racconto di
Nicola Verde

Zicchiriola





Ecco il vincitore della quinta edizione del Premio Lovecraft, che quest'anno ha avuto degno coronamento finale con la premiazione avvenuta nella libreria Feltrinelli di via Manzoni a Milano, dove si sono raccolte oltre settanta persone. Non starò a parlare troppo di questo racconto, che mi piace particolarmente. Mi limiterò a riportare per intero la motivazione che gli ha consentito di aggiudicarsi la prestigiosa affermazione al Lovecraft:
"Per la descrizione di una realtà antica e dialettale e la scelta di un linguaggio consono, non fastidiosamente mimato sul dialetto. Per la capacità di farci entrare nella storia e di adeguare i battiti del nostro cuore a quelli di personaggi inventati. Per la capacità d'illuminare, col suo raccontare sottovoce, i piaceri e le paure minimi, intimi, per il coraggio d'imboccare una strada che non passa attraverso iperboli, amplificazioni, catastrofi, e l'abilità di fare con la scrittura una delle cose più misteriose e preziose: presentare alla nostra esperienza ciò che non esiste." (Franco Forte)

Infandum, regina, iubes renovare dolorem.
Tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore.
(Virgilio, Eneide)

La Sardegna è un antico e goffo scrigno di legno in una stanza piena di specchi e di mobili moderni in truciolato smaltati.
La Sardegna è un sonnacchioso elefante marino. O anche un mammut.
La Sardegna è una bolla sospesa: fragile e meravigliosa.
La Sardegna è il cuore del tempo. Pulsa. Ma lentamente. E il tempo, qui, si deposita con una compattezza che non ha eguali in altri posti. E' come se attraversasse un'ampolla piena d'acqua; e il deposito è il midollo di noi sardi: a segare la nostra spina dorsale si scoprirebbero gli strati concentrici del tempo. E in cima alle nostre vertebre ci stanno, dicono, delle cose acquattate. Ma noi sappiamo che quelle cose stanno lì proprio perché lì ci sta il tempo del mondo. E questo tempo è vero, anche se a volte non è né buono, né bello.
Bonela è il cuore della Sardegna.
Dietro la mia casa ci sta un viottolo che dopo aver attraversato un campo incoltivato si arrampica per il monte Saru. In fondo a questo viottolo ci sta Fardighei, che è un posto soltanto di ortiche, cardi e di erbacce alte; gli olivastri, i lecci, le querce e i lentischi stanno più in basso o più in alto. A Fardighei, contro la parete della montagna, ci stanno le domus de janas, e quasi sul bordo dello strapiombo un piccolo nuraghe. Nessun bonelese ha mai creduto sugli scopi militari di quella costruzione; nessun bonelese si sognerebbe mai di visitare quelle grotte, né di andarci per il panorama. Mai, da sempre. Eppure, da lassù, si goderebbero delle belle vedute; sarebbe come gustarsi una miniatura e le cose apparirebbero diverse da quelle che sono: le pecore sarebbero chicchi di riso sporco impigliati tra fili d'erba cresposa, le case i pezzettini del piatto frantumato che conteneva quei chicchi di riso, il fiume Tirso il rivoletto di Vermentino versato in uno sposalizio.
Resta il mistero di quel viottolo che, da un certo punto in poi, nessuno ha mai calpestato e che pure è là. Da quel certo punto in poi è come se la natura facesse un passo indietro in due opposte direzioni, o che la terra scavasse da sé una fossa sottile.
Dalla mia casa si può vedere il viottolo fino a quel punto. Poi il viottolo sparisce; fin là sembra una specie di cordone ombelicale poggiato sulla pancia della montagna. Poi più niente. Io guardo spesso da quella parte. Fardighei però non si vede, è troppo lontano, oppure perché è l'altra parte di quel fascio vascolare: la parte che sta dentro, quella nascosta.
