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Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...
Io ho goduto dell'enorme fortuna di trovare, tanti anni fa, due padri
spirituali all'interno della fantascienza italiana che sono stati con me
di una gentilezza, una dolcezza squisite. Il loro comportamento nei miei
confronti è una di quelle cose che non dimenticherò mai, anche se con uno
dei due, il secondo, mi è una volta capitato di condurre un'aspra
litigata in pubblico ai tempi di Robot, come ho riferito in un
precedente numero di questa rubrica: è che all'epoca avevo il mio bel
caratterino, e nemmeno lui scherzava... Okay, acqua passata. Adesso posso
persino riderci sopra, il che non fa che aumentare il piacere.
Il primo di questi amabilissimi signori è Sandro Sandrelli. Un bel giorno
degli anni Sessanta, garzoncello scherzoso di forti ambizioni
fantascientifiche, trovai il suo indirizzo su una rivista di sf che aveva
pubblicato un suo racconto (mi pare fosse Galassia edizione Udine,
ma non ci metterei la mano sul fuoco). Senza pensarci nemmeno per quei
cinque minuti, presi carta e penna e gli scrissi, poi imbucai. E lui mi
rispose! Mi inviò addirittura una sua foto con dedica, che fa da allora
parte del più adorato dei miei album fotografici, quello con le facce
(internazionali) della gente della fantascienza. Ci incontrammo di
persona al terzo festival del cinema di fantascienza di Trieste, nel
1965, un altro evento del quale ho già parlato, e da allora è sempre
stato amore. Sì, lasciatemelo dire, io AMO Sandro Sandrelli, un pioniere
della sf, soprattutto un pioniere delle parolacce nella sf italiana! So
che oggi non sta bene, che è molto depresso, e non so dire quanto mi
dispiaccia. Ho tentato di recente di farlo uscire dal suo guscio,
telefonandogli, scrivendogli, ma ho fatto un buco nell'acqua. Mondo
infame. Una persona come Sandro dovrebbe poter godere di tutta la
felicità che un essere umano possa avere... Okay, lo sappiamo tutti, non
c'è giustizia in questo universo.
Il mio secondo, tenero (a modo suo) paparino è stato Lino Aldani. Col
quale sono entrato in contatto proprio grazie a Sandrelli, che, attorno
alla metà degli anni Sessanta, mi scrisse: "Ehi, ma lo sai che
Aldani lascia Roma e si trasferisce a vivere dalle tue parti, a San
Cipriano Po?" E mi diede l'indirizzo. A quei tempi, io abitavo a
Calendasco, un tetro paese a una ventina di chilometri da Piacenza, paese
che è entrato nella storia del fandom perché da lì spedivo in giro per
l'Italia le copie di Nuovi Orizzonti, la fanzine che curavo con
Luigi Naviglio. Inutile dire che scrissi immediatamente ad Aldani, che a
sua volta mi rispose e mi venne a trovare a Calendasco! Incredibile. La
prima volta che ci vedemmo, avremmo dovuto essere in compagnia anche di
Ugo Malaguti, che però tirò il bidone a Lino e non si fece vedere. Sicché
Lino mi riaccompagnò a casa mia sul suo delizioso Maggiolone e passò il
pomeriggio a chiacchierare con mio padre e me di fantascienza. Wow! Mi
pareva di toccare il cielo con un dito. E non sto scherzando.
S. Cipriano Po è un paesino dell'Oltrepo pavese, poco dopo Stradella, a
cinquanta/sessanta chilometri da Piacenza. Lino è nato e cresciuto lì,
poi, per motivi che ignoro, si è trasferito a Roma, dove ha
fatto l'insegnante di matematica e dove non riusciva a stare,
sicché alla fine è tornato al natio borgo selvaggio. Ho assistito
alla progressiva crescita della sua casa, circondata da alberi e da molto
verde: un'impresa di dimensioni epiche che ha richiesto interi anni.
Intanto io continuavo ad andarlo a trovare, e mi beavo dell'amicizia,
delle confidenze, della generosità materiale e spirituale di chi ho
sempre considerato il massimo Autore, con la A maiuscola, della sf
italiana. A ripensarci adesso, arrivato ai cinquant'anni d'età, mi rendo
conto che probabilmente per Lino era gratificante incontrarsi con un
imberbe giovanotto che lo venerava, che coltivava la sua stessa passione,
che pendeva dalle sue labbra; ma questo non sminuisce affatto il valore,
la dolcezza della sua amicizia. Anzi, aggiunge qualche aroma in più. Lino
è uomo trascinante, veemente, ieratico; sembra sempre sull'orlo di farti
la rivelazione finale che ti svelerà il vero senso dell'universo.
Penso che sarebbe stato un ottimo condottiero di crociate, e di certo le
giornate trascorse con lui erano eventi da segnare sul calendario.
Nell'autunno del 1967 conobbi Gianni Montanari. Alla fine del 1969, lui e
io diventammo i curatori (ufficiosi, per questioni di vile pecunia) di
Galassia e dello Science Fiction Book Club. E cominciammo
la nostra lunga serie di pellegrinaggi a San Cipriano Po. In motorino.
