarnazione del male? La risposta è semplice: perché questo è un libro sul male, e per conoscerlo davvero Dick doveva necessariamente mettersi dalla parte di chi lo subisce e lo soffre sulla propria pelle, in quel processo di immedesimazione con le proprie creature che è così inconfondibilmente dickiano.

Tutti i protagonisti del romanzo devono affrontare il male, e qualche volta devono anche commetterlo. Il male metafisico, astratto, ma anche il male concreto, quotidiano. Ciascuno lo affronta e lo vive a modo suo. Il signor Tagomi, buddista devoto e condizionato dal dualismo taoista, non è in grado di accettare l'idea di un principio maligno predominante: "Questo è il male! E' concreto, come il cemento. Non posso crederci. Non lo sopporto. Il male non è un modo di vedere E' qualcosa che fa parte di noi. Del mondo. Che ci viene riversato addosso, filtra dentro i nostro corpi, le nostre menti, i nostri cuori, dentro l'asfalto stesso" 12. E alla fine, quando è costretto ad uccidere due soldati per salvare la vita di Baynes, e si rende conto che il suo castello di certezze si sta sgretolando, cerca conforto ne I Ching: "L'oracolo metterà chiarezza in tutto ciò. Perfino questa schiatta di gatti impazziti che è la Germania nazista è comprensibile per l'I Ching" 13. Ma il colpo è troppo forte per lui. Baynes se ne rende conto immediatamente: "Per salvare una vita, il signor Tagomi ha dovuto prenderne due Un uomo mite come il signor Tagomi potrebbe impazzire per le implicazioni di una simile realtà" 14.
Frank il male lo vive in primo luogo sulla pelle, da ebreo. Ha dovuto rinunciare alla propria identità, ha perso il lavoro e la moglie, forse anche il rispetto di se stesso; inorridito dalle aberrazioni del mondo che lo circonda, travolto dagli eventi, ha sviluppato una fiducia quasi cieca nell'oracolo, che gli rimanda l'immagine rassegnata di se stesso. "Sono troppo piccolo, pensò. Posso leggere solo quello che è scritto, alzare lo sguardo e poi abbassare la testa, e tirare avanti come se non avessi visto niente" 15.
Juliana convive già dall'inizio con il pensiero della morte e dell'annientamento. "Non si è suicidato annegandosi durante una traversata oceanica? Forse dovrei farlo anch'io Uno spillone infilato attraverso la camicia, e addio Frink." 16. Il destino le porterà il male proprio fra le braccia, nella persona di Joe Cinnadella, che all'inizio alimenta i suoi sogni di riscatto, solo per distruggerli subito dopo. Juliana, dopo aver meditato davvero il suicidio, ucciderà Joe quasi in trance salvando, almeno per il momento, la vita di Abendsen.
Robert Childan scopre il male dopo averlo avuto sempre attorno e dopo aver sempre fatto finta che non esistesse. Il male dell'arroganza, della sopraffazione. La colonizzazione giapponese è meno efferata e crudele di quella tedesca ma più sottile e umiliante. Il prezzo da pagare non è la vita ma la stessa identità culturale. Childan ne prende atto quasi con stupore: "Io non posso farci niente. Non posso vendicarmi di tutto ciò; noi siamo sconfitti e le nostre sconfitte sono come questa. Così impalpabili, così delicate che riusciamo appena a rendercene conto" 17. Paradossalmente, nel momento stesso in cui acquista consapevolezza della sconfitta, Childan riscatta la sua vita meschina al servizio degli occupanti.
Baynes/Wegener è il più consapevole della presenza del male nel mondo alternativo della Svastica. Ne avverte la presenza lucidamente, con distaccata razionalità, anche se non riesce a definirne i contorni. "E' un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E quanti di noi lo sanno?" 18, e più avanti, dopo il suo ritorno in Germania, "Il tremendo dilemma delle nostre vite. Qualsiasi cosa succeda, è male al di là di ogni confronto. E allora perché lottare? Perché scegliere? Se le alternative sono sempre le stesse " 19.
