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Secondo racconto di Enrica Zunic' a poco più di tre mesi di distanza dalla pubblicazione sulle pagine elettroniche di Delos di Seconda giustificazione: la macchina. In realtà, com'è possibile comprendere dal titolo, si tratta del primo episodio di una tetralogia che presto vedrà la luce anche nei Delos Book, legata all'intensa attività di Enrica in Amnesty International e agli orrori delle torture. Ho già parlato ampiamente di Enrica e del suo stile forte e incisivo, e ora credo che non ci sia più bisogno di spendere altre parole: sono i suoi racconti a parlare per lei, come fa in maniera esemplare quello che segue. (Franco Forte)
Base Mist. 19 giorno. Mattino.
Sarà una bella primavera. Come è vellutato e bruno il lato inferiore delle foglie di quest'albero... I capelli di Reya... e morbidi come quest'erba giovane... I crochi ogni giorno sono più fitti. Gli occhi di quel colore. E il sorriso dolce come quest'aria luminosa.
Chiudo le mani a pugno e le premo sulle palpebre. Di nuovo mi sembra di non farcela più. Temo e spero la liberante follia. Quando la sua sorte era incerta pensavo che vivere senza di lei sarebbe stato impossibile. E' vero. Ma ci si può abituare anche a questa non-morte.
In giorni come questi Rheya, rapidamente, festosamente, scalza, burlandosi dei miei doveri e dei confini di questo prato avrebbe corso, ubriacandomi di risate, inviti e termini botanici.
Affondo nel ricordo inevitabile. Un dolore che ho scelto. Non voglio l'oblio offertomi dai medici: Fenrir, "il lupo di Nar", mio luogotenente testardo. Per fargli piegare le ginocchia gliele spezzarono. Sigsræll, che riuscì, beffa per i nostri aguzzini, a morire.
Ingiusto non ricordare. Stazione Keldar: era neutrale e piacevole il riposarvi. Per questo quando la invasero ci catturarono in molti. Ci separarono dai civili. Rheya era di certo in una di quelle orribili stanze, ma non disse loro nulla. L'avrei vista. Nessuno strumento di debolezza veniva sprecato. Fenrir mutò le urla ingiuriose e le imprecazioni, che sole fino ad allora avevano ottenuto, in parossistiche suppliche quando, dalla stanza accanto, fu condotta quella ormai povera cosa sanguinante che aveva ammesso essergli figlio. Il ragazzo morì, con nostro sollievo, prima del crollo delle ultime sbriciolate difese del mio soldato. Desideravamo non aver amato o amare nessuno.
Spesso mi decantano, Lug è il primo, la mia fortuna: pochi giorni. Una prigionia breve. L'Imperatore si era arreso. Avevamo vinto.
Volevo cercarla e lo chiesi a chi, sciolti i miei legami, mi sosteneva, ma con il dono pietoso di un breve sonno incosciente, i miei liberatori sfuggirono alla richiesta. Non mi mentirono: dissero che era morta, ma mi fu impedito vederla. Nel loro fardello più lieve intuii il piccolo corpo. Mi fecero di nuovo dormire.
Mi appoggio all'albero per rialzarmi. Zoppico, ma i medici hanno detto ancora per poco. Guarirò presto. Mi pongo di fronte al sensore apriporta peruscire. Ritorno nei corridoi della base. Mimir, il tecnico, mi viene incontro. Anche lui ha voluto che questa nostra temporanea residenza avesse una Cupola Verde. Lug, il mio giovane, irrequieto subalterno, non perde occasione per lamentarsi dell'eccentricità di un nostro desiderio. Perché volere le stagioni, quando sotto la copertura della serra potremmo avere sempre giorni di "sole"?
Mimir non ha intenzione di entrare nella serra. E' venuto a informarmi che anche l'ultimo "ripulitore" è fuori uso. Una trappola elettrica nel Settore Blu/sette. E così anche questa zona non tornerà abitabile nei tempi previsti. La superiorità paziente del tecnico aumenta la mia esasperazione. Mi sforzo, però, di seguirne le interminabili spiegazioni. Solo mani e sensibilità umane hanno qualche speranza di successo in questo imprevedibile luogo. Ma non posso chiedere a nessuno dei miei uomini di entrare in quei cubicoli, disattivare le armi lasciate dai vecchi inquilini e con tutta probabilità farsi friggere o affettare sulla strada del ritorno da qualche maligno marchingegno nascosto.
La guerra è finita, ma la pace deve ancora incominciare. Milioni di armi appena assopite sono ancora disseminate su tutte le rotte e in tutti i pianeti coinvolti nella guerra e, come la nostra, centinaia di squadre stanno cercando di fare pulizia. Ho voluto questo incarico quale termine della convalescenza. Se fossi in forma andrei io in quel dannato settore.
Base Mist. 20 giorno.
Ben Vinr si è offerto volontario. Guastatore di prima classe. Si è introdotto nell'area Blu/sette. Ha disattivato i proiettori tridimensionali, spento i laser parietali, distrutto una trentina di trappole elettroniche ed evitato solo in parte una cascata d'acido che gli ha fuso spallacci protettivi e tolto la pelle della schiena e del braccio sinistro. Bocconi, in infermeria sta imprecando contro la guerra, i segreti militari e la scalogna. Ferito dalle nostre stesse armi. Ha ragione. Non abbiamo sufficienti informazioni sulle difese di questa vecchia base del nostro esercito. Rifiuto altri volontari e dei nostri problemi informo il Comando. Per qualche giorno non abbiamo niente da fare.
