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Franco Clun è un personaggio molto particolare nel mondo della fantascienza italiana, purtroppo. E' una delle pochissime persone che riesce a superare le endemiche divisioni e contrapposizioni fra gruppi di influenza, appassionati di un genere e dell'altro, estremisti politici, e farsi benvolere da tutti. Diciamo purtroppo, perché ce ne vorrebbero molti di più come lui. Collabora con il Corriere della Fantascienza e con Yorick, con la società Tolkieniana e con Carmilla. Ed è anche un eccellente scrittore. Questo racconto, già uscito su una antologia delle edizioni Altra Italia, purtroppo di difficilissima reperibilità, ha vinto quest'anno il premio Italia come miglior racconto professionale. (Silvio Sosio)
Indecenti, piacevoli pensieri che ricominciano sempre puntuali, tanto belli eppure così inquietan-ti. Nel sogno lo vedi venire verso di te, è nudo e ha un'espressione al tempo di desiderio e trionfo. Viene attraverso la stanza buia con il pavimento di pietra e le sue braccia sono aperte. Quando ti stringe la paura aumenta, ma ti è impossibile staccarti da lui. Senti la potenza della sua durezza con-tro il tuo ventre, percepisci le carezze delle sue dita finché le tue minuscole mutandine vengono tolte, tirate via come un petalo da un fiore umido di rugiada. Senti l'ardore crescere, la fiamma bruciare più violenta, invaderti, diramarsi dal cuore e diffondersi verso le estremità come elettricità lungo i traccia-ti dei cavi. Senti paura, repulsione... e una brama inesprimibile. Poi i suoi occhi neri e profondi si fis-sano nei tuoi e le labbra si schiudono, pronte per essere baciate, e qualcosa, come avviene sempre, qualcosa va... male.
I particolari del sogno a questo punto si fanno vaghi in modo inquietante. T'impegni con più foga, ma lui si limita a sorridere, e nel suo modo di sorridere c'è qualcosa che ti sgomenta. Non riesci ad af-ferrare cosa sia, e il dubbio ti rode. Devi capire, senti che non riuscirai più a riposare se non saprai. Solo un brutto sogno, dici, e hai ragione, ma non è strano che sia sempre lo stesso incubo? E' la de-cima, la centesima volta. Pure essendo addormentata, è come se la tua mente fosse cosciente del so-gno ricorrente. Ieri, la prima volta è stata ieri? Sì, certo, a meno che non fosse un altro giorno, un al-tro mese, un altro anno. Non sai. Ma dev'essere stato ieri perché il giorno non è più sorto, il sole non è più spuntato.
Da quanto dura la notte, da quando? Non ha importanza, vorresti che non finisse mai.
Apri gli occhi: la stanza ti pare più miserevole ancora di come la ricordavi: ha un aspetto inzac-cherato, le finestre sbavano umidità, i muri sono color cenere con verdi linee di muffa disegnate dall'umidità e il pavimento è ingombro di bambole con i loro vestiti, giochi e pezzi di giochi. Non hai più tempo per le pulizie e tutto sommato ti piace la casa disordinata: ti ricorda le giornate passate all'autodemolizione fra auto e camion rovinati in ammucchiate oscene, corpo contro corpo in ruggi-nosi abbracci, fra motori dissezionati e tubi di scarico come budella sparse. Ora ti sembrano troppo lontane, eppure a volte ti scopri a rimpiangere il vecchio posto di lavoro.
Guardi con nostalgia le foto scattate durante i viaggi in Grecia, Turchia, Romania, uniche pennel-late di colore nel grigio dei muri, osservi i disegni a carboncino segnati e ombreggiati in modo così de-ciso che tu stessa fatichi a trovarne un senso
Ormai puoi concepire una sola forma di vita possibile: i sogni. Ti precipiti nel sonno per sognare, ti corichi aspettando che gli scenari si creino.
Il tempo ha finito per scavare nel letto l'impronta del tuo corpo disteso in un sonno inquieto, si-mile a una botola che un giorno si aprirà sulla terra nera e umida.
Sospiri, ti alzi, ti avvicini alle tende e le tiri da parte per controllare il progredire della notte: al di là della finestra, la nebbia sta scendendo pesantemente, nebbia che s'insinua sotto le porte e tra le fessure, quasi come pioggia. Infatti, odi qualcosa che comincia a tamburellare sul tetto basso.
Ti avvicini alla scrivania cercando d'essere di rendere più disinvolto il tuo passo. " Non cammina-re come una forbice" ti raccomandava sempre mamma.