Joe Cinnadella è in qualche modo il male sotto mentite spoglie, ma è anche l'uomo vittima di una logica perversa di annientamento che scaturisce dall'ottusità della guerra, il carnefice inconsapevole manovrato da poteri al di là del suo controllo e della sua comprensione, un semplice Befelhlträger, un esecutore di ordini passivo e troppo sicuro di sé che non esita a calpestare i sentimenti di Juliana pur di raggiungere il suo scopo, e giustamente soccombe.
Abendsen, infine, isolato nel suo simbolico castello, il male lo combatte raccontando una storia che nessuno conosce e che forse non è mai avvenuta, ma che prende singolarmente vita nelle pagine del suo libro, i cui foschi frammenti evocano l'immagine del mostro sconfitto ma non cancellato dal mondo.
Il male, dunque, si offre alla percezione del lettore in tutte le sue manifestazioni più vistose: la guerra, la violenza, la sopraffazione, l'inganno, la morte. E' talmente tangibile, la sua presenza, da suscitare in certi momenti un senso di soffocante oppressione, di dolorosa inevitabilità. Come sempre, i personaggi del libro costituiscono il tramite fra Dick e le categorie mutevoli della realtà; condividendone le sofferenze, seguendoli quasi amorevolmente nel loro tormentato itinerario umano, Dick riesce ad esorcizzare le sue stesse paure e arriva ad offrirci un messaggio che, a dispetto delle premesse e qualche volta delle conclusioni, non è così pessimistico come sembra. Da qualche parte c'è sempre la luce per quanto fioca del riscatto.

Le sue riflessioni sull'uomo, alla luce peraltro di una maturità sorprendente per un autore di appena 34 anni, in questo notevole romanzo vanno tuttavia di pari passo con le sue riflessioni sulla storia. Si è già visto come la scelta di un presente alternativo costituisca per Dick non un mero espediente letterario bensì un'esigenza dettata dalla necessità di mettere alla prova se stesso e le sue creature con una realtà diversa ma pur sempre riconoscibile, per studiarne il comportamento e verificarne le reazioni. L'indagine, tuttavia, non si ferma a questo. Il divaricamento storico che ha portato ad un presente alternativo al nostro, infatti, pur rifacendosi nell'assunto a una tradizione piuttosto consolidata in fantascienza, viene letto da Dick in modo del tutto personale; non solo gli offre l'occasione per tornare su una delle sue ossessioni preferite, e cioè l'impossibilità di attribuire una valenza oggettiva alla cosiddetta realtà condivisa, ma lo stimola anche ad un approccio inconsueto al significato che normalmente si attribuisce alla storia.
Non più certezza immutabile, la storia diventa in questo romanzo una categoria variabile del reale, che l'uomo può modificare a suo piacimento: non solo riscrivendola (come fa Hawthorne Abendsen nel suo misterioso romanzo The Grasshopper Lies Heavy, e in questo caso non importa che la verità stia da una parte o dall'altra, cioè che la guerra l'abbiano vinta gli Alleati o le potenze dell'Asse: quel che conta è che possono esistere almeno due realtà storiche diverse, nessuna delle quali è in grado di dimostrare la propria veridicità), ma anche manipolando gli oggetti che della storia dovrebbero essere la conferma indubitabile.
Robert Childan vende inconsapevolmente oggetti d'antiquariato falsi, Frank Frink ne fabbrica, ma solo un occhio esperto se ne può rendere conto. Agli occhi di un profano essi sono comunque testimonianze autentiche della storia, perché tale è il valore che ad esse qualcuno ha attribuito. Il concetto viene espresso con arguta lucidità da Wyndham-Matson quando spiega il concetto di storicità alla sua compagna mostrandole coppie di oggetti uguali ma di diversa rilevanza storica: "La storicità è nella mente, non nella pistola dovrei dimostrartelo con qualche documento. Una dichiarazione di autenticità. Perciò tutto è un falso, un'illusione di massa. E' il documento che dimostra il valore dell'oggetto, non l'oggetto stesso" 20.