Prima e dopo Fardighei ci stanno gli alberi, e il vento ci si infila che è una goduria ascoltarlo: i tronchi scricchiolano e le chiome hanno un fruscio fresco, come quello delle gonne. Tutti i posti sono sempre pieni di rumori: rumori che tranquillizzano, anche se a volte possono non piacere. A Fardighei non credo ci stiano rumori che tranquillizzino: ci sta invece il silenzio che inquieta. Le pecore che capitano a pascolare da quelle parti se ne stanno tranquille fin quasi al suo limitare, poi s'innervosiscono e allora intervengono i cani. Rizzano il pelo, puntano le zampe e allungano i musi: ringhiano e abbaiano forsennati, sbavando e spruzzando rabbia e paura, paura e rabbia. Tremano. Vedi i loro quarti posteriori tremare. Fin quando, ubbidienti, le pecore voltano svelte giù per il pendio.
Ma di solito neppure le pecore ci vanno. E neppure i cani. E forse neppure gli animali selvatici.
Quarant'anni fa ogni tanto ci arrischiavamo ad arrivare fin quasi ai limiti di quella tonsura. Ci capitava alle volte. Eravamo in quattro: io, Toneddu Manca, Salvatora Pinna e Mariantonia Zidda. Eravamo fidanzati tra di noi, allora. Io e Salvatora avevamo nove anni, Toneddu e Mariantonia ne avevano otto. Ma ci amavamo molto a quel tempo, sebbene non provassimo nulla a baciarci sulla bocca.
- Dentro il nuraghe ci sta Malabrigura - disse quella volta Toneddu. - E nelle domus de janas ci stanno gli janaressosso. Malabrigura è prigioniera di Zicchiriola. -
Smettemmo di giocare. Mariantonia reclamava stizzita perché continuassimo.
- Reina reinella, cantos passoso mi dasa pro arrivare a su casteddu chi sa fede e chi s'aneddu? -
Ma a noi non andava già più.
Salvatora alzò gli occhi e li puntò verso Fardighei.
- Io dico che là dentro non c'è nessuno - disse.
Adesso tutti guardavamo quella tonsura più in alto: era una specie di cerchio magico. Se avessimo fissato lo spazio che sovrastava quel cerchio fino a farci male gli occhi lo avremmo visto tremolare. E invece distoglievamo lo sguardo.
- Ti dico che è là dentro - insistette Toneddu.
- Un giorno ti ci porterò, là dentro - disse Salvatora.
Ci sentivamo tutti forti in quel momento, indistruttibili, immuni al male.
Mariantonia smise anche lei di saltellare e rise, mettendo in mostra il vuoto dei due denti davanti che le mancavano: quando rideva si sforzava di stirare le labbra, così tanto che se nel farlo si fosse anche messa a tirare le due trecce che le cadevano sul petto come grovigli di sottilissimi fili di ferro, sarebbe sembrato che stesse facendo le boccacce.
Io pure mi sentivo forte e sicuro e perciò ridevo.
- Perché non adesso? - Dissi.
Salvatora mi guardò mentre con un piede si grattava l'altro piede. Aveva i piedi nudi. Tutti avevamo i piedi nudi. E la sua faccia era scura come quella di una mulatta. E gli occhi erano neri e vellutati.
- Sì, perché non adesso? - Disse. E corse per prendere la mano di Toneddu.
Toneddu si sentì perduto.
- No! - Gridò. - Non ci voglio venire. -
- Su, su non fare lo scimunito.-
- Non voglio.-
- Ma che uomo sei? Sei una pappamolla, ecco che sei.-
- Vacci tu, se proprio ci vuoi andare.-
Salvatora mi guardò.
- Se ci vieni anche tu.-
Io mi sentii gelare e il mondo mi cadde addosso. Tutto il coraggio se n'era andato come se me lo fossi pisciato. Mi ricordavo quello che mia madre mi aveva raccontato sugli janaressosso e su Zicchiriola. Di solito queste cose si raccontavano la sera, quando si era accostati al fuoco di un camino, almeno così era quarant'anni fa, quando la televisione ancora non c'era, e la sera faceva buio presto e nelle altre stanze c'era freddo. Mia madre, che non era abituata ai discorsi lunghi e aveva la mente lenta, raccontava queste cose usando frasi brevi, fatte di poche parole, a causa del suo povero vocabolario; lo faceva mentre rovistava la cenere disegnando rabeschi complicati quanto non erano i suoi pensieri. Sapevo quanto le costasse fatica pensare. Ma poiché quei racconti erano già scritti nei recessi più antichi del suo cervello, lei non doveva pensare e perciò neppure faticava.