Base Mist. 25 giorno. Notte.
Rheya sta sognando fra le mie braccia. Forse di me. Dorme e ride e io vorrei morire. Perché un rumore mi sta risvegliando. Un'esplosione. Non proviene dai settori blu. Per fortuna. Altri incidenti nei vecchi quartieri militari e dovrei richiedere, fallita la nostra missione, l'evacuazione anche della città vicina alla base. Armi che si attivano da sé. Dubitiamo sulle cause. Come altre notti, per fuggire gli incubi o i risvegli, mi alzo e aggiro nella deserta penombra di questi locali. Odo fruscii, scatti, sibili e rumori come di piccoli animali. Oggi Mimir e Lug si sono quasi picchiati. Una zuffa stupida. Il nervosismo è comune e questa attesa non ci aiuta.
Base Mist. 27 giorno. Mattino.
Il Comando ci ha spedito la soluzione. Un Criminale di Guerra. Impiegabile in esperimenti d'utilità generale e lavori pericolosi.
L'ufficiale che comanda la pattuglia di scorta al prigioniero, sapendomi nuovo il lavoro di custodia, mi spiega il funzionamento del telecontrollo. L'uso mi sembra facile, i comandi sono pochi. Con serena indifferenza ne porta al massimo livello uno, rosso, e mi indica il gruppo, un terzetto, inquadrato dalla porta. Vedo la figura al centro piegarsi per l'intenso, improvviso dolore. L'indicatore viene riportato indietro, a una posizione intermedia, e mi vengono illustrati i vantaggi del mantenere una continua, moderata sofferenza. Spiegatimi gli altri, pochi, comandi, il piccolo strumento è ora nelle mie mani.
Fa un cenno ai suoi uomini che spingono il detenuto in avanti. E' molto alto, ha proporzioni da canone. Indossa ancora la divisa del suo esercito, ma senza contrassegni di grado o reparto e un casco con la visiera scura che gli nasconde la faccia. Nell'entrare incespica, come cieco. L'ufficiale, maledicendo la dimenticanza, senza togliermi l'apparecchio di mano, ne preme un pulsante e la visiera si schiarisce. Concluse le ultime formalità, mi saluta e si allontana. Il prigioniero è solo di fronte a me. Non ha nome, solo una sigla: S.19. Gli ordino di togliersi il casco. Protende appena i polsi. E' vero, devo aumentare la distanza tra i bracciali se voglio permettergli i movimenti. Pasticcio un po' con i comandi, ma ci riesco. Si sfila il casco scoprendo il volto. E io sono in un mare d'odio.
Tratti perfetti, di sovrumana bellezza. Incarnato freddo, chiarissimo. Occhi monocromi e uniformi. Il contorno dell'iride è solo un appena percettibile rilievo. Quante statue millenarie ho conosciuto con simili lineamenti? Uno Shakti Mazan di razza purissima. Di certo, perciò, al diretto servizio o forse anche imparentato con l'Imperatore. Torna il ricordo di Stazione Keldar. Splendidi volti impassibili. Cadenza di domande, pronunciate senza accento nella mia lingua, e di spasimi, a risposta del mio silenzio. L'inquietante sensazione allora che a torturarmi fossero antichi Dei non mi abbandonò per giorni. Inizio a spiegargli il suo lavoro. Voglio tutta la sua attenzione. Azzero temporaneamente il comando rosso.
Base Mist. 28 giorno. Pomeriggio.
Oggi è entrato per la prima volta in area Blu/sette. Ha rifiutato scudi protettivi ed equipaggiamento. Chi progettò le difese della base, ha laconicamente spiegato a noi stupefatti, non avrà di certo trascurato o ignorato le potenzialità degli strumenti di rilevazione. Anzi ne avrà installati altri che ne percepiscano l'attività. Mimir voleva interloquire, ma un accenno all'immancabile fine degli strumentatissimi, corazzatissimi robot ripulitori lo ha zittito.
Ho imposto però alla cavia saccente un casco con videosensori semplificati per poterne seguire i movimenti sui monitor. Esce, perfezione irreale di anatomia e gesti, in una tuta leggera, con un respiratore d'emergenza e pochi attrezzi alla cintura. Scorrono sullo schermo i tratti del percorso già fatto da Vinr. Il C.d.G. ha ragione. Supera i fotoricettori che, come occhi maligni ma distratti, non si avvedono di lui. Il rumore elettronico dei rilevatori del mio guastatore ne aveva scatenato la reazione. Le macchie d'acido, sulla griglia di protezione, si vedono ancora. I particolari sul monitor denotano la minuziosa, ma morbida, attenzione del suo muoversi. Ora ne sono inquadrate le mani, che tranquillamente neutralizzano le ultime trappole del settore. E' già in Blu/otto... Rallenta. Non capiamo. Si vede una parete grigia, d'apparenza soffice. E' la fuggevole visione d'un materasso verticale. Di colpo l'inquadratura si abbassa totalmente. Al suolo. E subito il rumore infernale di un fuoco di sbarramento. Torna il silenzio. L'inquadratura si rialza mostrandoci il grigio muro che ha assorbito totalmente i proiettili, senza danni per l'ambiente circostante. Egli disarma le nascoste armi e continua ad avanzare. I proiettori non lo ingannano e figure inconsistenti scompaiono. Mimir, frenetico, mi indica lo schermo. Mine soniche. Isolo fulmineamente l'audio. Superfluo. S.19 sta facendo un buon lavoro.