Bei tempi. Gianni aveva un Ciao, io un Motom credo anteguerra (!) che
avevo ereditato dal padre di una compagna di classe del liceo; però
possedeva tre marce, il che lo rendeva più grintoso del Ciao di Gianni.
Una volta, su una salita col fondo di ghiaia, sono persino riuscito a
volare fuori strada grazie all'accelerazione smodata del mio Motom.
Quanto lo rimpiango... Correndo al di sotto dei 50 chilometri orari, ci
voleva una vita per arrivare da Aldani, ma era divertentissimo; e
trascorrere un pomeriggio con Lino significava conversare a ruota libera
con uno dei nostri padri spirituali, un guru dalle opinioni molto nette
espresse con quell'aria di arcana rivelazione che chiunque lo conosca
avrà presente. Poi a casa sua ci si ingozzava sempre di alcol e di cibo
in maniera del tutto smodata! In vita mia ho conosciuto poche persone più
ospitali di lui e sua moglie. Oggi, nel mio piccolo, sto cercando, a casa
mia, di ripetere coi miei giovani (e anche non troppo giovani, vero
Ernesto? :) amici fantascientisti la stessa magia; e se tanti continuano
a tornare per quelle che sono state definite CurtoniCon, be', magari
qualcosina riesco a combinarla. Certo che da Aldani si andava giù di
brutto con l'alcol, in primis col vino, e poi con lo Stock 84. Ragazzi,
che mangiate. E che bevute. Me le ricordo ancora. Se al ritorno fossimo
stati fermati una volta o l'altra dalla Stradale, e se ci avessero fatto
la prova del palloncino, è probabile che Gianni e io saremmo finiti
dentro... Tuttavia, non ci è mai accaduto nulla. Nemmeno un graffio.
Anzi, ricordo sempre la volta che, tornando, passammo coi nostri possenti
scooter per Castel San Giovanni, un paese che all'incirca segna il
confine tra il piacentino e il pavese; e vedemmo i cartelloni che
annunciavano, per quella sera, la proiezione al locale cinematografo di
2000 La fine dell'uomo (No Blade of Grass), il film tratto
dal romanzo di John Christopher Morte dell'erba; e siccome nessuno
dei due lo aveva visto, ci fermammo a mangiare un toast in un bar e poi
andammo al cinema, e rientrammo a Piacenza in tarda serata. Avevamo pochi
soldi: Gianni telefonò a sua madre chiedendole di avvertire la
mia...
E veniamo a Quando le radici, il romanzo della vita di Lino
Aldani. Se quel libro esiste, un poco è anche merito di Gianni Montanari
e del sottoscritto. Sul serio. Lino si è trascinato dietro questo romanzo
per un'infinità di anni: lo aveva iniziato a Roma, lo aveva ripreso a S.
Cipriano, ma non riusciva a finirlo. Era troppo importante, bruciante,
per lui, con l'amore che aveva per il suo paese (del quale è stato anche
sindaco). Non so quante volte, nelle nostre merende stramerendose nella
trattoria del suo paese, mi ha chiesto: "Vittorio, me lo sai dire
cosa sarà di tutte le S. Cipriano del mondo nel duemila? Nel
tremila?" Io dopo un po' conoscevo a memoria la risposta, ma gli
volevo bene e mi inventavo ogni volta una stronzata diversa, per potergli
permettere di guardarmi col suo cipiglio più fiero (che è, garantisco,
estremamente fiero), scuotere la testa, e dirmi: "No, no. Non hai
capito niente! A questi paesi non accadrà nulla, resteranno sempre
uguali, e moriranno lentamente perché saranno ai margini della
tecnologia..." O qualcosa del genere.
Lino ci ha rotto i venerabili per anni con Quando le radici. Ce lo
ha raccontato per filo e per segno infinite volte, perché nella sua testa
era già perfettamente scritto da sempre, ma non si decideva a metterlo su
carta. Procedeva a passo di lumaca. Noi sempre a chiedergli:
"Allora, lo hai finito o no il romanzo?" E lui aveva sempre un
racconto da scrivere, un'antologia di italiani da mettere assieme per la
Francia o la Germania, un articolo da buttare giù... Bon. A un certo
punto, Gianni e io siamo passati al contrattacco. Abbiamo cominciato a
rompere noi le scatole a lui. Gli telefonavamo per dirgli: "Allora,
a quanti capitoli sei arrivato? Quando ce lo fai leggere?" Lo
aggredivamo con la storia del romanzo tutte le volte che ci si vedeva.
Gli scrivevamo per sollecitarlo. Eccetera. In definitiva, lo abbiamo
talmente scocciato che, dopo lunghi anni, il romanzo lo ha finito sul
serio... Conservo ancora, carissimo ricordo, una sua lettera nella quale
mi dice di avere appena ricevuto le prime copie del libro dall'editore e
di avere fatto un brindisi pensando anche, e molto, a Gianni e me; e
ringrazia entrambi per la preziosa pressione che abbiamo esercitato su
lui, e dice che quel libro è anche figlio nostro.
No, dico, ci pensate? Essere stato, se non proprio padre, per lo meno
levatrice di uno dei romanzi più importanti della sf italiana? E' vero,
ha ragione mia moglie: io non dovrei mai lamentarmi. Di soddisfazioni, la
vita me ne ha date molte. E questa è una delle più care.
 
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