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Marco Perello non è certo l'ultimo arrivato nel mondo del fandom. Promotore inestinguibile della fanzine Settimo Inchiostro e del club di Settimo Torinese l'Altroquando, è tra i patrocinatori del premio letterario Cristalli Sognanti. Come autore ha pubblicato parecchi racconti su riviste amatoriali e, nel 1993, il romanzo Gli assediati di Gaia per la Solfanelli Editore. I suoi autori preferiti sono Dick, Le Guin e Kafka, e nei suoi racconti, soprattutto della produzione più recente, non è difficile raccogliere i richiami a questi autori. Calafuria è il primo racconto di Perello ospitato da Delos, ma ci auguriamo che non sia l'ultimo. (Franco Forte)
La gettarono dalla scogliera di Calafuria cento metri a strapiombo sul mare in tempesta, una notte di tre mesi fa.
Io la vidi assieme alla polizia, il mattino dopo, avvertito da una telefonata in Biblioteca. Pioveva e tirava vento di libeccio alle nove di mattina mentre la sollevavano di peso per trasportarla.
Stavo immobile, le gocce d'acqua che continuavano a colarmi sugli occhi mentre la guardavo: aveva gli occhi chiusi e il corpo livido, ma non era ancora gonfia e sfigurata.
Indosso portava i vestiti che le avevo dato io non molto tempo prima, sporchi di ghiaia e alghe. Il mare aveva già lavato il sangue sul viso ma si vedeva bene una spaccatura tra i capelli, ampia e profonda.
Non scostavo gli occhi da quella bambola color della cera dai vestiti bagnati: era caduta di schiena, e quando il medico legale disse che la dovevano voltare, allora non riuscii a trattenermi e mi scostai.
Rimasi in ginocchio sui massi a vomitare con le lacrime che si scioglievano nella pioggia del k-way.
Tremavo scuotendo il corpo e non mi potevo fermare.
* * *
Lo psicologo di Pisa che mi ha dimesso ha raccomandato che scrivessi di questa storia, per aiutarmi a farmene una ragione. Io sto cominciando a ricordare, e scrivo per non dimenticare.
Sono tornato a Calafuria, su quella strada asfaltata in salita che corre parallela alla scogliera. Sono sceso giù per il sentiero ripido che porta al mare, immerso tra la macchia e i pini marittimi. Ho visto i gabbiani volare contro vento schiaffeggiando le onde, e mi sono seduto tra i sassi.
Il cielo è grigio di freddo, gennaio è appena cominciato, non c'è stato niente da festeggiare a Capodanno, e nulla per cui valga la pena incominciare un nuovo anno. Tranne, forse, cullarsi ancora un poco nel ricordo di lei e cominciare a cercare chi l'ha uccisa e perché.
Ora sono qui, seduto alla tastiera. Di tempo ne ho. Ho rinunciato a rispondere ai messaggi di posta elettronica e sono appena ritornato a lavorare a Villa Pendola: la Biblioteca mi lascia molto tempo libero, i colleghi non hanno il coraggio di scalfire il mio dolore, i ragazzi che vengono a studiare bisbigliano tra loro e gli anziani bofonchiano dietro il video leggendosi il giornale senza stamparlo, per risparmiare. Tutto come di consueto.
I libri di carta costano, anche se il vecchio odore dell'inchiostro che aspiro talvolta dalle pagine di un vecchio fumetto ingiallito, mi fa riflettere su come potesse essere il lavoro di un bibliotecario vent'anni fa: se i libri non costassero tanto, dicevo, proverei a suggerire al mio direttore di comprarne alcuni. Ora non ne fanno quasi più.
A casa scruto il mare dalla finestra, il silenzio è assoluto, il mio vecchio gattone grigio sogna su una sedia, e mio padre ha telefonato un'altra volta per sapere come sto.
Non posso aprire l'armadio: c'è ancora il suo vecchio vestito, quello che aveva addosso quando la trovai. Non l'ho consegnato alla polizia, non avrei saputo come spiegare, non avrei potuto raccontare.