Stesso giorno. Sera.
Ho finalmente trovato il tempo di gettare un'occhiata ai dati sul C.d.G. Praticamente non ce ne sono. Perfino l'identità è incerta. Nell'Archivio dell'Esercito Imperiale il suo dossier manca. Cancellato. Come quello di Kratos, "il Boia" di Ugarit II e di Nuova Bruges. Che sperava così di sfuggire al giusto castigo. Pochi sopravvissuti di Nuova Bruges identificandolo e testimoniando hanno vanificato i suoi piani. Chissà dove saranno i superstiti dei crimini del nostro S.19? L'unico noto è la disintegrazione spudorata di un'intera, inerme astronave passeggeri. Ed è l'ultimo, appena precedente l'arresto. Dalla condanna risiede nel Laboratorio di Ricerca a Dargirdeh, adibito a compiti speciali. E' tutto.
Pilota, come me. Ma non come me.
Base Mist. 29 giorno. Sera.
Il tenente Lug mi annuncia tre visitatori. Li raggiungo al posto di guardia. Il dottor Ain e altri due che non conosco. Comunque seccatori. Ain è garbatamente irremovibile. Le ho già rifiutato l'accesso una volta, qui a Base Mist, ma lei spiegandomi le ragioni della propria insistenza - al Laboratorio di Ricerca entrare è realmente impossibile - mi mostra un "Passi" non ignorabile, ma che affermo valido solo per un visitatore. Con brevissima consultazione scelgono Ain. Ovviamente. E' nota e impopolare, forse in tutta l'Hansa: ha rifiutato, a guerra non ancora conclusa e dandovi clamore di denuncia, un incarico più che importante ai Problemi Interni - Ufficio Rieducazione - e segnala ogni caso di maltrattamenti ai prigionieri. Il suo sparuto gruppetto di collaboratori Lug sostiene essere pagato da gente dell'Impero. Io non ne penso nulla. Non agivano ancora al tempo in cui i "maltrattati" eravamo noi e probabilmente non hanno ragioni di vendetta o rancore. Molti confortevoli nidi non sono stati sfiorati dalla guerra. Li so in ogni modo incapaci di violenza e guidata l'ospite nel mio ufficio, le faccio condurre S.19. Lei mi domanda quale sia il suo nome. Con fredda cortesia, la informo che il prigioniero non risponde ad altro che alla propria sigla. Tentare di interpellarlo in altro modo sarebbe tempo sprecato. La conversazione è interrotta dall'ingresso di S.19. Dalla mia poltrona, la schiena alla parete della libreria, con aria noncurante lo indico ad Ain che con un sorriso gentile si alza ad accoglierlo.
Entrando egli guarda alle mie spalle e mi sembra sorprendergli un lampo d'acuto desiderio, ma il suo sguardo è subito su di noi, tornato vuoto.
Lei, con frasi lentamente costruite - la lingua Mazan è ostica - credo gli si presenti, ma con mia divertita soddisfazione egli, dio silente e immobile, mostra di non capire affatto. Forse è il senso a sfuggirgli. Ain depone sul tavolo, offrendola al mio controllo, una piccola scatola. E' cibo. Mi forzo a una risata fragorosa. Se si aspetta il patetico cliché del malnutrito galeotto resterà delusa. A riprova enumero il contenuto dei suoi pasti più recenti. Adeguato e vario. Taccio il confronto con i digiuni della mia prigionia. Mi ascolta senza interrompere, poi, con quieta gentilezza, sottolinea che metà di ciò che ho elencato è impuro o profano per uno Shakti di famiglia imperiale. Che, replico, non ha mostrato alcuna difficoltà a mangiare. Non mi risponde e attende in un silenzio non impaziente che S.19 afferri con gesti lenti, impacciati - ho ridotto al minimo la distanza tra i bracciali per non far correre inutili rischi alla visitatrice - il dono. Poi riprende a parlargli. Bruscamente le vieto, del resto non è necessario, di continuare in lingua Mazan, e lei prontamente obbedisce. Una frase, che solo per orgoglio non mi faccio tradurre, s'interrompe, ma il tono non perde dolcezza. Non vedendogli al collo il Metis, immancabile mistico medaglione dei puri Shakti, gli offre, se lo ha "perso", di procurargliene uno. Lug si è arruolato, e la ritiene sfortuna, quattro giorni prima dell'armistizio. Gamyr VIII, la sua patria, non ha patito attacchi. Il ragazzo ha fede di neofita e insoddisfatta fame di rischio. Non ha vere ragioni, ma odia con ostentazione e lo fa ammirandomi, per compiacermi. S'intromette affermando che lo Shakti ha il suo "amuleto". Glielo ha visto. Si avventa allegramente e apre i lembi della tuta di S.19, scoprendogli un poco il petto. Appena più grande del vero il Metis c'è. Delineato sulla pelle. La figura centrale è grottesca, deforme. Per oltraggio. Per derisione. Per divertimento. Qualcuno. Di buon talento grafico. Con qualcosa di rovente. Nel controllo di Ain un lieve cedimento. Ha gli occhi lucidi. Mi chiede, è medico, di poter esaminare il resto del corpo. Glielo nego e tento il sarcasmo sulla proverbiale riservatezza Shakti violata e sul suo equivocare il senso del termine "visitatore". La congedo.
