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E' recentemente scomparsa Gilda Musa, una delle autrici più importanti per la storia della fantascienza italiana. Vittorio Curtoni ne traccia un ricordo.
Non ho incontrato Gilda Musa poi troppe volte in vita mia, e non la vedevo da almeno una quindicina d'anni; ma la notizia della sua morte, avvenuta a fine febbraio, mi ha lasciato un vuoto dentro. Se n'è andata in punta di piedi, con discrezione, com'era nello stile di questa signora minuta, tanto amabile, sempre pronta ad accendersi in discussioni vivacissime sulla natura del lavoro letterario, sul senso e sul perché della scrittura. Per questo, forse, ne conservo un ricordo così vivido: Gilda era una di quelle persone che puoi vedere poco, magari in occasioni particolari come una convention o la riunione di una giuria di un premio letterario, ma quegli incontri ti restano impressi per la vigoria, il calore intellettuale che sprigionano.
Gilda era un vulcano d'idee, di proposte, di voglia di fare; sembrava un po' la metà, come dire?, iper-attiva della coppia che formava con Inisero Cremaschi. Anche Inisero è sempre stato una fucina intellettuale d'alto livello, come dimostra la sua produzione letteraria, come si vede benissimo dai suoi troppo rari racconti di fantascienza, ma il suo comportamento è più pacato, tranquillo. Inisero porge con garbo, suggerisce, propone; Gilda era irruenta, sicura di sé, assertiva. Forse (l'ho sempre pensato) è stato proprio grazie a questa diversità d'indole che i due hanno dato vita a un matrimonio tanto riuscito; o almeno, diciamo che entrando in casa loro si aveva l'impressione di una coppia in grande sintonia e armonia. Il che è bellissimo in linea generale ed è, mi si permetta dirlo, piuttosto raro in un universo come quello della letteratura, dove tanta gente è perennemente pronta a scannare tanta altra gente. Basta, ad esempio, rileggere l'introduzione di Inisero a Giungla domestica (Dall'Oglio, 1975) per rendersi conto di come il marito scrittore si tiri in disparte per lasciare tutto lo spazio possibile alla moglie scrittrice: io di coppie così ben assortite ne ho conosciute poche.
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| Babini, Adalberto Cersosimo, Gilda Musa, Inisero Cremaschi, Ernesto Vegetti, Massimo Pandolfi, allo SFIR di Ferrara nel 1978 (foto: Vegetti) |
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Il mio rapporto con Gilda Musa è iniziato molto prima che avessi il piacere di conoscerla di persona. Lei era di una generazione precedente alla mia, sicché io, da ragazzo, mi sono spesso trovato a incontrare quei bellissimi racconti seminati tra le pagine della rivista Futuro e delle antologie Interplanet: storie come Memoria totale, Trenta colonne di zeri, o Max mi si sono stampate nel cervello, colmandomi di meraviglia e reverente ammirazione. Non l'ho ancora detto, ma Gilda è sempre stata uno degli autori italiani di science fiction più dotati di capacità stilistiche; una grande autrice e narratrice nel senso più pieno dei termini. Non a caso era anche poetessa e germanista: una personalità multiforme incentrata su una consapevolezza dei mezzi letterari che ben pochi hanno eguagliato. Era l'epitome (e lo dico con la consapevolezza di esporre me e lei a critiche anche feroci, ma tant'è, la verità si impone da sé, non si discute) di quella "fantascienza umanista" che in Italia ha dato per anni frutti non indifferenti. Il rigore stilistico era per lei condizione necessaria e imprescindibile, sulla quale innestare lo sviluppo di idee fantastiche tanto innovative quanto pregnanti sul versante dei contenuti. Era scrittrice dotata di capacità di discernimento in sommo livello, sino ad arrivare alla rigorosa meticolosità di distinguo sottilissimi. C'è un episodio che ricordo molto bene e che illustra in maniera esemplare, credo, il concetto. Quando scrissi il capitolo a lei dedicato del mio volume Le frontiere dell'ignoto, glielo portai a leggere per avere il suo placet (sì, lo so, con tanti altri non l'ho fatto, ma Gilda era una signora, e che signora), e lei approvò tutto, fu molto contenta, mi ringraziò. Mi chiese però una lievissima modifica: dove, parlando della sua antologia Strategie, avevo scritto che si trattava di "strategie letterarie", lei mi chiese di mettere invece (e io obbedii, s'intende) "strategie narrative".
Questioni di pelo caprino? Non credo proprio. Questo è rigore. E' attenzione spasmodica alla singola parola. E' quello che uno scrittore veramente scrittore dovrebbe sempre fare, quando maneggia la lingua. E' quello che tanti sedicenti autori non hanno mai imparato e che invece per lei era una sorta di seconda natura.
