racconto di
Sandro Sandrelli


Quando le radici
I classici italiani scelti da Vittorio Catani
La passeggiata di Patty





La colpa fu tutta di Blendy Glossop: diventò paonazza e si rotolò sul campus come in preda alle convulsioni. La signorina Magdelone accorse prontamente e scrollò Patty per circa quattro minuti. Infine, le piccole mani di Patty lasciarono la presa e il grosso libro rilegato in pelle cadde ai piedi della signorina Magdelone con un tonfo sordo. Si aprì spontaneamente a una certa pagina e ne scivolarono fuori tre foglietti di carta celeste ricoperti da una calligrafia fitta e angolosa.
La signorina Magdelone si chinò a raccogliere il libro, e gli occhi le caddero sulle illustrazioni. "Mio Dio!" balbettò la signorina Magdelone, e impallidì. Afferrò i foglietti color celeste dalle mani di Patty che li stava infilando in bocca per masticarli, e li dispiegò, passandovi sopra il dorso della mano per lisciarli di nuovo.
Lesse: Lo Hartman ha dimostrato che nella donna, tre minuti dopo un rapporto sessuale a cui ella partecipi attivamente, gli spermatozoi si trovano nelle vie genitali alte, mentre nella donna passiva ciò accade solo dopo mezz'ora. L'italiano professor B. Sorrentino ha posto certe particelle di carbone in una capsula applicata al collo uterino: immediatamente dopo un rapporto accompagnato da un violento erotismo, le particelle di carbone si sono ritrovate nella cavità uterina...
"Mio Dio!" balbettò la signorina Magdelone. Girò il libro e lesse il titolo, in grosse lettere dorate: Georges Valensin: Fecondazione artificiale e naturale della donna. Le lettere dorate le ballarono davanti agli occhi. Deglutì. Apri di nuovo la bocca per parlare. "Fuori di qui!" chiocciò all'improvviso, ritrovando il dominio di sé.
Patty uscì; nel medesimo istante in cui varcava la soglia un cartoccio volò nell'aria e, con mira precisa, andò a spiaccicarsi sulla tempia sinistra della signorina Magdelone, aprendosi e rovesciandole addosso una pioggia di granuli di carbone.
Fuori, la luce era arancione. Due arlecchini lunari stazionavano nelle vicinanze, biascicando plastica e assorbendo l'energia mentale di un Odeon 3D gremito di folla. Scintille multicolori esplodevano dai loro corpi. Uno degli arlecchini srotolò la lingua violetta, vomitando una borsa di cuoio naturale, un colletto inamidato e un anello matrimoniale d'oro. Più lontano, una androide tropicale morì di decrepitezza esplodendo in un turbine di ingranaggi, occhi glauchi e brandelli di pelliccia maculata. Un orifizio rettangolare si aprì in basso, sulla parete candida del grattacielo, e con un singulto ne succhiò i frammenti.
"Uah! Uah! Bella bambina bionda... Uah! Uah!" L'enorme Babbo Natale sghignazzava in mezzo alla vetrina, sussultando e roteando gli occhi, leccandosi la barba e i baffi di croton bianco con un'immensa lingua di plastica rossa. Il braccio destro si tuffò nel sacco e subito ne emerse, stringendo nella mano un pupazzo venusiano, giallo. Con un movimento a scatti, il braccio si piegò verso Patty e la mano si strinse, facendo uscire dal pupazzo una risata gutturale e una nuvola di bolle iridescenti. Il gigantesco Babbo Natale sussultò di nuovo, sghignazzando, e la folla dei bambini al di là della vetrina urlò di gioia. "Uah! Uah! Bella bambina bionda... Uah! Uah!" E strinse l'occhio destro in una smorfia lubrica, mentre squillavano trombe e campanelli.
Patty si fece largo tra la folla e uscì nuovamente sulla strada. Il vento tiepido la investì. Il sole artificiale era quasi allo zenit e Patty alzò lo sguardo verso la cupola azzurra che sovrastava la città. Oltre la cupola turbinava la neve in un vortice reso indistinto dalla distanza. Ombre oscure passavano a grande altezza, trascinate dal vento. Un brandello di plastica platinata svolazzò nell'aria e s'impigliò tra i suoi capelli.
La voragine del degravitor si spalancò ai suoi piedi. Patty sdegnò la vibrolancia che pensosamente galleggiava accanto a lei, tra gli alberi sintetici, lanciando armoniosi scampanii, getti di vapore porporino e lampeggiamenti multicolori. Con un fruscio, le migliaia di universi possibili della città le scivolarono davanti, a un semplice impulso mentale. La voragine si trasformò in un tunnel a chiocciola e Patty si tuffò.