Nella notte ho sogni che non ricordo, ma che mi svegliano più volte.
Base Mist. 33 giorno. Mattino.
S. 19 mi ascolta con attenzione. Il lavoro di oggi non dovrebbe essere difficile. Nero/tre è una delle parti più interne della Base, dove c'erano i quartieri scientifici. Le difese non saranno numerose quanto quelle della zona blu, prettamente militare. Arriva facilmente in Nero/tre. Entra negli alloggi degli studenti e degli scienziati e ne esce incontrando solo sistemi d'allarme. Trova una cupola, ma non è una serra. Vinr, rimessosi dalle ustioni dell'acido, che segue l'azione sui monitor con noi, ne riconosce il tipo. Un "pollaio". Il locale dove venivano custoditi gli animali manipolati e selezionati a usi bellici. Nella mappa della base non è indicato, ma si sa come sono i laboratori di ricerca. Amano i misteri. Di solito i "pollai" erano isolati, autonomi, con propri biosintetizzatori di cibo. Ogni aspetto, luce, calore, disinfezione, lo so comandato da pannelli esterni. Dico a S.19 di cercarli, bisogna eliminare la poltiglia in decomposizione che sarà rimasta... Sento animarsi la voce del C.d.G. La zona è intatta, attiva, in buonissime condizioni, e... abitata.
- Soprattutto, si direbbe, - il monitor ci mostra irriconoscibili sembianze d'animali - cani. Alcuni hanno uno strano aspetto, ma tutti sembrano cavarsela ottimamente.
Rabbrividisco. La cupola è una bomba di orrori, virus, batteri, condizionamenti alla ferocia aggressiva e chissà che altro. Gli ordino di cercare sul pannello che sta inquadrando il regolatore dell'impianto foto-termico (il "sole") e portarlo alla temperatura di incinerazione. Il suo tono è piatto, ma deciso. Non lo farà. Non ne vede la ragione. Ordini, urla, minacce, sono inutili. Spegne la radio. La rabbia mi spinge a un gesto idiota. Porto al massimo il comando rosso. Distratto dall'improvviso dolore si avvede dell'accendersi di un laser all'ultimo istante. Lo evita rotolando via e finendo contro una delle "griglie" di recinzione, installate per lasciare un ricordo sgradevole a chi vi si avvicina. Per qualche minuto l'immagine è immobile e non chiara, poi riprende a muoversi. L'inquadratura è bassissima. Fino al rientro. Deve aver camminato praticamente piegato in due, e strisciato. Il mio è stato un gesto doppiamente stupido. Per qualche ignota reazione il telecontrollo è fuori uso.
Conosco gli effetti delle "griglie". Niente da medicare, nessun danno permanente, ma per qualche ora si soffre. Molto. Anche uno Shakti. Gli sto portando qualcosa contro il dolore dall'infermeria.
C'è un silenzio disumano in questa stanza. Non si è neppure voltato al rumore del mio ingresso. I polsi immobilizzati alla branda, deve essere stato Lug, lo costringono a poggiare sul lato leso. Glieli libero. Ora ho addosso il suo sguardo privo d'attese. Nell'intenso, sofferto controllo del suo respiro le ragioni del silenzio. Un altro modo dei "Puri" per umiliare i nemici, per degradare le deboli, umane vittime? Gli dico che evidentemente non gli serve alcun sedativo e lo lascio solo.
Base Mist. 34 giorno. Pomeriggio.
Oggi preferisco temporeggiare, Mimir sta ancora riparando il telecontrollo. Mando il C.d.G., al quale nulla abbiamo detto del guasto, a Nero/quattro. Ma ne esce per dirigersi di propria volontà a Nero/tre.
... Peo, il cane di Rheya. Era già vecchio quando la conobbi, ma riusciva a imporre dieci festosi minuti d'attenzione per sé, prima di permettere qualsiasi saluto o intimità fra umani. Formavamo un trio rumoroso e allegro... Mimir, agitato, mi scuote dalla distrazione indicandomi i monitor. Il C.d.G. sta controllando con la solita calma circospezione le uscite della cupola e le blocca. Manomette i pannelli esterni di controllo fermandoli sulle ottimali condizioni presenti. Si lascia alle spalle piccole esplosioni nei corridoi che eliminano ogni via d'accesso alla zona che gli avevo ordinato di disinfestare. Vediamo le immagini del percorso finale di ritorno. Non è più lento del solito.