Mi trovo ad inseguire pensieri banali del tipo - c'è ancora il suo odore dappertutto - ma il desiderio doloroso di rivederla salire le scale mi morde lo stomaco e io sto male ed anche questo è banale.
* * *
All'inizio di Ottobre dell'anno scorso il tempo era ancora straordinariamente caldo e soleggiato.
Avevo preso l'abitudine, da quando lavoravo alla Biblioteca di Antignano, di passeggiare per un po' lungo il molo del porticciolo che si affaccia davanti a Villa Pendola, al termine dell'orario di lavoro.
Quel giorno non avevo particolari motivi per tornare a casa presto, e mi stesi in riva al mare a leggere finchè il calare della luce non me lo permise più.
Sull'orizzonte stava scendendo il sole, e un tramonto sul mare è uno spettacolo che non mi sono mai perso. Col libro in grembo stavo come un bambino accovacciato con la bocca socchiusa e non la vidi avvicinare.
- Alessio...
Si era inginocchiata di fianco a me. Portava un vestito scarlatto lungo e fuori moda.
- Io non credo di conoscerti. - Le dissi, imbambolato.
Poteva avere vent'anni, una decina meno di me.
-... Non mi conosci, no. Non ancora.
L'ultima luce del sole pennellava sulle sue labbra sottili e dischiuse in uno strano sorriso lieve, appena accennato.
- Sei di qui? Le avevo chiesto per via dell'accento strano e degli zigomi alti. Poteva sembrare una straniera strampalata, bellissima e stracciona.
- No, no. Ho fatto un lungo viaggio. - Alzò gli occhi all'orizzonte -... Mi piace questo posto. Il mare è così bello.
Continuai a guardarla, mentre si faceva sempre più buio.
Lei di colpo si voltò, cercò di prendermi la mano con la sua poi immediatamente si ritrasse.
- Devo sembrarti una stupida pazza... - sembrò ricordare qualcosa che aveva scordato -... non importa, sapevo a cosa andavo incontro, quando ho iniziato il viaggio.
- Come sai il mio nome? Hai tirato a indovinare?
Non rispose. Mi guardava come se mi conoscesse.
- E' uno scherzo... tu stai prendendomi in giro, e io ti do corda.
Mi alzai di scatto, al buio rischiarato dai lampioni distanti di Viale Italia. Avevo quasi alzato la voce, senza volerlo. Me ne pentii subito dopo.
Stava ancora ginocchioni col viso rivolto verso me. Si mordeva le labbra a sangue mentre piangeva senza un gemito, un piccolo rivolo scuro di gocce sulle gote scavate.
Mi piegai verso di lei.
- Ma insomma, cosa vuoi. Cosa ti è successo?
Appoggiò il capo sulle mie gambe, e prese entrambe le mie mani.
- Ti prego. Fidati di me... anche se non mi conosci, anche se non comprendi.
La sollevai in piedi, era alta quanto me, ed era a piedi nudi.
- Cosa vuoi che faccia? Non hai nessuno che si prenda cura di te?
- Non conosco nessuno. Non ho nessuno. Solo te.
La vedevo per la prima volta, e non capivo una parola di quanto andava raccontando. E nonostante tutto, non credevo che mentisse.
- Non abbandonarmi, Ale.
Cominciava a fare freddo. Nell'oscurità quasi completa intravedevo il suo volto scolpito nel buio.
- Non ti abbandono.
* * *
La portai a casa come una gattina smarrita.
Dormì quasi ininterrottamente per due giorni filati, svegliandosi solo per mangiare.
Durante quel periodo mi ero recato al lavoro come al solito non facendo parola con nessuno dell'accaduto, e stupidamente preoccupato del parere dei vicini o degli amici o dei parenti.
Lei dormiva sotto la finestra in quello che io chiamavo "il mio studio", pieno di vecchi libri appartenuti ai miei nonni, con un PC non molto nuovo e un divano letto.
Il terzo giorno tornai a casa e la trovai in cucina con indosso i miei vestiti.
Accoccolata su di una sedia, leggeva mentre scostava i lunghi capelli scarmigliati e neri dalla fronte. Mi aveva sentito entrare, ma non alzò gli occhi dal libro.