Così anche la storia può essere una mistificazione, e noi non possediamo gli strumenti per smascherarla. Una storia mistificata è priva di coordinate condivisibili dalla collettività, e dunque è un non-valore. Occorre quindi individuare altri valori non manipolabili: l'arte è uno di questi, anche nelle sue forme più semplici e modeste, e la spilla creata da Frink si trasforma in strumento di comunicazione universale, nonché via di collegamento fra due mondi (quello della Svastica e quello della Cavalletta), perciò punto fermo in un universo illusorio e mutevole. Il signor Tagomi ne sarà testimone in una memorabile scena di straniamento temporale.
Nello stesso tempo, però, anche La cavalletta racconta una storia mistificata, e così Abendsen diventa singolarmente l'altro piatto della bilancia, l'elemento necessario a ristabilire l'equilibrio. Come scrive acutamente Pagetti "Nell'universo impazzito in cui la Germania si è impadronita dell'America del Nord l'unico atto di salvezza può venire da un romanzo stravagante e assurdo che riscrive la Storia" 21. Per questo il romanzo di Abendsen è bandito, e il suo autore ricercato dalle autorità naziste: non perché racconti una verità (in questo caso la verità storica è elemento opinabile, e non ci può essere un'interpretazione che prevalga sull'altra) ma perché interviene a spezzare l'immobilità e l'immutabilità imposta dal dominatore di turno, suscitando il legittimo dubbio circa la sua reale consistenza e mettendo in discussione la sua stessa realtà. Se esistono due storie, ne possono esistere anche tre, quattro, infinite, e nessuna di esse può arrogarsi il diritto di essere l'unica, né quindi può imporre le proprie regole.
In altre parole l'irrazionale irrompe e sconvolge l'ordine fittizio che ha fagocitato le coscienze imponendo una verità di facciata, non verificata e non sperimentata. Saperne cogliere il messaggio, e il senso, significa trovare la propria verità, rinunciando nel contempo all'illusione di verità universali.
E ancora. La realtà alternativa proposta dal romanzo nel romanzo di Abendsen non è il prodotto di chi l'ha scritto materialmente. E' stata in qualche modo suggerita al suo autore da I Ching, l'oracolo che è sua volta il prodotto di una serie di successive stratificazioni culturali accumulate lungo l'arco della storia per un periodo di cinquemila anni (e per di più espressione della cultura cinese, non giapponese: singolare e voluta commistione, volta a rafforzare il concetto di appropriamento ideologico di cui si diceva). Anch'esso, infatti, non propone verità assolute: offre solo allusioni ambigue e nebulose, in un rapporto rigorosamente esclusivo con il suo interlocutore, dal quale esige una mente umile e ricettiva, disposta a mettersi in discussione e a saper scegliere, soprattutto quando la scelta è difficile e dolorosa. Anche in questo caso la storia non può offrire nulla di definitivo, se non lo stimolo a trovare in se stessi il coraggio di vivere con dignità e di trovare da soli le risposte alle domande che contano.
Vale la pena di sottolineare la singolare analogia della Svastica con un altro romanzo di Dick molto simile per temi e struttura, e molto vicino nel tempo (fu scritto l'anno successivo) che è The Simulacra 22. Anche qui abbiamo un fenomeno di manipolazione della storia e del potere in un'America fortemente germanizzata, e anche qui ritroviamo una galleria di personaggi stravolti da un senso di sconfitta imminente ed immanente, e ciò nonostante alla ricerca di una loro dignità personale. In questo caso è la musica che consente a Ian Duncan e Al Miller, i due umili suonatori di anfore, una sorta di riscatto per quanto incompleto, ed è sempre la musica, sia pure sotto altra forma, che caratterizza il personaggio di Kongrosian, il pianista che suona senza toccare i tasti con le mani. E c'è addirittura il tentativo di violentare la storia con il trasferimento dal passato al presente di Hermann Göring per utilizzarlo in un folle intervento di modificazione retrospettiva del Terzo Reich.