Ti siedi senza badare alla confusione, scosti i libri e accendi il computer. Il modem gragghia la sua approvazione al collegamento. Ecco: la seconda dall'alto, quella che porta la dicitura "cauchemar". C'è! Sei sollevata? Due clic per leggere il messaggio di posta elettronica, ma prima togli le mani dalla tastiera, chiudi gli occhi e rifletti sulla possibilità che lui non sia l'uomo giusto. Di tutti i misteri della vita umana, uno almeno ne hai penetrato: il grande tormento della tua esistenza viene dal fatto che sei estremamente sola, e tutti i tuoi sforzi, le tue azioni, tendono solo a sfuggire a questa solitudine. Nella notte che ti circonda non hai mai trovato un'altra mano, o il conforto di percorrere con un altro essere vivente lo stesso cammino. L'orribile martirio d'aver compreso la paurosa solitudine in cui vi-viamo ti è insopportabile: nessuno comprende nessuno, qualunque cosa si pensi, si dica, si faccia. Perché poi dovresti stare con gli uomini e lavorare per loro? Hai schifo delle loro mani sudate, dei selvaggi riti di corteggiamento, della saliva acida delle loro bocche.
Il pensiero ti colpisce freddo e penetrante come una lama d'acciaio, rimane lì e non vuole mollare. Forse c'è sempre stato, e soltanto ora sei capace di sentirlo pienamente. Sai cosa succede quando la tua mente si fa prendere da questi pensieri, ma non è il caso di farsi prendere ora dallo sconforto.
Hai sempre pensato queste cose, prima di conoscere lui. Tutta la sua persona ha qualcosa d'ideale che non è di questo mondo, e che mette le ali al tuo sogno. Speri ardentemente che sia lui. Confessa-lo: le sue parole sanno toccare terminazioni nervose che credevi spente. Prima di leggere il nuovo messaggio ti apri una vecchia E-mail, per prolungare il momento in cui finalmente saprai.
Subject: Solitudine
Date: Fri, 9 May 97 02:05:28 +0200
x-sender: fer020k1@fe.giove.it
From: <"Lazzaro" cauchemar@fe.giove.it>
To: "Anna De Falco" <adfalco@pubbli.it
Mia dolce Anna
"Ho come la netta sensazione d'essere solo nell'universo. La mia estrema solitudine mi fa rab-brividire. Vorrei potermi specchiare in un altro, vorrei che qualcuno mi parlasse con le mie stesse parole, per sentirmi vivo, per realizzare che lo sono. Non amo il tempo reale: mi costruisco un qua-dro eroico, un tempo mio, e vi rimango, senza interferenza col presente, fatta eccezione per questo modo di comunicare che trovo affascinante. Un tempo sapevo sostenere una discussione su qualsia-si argomento servendomi di opportrune citazioni. Mi sosteneva una memoria portentosa, e godevo nell'umiliare l'ignoranza e la rozzezza dei miei amici soggiogandoli con i miei virtuosismi retorici, con le sapienti circonlocuzioni del mio discorso. Ora ho perduto totalmente l'abitudine e il piacere di parlare, ma assaporo con voluttà la lettura e la scrittura. Chi vive all'interno di una realtà desidera solo viverla, soltanto dalla mancanza nasce l'impulso alla scrittura. E' come se le parole fossero state inventate perché noi potessimo nasconderci.
Me ne rendo conto: in questo modo boicotto forse il tempo, sì, ma boicottando me stesso, esclu-dendomi dal simposio universale della storia. E' la mia volontà, ma le pieghe del tempo non riesco-no a nascondermi: anche così recluso tutti mi trattano come se fossi presente nel mondo, tutti sanno di me. Spesso penso a cosa sarebbe stato di me se non fossi riuscito a vivere nel passato e nel futu-ro.
La mia esistenza è limitata, ma godo di una crescente vitalità via via che le dita scorrono sulla tastiera e rivelano i segni delle lettere.Via via che scrivo capisco che mi sto inventando un'identità che non è più mia. Mi sono costruito un mio doppio, che ormai decide per me e detta le regole del gioco. A nessuno interessa la realtà letterale delle cose. Tutti chiedono una realtà fittizia, che soddisfi le loro ossessioni, bloccate nell'intimo per ragioni di nobile convenzione.
Le tue parole invece liberano le cose dal loro cono d'ombra, e le spostano dall'increato alla ma-terialità del fatto compiuto. Non è mai esistita un'altra simile a te.