Se ben rammento, il primo contatto diretto con lei l'ho avuto allo SFIR (così si chiamavano all'epoca le convention nazionali: Science Fiction Italian Rundabout) di Ferrara del 1976. Gilda trattò mia moglie e me con una cordialità, una familiarità che davvero mi riempì di gioia. Un pochino anche d'orgoglio, lo confesso: essere accettato alla pari, di primo acchito, senza discussioni, da uno dei miei scrittori preferiti! Ancora oggi la ringrazio di questo. Gilda era nel pieno della sua querelle con la RAI, che aveva mandato in onda uno sceneggiato, La traccia verde, che a suo giudizio plagiava il suo romanzo Giungla domestica. Non so come si sia risolta, a livello legale, la questione, ma di certo ho sempre pensato che Gilda avesse ottime ragioni: per quanto sia vero che all'epoca le ricerche sulla supposta "sensibilità delle piante" fossero uno dei piatti forti della parapsicologia mondiale, è altrettanto vero che le due trame rivelavano coincidenze sconcertanti. E il suo romanzo era uscito prima che venisse prodotto lo sceneggiato. In sostanza, in entrambe le storie il colpevole di un delitto viene smascherato grazie alle reazioni "emotive" di una pianta... Vedete un po' voi. Come minimo, il suo sacro furore era pienamente giustificato.
Con lei e con Inisero, Giuseppe Caimmi, Giuseppe Lippi e io siamo stati compagni di giuria per le due edizioni del "Premio Robot". Ci siamo ritrovati negli uffici dell'Armenia, e dopo un pranzo in compagnia abbiamo passato il pomeriggio a discutere in maniera piuttosto accesa delle virtù e dei vizi dei racconti che avevamo letto. Debbo dire, riandando a quegli anni, che se nella seconda edizione Mauro Gaffo si impose all'unanimità, la vittoria di Morena Medri con In morte di Aina il primo anno fu dovuta soprattutto ai coniugi Cremaschi: loro due puntavano senza la minima esitazione su quel racconto, e invece noialtri tre avevamo una rosa di papabili troppo estesa e variegata. E non riuscimmo a trovare una piattaforma d'accordo. Non che mi dispiaccia, intendiamoci; ma insomma, se volete, anche questa è una riconferma delle ferree convinzioni e delle capacità di persuasione di Gilda Musa (e Inisero Cremaschi, come no). Una donna straordinaria, lasciatemelo dire.
Sono stato un po' di volte a casa loro, sempre accolto con estrema cordialità. Avevano sotto casa una pizzeria che era un punto di ritrovo per gli scrittori milanesi, e oltre tutto la pizza era anche ottima! (Be', io sono fanatico di pizza e ho canoni piuttosto rigorosi in merito.) Una volta andai da loro, ai mitici tempi di ROBOT, con Giuseppe Lippi, e quel che ricordo più di tutto è il fatto che non mi avvidi, a pianterreno, della presenza di una vetrata ORRIBILMENTE trasparente e mi ci fiondai contro col non indifferente peso del mio corpo. Una craniata fantozziana da restarci secco! Arrivai all'appartamento dei Cremaschi suonato come una campana e, suppongo, apparentemente sbronzo, anche se in realtà non avevo bevuto un goccio... Ma fu una serata ugualmente bella, calorosa, nell'ormai consueta pizzeria. Anche la botta disumana alla fronte è entrata a fare parte dei miei ricordi più dolci. Visto che mi trovai in fulgida compagnia.
So che, per anni, Gilda e Inisero sono stati il fulcro di riunioni periodiche (settimanali, credo) di autori che si davano convegno a casa loro per discettare dell'arte di scrivere. Un cenacolo, in parole povere.
Nonostante i loro ripetuti inviti, non ho partecipato una sola volta a questi incontri, per banali questioni logistiche: io vivo a Piacenza, loro a Milano. Talora la geografia e' d'intoppo. E come non ricordare l'antologia I labirinti del terzo pianeta (Nuova Accademia, 1964), curata da loro due in anni in cui il semplice parlare di sf italiana era atto di smisurato orgoglio? Un'antologia nella quale riuscirono a coinvolgere nomi come Mario Soldati e Libero Bigiaretti, oltre a quelli che potremmo definire i "professionisti" indigeni della fantascienza. E un'altra impresa notevole è stata, negli anni Settanta, la serie La Collina, pubblicata dalla Nord: quattro intensi volumi a metà tra saggistica e narrativa nei quali si è tentato di lanciare la nuova etichetta di "neofantastico" per i narratori italiani. Il termine non ha avuto, è vero, grande successo, e le vendite non sono state eccezionali, come d'altronde è quasi sempre accaduto in Italia alle iniziative "diverse" in un campo tutto sommato molto conservatore; ma provate a sfogliare quelle pagine e vedrete quanto fervore, quanto attivismo, quanto discutere. Il curatore ufficiale di La Collina è stato Inisero, ma non è difficile vedere dietro la mano complice della moglie, che con lui condivideva la passione smisurata per il lavoro letterario.
Rammento queste cose per testimoniare l'importanza che la presenza di Gilda Musa ha avuto, nel farsi della fantascienza italiana, non solo per le sue virtù d'autrice ma anche per le attività concomitanti ideate e gestite col compagno della sua vita. E chissà quanto ho dimenticato. Ma non volevo offrire di lei un ritratto globale quanto piuttosto un'immagine, un'impressione; l'istantanea che rimarrà fissata nella mia memoria. Quel che penso di lei come narratrice l'ho detto nello scritto che potete leggere su questo numero di DELOS. Per il resto, che aggiungere? Carissima Gilda Musa, tu hai arricchito la mia esistenza con quello che hai scritto e con la tua presenza umana. Cose delle quali non si può mai essere grati a sufficienza.
Grazie di tutto, e a rivederci prima o poi, chi lo sa?
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