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Secondo classificato all'ultima edizione del premio Lovecraft, questo racconto di Andrea Colombo riesce a suscitare "orrore e spavento" parlandoci delle cose di tutti i giorni, un'operazione piuttosto difficile da realizzare e che in letteratura ha un solo, illustre maestro: Stephen King. Inutile dire che Andrea e' un grande appassionato di King (dirige una rivista web chiamata IT in onore dello scrittore americano), anche perché ormai la sua maturità come autore è tale da averlo portato a superare la fase di semplice imitazione dei suoi modelli letterari preferiti. (Franco Forte)
E il Signore Dio disse alla donna: perché faceste tal cosa?
Ed ella rispose: il serpente mi ha sedotta, ed io ho mangiato.
Genesi - III - 13
Per la seconda volta nel giro di cinque minuti, la vincitrice del premio Impiegata Stitica Dell'Anno gli attacca in faccia il telefono e lo lascia come un cane frullato sotto le ruote di un TIR a fissare la cornetta muta. Le pareti dell'ufficio gli si stringono addosso come una camicia di forza. Fa caldo, non si respira più in quel buco.
Adriano si alza e raggiunge il vecchio condizionatore che vibra e mugugna rintanato nel suo angolo. Ruota la manopola su MAX anche se sa già che non servirà a nulla. Non è una questione di temperatura o umidità relativa: è che stanno per fargli il culo. Tutto qui. Poco importa se non c'è ancora nulla di scritto, gli basta il fatto che tutti lo stanno evitando come fosse un malato terminale di AIDS. Torna alla scrivania e accende l'interfono. Un colpetto di tosse per liberare la gola occlusa dal panico.
"Elena, hai trovato il Direttore?"
"No," sospiro lungo e insofferente, "ti ho già detto che deve avere il cellulare spento."
"E tu continua a provare!"
"Cosa credi che stia facendo?"
"Mavaffanculo..." ringhia dopo aver spento l'apparecchio con una manata. Così impara a portarsi a letto le segretarie. Da quando lui ed Elena hanno rotto, l'ufficio è diventato un vero inferno: quella convivenza coatta sta dando sui nervi a entrambi nonostante il classico 'restiamo amici' che LEI gli ha propinato una notte di quasi due mesi prima sotto il portone di casa, mentre Madonna gracchiava dall'autoradio e la luna si faceva gli affari suoi nascosta dietro qualche nuvola spessa.
(Io ci tengo ad averti come amico, Adriano )
Come no, troia.
Una specie di eruzione vulcanica acida gli devasta stomaco, gola e bocca. Con una smorfia deglutisce quell'orrore liquido. L'ulcera non me la leva nessuno, pensa mentre s'infila in bocca la terza compressa di Maalox della mattinata e attende a occhi serrati che il peggio passi. Quando finalmente l'allarme rosso si spegne, è tanto sudato da poter essere strizzato. La prima cosa che vede non appena riapre gli occhi è la fotografia del giorno della sua laurea, una fila di bocconiani azzimati con più boria in corpo che globuli rossi nelle vene. Afferra la cornice di tartaruga (trecento carte alla Rinascente) per guardare più da vicino quel pezzo di passato sotto ghiaccio. Un bel quadretto familiare, non c'è che dire: il se stesso di quattro anni più giovane è abbracciato a quel figlio di buona donna di Candiani. Un angolo delle labbra gli si solleva in un rictus alla Nicholson in Shining.
Bravo Michele... ce l'hai fatta a fottermi, vero?
Sicuro, bamboccio. E alla grande.
Al briefing del giorno prima, Candiani si era presentato sfoggiando un sorriso da spaccarsi le labbra, elegantissimo e fastidiosamente appariscente. Aveva accettato senza le solite lagne di esporre la propria relazione per ultimo com'era usanza per i neo assunti e se n'era rimasto buono buono durante gli interventi altrui. Non aveva nemmeno alzato un sopracciglio. Una maledetta sfinge abbronzata. Quand'era giunto il suo turno si era alzato, aveva stretto con fare distratto il nodo della cravatta e senza quasi prendere fiato aveva vomitato addosso ai presenti una terrificante valanga di parole. Sembrava posseduto. La sua relazione si era rivelata molto simile a quella di Adriano - un po' troppo simile, a dire il vero - ma rispetto a quella del collega aveva qualcosa in meno: gli errori. Adriano ne aveva commessi di grossolani. Michele no. E non aveva mancato di farlo rilevare.