E' rientrato. Con fluido vocabolario cerca di spiegarmi le ragioni della sua disobbedienza. La zona ora è isolata. Un vero, inusitato ecosistema. Non è pericoloso. Ma lui non è qui per fornire consulenze... Voglio che esegua e basta. Deve bonificare Nero/tre. Raggiungere il settore sarà più scomodo, ma il problema è suo. E poiché ha avuto la balorda idea di neutralizzare i sistemi esterni di controllo impedendone l'alterazione, potrà usare esplosivi, gas, quello che vuole. E' il risultato che conta. Non accenna a obbedire. Lug lo insulta. Per sadico calcolo è lasciato un dono perverso, una trappola feroce alla città di Mist. Io ripeto l'ordine. Rifiuta ancora. A Keldar ho avuto maestri d'umiliazione. Scalfirò un poco la sua polita superficie. Impugno un tratto di cavo e lodando la bontà dei vecchi, persuasivi, sistemi, lo faccio schioccare sul pavimento a suggerire ciò che intendo. Si spoglia, con muta, orribile, semplicità. Un gesto incomprensibile. Non vedo ombra di sfida nel suo sguardo. Ripone con cura l'indumento e rimane in piedi, in attesa. Odo alle mie spalle l'esclamazione soffocata di Lug. Nulla di ciò che potrei infliggergli gli sarebbe nuovo. Il suo corpo segnato testimonia la fantasia feroce dei suoi guardiani. Mentre tento di riportare la voce improvvisamente arrochita alla normalità, gli chiedo di rivestirsi e lo informo che da domani la zona da ripulire è Giallo/cinque. Sento un peso ridicolo nella mano e apro le dita.
Base Mist. 35 giorno. Mattino.
Ho sognato Rheya. Ma non come sempre. Ho sognato l'involto scuro che mi veniva portato via. Ho urlato e pianto.
Base Mist. 41 giorno. Sera.
Ain è di nuovo qui. Ha un libro per S.19. Impallidisce nel saperlo a Dargirdeh, in anticipo sul termine di questo lavoro di bonifica. Le spiego che la presenza del C.d.G. non era più indispensabile, mentre al Laboratorio di Ricerca lo reclamavano. Ho preferito soddisfare la loro richiesta. Con labbra bianche e stanca tristezza bisbiglia che capisce. Che capisce benissimo il mio sollievo nel riottenere la libertà di odiare.
Base Mist. 45 giorno. Tardo pomeriggio.
Per l'ultima volta entro nella Cupola Verde. Sarebbe ancora autunno, ma sul "mio" albero, e intorno, prima di uscire, faccio cadere la neve, a fiocchi placidi e grandi.
Vinr e Lug stanno facendo saltare Nero/tre. Dopo potremo andarcene. Abbiamo finito. Desidero di nuovo volare. Sarà la prima cosa che chiederò all'arrivo.
Arras. Ospedale militare. 9 giorno. Sera.
Mesi di terapie e di esercizi. Potrei pilotare la mia Friagabi nove o qualsiasi altra cosa anche adesso. Invece il Comando continua a sottopormi questi interminabili test. Prelievi colloqui esami. Esami colloqui prelievi. Ormai conosco tutto questo monotono reparto d'ospedale. Mi pesa molto lo sforzo di non parlare di Rheya. Non mi fido dello psicologo. Gli ho anche taciuto che voglio volare, per sempre, senza più toccare terra, senza più fare altro. Ho solo lo schermo video per annichilire la noia e il tempo. Fra molti sbadigli, passo da un canale all'altro mescolando frammenti di datati film di guerra, dibattiti sulla letteratura shakti, documentari - lente, silenziose immagini di interni di templi shakti e di una compostissima cerimonia - interviste ai figli dell'Imperatore in esilio. La guerra e le sue esigenze sembrano, su questo schermo, diventare un puntolino distante e trascurabile. Del resto gli interessi economici delle multinazionali sono ora indirizzati ai Paesi dell'ex Impero Shakti. Una faccia che conosco. Ain. Ha l'aria triste dell'ultima volta. L'intervistatore è a disagio. Aumento l'audio. Sta parlando dell'ospite. Ain è di Brehon. L'ho conosciuto. Un pianetino simpatico. Popolosissimo. Cucina squisita. Non più di due o tre templi in tutto. E la legislazione più tollerante che abbia incontrato. Arrivarono gli Shakti. Ora Brehon è un grumo di buio nel cielo. Ricordo. Unici superstiti coloro che ne erano lontani. Per una spedizione scientifica, per una vacanza, per un congresso medico. Stanno mostrando altre immagini. E' S.19. Ascolto, ma la trasmissione è alla fine. Cos'è stato, un errore? Un deprecabile errore? Non ho capito molto, ma un nome è stato ripetuto più volte. Devo parlare con questo Litos. Ma prima con Ain. Lei saprà dove trovarlo.
Arras. 12 giorno. Mattino.
Occhi castani, naso aquilino. Litos è un Mazan dell'ovest. Bisogna guardare bene per trovare qualche segno di ascendenza Shakti. Forse il mento. Racconta con voce e gesti nervosi. Lo ascolto con totale attenzione, tornando ai giorni della guerra visti da altra ottica. E al termine potrei ripeterne ogni parola.
La capitale era nell'immaginabile caos. Ciascuno cercava di abbandonarla con ogni possibile mezzo. L'inverno e la guerra stavano finendo. Al Comandante erano noti i particolari dell'accordo segreto con l'Hansa per la fuga dell'Imperatore perché Ph.Melos Tre era l'unica astronave militare che avrebbe scortato il convoglio fino a Vharrat, la meta dell'esilio. Un convoglio ridotto. Apate Zero, l'astronave imperiale, e due "trasporto passeggeri". I preparativi della partenza furono penosi. Per alcuni lasciare le cose, sacrificandole per fare altro posto a persone, era più difficile del previsto. Il Comandante, per permettere il maggior numero d'imbarchi, assistette alle operazioni. Le astronavi gemelle M. Otto e M. Nove, le due "passeggeri" più grandi della flotta, si affollarono all'inverosimile. Alla partenza si accodò ogni genere di velivolo. Carghi, traghetti e altre strane disperate cose appena in grado di volare. Venne l'ordine di ignorarle e Litos e i suoi compagni si illusero che fosse per qualche ignota possibilità. Il viaggio fu tranquillo.