Ma ci sono altri aspetti da sottolineare, per quanto riguarda la Svastica, e alcuni di questi sono forse proprio quelli più vicini alla sensibilità di Dick, almeno per quanto riguarda molta parte della sua produzione degli anni cinquanta e sessanta. Per esempio il romanzo come metafora della società americana, del potere e delle forme in cui esso si manifesta. Nulla impedisce di ipotizzare che la colonizzazione "dura" dei tedeschi e quella "dolce" dei giapponesi siano semplicemente rappresentazioni della violenza militare (la guerra nel Vietnam, la paura dell'atomica) e della violenza ideologica (il problema razziale, l'imposizione di modelli politici e culturali) e che il disagio dei suoi personaggi sia il disagio dello stesso Dick alle prese con l'onnipresenza della CIA e dell'FBI e con i mostri generati dal potere, dall'Impero, per dirla con le sue stesse parole: la caccia alle streghe, il maccartismo, quel fascismo strisciante che (nero o rosso) è diventato lo spauracchio della sua vita.
Oppure il mondo della Svastica potrebbe essere semplicemente la creazione (una delle tante) di un Dio capriccioso che si diverte a passare dall'una all'altra, "indossandola" come se fosse un vestito: "Diecimila corpi di Dio disposti come abiti appesi in un enorme armadio, con Dio che li indossa tutti insieme o passa a suo piacere dall'uno all'altro dicendo: Credo che oggi indosserò quello in cui la Germania e il Giappone hanno vinto la seconda guerra mondiale" 23. Tema peraltro molto caro ad Dick dell'ultima stagione.
Potrebbe essere infine, semplicemente, ciò che la maggior parte dei lettori e dei critici lo hanno considerato: un universo alternativo, distopico, in cui il presidente americano Roosevelt è stato assassinato a Miami e la storia ha camminato su binari del tutto diversi da quelli conosciuti nel nostro universo, e anche nell'universo di Abendsen. Il che postula tutta una serie di speculazioni che sono pane per i denti di Dick. Ecco il concetto di universi paralleli secondo lui: "Nessuno di noi, nel pieno delle sue facoltà, considera neppure per un istante l'idea che tali universi alternativi esistano realmente. Ma ammettiamo, solo per scherzo, che essi esistano. Allora, se esistono, in che modo sono connessi gli uni agli altri, se realmente sono (fossero) connessi? Per esempio (e credo che questa sia una domanda molto importante) sono completamente separati l'uno dall'altro o si sovrappongono? Perché se si sovrappongono, allora problemi del tipo "dove esistono" e "come è possibile passare dall'uno all'altro" ammettono una possibile soluzione. Dico solo che se essi esistono davvero e si sovrappongono davvero, allora possiamo letteralmente, realmente abitare parecchi di loro contemporaneamente in ogni momento" 24. Dopo questa affermazione di principio, tutto sommato in linea con i canoni fantascientifici comunemente accettati, la materia assume connotazioni teologiche ("Ora vi sottopongo l'idea, che personalmente trovo emozionante, che forse egli aveva in mente ciò che io chiamo un'asse laterale di regni sovrapposti che contengono in loro uno spettro di aspetti che vanno dall'indicibile perverso al meraviglioso. E Cristo continuava a ripetere che vi sono davvero e concretamente molti regni, in qualche modo in rapporto tra loro e in qualche modo intercambiabili da parte di uomini vivi, non morti, e che il più meraviglioso di questi mondi era un regno giusto in cui regnava Lui stesso, o Dio, o entrambi" 25), ma il tema, pur affascinante, mi porterebbe lontano, collocandosi peraltro in una momento successivo del pensiero dickiano, attento alla speculazione filosofica e religiosa. Vale tuttavia la pena di ricordare che Dick riprese il tema degli universi paralleli in un romanzo minore, The Crack in Space 26, utilizzando peraltro il tema in modo prevalentemente avventuroso.
