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| Lost in space |
Lost in space, USA, 1998 - Regia: Stephen Hopkins - Sceneggiatura: Irwin Allen, Akiva Goldsman - Cast: William Hurt, Gary Oldman, Matt Le Blanc, Mimi Rogers -Heather Graham - Distribuzione: Medusa - Durata: 120 min. |
Recensione di Marco Spagnoli
Adattamento per il grande schermo della meno conosciuta in Italia serie televisiva, Lost in space è un film visivamente perfetto. Gli ottimi effetti speciali a metà tra Star Trek e Il quinto elemento lo rendono una pellicola efficace e intensa.
Purtroppo la sceneggiatura che degli episodi delle serie originali proprio dimentica non poteva essere, stenta nel creare una storia interessante per proseguire le gesta della famiglia Robinson, mandata nello spazio per favorire la colonizzazione di un nuovo pianeta e - a causa di un sabotaggio - persasi nel cosmo, col rischio di non potere tornare più indietro e di finire avanti nel tempo.
E fino a quando il film tiene dietro alla serie originale (solo dal punto di vista della storia, perché gli effetti di questa pellicola non sono paragonabili a telefilm di cui una parte fu girata in bianco e nero) Lost in space sembra reggere bene. Poi - quando il gioco si fa duro - l'immaginario fantascientifico incombe e si va un po' da Alien a qualche racconto più raffinato, da Star Trek fino a qualcosa che assomiglia perfino a Spazio 1999.
Un film discreto - comunque - la cui pecca peggiore resta quella di non finire e aprendosi almeno a una decina di sequel, lascia la famiglia Robinson - appunto - perduta nello spazio.
Se bravo come di consueto è Gary Oldman nei panni del cattivo, William Hurt e Mimi Rogers recitano senza infamia e senza lode un ruolo di cui non paiono eccessivamente convinti. Matt Le Blanc, invece, a differenza dei suoi compagni di affitto a New York in Friends, dovrà fare ancora molta strada prima di imparare a recitare decentemente.
Il suo personaggio è, infatti, assolutamente non convincente.
Nell'attesa di un'eventuale sequel tenete d'occhio i Muppets che dalla serie di episodi di Maiali nello spazio (Remake suino della serie originale di telefilm all'interno del Muppet show) trarranno un nuovo interessante lungometraggio: Muppets in space.
| Z, la formica |
Antz, USA, 1998 - Regia: Eric Darnell, Tim Johnson - Sceneggiatura: Todd Alcott e Paul & Chris Weitz - Cast: Film d'animazione con le voci originali di Woody Allen - Sharon Stone - Sylvester Stallone - Jennifer Lopez - Gene Hackman - Anne Bancfroft - Dan Aykroyd - Danny Glover - Paul Mazursky - Christopher Walken - Produzione: DreamWorks - Distribuzione: UIP - Durata: 83 min. |
Recensione di Marco Spagnoli
E' una strana ironia della sorte che proprio mentre l'estro comico e ironico di Woody Allen si sia appannato negli ultimi film realizzati dal regista di Manhattan, la pellicola più in sintonia con la sua filmografia passata sia stata prodotta dalla Dreamworks di Steven Spielberg e Jeffrey Katzenberg. E già, perché questo Z la formica più che essere un film per bambini è un piccolo capolavoro di arguzia e ironia costruito sul personaggio Allen come metafora di una filosofia di vita.
Al di là del discorso puramente stilistico che vede la Dreamworks avere realizzato un altro film che regala sogni al pubblico, e al di là delle graziose animazioni realizzate dal computer, questo film diverte e entusiasma proprio per la perfetta fusione tra il ruolo pubblico e cinematografico del doppiatore e la storia che viene raccontata.
E' per questo che Sylvester Stallone è straordinario nella parte autoironica della formica-soldato con poco cervello, ma dal cuore d'oro, Sharon Stone ci piace sotto le antenne della principessa Bala, così come Gene Hackman è semplicemente perfetto nel ruolo del generale golpista e fascista fino all'osso. Per non parlare della bravura di tutti gli altri attori coinvolti in questo film d'animazione che ha riscosso un enorme consenso negli USA. Bravo Christopher Walken, sexy e naturale Jennifer Lopez, delirante e simpaticissimo Dan Aykroyd con le ali della vespa ubriaca per la scomparsa della moglie. Un film ottimo per il suo grande gusto di trasformare un lavoro di animazione in un' opera virtuale del migliore Woody Allen, riveduto e corretto in base alle necessità di una storia intelligente e con qualche sprazzo di poesia e denuncia. Un film difficile da doppiare proprio per la sua anima di pellicola in cui l'ironia e la fantasia sono legati dal tenue filo del genio.
Insomma, Z la formica è certamente una pellicola da vedere e su cui riflettere.
Da godere in italiano per il suo ottimo doppiaggio che la rende molto "fresca", da amare nella versione originale per potere vedere tanti divi insieme in ruoli modellati sui loro "alter ego" cinematografici.
| Vi presento Joe Black |
Meet Joe Black, USA, 1998 - Regia: Martin Brest - Sceneggiatura: Ron Osborn & Jeff Reno, Kevin Wade e Bo Goldman - Cast: Brad Pitt - Antony Hopkins - Claire Forlani - Distribuzione: UIP - Durata: 180 min. |
Recensione di Marco Spagnoli
Remake in chiave modernista, laica e New Age de La morte in vacanza, indimenticabile film del 1934, Vi presento Joe Black racconta la storia della Morte che prendendo le sembianze di un bel giovane (Brad Pitt) trascorre alcuni giorni sulla Terra per comprendere e vivere in prima persona, passioni, gioie e debolezze degli esseri umani.