Alle Porte di Gant, a un istante dal cielo di Vharrat, Apate Zero usò i suoi due raggi traino autorizzati per abbandonare, prima dell'approdo, l'indesiderato resto del convoglio. Uno agganciò M. Nove, l'altro una "trasporto passeggeri" sconosciuta, pescandola dall'eterogeneo nugolo del seguito. Udirono la voce concitata del pilota di M. Otto non ottenere risposta dall'astronave imperiale. Videro il comandante dirigere i disintegratori, dicendo al collega sconvolto, che continuava a gridare l'errore, di tenersi pronto, e colpire con la solita precisione, l'"intrusa" che svanì in un polverio luminoso. Apate Zero non poté far altro che agganciare M. Otto. Erano impietriti. Non avevano mai fatto guerra ai civili. Il Comandante, tranquillo, con uno dei suoi sorrisi speciali, spiegò cosa avevano distrutto. Un cargo a volo automatico, truccato da "passeggeri". Dal carico indubbiamente prezioso; proveniva dal palazzo imperiale, ma non di certo vivo. Gant intimava loro di scendere. Nel suo cielo avevano in apparenza appena consumato un crimine orribile e beffardo. Il Comandante rispose loro assumendosi l'intera responsabilità dell'accaduto. In cambio dell'immunità per i quattro componenti l'equipaggio ai suoi ordini, offrì di consegnarsi senza reazioni di sorta. La proposta era allettante. Per la fama di lealtà dei "Puri" in generale e, soprattutto, del Comandante in particolare. Per le note possibilità della nave ai suoi ordini di dare filo da torcere. E per i molti reparti imperiali che avevano ricusato l'armistizio e che continuavano a combattere. Lui fra questi non era un'eventualità desiderabile. L'offerta fu accettata. Puntarono su Gant.
Al momento dell'arresto, subito tempestato di domande, il Comandante, con ferma semplicità, scandì che nella propria resa seguiva le antiche consuetudini della sua razza. Di conseguenza era il solo responsabile, non avrebbe risposto ad alcuna e ulteriore domanda, e fra un anno se ne sarebbe andato.
Un anno. Chi lo arrestava percepì in quella voce pacata e chiara la certezza della fuga. Certa quanto il mantenere gli altri impegni appena presi.
Il processo durò due giorni. La difesa non aveva testimoni. Nessuno di M. Otto o M. Nove si fece vivo. Litos mi ha raccontato la loro paura. Erano tempi di vendetta e imprecisione. Scomparsi i dati delle loro carriere. Apparivano dei criminali responsabili di una strage odiosa e insensata. Avevano la possibilità di vedersi solo durante le udienze e non potevano parlarsi. Due guardie restavano sempre incollate ai fianchi del Comandante. Per trovare ragioni del suo gesto fecero le ipotesi più infami.
A Litos e ai suoi compagni fu detto che il secondo pilota si era suicidato. Il difensore parlò loro. Tacquero e furono liberi. In tre. Per il Comandante il processo continuò.
Più tardi, con la Legge di Ar, Litos poté tornare a fare l'unico mestiere che conosceva. Il soldato. Ma nelle truppe dell'Hansa. La vita era tornata normale.
Forse fu uno stupido errore, forse no, ma un giorno gli fu comandato un turno di guardia ai Laboratori di Ricerca di Dargirdeh. I più importanti. Disponevano di una cavia Shakti. E lo riconobbe. Non mi ha detto cosa vide, ma per un istante l'ho visto serrare le mascelle sul ricordo insopportabile. Di nascosto vomitò per giorni, ma eseguiva gli ordini. Poi, un giorno... Mentre proseguiva il proprio racconto vedevo Litos sgretolarsi davanti ai miei occhi e con frasi sempre più frammentate confidarmi che l'avrebbe fatto fuggire ma lui, steso sul tavolo anatomico o appeso al muro, coperto di sangue, gli diceva "O poszen.". Più tardi. Più tardi. Finalmente Litos riuscì ad andare dal dottor Ain. Le raccontò tutto. Ella lo tenne al sicuro finché fu necessario e trovò altri testimoni. Tutto giunse ai mass-media, e nonostante il fumo di menzogne e inesattezze di alcuni la sentenza fu riveduta. Con il pretesto di accelerare i tempi il C.d.G. è stato solo graziato, ma la sua morte è una figuraccia assolutamente da evitare. Ecco perché è nel Centro più attrezzato di Rianimazione e Terapia Intensiva. In questa città, all'Ospedale Militare.
Ero a pochi passi e non lo sapevo. C.d.G. S.19. Kalis Atanatos, pilota, comandante dell'astronave da combattimento Ph. Melos Tre della flotta imperiale.
"Luce nera", leggenda e proverbio già dai primi giorni di guerra, quando da sola aveva messo fuori uso la nostra ammiraglia, manovrando con l'astuzia e la velocità di una piccola mangusta.