- Cosa leggi?
Sollevò finalmente la testa, lentamente.
- La vita quotidiana a Firenze all'epoca di Dante...
Posai le chiavi sul vecchio tavolo, e appoggiai le palme delle mani sul legno grezzo, ruvido.
- Non so nemmeno come ti chiami.
- Veronica. - Chiuse il libro e lo tenne in grembo. Un lievissimo tremore le percorreva il corpo, me ne accorsi in quell'istante.
- Cosa ti è successo, Veronica?
Cercava di trovare le parole, e non ci riusciva.
- Sono venuta per te.
Vide la mia espressione, e si rabbuiò.
- Non sono pazza. Non so se sono pronta a raccontarti tutto dall'inizio, e nemmeno se tu sei pronto ad ascoltarmi. Ma devo farlo... non ho molto tempo.
Gigio, il mio gatto, mi strusciava le gambe in cerca di cibo. Non sapevo cosa dire.
- Faccio il caffè... forse è meglio.
- Ale, guarda nella tasca del mio vestito.
Non capivo.
- Il mio vestito, è sul letto. Portamelo, per favore.
Andai a prenderle il vestito. Aveva un profumo strano, e la stoffa era grezza.
C'era una piccola tasca pressoché invisibile, sul lato destro. Prese una piccola foto formato tessera e me la diede.
- Guarda. Sapevo che non mi avresti creduto.
La foto. Ero io con i capelli più corti, come non li avevo mai portati. Avevo un'espressione ebete e forse qualche ruga in più del necessario. Ero io.
- La foto me l'hai data tu. Mi hai detto di tenerla come tuo ricordo se non ci fossimo più incontrati.
Veronica tremava come una foglia, quando mi prese entrambe le mani.
- Ma dove, Cristo, dove ci siamo incontrati? Io non ti ho mai visto...
- Lontano, da dove vengo io.
* * *
Il gatto ebbe il suo cibo, e noi il nostro caffè.
Ci sdraiammo sul divano, senza guardarci, gli occhi al soffitto, e Veronica cominciò a parlare.
- Io vengo da Firenze. Una Firenze di un tempo diverso dal tuo, dove le cose non sono andate come raccontano i tuoi libri di storia. Leonardo ha appena completato un nuovo tipo di pallone volante, e Dante non ha mai scritto quel libro...
- La Divina Commedia.
- Sì, quello di cui parlano i tuoi libri. Dante è stato giustiziato. Da tre anni.
Squillò il telefono. Tre volte prima che partisse la segreteria telefonica. Avvertii la voce distante di mia madre che lasciava un messaggio. Non mi alzai.
- E come sarei arrivato da te?
- Ci sono dei portali di passaggio, tra un epoca e un altra. Credo. Tu ne hai trovato uno. Mi hai detto così quando ci siamo incontrati dall'altra parte. Ti hanno arrestato. Io ti ho fatto fuggire.
- Mi sono innamorato di te?
Lei voltò il viso verso il mio. - Sì.
Non parlammo più di nulla d'importante. Decisi che era venuto il momento di presentare il mondo a Veronica, e scendemmo a mangiare una pizza. Avevo bisogno di udire argomenti futili e di fare conversazione senza pensare alla mia foto, a Firenze, a quella storia.
* * *
Nei mesi successivi tutti conobbero Veronica, e lei piacque a tutti.
I miei genitori, i miei amici, i miei colleghi della Biblioteca erano ansiosi di scoprire da dove venisse quella giovane donna scontrosa e raffinata, gentile e selvaggia, che viveva con me ed era entrata nella mia vita all'improvviso. Non dividevamo nient'altro che l'appartamento, ma naturalmente per chiunque ci conoscesse era ovvio che andavamo a letto. La mia vita, da quando due anni prima avevo scelto di andarmene di casa, era stata fino a quel momento scandita da ritmi piuttosto regolari con cui costruivo le mie giornate in una città come Livorno, provinciale e monotona, dove le cose da dire e da fare non erano poi molte, al di fuori delle consuetudini abituali - una pizza con i compagni del circolo Arci, le Domeniche d'inverno al cinema e quelle estive al mare di Cecina o Castiglioncello - che spezzavano i giorni lavorativi in Biblioteca.