E' come se lui fosse qui. Vedi i suoi occhi scuri fissi nei tuoi, ma l'anima che si cela fra le parole non la conosci. Che pensa? Sì, che pensa? Può davvero comprendere il tuo tormento o si prende gio-co di te? Riflette su quello che dici, ti giudica, ti deride, ti stima sciocca? Come sarebbe bello se ti a-masse come ami lui.
E tu, anche se vuoi concederti interamente, anche se vuoi aprire tutte le porte del cuore, non riesci mai a raggiungere l'abbandono completo. Nel fondo, proprio nel fondo della tua anima conservi quel luogo segreto dove nessuno è mai penetrato. Nessuno può scoprirlo, né entrarvi, perché nessuno ti somiglia, perché nessuno ti comprende. Eccetto lui.
Perché si ama? Avere in mente un solo pensiero, nel cuore un solo desiderio è lacerante. Eppure vorresti amore, che lui ti amasse disperatamente, senza vedere ciò che ama. Perché vedere è com-prendere, e comprendere è disprezzare. Bisognerebbe amare, inebriandosi dell'amore stesso, come ci si ubriaca in modo da non sapere più ciò che si beve. E bere, bere, bere senza mai riprendere fiato.
Ti è venuta sete. Porti il bicchiere all'altezza del petto appiattito, bagni la punta della lingua e in-ghiotti due bei sorsi. Chiudi gli occhi, lasci che il liquido scorra sulla lingua in modo da assaporarne il gusto, ti abbandoni al brivido per quel sapore ferroso.
Prendi un giornale vecchio, lo guardi, cerchi di leggere, poi lo getti a terra, maledicendo il destino e i suoi tradimenti. Gli occhi ti abbandonano a poco a poco. E' colpa della maledizione: il ritmo delle cose è cambiato, troppo lesti i sensi, troppo lenti i pensieri. Vedi per muoverti, ma quasi più per leg-gere. Eppure ami la lettura, hai una vera passione per i libri di storia e i giornali d'epoca. Il tempo è un parassita che distrugge le cellule.
Il silenzio è punteggiato dal rumore della pendola. E' una regolarità che ti turba. Sollevi il capo, guardi in direzione dello schermo, poi, scoraggiata, fai un gesto d'impotenza con la mano.
Adesso pensi con calma, ragionando: non c'è motivo d'angosciarti tanto, basta attendere con pa-zienza. Coraggio, abbandona i pensieri e apri il nuovo messaggio, è un tuo diritto, hai la password, quindi procedi.
Subject: creato e increato
Date: Fri, 11 May 97 01:58:47 +0200
x-sender: fer020k1@fe.giove.it
From: <"Lazzaro" <cauchemar @fe.giove.it>
To: "Anna De Falco" <adfalco@pubbli.it
Mia cara Anna
Desideri che sia io a dipingere il quadro di me stesso. Bene, un tempo qualcuno ha detto che sono un uomo di corporatura robusta e che l'aspetto piacente mi rende adatto al comando. A tal punto possono divergere l'aspetto fisico e quello morale di un uomo.
La bellezza in sé stessa mi attrae ben poco, anzi non m'interessa per niente, la natura nuda mi annoia e non accetto il vuoto di coscienza della pietra o dell'albero. Ogni forma, anche non animata, ha la sua anima e solo ciò che sovverte le mie capacità di difesa esercita attrazione sulla mia sensibilità.
Un uomo dimenticato dal tempo e schermito dalla morte, ecco come mi vedo. Il mio sguardo si posa su altri spazi, altri tempi, altri mondi. Per esplorare le stelle esigo il buio, voglio essere libero dalla condanna della luce. Non sopporto di restare a lungo alla luce; mi sento meglio al buio, nel mistero magmatico da dove nascono le forme dell'immaginario.
Amo la notte come si ama la propria amante, d'un amore passionale, profondo, invincibile, con tutti i miei sensi, con tutta la mia carne che le tenebre accarezzano. Il sole è duro, crudo, non ha la sottigliezza, la sfumatura, l'ambiguità del buio.
Ho attraversato la morte fisica, e conosciuto tutte le forme in cui l'essere umano vi è coinvolto.
La disperazione, l'indifferenza, i tradimenti, la fedeltà, la solitudine, la famiglia, la libertà, la pesantezza, il denaro, la povertà, l'amore, la salute, il sonno, il desiderio, l'impotenza, l'arte, l'onestà, il disonore: so troppo bene di cosa sono fatte queste cose per badarci. Esiste una sola cosa che abbia importanza: la vita, il sangue che scorre nelle vene. La gente si annoia: allora si distrae con il sangue. Solo lo spargimento di sangue è un diversivo di sufficiente soddisfazione. Nessun altro spettacolo può dissimulare la noia degli uomini.