In effetti La svastica sul sole, opera composita e corale, si presta a molteplici letture. E se non fosse che l'immagine ormai consolidata e consegnata al mito del suo stesso autore impone di privilegiarne alcune a dispetto di altre, non sarebbe affatto azzardato considerare questo come l'unico romanzo mainstream che Dick sia riuscito a pubblicare in vita, anche se sotto le mentite spoglie di un romanzo di fantascienza. In effetti Dick era convinto di aver scritto qualcosa che non era esattamente SF, ma un grosso passo avanti sulla strada dell'emancipazione dal cosiddetto "ghetto", il prodotto di genere nel quale si sentiva confinato. Non solo, ma era anche convinto di aver trovato i moduli espressivi per imporsi nella letteratura "alta". "Con La svastica e Noi marziani pensavo di aver riempito il varco fra il romanzo sperimentale mainstream e la fantascienza. Improvvisamente avevo trovato un modo per fare tutto ciò che volevo fare come scrittore. Avevo in mente tutta una serie di libri, la visione di un muovo genere di fantascienza che scaturiva proprio da quei due romanzi" 27. Poi la delusione. Putnam, che gli ha pubblicato La svastica in edizione rilegata, gli rifiuta Martian Time-Slip, e così fanno anche diversi altri editori "hardcover". "La visione venne meno. Io ne rimasi schiantato Ripiegai su un modo di scrivere più primitivo. I libri che avrebbero potuto seguire Noi marziani erano scomparsi" 28.
Dick è spesso enfatico e sovrabbondante, nelle sue annotazioni autobiografiche, e non di rado si lascia andare ad una spiccata tendenza alla drammatizzazione. Non so se in questo caso gli si possa dar credito. Alla luce di ciò che ha prodotto nei residui vent'anni della sua vita, credo si possa affermare che forse quella "crucial defeat", quella sconfitta cruciale, come ebbe a definirla lui stesso, abbia avuto i suoi risvolti positivi. "Se Dick era nel ghetto, almeno ne era il re", dice Sutin 29. Ricacciato a forza in quel mondo dal quale aveva cercato con tutte le sue forze di uscire, troverà ugualmente il modo di lasciare una testimonianza duratura del suo genio. Se poi noi lettori abbiamo veramente perduto chissà quali capolavori, è una domanda oziosa: nessuno può saperlo con certezza. Dobbiamo per forza accontentarci di quelli che ci ha lasciato.

LA TRAMA In un presente alternativo le potenze dell'Asse (Germania, Giappone e Italia) hanno vinto la seconda guerra mondiale, e si sono spartite il mondo. In particolare gli Stati Uniti sono stati divisi in due zone d'influenza: la fascia occidentale sotto i tedeschi, quella orientale sotto i giapponesi. Nel mezzo c'è un vasto territorio più o meno indipendente ma di ben scarso peso politico.
I tedeschi hanno proseguito la loro politica espansionistica e ferocemente antirazziale. Hitler, benché ancora vivo, è molto malato e il suo posto al Cancellierato del Reich è stato preso da Martin Bormann. Nel corso del romanzo Bormann muore, e si scatena la lotta per la successione, che vede il successo di Goebbels.
Mentre l'occupazione nazista è spietata, quella giapponese è più umana, e si configura più che altro come una sorta di colonizzazione culturale. I vincitori hanno imposto le loro regole di comportamento e il loro atteggiamento mentale, arrivando addirittura a diffondere l'uso su vasta scala dell'antico Libro dei Mutamenti, l'I Ching (per la verità sottratto alla cultura cinese), un oracolo da consultare nei momenti topici della vita per trarne indicazioni sul modo di agire. Pressoché tutti i personaggi del romanzo se ne servono, così come se me servì (pare) lo stesso Dick per portare aventi la trama.
La vicenda si svolge su due binari di narrazione. Il primo, ambientato in una San Francisco nipponizzata, vede protagonisti il signor Nobosuke Tagomi, alto funzionario giapponese della missione commerciale, Robert Childan, negoziante di oggetti di antiquariato, Frank Frink, un ebreo americano senza lavoro e senza futuro, e il signor Baynes, nazista dissidente intenzionato ad informare i giapponesi del progetto tedesco di scatenare una guerra nucleare contro di loro. Il secondo, che si svolge in Colorado e Wyoming, segue invece le vicende di Juliana Frink, moglie separata di Frank, e del camionista Joe Cinnadella, che si rivelerà un sicario incaricato di uccidere uno scrittore che vive a Cheyenne, di nome Hawthorne Abendsen,
Costui ha scritto un romanzo dal titolo La cavalletta non si alzerà più, nel quale si racconta che sono stati gli alleati a vincere la seconda guerra mondiale, e non le potenze dell'Asse. Il libro, ufficialmente bandito, circola clandestinamente in tutti gli Stati Uniti, e dà molto fastidio alle autorità naziste.