- Zicchiriola sese sa reina de sos janaressosso - mi ricordo che mi disse quella volta. - Zicchiriola è la regina degli janaressosso, il popolo che vive nelle domus de janas. Di tanto in tanto torna da queste parti.-
- Torna? -
- Sì, torna, dopo essersi presa Malabrigura e chissà quanti altri bambini. Li fa diventare janerossosso. -
Conoscevo la fiaba di Malabrigura e del suo rapimento e avevo paura di poter diventare anch'io uno janerossosso. Sapevo che erano brutti e cattivi.
- Quando viene sta a Fardighei - continuò mia madre. - Perciò tu stattene lontano da quel posto, che è maledetto.-
Io non le dissi che qualche volta lì attorno ci andavamo.
Mia madre era già vecchia. Suo marito le era morto da qualche anno e io, suo figlio e figlio di quell'uomo che probabilmente aveva amato o forse soltanto accettato, ero tutto quello che le rimaneva.
- Promittimilo - disse guardandomi fisso. Pareva una vecchina con gli occhi da bambina. Indossava una gonna nera lunga e plissettata e in testa portava un fazzoletto annodato sul collo che il tempo e il sole, da nero, avevano fatto diventare verderamato. - Giurami che non andrai mai a Fardighei. -
Adesso aveva smesso di fare quei suoi complicati ghirigori e mi aveva preso le mani, e le mie mani erano sparite nelle sue, ingoiate da quella voracità insaziabile. Avevano bisogno di sentire la mia carne, quelle mani, di sentire il mio tepore, il mio stesso sangue, di sapere che io ero là e in nessun altro posto.
- Nara, dimmi. Zurami. -
- Zuro - dissi. E in quel momento mi pareva di odiare quella sua stupida torpidezza, quella sua rassegnata passività. Lei, lasciandomi le mani, riprese i suoi lenti ghirigori: era tranquilla, adesso.
Me lo ricordavo.
Così proposi:
- Potremmo andare tutti. - Ma non ce ne fu bisogno. Vedevamo la schiena di Toneddu. S'era mosso senza che nessuno di noi se ne fosse accorto. Camminò per un po', e noi per un po' gli tenemmo dietro. Poi ci fermammo mentre lui proseguiva. Ma anche da lì potevamo vederlo bene, e quello che vedevamo non ci piaceva per niente, anzi ci turbava, perché quello che vedevamo apparteneva al tempo in cui ci infagottavano in scomodi e ingombranti pannoloni: Toneddu si stava pisciando addosso e forse anche cacando, e forse sudava e piangeva e moccicava e chissà cos'altro gli capitava: Toneddu Manca defluiva via senza che lui se ne accorgesse. Non ci badava. Neppure si guardava tra le gambe. E a noi non veniva da ridere. Guardavamo e basta. Una macchia gli si spandeva lungo le cosce e il fondo schiena come se in tasca avesse tenuto una brocca d'acqua che pian pianino si stesse svuotando. Ma noi sapevamo che non era possibile.
Intanto Toneddu diceva:
- Vedo...vedo...- e noi pensavamo che invece stesse dicendo:
- Vengo...vengo...- perché nella testa di tutti noi la stessa voce raschiosa diceva:
- Vieni! Vieni! -
Nessuno di noi si mosse. Soltanto Toneddu. Forse era lui, lui soltanto che la voce voleva.
Toneddu indossava un paio di pantaloni larghi e corti, che gli scoprivano parte degli stinchi, tenuti alla vita da una cintura del padre, lunga e sottile come una lingua sporca.
Improvvisamente, mentre camminava, si mise a canticchiare:
- Zicchiriola, Zicchiriola, cantos passoso mi dasa pro arrivare a su casteddu chi sa fede e chi s'aneddu? -
Era sbagliato come la canticchiava. Sbagliato.