Proclami debole la tua volontà. Confesso che la rivelazione dell'incredibile superiorità della creatura femminile, dell'energia tremenda del corpo di una donna mi appartiene da troppo tempo per crederti. Più complessa, più forte, chiusa ermeticamente attorno al suo segreto, a una vita interiore che nell'uomo non c'è, la donna è uguale e spesso superiore a noi, lo prova il mito delle amazzoni che vivevano, secondo Erodoto, accanto ai Traci: combattevano e si comportavano in tutto da uomini, servendosi di essi soltanto per procreare, e come le api se ne liberavano ammazzandoli subito dopo la fecondazione.
Parli di rimorsi, di morale. Quante volte sono cambiati gli strumenti con cui si misurava ciò che è bene, giusto, bello e morale? Abiurare ogni fede, ogni morale, questa è l'unica soluzione.
Non hai più alcun dubbio: è lui. In fretta digiti la risposta richiesta. Un invito. Il tempo in cui il tuo amore si desterà e ti sentirà finalmente e per sempre accanto a lui nelle silenziose ore della notte è giunto. Fra poco tu e lui sarete una cosa sola, così sembra, no? Ma questo fra poco non arriva mai, e dopo settimane, anni, secoli ti ritrovi più sola di quanto non lo sia mai stata.
Un bagno potrebbe ristorarti. Apri i rubinetti mentre il vapore purifica i tuoi pensieri, ammorbidisce le tue curve e ti fa sembrare meno spigolosa. Ti metti la mano sulla bocca, vezzo sempre più frequente, e sorridi. Ridere si sé è un buon segno. Hanno talmente riso di te.
Ti senti osservata. Ti lavi in fretta, ti alzi con un gran movimento d'acqua e ti copri con l'accappatoio. Corri nell'ingresso e ti pare di scorgere un movimento indistinto, un'ombra che sale sul pianerottolo. Sembra spaventosamente grande. Devi sederti, attendere che il cuore si calmi.
Ti fermi accanto alla massicia cassapanca, sfiori con le dita le figure d'ottone e prendi il vestito rosso di tua madre. Ti alzi lentamente e passeggi a destra e a sinistra, perché lui non sospetti di niente. Non hai intenzione di lasciargli capire che ti rende nervosa, comprendi che si sta agitando, che a sua volta ha paura. Non di te, bensì di aver commesso un errore. Chiudi la persiana di ferro. Controlli che la porta sia sprangata a doppia mandata.
Lentamente attraversi la stanza, preparando parole delicate. L'immagine di te stessa riflessa nello specchio non compare: non c'è alcun volto nello specchio, la stanza appare desolatamente vuota. Non è lo specchio in sé, ma l'argento che lo compone a impedirne il riflesso La cosa non ti ha mai preoccupata: non sei bellissima e lui non è il principe azzurro. Perché non ti sei ancora liberata dello specchio? E' così difficile sbarazzarsi del passato? Un tempo ti sembrava di vivere vicino a una grande città, d'essere un'impiegata, d'essere figlia di genitori che amavi e moglie di un uomo per il quale nutrivi affetto e fiducia. A volte ti sembra d'aver avuto un figlio, ma è sempre una figura vaga, mai chiaramente delineata.
Sei sorpresa nell'udire passi muoversi sul pavimento nudo dell'ingresso? No, non hai dimenticato di chiudere la porta.
All'improvviso senti che è lì.
- Sei tu! - Non è la sua immagine che ti strappa il grido, è il soffio lieve, sottile, quasi inafferrabile delle putrefazioni umane, e ti prende una gioia, una gioia folle.
La tenebra si fa immobile, la finestra si contrae come un occhio colpito dalla luce. La stanza vortica. Un movimento alle tue spalle, ma non guardi dietro. Odori il soffio della morte. Assaggi le tenebre e il grumo di paura che ti blocca la gola.
Stai tremando. Perché tremi quando comincia?
Spegni il computer e guardi la stanza che vi si riflette, il tuo volto e la figura di lui.
Ora puoi vederlo: la sua immagine viene catturata e restituita dal monitor.
Alzati, sii disinvolta e accoglilo come si conviene. Il tuo signore è tornato, e ha sete. Lazzaro: il risorto, il non morto.
Improvvisamente comprendi cosa c'è di sbagliato nel tuo sogno. I denti del tuo amore sono piccoli, insignificanti, non da predatore, bensì da erbivoro. Con quei denti non può prendere ancora il tuo sangue.