Juliana, ignara di tutto, stringe una relazione con Joe e si lascia trascinare da lui in un lungo viaggio verso Cheyenne, ma quando si accorge che è stata raggirata da Joe e conosce il suo vero scopo lo uccide tagliandogli la gola in un albergo. Alla fine sarà lei a contattare Abendesen, per metterlo in guardia, e si renderà conto che il suo libro, scritto anch'esso con l'aiuto de I Ching, non è opera di fantasia, ma racconta una possibile verità.
Nel frattempo il signor Tagomi riesce a sventare il tentativo di uccidere Baynes, evitando almeno per il momento che il folle piano egemonico nazista venga messo in atto, e salva anche Frink (che è stato denunciato e imprigionato come ebreo) dalla deportazione in Germania, rifiutandosi di firmare i documenti di estradizione. Robert Childan, simbolo dell'America sconfitta e umiliata, ritrova alla fine l'orgoglio per scuotersi dal suo atteggiamento passivo e condiscendente nei confronti degli occupanti giapponesi.


LE EDIZIONI ITALIANE

Il romanzo è stato pubblicato in Italia per la prima volta nel 1965 dalla Casa editrice La Tribuna di Piacenza, tradotto da Romolo Minelli, quindi nel 1977 dalla Casa editrice Nord per la traduzione di Roberta Rambelli. La stessa Nord lo ha ripubblicato nel 1993 con la traduzione di Riccardo Valla e Luca Signorelli. L'ultima edizione è quella di Fanucci, del 1997, tradotta dal sottoscritto.


NOTE

1. Anon., The Mainstream That Through the Ghetto Flows. An Interview with Philip K. Dick (prob. 1976). [I did seven years of research for The Man in the High Castle. Seven years of research: it took me seven years to amass the material on the Nazis and the Japanese. Especially on the Nazis. And that's probably the reason why it's a better novel than most of my novels: I knew what I was talking about]
2. Paul Williams., Only Apparently Real. The World of Philip K. Dick (New York, Harbor House, 1986), pag. 91. Williams cita un'intervista a PKD fatta da Daniel DePrez nel 1976, pubblicata poi in appendice a Philip K. Dick, Radio libera Albemuth (Roma, Fanucci, 1996). [I had no notes, I had nothing in mind, except for years I had wanted to write about a world in which Germany and Japan had beaten the United States]
3. Lawrence Sutin, Divine Invasions. A Life of Philip K. Dick (London, HarperCollins, 1991), pag. 46. [Phil acquired a working knowledge of German which would serve him well his independent research in the Nazi war archives kept at U Cal Berkeley forms a vital backdrop to The Man in the High Castle]
4. Paul Williams., Only Apparently Real cit., pag. 91. [I wasn't happy. I didn't enjoy making jewelry I decided to pretend I was writing a book I sat down and begun to write, simply to get out of the jewelry business]
5. Darko Suvin afferma che "il presupposto che un fascismo giapponese vittorioso sarebbe radicalmente migliore di quello tedesco è il maggiore errore politico del romanzo di Dick". Cfr. Carlo Pagetti, Introduzione a "La svastica sul sole", in Il sogno dei simulacri (Milano, Nord, 1989), pag. 135.