Mio padre e mia madre telefonavano spesso, con i sottili rimproveri al figlio unico scappato dal ricovero sicuro della famiglia. Almeno mi fossi sposato, dicevano.
C'erano state due donne importanti nella mia vita, scivolate via insieme alle mie insicurezze, ma non ero ossessionato dal loro ricordo.
Con Veronica tutto quello che mi ero affannato a costruire si smontò in pochi giorni. Era disordinata e metodica nel suo disordine, ammonticchiava con la stessa facilità pile di libri leggiucchiati e montagne di piatti sporchi con rimasugli di spuntini. Mangiava ad ogni ora del giorno le cose più impossibili e alternava stati di apatia a momenti di allegria scatenata. Con l'arrivo della primavera prendemmo l'abitudine di fare lunghe passeggiate fuori porta, ed io scoprii attraverso i suoi occhi la bellezza di luoghi che prima avevo considerato indifferenti.
Non frequentavo più nessuno, al di fuori di lei. Facevo di tutto per non pensare alle cose di cui mi aveva parlato, e non sfioravo neppure minimamente l'argomento.
L'angoscia sottile che la pervadeva ad ogni istante era più che eloquente, e ben presto sarebbe giunto il momento della resa dei conti. Lei conosceva il valore di ogni attimo, e sapeva quando quel giorno sarebbe arrivato.
* * *
Una notte di inizio estate mi svegliai all'improvviso, affannato dal ricordo di un sogno ai margini della coscienza, che non riuscivo a ricordare.
Gigio non era sul mio letto, a ronfare come al solito. Mi alzai ciondolando, affranto dal caldo e dalla sete, e giunto davanti alla porta dello studio sentii parlare lentamente quasi in un sussurro prolungato. Stetti ad ascoltare, e infine socchiusi la porta convinto che Veronica stesse male.
Gigio era là, sul letto, a prendersi coccole e parole dolci. Lei mi sentì, e continuando ad accarezzare il gatto senza guardarmi mi disse: - Non dormi nemmeno tu.
- No. Ho fatto un brutto sogno che non riesco a ricordare.
Veronica alzò gli occhi e stavolta mi guardò, attraverso il buio della stanza rischiarata dalle luce tenue che proveniva dalla finestra socchiusa.
- Anche tu.
Mi sedetti sul bordo del divano letto, e lei continuò.
- Sono arrivati. Mi stanno cercando... e prima o poi mi troveranno.
- Non dire stupidaggini. Nessuno ti sta cercando.
Ebbe un moto di stizza quasi inconsapevole.
- Non posso spiegarti come lo so, ma dal luogo da cui sono fuggita sono partiti degli uomini... malvagi.
Le presi la mano: era fredda come ghiaccio.
- Se ti trovano, non permetterò che ti prendano.
- E invece sì. E' tutto già accaduto.
- Non dire così.
Veronica mi accarezzò il viso, sentivo le sue mani leggere scorrere piano sul mio volto.
- Promettimi che verrai a cercarmi.
- Tu non vai da nessuna parte.
- Promettilo, ti prego.
La presi tra le braccia: - Non puoi andare via, proprio ora.
Silenzio. Eravamo complici del delitto di trovarci abbracciati, uniti, stretti nella morsa del tempo, di una pazzia che non comprendevo e che tuttavia mi attanagliava il cuore.
- Mi uccideranno per questo, Alessio.
Spinse le labbra contro le mie e mi morse l'anima da dentro.
Ci cercammo, ci trovammo, ci perdemmo per poi ancora trovarci, nel buio di quella notte torrida, a fare l'amore come fantasmi, senza una parola né un gemito.
* * *
Passammo l'estate insieme.
Durante le mie ferie decidemmo di fare un giro del Senese e dintorni in sacco a pelo, dormendo un po' dove capitava. Si aggregarono a noi Silvia, una collega della Biblioteca bruttina, simpatica e di sinistra, e Gianni, il mio migliore amico, compagno di disavventure scolastiche, che vedevo pochissimo. Una coppia di quasi quarantenni soli uniti dalla propria solitudine.