Lungo tre ore, il film in maniera serena e solenne mostra poeticamente l'Eucazione sentimentale del Grigio Mietitore nei panni del misterioso e affascinante Joe Black.
Diciamolo subito: se non vi va di mettervi in sintonia con i presupposti di questa storia è meglio che optiate per andare a vedere un altro film. Lento e solenne Vi presento Joe Black presuppone, infatti, che ognuno degli spettatori non si faccia poi troppe domande sul perché - ad esempio - il personaggio del ricco magnate dei Media intepretato da Sir Antony Hopkins non sia colto da alcuna forma di ansia metafisica nel constatare di avere i giorni contati.
In questa pellicola dove i concetti di Paradiso e Inferno sono banditi, si è voluto soprattutto raccontare che perfino la Morte riesce a imparare dall'Esistenza. E qual è - ovviamente - il segreto più grande che Joe Black apprende durante il suo breve soggiorno terreno? Quello dell'amore che per lui ha il volto e il corpo (e che corpo!) proprio della figlia dell'uomo che è venuto a prendere.
Intepretata da una seducente e fascinosa Claire Forlani (The rock, L'ultima volta che mi sono suicidato) la donna che si unisce inconsapevolmente nello strano e dolce amplesso con Joe Black, è sicuramente la figura maggiormente riuscita di una pellicola dove anche Brad Pitt e Sir Antony Hopkins sono al meglio delle loro possibilità.
Un film che richiede una grande concentrazione e che - una volta entrati in sintonia con esso - conduce sulle onde leggere di temi e considerazioni molto umane e mai banali, dove con una punta di ironia si riflette sulle grandezze e sulle miserie dell'esistenza. Insomma, una pellicola da amare o da odiare. Proprio come la Vita.
| Urban Legend |
Urban Legend, USA, 1998 - Regia: Jamie Blanks - Sceneggiatura: Silvio Horta - Cast: Jared Leto - Alicia Witt - Rebecca Gayheart - Robert Englund - Distribuzione: Columbia Tristar - Durata: 98 min. |
Recensione di Marco Spagnoli
Le leggende metropolitane - moderna mitologia del nostro secolo piena di personaggi macabri e pericolosi, di situazioni fantastiche e fantasiose - entrano finalmente al cinema con Urban Legend, film non particolarmente originale e brillante, il cui merito principale è proprio quello di avere portato alla ribalta un argomento tanto interessante. Ma andiamo con ordine: Innanzitutto, era destino che il solco tracciato da Scream venisse riempito da numerosi epigoni, spesso non fortunati come il loro capostipite.
Dopo So quello che hai fatto, il cui sequel dovrebbe uscire in Italia intorno a giugno, ecco arrivare Urban Legend in cui gli ingredienti sono sempre gli stessi. Argomenti adolescenziali (sesso, bevute colossali, filarini universitari o post liceali), bei e soprattutto belle protagoniste maggiorate, un clima patinato di mistero e il ruolo cameo da annotare sul taccuino alla voce "cinema nel cinema". Stavolta c'è Robert "Freddie Kruger" Englund, e "l'esorcizzata" Linda Blair.
Situazioni in cui tutti gli adolescenti (e non solo) vorrebbero potersi immedesimare, magari studiando in quelle università linde e pinte, piene di ragazze fantastiche con cui tentare a tutti i costi di fidanzarsi sia per la bellezza, sia per i fuoristrada su cui - di solito -girano. Purtroppo, ogni tanto, ci si mettono psicopatici e mostri a rovinare le cose. E anche queste donne si rivelano - spessissimo - assai pericolose. Forse, non la protagonista Alicia Witt, giovane clone della più famosa Julianne Moore (Il grande Lebowski), ma certo che ha delle amiche capace di trasforrmarsi in certe virago...
Nonostante sia prevedibile, nonostante sin dalle prime scene possiamo snocciolare la rosa di nomi tra cui individuare il cattivo, nonostante alcuni vistosi buchi nella sceneggiatura, Urban Legend ha alcuni elementi interessanti.
Una buona regia, belle ambientazioni, un'ottima e chiara fotografia (più da videoclip che da film dell'orrore) e una storia intrigante a metà tra il classico dell'Horror e sulle moderne storie di serial killer stile Millennium e X files.
La cosa migliore di questo film è comunque avere incentrato l'attenzione sulle leggende metropolitane di cui il killer replica le storie più efferate nei suoi macabri omicidi. Un argomento - ormai - dalla rilevanza antropologica consistente e che - data l'importanza - riesce a superare i confini geografici.
Un'ultima cosa: fare i cattivi rende in termini di salute. Vi sparano, vi accoltellano, vi buttano giù da un ponte e potete stare certi: nell'ultima scena sarete in perfetta salute a ridervela di quelli che vi credono morti. Magari pronti a colpire ancora in un sequel prossimo venturo.
 
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