Otto livelli più in basso, Patty attraversò prati e cespugli, recitando ad alta voce frammenti della Notte nordica di Paul Morand, spaventando ragazze dagli occhi bruni e dai capelli rossi e giovanotti biondi tempestati d'efelidi. "Conoscevo i parchi di New York che nelle notti di agosto rimangono aperti al pubblico" intonò con voce squillante. "Nell'umidità calda i prati sono cimiteri provvisori dove giacciono operai in camicia con delle irlandesi. Talvolta" proseguì scavalcando giovanotti e ragazze, mentre un mormorio di terrore saliva dalle foglie e dall'erba "un meccanico napoletano ritrova la sua voce di tenore: degli slavi cantano in coro. A Hyde Park, d'inverno, delle coppie rimangono con le bocche congiunte nella nebbia fino alle spalle, fra i montoni, sotto i clamedi dell'Esercito della Salvezza, e si deliziano in piedi. A Madrid... dietro le automobili del Ritz i mulattieri in velluto nero si rinfrescano nel percalle della sottana delle contrattanti; a Tabriz, umida siccità, le donne nuotano fino a raggiungere i battelli e salgono a bordo; a Parigi, nel canaletti delle fortificazioni, giovani arricciati come... Aino mi allacciò le mani al collo: "Voi siete un porco internazionale", disse..."
Qualcosa si tuffò nell'acqua di un invisibile ruscello, con un'imprecazione. Si udì da qualche parte un fracasso di rami spezzati. Comparve davanti a Patty un vagabondo rivestito di una tuta verde. Aveva in testa un cappello tirolese.
"Piccola bambina..." sussurrò, allungando una mano e afferrandole la spalla. Si chinò verso di lei e la baciò sulla guancia. Il suo alito sapeva di cognac francese. Patty estrasse il tirapugni dalla tasca e mollò un colpo violentissimo sull'orecchio sinistro dell'uomo, che cadde in ginocchio dibattendosi.
Un corteo di antidefecazionisti ingombrò il boulevard, inalberando cartelli e spranghe metalliche. L'asfalto brulicava di giovani hippy completamente rasati, in finanziera, cravatta a plastron e calzoni a righe. Si accalcarono davanti a una esposizione di apparecchi igienici, e la vetrina crollò di schianto mentre dalla folla si innalzò un ruggito. Le sirene ulularono e gli elicotteri della polizia si precipitarono da ogni lato sui dimostranti, lanciando lacrimogeni e bombe fecali. Scoppiò un incendio e un'esplosione di schiumogeno inghiottì la gente in una gigantesca meringa sussultante. Patty si infilò in una scala mobile, e si innalzò lungo l'arcata metallica che si perdeva verso il cielo in una prospettiva infinita.
Si accese un piccolo faro azzurro e una grossa campana d'argento di forma ottaedrica cominciò a squillare. La scala mobile si arrestò. Sulla piattaforma, un pseudo-cubo immateriale, energetico, un enorme sfera gelatinosa disse: "Pronto?" Lentamente l'immenso, ieratico addetto al traffico, spostò uno dei suoi innumerevoli occhi viola attraverso il protoplasma, la fissò severamente, apri una pseudo-bocca ed esclamò:
"Reticolato plantare?"
Patty si sfilò una pantofola e applicò il piede al riquadro di plastica che oscillava apparentemente nel vuoto. Una luce rossa ammiccò, di colpo la piattaforma si concretizzò in una struttura massiccia, rivelando accanto una porta di acciaio brunito. Patty reinfilò la pantofola ed entrò.
Il lift era un minuscolo essere verde che sembrava un incrocio mal riuscito fra un ranocchio terrestre e un uccello-cronista di Betelgeuse. Aveva lunghe zampe posteriori ripiegate, un occhio solo, la bocca immensa deformata in una smorfia di infinita malinconia e il petto ricoperto da una successione di fittissime righe bianche e nere.
S'inchinò, fece entrare Patty nella cabina e premette il pulsante con la zampa destra. L'occhio di bue si schiuse di scatto sulla parete, e la cabina partì verso nuove dimensioni. Da invisibili fonti la investì la Berceuse di Chopin per pianoforte a ultrasuoni, ma Patty non amava la musica e bloccò la registrazione. Qualche istante dopo la cabina si arrestò, l'occhio di bue si riaprì e Patty uscì in una sterminata distesa desertica al tramonto, disseminata di anticrampi e di acacie spinose.