Nonostante le previsioni, fu un agosto dal tempo pessimo: la pioggia ci perseguitava dovunque andassimo, e ci trovammo la mattina di Ferragosto sulla strada per Montepulciano, sulla mia Uno più sgangherata che mai. Le nuvole si rincorrevano sui colli a perdita d'occhio.
Gianni si puliva le lenti con meticolosa attenzione, sbirciando la prima pagina della versione cartacea de "L'Unità" che Silvia teneva tra le mani. Attraverso lo specchietto retrovisore potevo vedere il titolo di fondo.
"L' ESERCITO SPARA CONTRO GLI ALBANESI".
Era il 15 Agosto 2017, il Governo Italiano sostenuto dall'estrema destra che aveva vinto le elezioni tre anni prima e chiuso le frontiere, era uscito dalla Comunità Europea e aveva consolidato l'unità nazionale abolendo il Parlamento Federalista. Il vecchio e incontrastato leader Di Pietro si preparava a farla finita anche con l' Albania e i suoi profughi.
Silvia abbassò il giornale sulle ginocchia, senza una parola.
-Che hai? - Veronica la guardava, voltata all' indietro.
- Bambina mia, a volte vorrei essere spensierata come te. - Ribattè sarcastica.
- Non lo sono affatto. - Veronica riprese a guardare la strada di fronte a sé.
- Cosa, non sei? - Silvia aveva definitivamente deciso di smettere di leggere, e forse cercava qualcuno con cui sfogarsi.
- Non sono spensierata.
Gianni emise un sospiro: - Siamo quasi arrivati. Che ne direste di rimandare a più tardi la discussione?
Giungemmo a destinazione affamati e polemici, con la pelle colma del caldo umido di quei giorni piovosi e rallentati. Mangiammo in un locale senza aria condizionata, sciatto e turistico, che ci lasciò l'amaro in bocca per parecchie ore. Durante il pomeriggio ci lasciammo condurre da Gianni e dalla sua cartina, finchè io e Veronica decidemmo di perderci in un vicolo, stanchi e affamati di carezze.
Contro il muro di un palazzo medievale, la baciavo senza fiato. Lei mi interruppe, portandomi una mano alla bocca.
- Cosa avranno pensato?
- Che?
- Quando gli hai detto che avevamo deciso di non passare per Firenze.
- Se è per questo... penso ancora che la tua sia una stupida paura.
- Non è così. Non voglio vedere la mia città.
- Cosa pensi di trovarci?
- Troppe cose... non posso spiegarti. E poi sarà il primo posto dove mi cercheranno.
La scostai: - Sono stanco di sentirti parlare così. Non sono disposto ancora per molto a sopportare le tue pazzie.
- Pazzie! Vedrai quanto sono pazza!
I pugni chiusi davanti al petto, indietreggiò fino all'angolo del vicolo, le lacrime agli occhi, sconvolta dalla rabbia. Mi pentii di ciò che avevo detto.
- Veronica, ascolta...
Ma lei non ascoltava più. Mi gridò ancora in faccia: - Quando verrà il momento vedrai se sono pazza!
E corse via, indemoniata e furibonda.
Mi persi nel dedalo delle viuzze, e ritrovai per caso Silvia e Gianni fuori da un bar, furibondi per essere stati piantati in asso. Evitai di parlare del litigio, dissi solo che non trovavo Veronica.
La cercammo per ore. Angosciato, pensavo alle parole di Veronica e non mi davo pace. E se veramente quel qualcuno l'avesse già trovata?
Il tramonto ci trovò sdraiati su un muretto, affranti e senza fiato. Silvia guardava alternativamente me e Gianni, finché si decise a parlare.
- L'unica cosa da fare, a questo punto, è chiamare la polizia. E' spiacevole, ma non so cos'altro pensare.
Gianni non trovò di meglio che annuire.
Io non sapevo cosa replicare. Sentivo crescere dentro di me una rabbia sorda unita ad un dolore indefinibile a parole. Era colpa mia, mia che non le avevo creduto, che non mi ero fidato di lei.