Quel figlio di madre dai facili costumi lo aveva fatto nero di fronte a tutti quelli che contavano in agenzia, Direttore compreso. Non si era nemmeno dovuto sforzare troppo, gli era bastato sparare qualche jab elegante mentre lui incassava come un pugile a fine carriera. Senza mai smettere di sorridere si era aggrappato come una sanguisuga a ogni più piccolo errore commesso da Adriano e l'aveva usato per dimostrare quanto invece fosse appropriata e sfavillante la sua strategia. Rapido, diretto e letale quasi conoscesse in anticipo gli sbagli che avrebbe commesso il collega.
Bastardo! La fotografia gli trema nella mano, la vista gli si annebbia e il sangue corre a infiammargli la faccia. Tende i muscoli e abbatte la cornice sullo spigolo della scrivania una, due, tre volte finché non riesce a ridurre tutto in piccoli pezzi. Bastardo!
La voce di Elena pigola dall'interfono: "Cos'è successo, Adriano? Tutto bene?" E' tanto preoccupata che nemmeno si degna di alzare quel suo culo palestrato per fare due passi, aprire la porta e controllare se stia bene o rantoli steso al suolo. Non vale la pena risponderle. Non vale più la pena di fare un cazzo di niente. L'ufficio gli va sempre più stretto. Deve uscire da lì, subito.
Lascia cadere i rottami della cornice e si avvicina alla porta calpestando pezzi di vetro e tartaruga. Attraverso il legno liscio lo raggiunge la voce di Elena che parla con qualcuno al telefono, tono sussurrato e complice da centralinista di hot-line parecchio ligia al dovere. Si ferma con la mano sul pomolo della porta, labbro tra i denti e orecchie ben aperte.
"E' incazzato nero, amore!" racconta Elena rivolta a un amore non meglio identificato. "Sta facendo il diavolo a quattro là dentro..." La sirena di una volante sovrasta il resto della frase. Adriano si accorge di stare stringendo troppo forte la maniglia e si costringe ad allentare la presa. Quanto sei stronza! Non solo si è fatta un nuovo fidanzato, ma gli va anche a spifferare i cazzi suoi. Per chi l'ha preso, per lo scemo del villaggio? Sta quasi per uscire e mandarla muso duro a fare in culo, quando il saluto di lei al misterioso interlocutore lo gela sul posto: "Ora ti devo lasciare Michele, ci vediamo più tardi nel tuo ufficio."
Silenzio bianco e totale. Ovunque.
Michele?
E' come se gli stessero strizzando i testicoli con una pinza da fabbro (Michele?), gli arti intorpiditi e un nauseante sapore ramato in bocca. Spalanca la porta, si avventa sulla scrivania della ragazza, apre la bocca e si accorge di non riuscire a parlare ( MICHELE CANDIANI?), qualcosa gli si è piantato in gola e non c'è verso di liberarsene. Non riesce a fare niente di meglio che grugnire qualcosa d'incomprensibile e stridulo e fuggire nel corridoio inseguito dallo sguardo stupefatto di Elena.
Sbatte la porta e ci si appoggia contro.
Non è possibile... quello stronzo si è pure scopato la sua ex!
(ci vediamo più tardi nel tuo ufficio... ufficio... ufficio...)
Le parole di Elena gli mulinano in testa come un uragano tropicale finché l'urlo di un milione di sirene d'allarme gli si abbatte sul cervello con la violenza di una picconata. Si ritrova a fissare il vuoto, bocca spalancata e sguardo perso come se l'avessero lobotomizzato sul posto. Ha appena mangiato la foglia più schifosa della sua vita.
Candiani è ancora più figlio di puttana di quanto non pensasse.
No... non può averlo fatto, non può!
Oh sì, invece, non faceva porcate del genere anche all'università? E' tanto evidente che è un delitto non averci pensato prima: si è fatto passare da Elena le bozze della sua relazione! Ha avuto tutto il tempo per studiarle, correggerle dove occorreva e prepararsi per fotterlo alla stragrande. Gli sembra quasi di vederlo mentre ridacchia con quel cazzo di sorriso da surfista californiano che si ritrova, bozze in una mano e chiappe di Elena nell'altra.