Arras. Ospedale militare. 13 giorno.
Lug ha voluto seguirmi. Il medico di turno ci fa entrare e ci guida fino al limite d'inizio della zona sterile. Ho un fugace momento d'irrealtà. Una statua in fleboclisi. Ora non potrei negare la sua magrezza. Ha pelle di un biancore trasparente, marmo sottile. Macchine, intorno, nella figura immobile affondano aghi e sonde di ogni genere e negli infiniti tubi scorrono fluidi costanti e vari. Indispensabili, ma impariamo presto a odiarli. Il personale ci permette - ormai - di restare.
I periodi d'incoscienza terrorizzano e i momenti di coscienza angosciano. In essi egli volge all'elaborato supplizio che lo controlla, nutre, drena e chissà che altro, uno sguardo che penso indistinguibile da quello per i suoi vecchi carnefici.
Ci viene spiegato che a causa degli esperimenti subiti, che potrebbero rovesciarne gli effetti, è necessario limitargli i narcotici. A volte lo vediamo tendersi per uno spasimo aggiunto e capiamo che un suo debole lamento equivale a un urlo. Lug in quei momenti mi sembra uscire di senno.
Arras. Ospedale Militare. Ho smesso di contare i giorni.
I medici approvano il mio tempo trascorso qui. Forse perché Kalis, il nostro S.19, sembra accettare la mia presenza più di quella d'altri. Vorrei ridurre il suo dolore a qualcosa che io possa sopportare. Cerchiamo e speriamo, ma solo per poco. Non ha più famiglia, genti, amori di sorta. Niente che noi gli si possa offrire per tenerlo in questo mondo. Lug deve avere i miei stessi pensieri e la medesima avvilita mancanza d'idee. Da ore è immerso nella lettura di un testo di cucina rituale shakti e l'ho visto consultare e compulsare una montagna d'altre informazioni.
Un Metis autentico e intatto è su un ripiano, vicino e all'altezza di un possibile sguardo di Kalis. La sottile catena a cui è agganciato è raccolta intorno a esso con ordine perfetto e cura diligente. Neppure un sacerdote Shakti avrebbe potuto disporlo meglio, ma Lug, come me incredulo e indifferente a riti e trascendenze, possiede, per ricerca ostinata, illustrazioni precise.
Esco. Devo allontanarmi dall'affaccendarsi dei medici, dall'incrocio sfuggente di sguardi, dal palese, lento vincere della sua intenzione sulla protervia delle macchine che lo circondano e sull'accanita volontà di chi lo cura. Sta morendo.
Conosco il giardino dell'ospedale. Anche quest'anno mi sorprende la fioritura del pruno nero. Ieri c'erano ancora le gemme, e ora ecco un'esplosione di petali scuri nell'angolo destro del viale. Un anno esatto. Uno Shakti mantiene sempre la parola. Anche quella data a inquisitori insistenti alle Porte di Gant. Anche quella data a chi, imbecille, ignora la possibile uguaglianza fra fuggire e morire.
In queste stanze s'aggirano e avvicendano diversi pensieri e sentimenti. Vari rimorsi. Lug, che non riesce a tacere e star fermo. Litos, inchiodato a ricordi di obbedienze che credeva doveri e che ora non osa fare neppure un gesto. Io.
E molli dispiaceri di subordinati aguzzini che rifarebbero tutto con vento e padroni mutati. E turpi presunzioni. Berski "cronista e pubblicista".
Uso un'autorità che so non possedere, ma che in qualche modo altri mi riconoscono e lascio fuori dalla stanza la video troupe e il suo certo, avido grufolìo nell'inerme povero pudore di Kalis. Berski, misurato gestire, studiatissimi sorrisi, compassione elegante, ne è deluso, ma lo nasconde dietro una condiscendente comprensione. Conosco, li ho cercati, i suoi servizi e articoli sul C.d.G. Le frasi, curate quanto le sue unghie, con cui sottilmente legittimava la folla che davanti al tribunale chiedeva vendetta e supplizi esemplari. Le colte citazioni con cui sosteneva, insufficiente la morte, più utile ed equo destinare il corpo dell'orrido criminale a rendere servigi all'umana comunità offesa. Non in uno stile inefficacemente esplicito, ma con la consumata abilità che facilmente gli riconosco e che oggi gli permette un ineffabile pietismo. I suoi pensieri mi sono facili. Poter avere l'eroe Shakti al Berski Show... Nel suo fine grigio di abito e capelli mi segue e si avvicina con compunta, epidermica attenzione a Kalis che, senza forze, lo ignora. Lo piego a leggere la demolita bellezza, armonia interrotta, di quel corpo che nei suoi elzeviri era mostro mitico, strumento d'effetti retorici. Le ustioni ineguali, i segni lunghi, disordinato intreccio, lasciati dagli scudisci, le ferite, le fratture malamente saldate. Scrittura, forse degli irosi giorni, ineleganti e volgari per un signor Berski, delle domande. Gli faccio compitare l'atroce geometria d'altre, esatte cicatrici, alcune ancora vivide sotto la trasparenza della medicazione, che appartiene invece al tempo silenzioso del Laboratorio. Narro i dolori e gli oltraggi invisibili, le umiliazioni e infamie che il signor Berski, celandoli con il brillante tessuto della sua prosa, certamente auspicava.