6. Carlo Pagetti, Introduzione a "La svastica sul sole, cit., pag. 139.
7. Anon., The Mainstream That Through the Ghetto Flows cit. [The writing was a catharsis for me]
8. Lawrence Sutin, Divine Invasions, cit., pag. 117
9. Anon., The Mainstream That Through the Ghetto Flows cit. [That's also why I've never written a sequel to it: it's too horrible, too awful. I started several times to write a sequel, but I had to go back and read about Nazis again, so I couldn't do it]
10. Ibid. [I thought I hated those guys before I did the research, but after I did the research, I had created for myself an entity that I would hate the rest of my life: fascism]
11. Per il complesso itinerario ideale che portò Dick dalla Svastica a Valis, cfr. l'ottima introduzione di Piergiorgio Nicolazzini a La svastica sul sole (Roma, Fanucci, 1997)
12. Philip K. Dick, The Man in The High Castle (New York, Berkeley Medallion Books, 1974), pagg. 95-96. [There is evil! It's actual like cement! I can't believe it. I can't stand it. Evil is not a view It's an ingredient in us. In the world. Poured over us, filtering into our bodies, minds, hearts, into the pavement itself]
13. Ibid., pag. 195. [The oracle will cut through it. Even weird breed of cat like Nazi Germany comprehensible to I Ching]
14. Ibid., pag. 196. [To save one life. Mr. Tagomi had to take two A kindly man like Mr. Tagomi cound be driven insane by the implications of such reality]
15. Ibid., pag. 53. [I'm too small, he thought. I can only read what's written, glance up and then lower my head and plod along where I left off as I hadn't seen]
16. Ibid., pag. 33. [Commit suicide by drowning himself on an ocean voyage? Maybe I ought to do that A pin stuck through one's shirt front, and good-bye Frink.]
17. Ibid., pag. 178. [And I'm helpless. There's no avenging this; we are defeated and our defeats are like this. So tenuous, so delicate, that we're hardly able to perceive them]
18. Ibid., pag. 43. [A psychotic world we live in. The madmen are in power. How long have we known this? Faced this? And how many of us do know it?]
19. Ibid., pag. 239. [The terrible dilemma of our lives. Whatever happens, it is evil beyond compare. Why struggle, then? Why choose? If all alternatives are the same ]
20. Ibid., pag. 65. [(The historicity is) in the mind, not in the gun I'd have to prove it to you with some sort of document. A paper of authenticity. And so it's all a fake, a mass delusion. The paper proves its worth, not the object itself]
21. Carlo Pagetti, I sogni della scienza. Storia della science-fiction (Roma, Editori Riuniti, 1993), pag. 144
22. Philip K, Dick, I simulacri (Roma, Fanucci, 1997)
23. Philip K. Dick, If you Find this World Bad, you Should See Some of the Others. The "Metz" Speech, in PKDS Newsletter, N 27 (agosto 1991), pag. 3; pubblicato in Italia come Se questo mondo vi sembra spietato, dovreste vedere cosa sono gli altri (Roma, e/o, 1996). [Ten thousand bodies of God arranged like so many suits hanging in some enormous closet, with God either wearing them all at once or going selectively, back and forth among them, saying to himself, <I think today I'll wear the one in which Germany and Japan won World War Two>]
24. Ibid, pag. 8 [None of us, in our right minds, entertain for even an instant, that such alternate universes exist in any actual sense. But let us say, just for fun, that they do. Then, if they do, how are they linked to each other, if in fact they are (or would be) linked? For instance (and I think this is a very important question) are they absolutely separate one from another, or do they overlap? Because if they overlap, then much problems as <where do they exist?> and <how do you get from one to the next?> admit a possible solution. I am saying, simply, if they indeed exist, and if they do indeed overlap then we may in some literal, very real sense inhabit several of them to various degrees at any given time]
25. Ibid, pag. 9 [I put before you the notion, which I personally find exciting, that he [Gesù Cristo] may have had in mind that which I speak of as the lateral axis of overlapping realms which contains among them a spectrum of aspects ranging from the unspeakably malignant to the beautiful. And Christ was saying over and over again that there really are many objective realms, somehow related, and somehow bridgeable by living - not dead - men, and that the most wonderous of these worlds was just a kingdom in which either Himself or God Himself, or both of them ruled]
26. Philip K. Dick, Vedere un altro orizzonte (Milano, Bompiani, 1995)
27. Paul Williams., Only Apparently Real cit., pag. 93. [With High Castle and Martian Time-Slip I thought I had bridged the gap between the experimental mainstream novel and science fiction. Suddenly I'd found a way to do everything I wanted to do as a writer. I had in mind a whole series of books, a vision of a new kind of science fiction progressing from those two novels]
28. Paul Williams., Only Apparently Real cit., pag. 93. [My vision collapsed. I was crushed I reverted to a more primitive concept of my writing. The books that might have followed Martian Time-Slip were gone]
29. Lawrence Sutin, Divine Invasions cit., pag. 118. [If Dick was in the ghetto, at least he was its king].