Maledetto bastardo! Si allontana dall'ufficio ripetendo tra sé 'maledetto bastardo' come fosse un mantra dai poteri magici, il sangue che romba nelle orecchie, le mani che tremano incontrollate. Raggiunge la fine del corridoio e appoggia la fronte sulla parete ruvida. Chiude gli occhi. Trattiene il fiato.
La sua vita sta andando a farsi fottere.
Non riesce a crederlo, sembra tutto un brutto sogno, uno di quelli che ti strappano dal sonno di soprassalto con la voglia di urlare 'mamma!' a squarciagola. Peccato che non sia così. E' tutto dannatamente reale, non ci sarà nessun risveglio repentino a salvargli il culo. La sua carriera è finita ieri.
Ed è tutto merito di Candiani.
Questa me la paga, oh sì, questa me la paga fino in fondo!
Lo schiocco è forte, metallo che sbatte e vibra e sibila. Adriano apre gli occhi e senza staccare la fronte dal muro ruota il capo verso destra. C'è un nuovo distributore automatico: è quel coso che rantola, un monolito rosso e cromo con una tastiera alfanumerica e un grosso display a cristalli liquidi sul quale ammicca la scritta PREMI UN TASTO seguita da un elenco di opzioni:
MENU PRINCIPALE
1) BEVANDE CALDE
2) BEVANDE FREDDE
3) SNACK
Magnifico! Il Direttore non ha cinque-schifosi-minuti da dedicargli, eppure il tempo per ordinare quel rottame del cazzo l'ha trovato...
Bastardo, bastardi tutti!
Adesso gliela fa vedere lui. Oh sì.
Si stacca dal muro con una smorfia cattiva sulla faccia e un brontolio da dobermann incazzato in gola, pianta le gambe di fronte al distributore divaricandole leggermente e lascia partire un diretto che impatta pesantissimo sulla tastiera. Uno scricchiolio di plastica offesa, poi la macchina inizia a vibrare e da sotto quella rossa scorza metallica si leva lo stesso rantolo stremato di un vecchio motore. Il display si oscura, prende a sputare lettere a caso e infine propone un nuovo elenco.
MENU OPZIONALE
1) FINESTRE
2) AUTOMOBILI
3) ELETTRICITA'
4) IMMAGINI
Adriano strabuzza gli occhi, poi si guarda attorno come se temesse uno scherzo da parte dei colleghi.
Che diavolo è quella roba?
Prima che abbia finito di rileggere l'elenco per la seconda volta, lo schermo si svuota e riappare il vecchio menu. Adriano sussulta e nello stesso momento qualcuno alle sue spalle dice: " Sciao, Carl..." Si gira di scatto col cuore ficcato al posto delle tonsille e gli ci vuole un po' prima di riconoscere la creativa francese appena assunta, belle gambe, sedere un po' piatto, ma una voce e un viso da far risorgere tutti i morti un pezzo prima dell'Apocalisse.
"Ciao... Madelaine," risponde confuso quel tanto che basta per passare da idiota.
"Posso prandere quelque chose?" dice lei indicando il distributore alle sue spalle.
"Fai... fai pure." Esita un attimo di troppo prima di farsi da parte (non può toccarlo!), poi si affretta e le lascia il posto senza mai staccare gli occhi dalla macchina. Madelaine si sottomette paziente alla trafila elettronica e ne esce brandendo una lattina biancorossa Coke. La stappa e beve a piccoli, deliziosi sorsi.
"Che ssete che avvevo. Fa très chaud non trovi?"
Trova e annuisce vigoroso per sottintenderlo mentre osserva il display alle spalle della ragazza che ricomincia a suggerire PREMI UN TASTO con un'ostinazione inquietante. Adriano inizia a sudare. Tanto. Troppo. In pochi attimi si ritrova la camicia zuppa incollata alla schiena. "Sì, fa caldo..." - si umetta le labbra secche come carta vetrata - "Davvero molto..." (premi un tasto premi un tasto premi) "... caldo."
"Non vedo l'ora che arrivino le ferie... Quel merveille! Beh, pausa finita... devo andare, sciao!" Madelaine gli sorride passandosi la lingua su una goccia di coca aggrappata al labbro superiore e se ne va ancheggiando morbida. Adriano la segue impaziente con lo sguardo finché non la vede sparire dietro l'angolo del corridoio, quindi si volta di nuovo verso il distributore. Quasi se lo aspettava. E' riapparso.