Lo lascio accartocciarsi, sarà per poco. Domani, o fra un'ora, la sua minuscola anima avrà già messo insieme qualche filosofica, letteraria giustificazione. Per rispetto verso la sua vittima faccio uscire l'ammutolito ospite. Non assisterà all'angoscia di Kalis per l'approssimarsi di cure che lo stremano, o al suo sonno dagli infiniti incubi che lo annientano.
Hanno chiesto la collaborazione di Ain. Dimostrazione eloquente della disperata inanità dei responsabili della vita di Kalis. Trovo nella stanza Ain sbigottita e una folla di tecnici e infermieri che frenetici portano, spingono, accostano macchine e strumenti... Dopo averle messo, mi sembra, praticamente a disposizione l'intero ospedale, lasciano, Ain è categorica, la camera. Mi aspetto uguale trattamento, ma, con un cenno, lei mi concede di restare. Si accinge a esaminare Kalis. Lo vediamo tremante per i preparativi. Una morsa mi chiude lo stomaco mentre tento di non immaginare quali spaventevoli ricordi vi associa. Lei, con gesti secchi e rapidi, più utili delle spiegazioni, spegne gli strumenti, sebbene diversi da quelli della memoria del suo paziente, appena attivati. Aspetta poi, senza toccarlo, che per lo scomparire dei nuovi rumori e per il tono dolce delle sue parole egli si quieti. Anch'io ho imparato la frase che a Mist le interruppi sulle labbra e saprei ripetere a Kalis di non avere paura. Preferisco tacere e guardare. Lo visita con gesti antichi e delicata, profonda competenza. Al termine gli parla ancora. Egli trova per lei un sorriso. Gentile e lontano. Così sappiamo di non avere speranze.
Bollettini quotidiani sullo stato di salute dell'incolpevole cavia sono ormai diffusi oltre i già grandi confini degli Stati dell'Hansa. E ogni giorno, per entrare, a fatica fendo e mi faccio largo, con rabbiosa amarezza - forse è la stessa gente che urlava vendetta nei giorni del processo - in una folla che, commossa, staziona davanti all'ospedale.
Gli scoraggiati responsabili di questa Unità di Terapia Intensiva sperano di rallentare la fuga mortale del famoso paziente con maggiori e più precise informazioni. Così giungono i due medici che si alternavano nel presiedere gli interrogatori e qualcuno del Laboratorio di Ricerca. Vedo Lug, rimanendo distante come me per l'intera durata dei cerimoniosi saluti, non staccare lo sguardo dalle loro mani. La parte oscena del loro corpo. Poi scateniamo una discussione accanita, ma dobbiamo cedere. Non possiamo risparmiare a Kalis di vederli, riesco a imporre però, ho la mia voce e i modi peggiori, che non lo sfiorino. La loro consulenza è, naturalmente, fallimentare. Lug, chiesto il mio permesso, lascia l'ospedale dando minime spiegazioni.
Ha gli occhi chiusi, lo credo incosciente così gli parlo. Senza pause, un po' farneticando. Gli parlo di quando guiderà la mia Friagabi e di quanto lo scoprirà facile per un pilota in gamba come lui. Gli parlo di cieli, di libri, di amore, di fiori, di vino. Gli parlo di Rheya. Gli parlo di me. Non deve morire. Apre gli occhi e dalla smisurata distanza della sua lunga abitudine al dolore mi guarda. Con pietà. Poi riabbassa le palpebre, stanco.
Lug è tornato. Fermo sulla soglia, si guarda gli stivali sporchi di fango, le condizioni pietose dell'uniforme, come chiedendo permesso al pavimento immacolato, alle pareti asettiche. Inequivocabile sintomo dello stato mentale dei medici è il loro immediato invitarlo, anzi incitarlo, a entrare.
Egli si avvicina mostrandoci il contenuto della sua giubba avvolta a fagotto. Un cucciolo. Nero, dagli occhi infiniti. Perfettamente a proprio agio nella tenera stretta che lo sorregge. Lo deponiamo su una lettiga che spingiamo piano accanto al letto mentre Lug sussurra a Kalis - L'ho rubato. Che nome vuoi dargli? - Il movimento è dolce, ma sufficiente a farlo cadere buffamente seduto, mostrandoci l'interno delle piccole cosce e il glabro ventre roseo su cui un innestato trasmettitore di dati vi spicca nella sua forma poligonale. Osservo meglio i suoi occhi così grandi. Sono, trapianto accurato e recente, rilevatori di minerali. Lug solleva con delicatezza la mano di Kalis meno imprigionata dai tubi e la posa sul dorso dell'animale. Il pelo morbido e scuro spunta fra le dita esangui come erba nuova. La nostra speranza è lancinante. Ma la mano resta immobile. Poi, per inerzia, scivola e cade. La bestiola si sta annoiando e muove verso il bordo della lettiga. Raggiunto il limite continua a camminare oltre, ma una mano, bianchissima e scarna, lo ferma e afferra prima del vuoto. E, piano, lo accarezza. Kalis ha scelto. Anch'io. E, sorprendendomi per l'inaspettato tepore di una pelle di marmo che per la prima volta sfioro, penso che ora, forse, avremo più tempo per un utile rimorso.
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