- Andiamo alla mia auto, al parcheggio - dissi - devo prendere il telefonino, l'ho dimenticato lì.
Scendemmo senza parlare lungo la strada, e giunti alla piazzola asfaltata ormai mezza vuota, la vedemmo.
Veronica stava lì, imbronciata e autoritaria, seduta per terra appoggiata alla carrozzeria.
Mi accorsi di piangere per il sollievo, quasi senza accorgermene.
La alzai da terra e la presi tra le braccia. I nostri amici non capivano nulla di quanto era accaduto. Sempre in completo silenzio salimmo in macchina, e tornammo a Livorno senza che nessuno l'avesse deciso.
* * *
Ottobre. Veronica non dormiva e non voleva uscire più di casa. Le ombre si allungavano di nuovo lungo i muri e contro i campanili. Il vento portava l'odore pungente del salmastro fin sotto le nostre finestre, si spandeva per le case insieme al suono acuto dei gabbiani in volo.
Era inutile chiedere a Veronica di cercarsi un lavoro anche saltuario: per una ragazza che sembrava sbucata dal nulla, senza documenti ne certificati di sorta, trovare un'occupazione era impossibile.
Passava la giornata a letto, apaticamente abbarbicata ai suoi cuscini, sprofondata in pensieri neri, con gli occhi spalancati a fissare il soffitto. Divideva i suoi pasti con Gigio, che ormai non la lasciava un secondo: io, in tutto questo dramma, ero solo una comparsa.
Continuavo a chiederle di spiegarmi meglio, perché forse sarei riuscito ad aiutarla. Lei, dolcemente ma con fermezza non me lo permetteva.
Una notte, mentre facevamo l'amore, scivolò via da me.
Nel buio sentivo la sua mano sul mio petto che si alzava e si abbassava al ritmo del respiro.
- Non me l'hai mai detto, Ale.
- Cosa?
- Che mi ami.
Sospirai. Era vero. L'amavo?
- Sono innamorato di te... credo di sì.
Passò le unghie sul mio volto, poi un dito sul contorno delle spalle. Premette le palme delle mani sul mio ventre e lo baciò teneramente.
- Ti perderai, per me.
- Cosa vuoi dire?
- Fa parte del mio passato... o del tuo futuro, ma è così.
L'aria era sospesa nel vuoto della stanza. Avevo paura.
- Hai la pelle d'oca... perché? - Lei disse
- Quello che dici mi fa star male. - Le risposi.
- Ci siamo conosciuti e amati quando io non sapevo chi fossi. Ora sei tu a non sapere chi sono io. Sei arrivato nel mio tempo, che è una versione distorta del tuo passato, a cercare me che ero morta nel tuo tempo. E' troppo complicato.
Per un attimo credetti davvero che fosse pazza, oppure di essere impazzito io. Rizzai a sedere sul letto.
- Ma tutto questo quando, e come?
- Tramite un potente software... si dice così... applicato ad un computer. E' già in commercio o ci sarà ben presto. Me l'hai spiegato tu. Permette di tornare indietro nel passato, tramite la digitalizzazione quantistica della realtà.
Ero inorridito: - Chi ti ha detto tutto questo? E poi, che ne sa di computer una donna del tuo tempo?
- Il tuo passato non è il mio, ma non del tutto. C'è stata un po' di... confusione.
Mi rigettai sul cuscino.
- Non parliamone più. Non voglio saperne più nulla. Me lo merito.
Veronica ridiscese su di me: - Tu non mi credi, amore mio.
Respirava frasi d'amore sulla mia bocca ed io le bevevo non saziandomene mai. Ma il tormento non mi avrebbe più abbandonato, lo sapevo.
* * *
Pioveva come nel giorno del giudizio, sollevando cumuli di schiuma sulla strada sdrucciola.
Era quasi buio e tornavo a casa con i giornali e la pizza calda, di ritorno dalla Biblioteca. Sollevavo i piedi bagnati sugli scalini senza rendermi conto che una porta continuava a sbattere furiosamente, un piano più su. Era la porta di casa mia, scardinata, sollevata, squartata.