Menu opzionale.
C'è qualcosa di nuovo, però. Un suono fastidioso sempre più alto (premi un tasto, premi un tasto, premilo Adriano, premi un tasssto) come una pentola a pressione che fissschia, un cobra che sssoffia proprio lì sulla sua ssspalla e mentre quel sibilo cresce, Adriano si accorge che non può farne a meno, assolutamente, vuole premere un tasto - sssì - in vita sua non ha mai desiderato nient'altro in quel modo, LUI (solleva il braccio) VUOLE (allunga l'indice) PREMERE (sfiora il numero tre) UN TASTO (Elettricità). Un piccolo tremito di piacere gli percorre le vertebre. Roba da nulla, quasi non lo sente, ma c'è.
Sul display le lettere si agitano e mutano.
DIGITARE NOME, PREGO.
Di nuovo quel sibilo ed è come se qualcuno gli rammentasse (sssuggerissse) qualcosa di spiacevole che era appena riuscito a dimenticare. Sul suo viso cala un'ombra come un sipario. Una lama fredda gli attraversa lo sterno, lenta, inesorabile. Fa fatica a respirare, ogni volta che lo fa emette un rantolo e uno sfiato, come se la lama che sente al centro del petto gli perforasse i polmoni. Nel corridoio deserto alle sue spalle qualcuno prende a bisssbigliare. Una dieci cento voci tutte insieme. Può sentirle, oh sì, riesce a sentirle tutte! Sono loro, rintanati nei loro uffici del cazzo a spremere quei cervellini da poco e a sparlare di lui, della figuraccia che ha fatto, di come è stato fatto fuori a tempo di record...
(ci vediamo più tardi nel tuo ufficio...)
(digitare nome, prego)
Sembra quasi di averli incollati al culo, adesso, i loro sussurri si fanno sempre più forti, sempre più insistenti e poi - da qualche parte - brilla come un candelotto di dinamite la risata sguaiata di una donna. Adriano si sente avvampare, qualcosa gli scatta dentro, immagini e suoni a flusso continuo lo investono come un'onda d'urto: Michele che suda e ride mentre si scopa Elena
(digitare)
il Direttore che assiste entusiasta alla scena battendo le mani come un bambino la notte di Natale davanti all'albero addobbato
(nome)
Elena che gode e urla e ride...
(prego)
Una smorfia gli tira la pelle sulla faccia, le labbra bianche e sottili si muovono senza dire nulla di sensato (nome, nome, NOME!). Riporta l'indice sulla tastiera spostandolo sempre più in fretta da una lettera all'altra finché sul piccolo monitor non appaiono nome e cognome completi. MICHELE CANDIANI. Ha il fiato grosso ora, una terribile sensazione di vuoto dentro. Il cuore gli martella così forte sotto le costole da fargli quasi male.
Senza alcun preavviso, la macchina lancia un lamento altissimo e inizia a vibrare. Adriano si allontana con un balzo, le mani sollevate a mezz'aria come se tentasse di ripararsi da un'imminente esplosione.
"Cosa le hai fatto?" strepita qualcuno nel corridoio. Adriano ruota su se stesso con la foga di un guardone sorpreso a spiare dal buco della serratura e scorge Elena che lo guata dalla soglia dell'ufficio. La prima cosa che gli viene in mente di dire è "non sono stato io!", ma si trattiene.
Perché dovrebbe dire una cosa del genere?
"Cercavo di... di prendere da bere..."
Elena ci pensa su, gli occhi rimbalzano da Adriano al distributore automatico in una partita di ping-pong senza vincitori né vinti. "Ti ha chiamato il capo. Due volte," dice infine.
"Sì, sì, adesso... ci penso... io," bofonchia senza nemmeno riuscire a ricordare chi diavolo sia il capo e cosa possa volere da lui.
"Ma che stavi facendo a quell'affare? Ha fatto un rumore e tremava tutto..." Elena non riesce a terminare la frase. In quell'istante - precisamente in quell'istante - un urlo agghiacciante strappa l'aria. Le luci sul soffitto sfarfallano a lungo e quando si stabilizzano, l'urlo si spegne.