Ti volti con un movimento lento e meticoloso, fino a incontrare i suoi occhi. Adesso ti sta ritto di fronte, aspettando di essere visto, immortale e assetato di sangue, la stessa sete che pervade tutto il tuo spirito.
E' come lo ricordavi, come l'ha descritto il famoso scrittore: pallido come il chiarore lunare. Il volto aquilino, decisamente aquilino; il naso sottile con una gobba pronunciata e narici stranamente arcuate; la fronte nobile e spaziosa, i capelli radi sulle tempie, ma abbondanti sulla testa. Le folte sopracciglia che quasi si congiungono sul naso, e i ciuffi che paiono arricciarsi tanto sono abbondanti. La bocca è rigida, e con un profilo quasi crudele. Le orecchie sono pallide, appuntite; il mento ampio e forte, le guance sode anche se scavate. Tutto il suo volto è soffuso da un incredibile pallore. I denti, bianchi e stranamente aguzzi, sporgono dalle labbra fameliche il cui colore acceso rivela una vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni.
Per la prima volta vedi i suoi occhi velarsi d'incertezza. I lineamenti sono un testo non ancora scritto, gli occhi sono lo specchio di un disgusto inesprimibile, sprezzante. C'è una pausa di silenzio gonfio di sangue e rabbia, che sembra durare un'eternità, poi lui ti riconosce, ed emette un suono che è qualcosa a metà strada tra una risata e un rantolo mortale.
- Ecco qualcosa di nuovo sotto la luna.
La paura, sentimento che credevi d'aver dimenticato, s'impossessa di te.
- Hai ancora molto da impare, per questo ti lascio fare. Ricorda però che è l'ultima volta, non mi costringere a mostrarti dove risiede il maligno.
- Resta con me - lo supplichi - Ti offro tutto. Baciami, non mi prenderai contro la mia volontà, questa volta.
Lui continua a ridere. La poca carne dei fianchi ti duole, pigiata fra la pelle e le ossa. Lame di freddo salgono a infiltrarsi sotto al vestito e per i buchi delle scarpe.
- Resta, - lo supplichi, - ti prego, non avrei voluto ingannarti, ma era l'unico modo per riaverti ancora qui. Prendi il mio sangue, è tuo; non voglio rimanere sola, ho bisogno di te.
Le uniche fauci spalancate che vedi sono quelle del tempo, e ti spaventano più della morte. Rifiuto, solitudine, giorni innumerevoli che si stendono davanti, ecco la paura più grande. Cosa resta da fare, quando non c'è più nulla da fare?
- Sai qual'è la cosa che più disprezzo? Il tradimento. Tradire è il gesto più vile che un individuo possa compiere ed è destino dell'uomo tradire sempre. Noi dobbiamo essere diversi, unici, un'eccezione, siamo gli esiti di una grande coscienza che pensa sé stessa, e non ammette che uno dei suoi figli ricorra all'inganno, al tradimento.
Senti come il vento gelido ti tocca il viso e avvolge il tuo corpo dalla testa ai piedi. Un male confuso, senza ritmo, senza sfogo ti assale; una cosa cieca e caotica. Un velo di sangue agli occhi, poi tutto è spaventosamente lucido, come un improbabile mondo di specchi: lui non ti vuole più; ha preso una volta il tuo sangue, ha fatto di te quello che sei e ora ti respinge. Pensi al vuoto, forse per abituarti a non esistere. Adesso la sua presenza ti sembra meno confortante.
- I sentimenti inebriano, indeboliscono, ed è meglio distruggerli per conservarsi per sempre integri, forti, per non pagare all'esistenza un tributo troppo alto. - Dice lui con voce gentile. - Sei giovane, col tempo imparerai cos'è il vero amore. Tutti i poeti ne esaltano la bellezza e l'eterna ebbrezza senza aver esplorato la rotta che conduce alla purezza dell'allontanamento, alla rinuncia del possesso. Abbandonarsi per ritrovarsi veramente, soffrire il distacco che solo può unire, lasciarsi per essere profondamente fedeli.
Quando si volta e scompare, con tutta la tua forza di volontà rimani rigida per non seguirlo, per non implorarlo di tornare indietro.
Rimane la solitudine, che è ormai la stessa cosa del sangue, una cosa profonda come il senso della madre, una cosa mai decisa ma definitiva, che ti accompagnerà per tutta la vita.
Sei libera e ti accorgi di piangere sommessamente. Ti senti spossata, hai voglia di dormire, un sonno pesante che ti seppellisca, che cancelli il farneticante vociare nella tua mente. La cosa che ti fa più paura è il pensare a quando ti sveglierai domani e ricorderai tutto quanto è successo.
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