Le luci erano tutte accese, le finestre spalancate: il vento e l'acqua scrosciavano dentro e fuori senza sosta, spazzando tende e mobili. Ero immobilizzato.
I libri erano sparsi sul pavimento a centinaia, assieme alle pentole. Il mio gatto era nascosto tra il tavolo e lo stereo, e miagolava di paura.
Mi scossi. Cominciai a girare per la stanza come una furia, buttando in aria quel che avevo in mano. Poi entrai in camera da letto e lo vidi, finalmente. L'incubo incarnato.
Stava con i piedi piantati per terra, girato di spalle, e si voltò quando mi sentì arrivare. Aveva il volto arcigno e coriaceo di un cane mastino, gli occhi infossati, la bocca rossa. Impugnava un'arma strana, una balestra sollevata sulla punta con il calcio di legno colmo di cavi elettrici agganciati alla cintura.
Mi puntò contro la sua ferraglia, dritto di fronte al viso. Ansimava forte. Aveva lunghi capelli sudici e sottili, una cotta di maglia di metallo e degli stivaloni che gli inguainavano le gambe fino all'inguine.
Forse mi voleva impaurire, forse era lui ad avere paura. Fummo fermi, immobili, per pochi secondi: infine mi resi conto del perché lo avevo trovato ancora dentro casa. Aveva coperto la fuga degli altri suoi compari e si preparava a darsela a gambe, nel suo tempo, con la missione compiuta.
Gridai, consapevole di tutto ormai. Gridai fino a spezzarmi la gola.
- Veronica!
Il mio urlo ebbe un effetto istantaneo. L'uomo indietreggiò e d'un balzo scavalcò la finestra buttandosi giù in strada, senza un fiato. Rifeci le scale di corsa. Avevano preso Veronica, l'avevano trovata per portarla via? Oppure per ucciderla?
Corsi in strada senza vedere nulla, gli occhi appannati e il respiro in gola. Continuai a correre per le strade rese deserte dal buio e dalla pioggia. Inciampai, caddi, mi rialzai, scivolai sul selciato e rimasi inginocchiato a terra, incapace di muovere un altro passo.
Un'auto della polizia mi vide, qualche minuto dopo, e gli uomini della Volante mi caricarono a bordo. Cosa avrei potuto raccontare loro? Che un gruppo di soldati del trecento aveva rapito una donna che non esisteva, e che non era neppure mai nata? Raccontai di essermi sentito male mentre inseguivo coloro che credevo responsabili di avermi svaligiato casa.
Mi riaccompagnarono, presero la mia testimonianza, stesero un verbale, se ne andarono. Io uscii di nuovo, sotto la sferza della pioggia, a vagabondare in cerca di lei.
All' alba mi infilai in un bar che aveva appena aperto. Bevvi un caffè per poi vomitarlo in bagno. Quando uscii dovevo essere orribile: il ragazzo che puliva il bancone mi osservava ossessivamente.
Tornai sui miei passi e attesi che si facesse l'ora dell'apertura della Biblioteca. I miei colleghi ebbero la buona creanza di non rivolgermi la parola, fino a che non giunse la telefonata. Qualcuno parlava di un incidente, forse un suicidio, una ragazza caduta dalla scogliera. Non aveva documenti. Uscii subito, incurante delle spiegazioni da fornire.
Camminai per chilometri, costeggiando la strada costiera che portava a Calafuria senza neppure accorgermene. Mi accorsi solo allora di un capannello di persone che si era formato in prossimità della curva, dove il promontorio roccioso si faceva più impervio e pericoloso. E quando intravidi un auto della polizia con i fari ancora accesi ferma sul bordo del guard-rail, improvvisamente ed inspiegabilmente compresi che doveva essere accaduta una disgrazia. Che una ragazza si era gettata dalla scogliera, e che quella ragazza dal volto di marmo non poteva essere che Veronica.
Di me, di lei, di ciò che ero, di quel che eravamo non esiste più niente e più nulla conta. Vivo solo perché so che un giorno la rivedrò.
Ho in tasca la foto di un giorno lontano non ancora accaduto.
Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella.
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