Adriano ha gli occhi infilzati in quelli di Elena. Vorrebbe guardare altrove, ma è come ipnotizzato dalla trasformazione che sta deformando i lineamenti della ragazza: la pelle perde colore, le palpebre si sollevano facendo sporgere gli occhi mentre rughe d'espressione profonde e scure si aprono come crepacci spaccando la pelle. Sulle sue labbra smorte inizia ad agitarsi una parola, dapprima solo sussurrata
(michele)
e che a mano a mano prende forza sino a esploderle dalla gola con un urlo che fa male sentirle lanciare. Davvero male.
"MICHELE!"
E' come se gridando avesse infranto un argine invisibile. Gli occhi le si riempiono di lacrime, poi si gira di scatto e prende a correre in direzione dell'ufficio di Candiani. Solo dopo che Elena se n'è andata Adriano si rende conto della confusione in cui è precipitata l'agenzia. Dai vari uffici erompono a uno a uno i suoi colleghi, spaesati e confusi e ciarlanti come comari dopo una scossa di terremoto. Tutti sciamano nella direzione presa da Elena, qualcuno lo urta e prosegue senza fermarsi. Adriano si lascia sballottare, passivo, incapace di formulare anche un solo pensiero coerente. Nel giro di pochi istanti, il braccio di corridoio in cui si trova si svuota, ma da dietro l'angolo - laggiù in fondo, dopo gli ascensori - sente giungere degli strepiti confusi.
"Non lo toccate, non lo toccateee!"
"Oh, Michele!"
"Ma non è scattato il salvavita?"
"Oh, Michele!"
"L'ambulanza, chiamate l'ambulanza!"
"Oh, Michele!"
Non sono stato io, non c'è alcun motivo razionale per pensare una frase del genere eppure - non sono stato io - non riesce a far tacere la voce che gli piange addosso quelle quattro parole senza soluzione di continuità.
Non. Sono. Stato. Io.
Tutto rimane perfettamente uguale a se stesso per un tempo che gli pare infinito, finché qualcosa non infrange la scena con una brutalità inammissibile. "E' arrivata! L'ambulanza è arrivata!" strepita qualcuno. E' come se Adriano perdesse qualche fotogramma del film, perché subito dopo le porte dell'ascensore si aprono vomitando una barella e due ragazzi vestiti di blu.
Quello che segue è ancora più confuso.
Qualcuno urla di nuovo, qualcuno piange - non sono stato io - poi la barella riappare e si ferma davanti all'ascensore. Una coperta marrone. C'è qualcuno sotto la coperta. C'è qualcuno... L'ascensore si apre, ingoia la barella e se la porta via. Adriano chiude gli occhi (bruciano, dio come bruciano) e quando li riapre trova Elena piantata in fondo al corridoio, faccia gonfia di pianto, capelli in disordine e una mano che sfiora lenta le porte metalliche dell'ascensore. Sembra quasi che stia per crollare a terra svenuta, quando d'un tratto si rianima. Sgrana gli occhi, si volta e glieli punta addosso.
E' come se si fosse accorta solo ora della sua presenza.
Adriano cerca di sostenere quello sguardo, ma è come se qualcuno gli frugasse nello stomaco con un rampino. Si sente a disagio, scomodo dentro al suo corpo. Con la coda dell'occhio intravede la porta del suo ufficio. E' vicinissima. Ci si dirige con l'aria di chi debba fare qualcosa di urgente e importantissimo, gli occhi di Elena sempre addosso, il rampino che scava sempre più a fondo dentro di lui. Si getta oltre la soglia come in una trincea, ma prima di essere del tutto al sicuro dal fondo del corridoio lo raggiunge il sibilo del distributore automatico...
(Elettricità. Digitare nome, prego.)
... e la sua gastrite si scatena, gli sferra un colpo tanto forte da piegarlo in due. Un rigurgito acido gli appesta la bocca, la fronte gli si inzuppa di sudore freddo. Attraversa in volata l'atrio e fa appena in tempo a gettarsi carponi sul parquet che centra il cestino dei rifiuti con un rigurgito di bile amara e bollente. Con gli occhi serrati, si raschia la gola e sputa un paio di volte pregando che sia finita, ma Dio dev'essere incazzato di brutto perché lo stomaco gli si strizza ancora e ancora e ancora.
Rimane per parecchio tempo chino sul cestino, il moccio al naso e le guance fradice di lacrime. Le gambe piegate sotto il corpo iniziano a perdere sensibilità ed è un peccato che il suo cervello non stia seguendo lo stesso destino. Sarebbe tutto molto più
crek!
semplice.