Un albero simile a un cactus comparve dietro una roccia; ai suoi rami si aggrappavano a testa in giù esseri dai grandi occhi rotondi, le ali da pipistrello striate di verde e di giallo. Un ronzio soddisfatto si irradiò dall'albero, si udì uno scatto e sulla parete liscia della roccia prese forma un disegno a cerchi concentrici che cominciò a palpitare, in una rotazione sempre più rapida. Infine l'intero disco risplendette nel deserto notturno di una luce purpurea, cancellando lo splendore del firmamento e le costellazioni sconosciute. Patty scomparve nel disco luminoso.
Si trovò in una stanza enorme, molto calda. Il pavimento era tutto ricoperto da un folto strato di spugna di plastica scarlatta; c'era una sorta di lungo divano incurvato, senza gambe, di color verde smeraldo, le pareti e il soffitto erano anch'essi in tinta unita, ognuno di un colore diverso ma comunque violento.
Patty si spogliò.
Entrò nella stanza successiva. Papà e mamma erano ancora nel grande bolo grigio che sussultava come una gigantesca ameba, al centro della vasca. Ancora pochi giorni al solstizio di primavera e avrebbero sporulato. Patty sospirò al pensiero delle infinite, microscopiche copie di lei stessa che avrebbero brulicato per la casa, al massacrante lavoro di cernita, all'invio della prescelta nell'incubatrice e al penoso recupero del protoplasma superfluo. Quanto avrebbe desiderato non esser figlia di una madre mutante tritònide!
Entrò nel soggiorno immerso in una pallida fosforescenza violacea. La cena l'aspettava sul cuboide di metalvetro rosso. Fece scattare il sedile e vi si accomodò sopra. Sentì la spina penetrare dentro di lei, e il clistere nutritivo sgorgare nel suo intestino.
Per qualche istante riuscì a rilassarsi, mentre il cervello cominciava a pulsarle in una soave melodia silenziosa. Il liquido ambrato del cilindro che sporgeva sopra il cubo scomparve lentamente in basso, schiumeggiando. Un lieve risucchio, uno sbuffo di aria calda che l'asciugò, e Patty seppe che la cena era finita.
Si alzò, si stiracchiò voluttuosamente. Un campanello squillò, una linea luminosa di un verde intenso si disegnò sul pavimento.
Si incamminò lungo la linea verde, e man mano che avanzava la luce si spegneva dietro di lei, mentre un vento gelido la avvolgeva. Una massiccia porta di acciaio al titanio si aprì su un accecante riquadro bianco. Patty esitò un attimo, ma l'afferrò un tale sconvolgimento interiore che fu costretta a precipitarsi nel riquadro.
La stanza era spoglia, asettica. L'illuminazione si attenuò in un bianco bluastro. Una grossa teca di cristallo era incastrata in una delle pareti, e vi giungeva un gran numero di cavi elettrici e di tubi pulsanti.
Dentro la teca era immobile un uomo, la pelle bronzea, i muscoli potenti, unghie e barba incredibilmente lunghi, il petto quasi completamente nascosto sotto un groviglio di sonde. Aveva i capelli biondi, il naso largo, labbra tumide e scarlatte. Le sopracciglia si arcuavano con una grazia incongrua sugli occhi chiusi.
Patty trattenne il respiro. Al cospetto del trisavolo Johnny, ibernato, si sentiva sempre sbigottita. Il trisavolo Johnny: in animazione sospesa da duecent'anni, aspettava lei. La Pangea Genetica lo aveva prescelto con due secoli di anticipo per i suoi programmi, finché lei, Patty, non fosse nata con quel preciso bagaglio cromosomico, per congiungersi a lui.
"Cattiva bambina" disse la voce raschiante del trisavolo Johnny uscendo da un altoparlante.
"Cattiva bambina" ripeté. "Entra nel cubicolo 7 e sconta i tuoi peccati."
"I tuoi peccati!" ribadì la voce raschiante. Uno stimolo elettrico frustò le natiche di Patty, che si affrettò a voltarsi e corse via. La massiccia porta si chiuse di schianto. Nel buio del soggiorno si disegnò un quadrato vermiglio, Patty fece scivolare di lato il pannello di quarzo che lo ricopriva ed entrò. Il pannello si chiuse dietro di lei. Dalle pareti uscirono cinghie metalliche che la afferrarono saldamente ai polsi e alle caviglie, mentre cento sottili nerbi di metallo cominciarono a fustigarla. Dagli altoparlanti sgorgò fragorosa la canzone Your boiled brain in the Closet urlata dai Four Diables:
"Your boiled brain..."
"Your boiled brain..."
Patty era immersa in una beatitudine infinita.

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