Lo vedemmo ripulirsi la faccia con un gesto della mano, e lo sentimmo singhiozzare. Poi non lo vedemmo più. Nessuno di noi sa come questo possa essere accaduto. Era sparito. Forse dietro il muriccio a secco. Forse. Oppure dietro il nuraghe. Forse. O dentro il nuraghe. Forse. Oppure dentro le domus de janas. Forse. Era sparito mentre canticchiava. E noi non lo vedemmo mai più. Mai più.
Adesso, a distanza di quarant'anni, a volte mi capita di ripensarci, quando i bambini canticchiano quella filastrocca. Ci penso ma non mi allarmo, perché la filastrocca è innocua fin quando a essere invocata è semplicemente la regina; ma quando la regina invocata è Zicchiriola allora la filastrocca non è più innocua. Io questo lo so.
Così quando questa sera ho sentito mio figlio canticchiare quella maledetta filastrocca in quel modo sbagliato, tutto l'orrore di allora m'è salito lungo la spina dorsale, e poi dietro al collo fin sulla nuca.
- Zicchiriola, Zicchiriola, cantos passoso mi dasa pro arrivare a su casteddu chi sa fede e chi s'aneddu? -
Se ne stava da solo, nel cortile che dà verso il monte Saru. Io stavo alla finestra, attratto da uno strano fenomeno che mi pareva avvenisse dalle parti di Fardighei, era una specie di rifrazione, o qualcosa di simile, comunque anche quello era un qualcosa di sbagliato, profondamente sbagliato. Sono sceso di casa di corsa - la mia casa è a tre piani ed è situata in una zona piuttosto appartata di Bonela - e ho preso mio figlio per un braccio; lui sembrava intontito.
- Vieni - gli ho detto. - Vieni con me prima che ti porti via.-
Lui m'ha seguito docile.
A casa s'è pisciato addosso, e dire che ormai ha dieci anni e non è più un bambino. Poi s'è cacato. Ha preso a smoccicare, e sudava e piangeva. Si liquefaceva.
Anche mia moglie s'è allarmata. Mi si è fatta vicino; deve averlo sentito canticchiare quella orribile filastrocca.
- Tutto come allora - mi ha detto. - Tienilo stretto.-
- Sì, Salvatora - io le ho risposto. - Nessuno ce lo porterà via.-
L'ho accompagnato di sopra e l'ho aiutato a spogliarsi e a lavarsi. Ancora non prova vergogna a farsi vedere nudo da me. Poi l'ho messo a letto. Salvatora ha continuato a starmi dietro, senza parlare. S'è limitata a facilitarmi le cose: ha raccolto i vestiti di nostro figlio e li ha buttati in lavatrice. Qualche volta l'ho sentita tirare su col naso. Ma non ha detto niente. Non abbiamo altri figli, noi. E' tutto quello che abbiamo, quel figlio, Zicchiriola non può portarcelo via, non ne ha il diritto. Ma io mi sento in apprensione.
Così adesso sono qui a montargli la guardia, mentre guardo fuori dalla finestra verso Fardighei.
Lui, di tanto in tanto, si alza dal letto, si avvicina alla finestra e guardando lassù dice:
- Vedo...vedo...- e poi se ne sta zitto.
E io, anche se non vedo nulla, so che lui vede qualcosa. E allora cerco di non farlo alzare e di tranquillizzarlo e gli dico:
- Restatene a letto, che lassù non c'è niente che possa farti del male.-
Lui mi guarda e sembra starsene quieto, ma è come se già non ci fosse. E io non mi sento tranquillo. Per niente. Specialmente adesso che quella specie di rifrazione o di diacope atmosferica mi pare si sia fatta più grossa. Adesso che sento ruggire nella testa quella stessa voce raschiosa di un tempo - sono certo che anche mia moglie la sente, è per questo che si tiene la testa tra le mani e la dondola piano.
"Vedrai che verrà" dice quella voce raschiosa. "Vedrai che verrà e tu non potrai farci niente. NIENTE!"
Questo dice quella voce.

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