Alza di scatto il capo. Un prurito insopportabile gli tormenta la nuca.
creck!
Di nuovo. E' come un digrignare di denti, cocci di vetro che sfregano gli uni sugli altri. Getta lo sguardo oltre le spalle. Sul parquet agonizzano i resti delle trecento carte di cornice in tartaruga, circondati da una pletora di schegge di vetro che baluginano alla luce di mezzogiorno.
Manca qualcosa.
La fotografia.
Un ultimo squittio vitreo dal fondo della stanza. Sulle braccia i peli gli si rizzano come tanti punti esclamativi. Cerca di liberarsi gli occhi dalle lacrime. Poi vede e trattiene il fiato. La fotografia è nell'angolo opposto ad almeno tre metri da dove l'aveva lasciata cadere. Scosta il cestino lordo e avanza carponi, seguendo la lunga scia di schegge che segna la strada fino alla fotografia.
Così da vicino è come se la vedesse per la prima volta. Forse è proprio così in un certo senso, perché quella non è esattamente la foto che ricordava. I suoi compagni di corso sono spariti. Tutti tranne uno, Michele, che è abbracciato al se stesso di quattro anni più giovane e ride...
... ride...
... ride...
Gesù... L'immagine prende vita sotto i suoi occhi. Michele si piega scosso dalle risa, prende fiato e ricomincia a contorcersi, terribile e stupefacente e pazzesco al tempo stesso. Adriano non riesce a fare altro che fissare quell'assurdità, il cranio a un tratto troppo stretto per il cervello che deve contenere. Pensieri immagini suoni ricordi schizzano impazziti in tutte le direzioni, fuggono come pecore dall'ovile in fiamme: non c'è più posto per loro, ormai c'è solo Michele che ride dentro la fotografia e questo è molto più di quanto Adriano non sia in grado di sopportare.
Basta, basta, bastaaa!
Afferra una delle schegge di vetro più lunghe che giacciono al suo fianco e incurante del taglio che il frammento affilato gli apre sul palmo fa scattare il braccio. La fotografia schiva l'affondo scivolando verso l'alto sulla parete e si arresta giusto all'altezza del suo viso. 'Ciao Adriano!' pronunciano le labbra di Michele. E buona parte della sanità mentale di Adriano prende il volo.
L'immagine ha un sussulto, come se andasse fuori fuoco per un breve istante, poi Michele allarga le braccia in un gesto fraterno e...
Splat!
E' come se gli piombasse in faccia un pesante brano di carne macellata. La fotografia si modella sul suo volto aderendo come una seconda pelle. Gli copre un occhio, il naso e la bocca. L'occhio rimasto libero si spalanca all'improvviso, terrorizzato e bovino.
Cosa è successo alla sua faccia?
Non riesce a respirare...
Cerca di afferrare la foto per strapparsela di dosso, ma è come se carne e carta fossero diventate una cosa sola e
aria
inizia a graffiarsi alla disperata ricerca di un lembo di carta al quale attaccarsi. Ha bisogno di aiuto. Si alza in piedi e va a sbattere contro il muro, rimbalza come una palla di gomma e piomba addosso alla porta che si spalanca sotto il suo peso
aria!
e non c'è più aria, non respira, NON RIESCE PIU' A RESPIRARE! Sente le vene del collo pulsare, un fischio sempre più forte nei timpani. Senza sapere come, attraversa l'atrio e irrompe nel corridoio vuoto.
L'aria è finita
e i suoi polmoni
bruciano.
Ha ancora in mano la scheggia di vetro. Sì, forse ce la può fare, può usarla per staccare la foto dalla sua pelle, usarla, sì. Alla cieca si punta la scheggia addosso e inizia a tagliare, scavare, sollevare e ricomincia da capo frenetico, con la sensazione di qualcosa di caldo e viscido che gli scivola nel colletto della camicia, la testa sempre più leggera e confusa e poi vede Elena, in fondo al corridoio che si fa sempre più buio e freddo, la vede aggrappata al distributore automatico rosso e cromo, gli occhi ridotti a fessure crudeli.
(Menu Opzionale)
(Immagini)
No! Elena!
Poi Michele ha un eccesso di risa, assordante, isterico, enorme... e Adriano ricomincia a tagliare.
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