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Fu un capriccio di marzo. Il vento scostò una nube dal sole e i raggi scesero nella grata, sfiorandomi la nuca con una carezza troppo tiepida nel gelo dell'interrato. Mi voltai e vidi il fascio denso di pulviscolo cadere alla base di un muro, su una tela senza cornice. Perché non cominciare di là?
Intorno, sotto i neon fiochi, erano sparsi cocci scovati da archeologi della domenica, statue con mutilazioni non proprio secolari, quadri da fiera e ossa di primitivi forse più evoluti dei loro discendenti nella cittadina. Di sopra ingiallivano enciclopedie e impiegati, il tutto con l'insegna di Biblioteca Municipale. Il nuovo Direttore voleva sgombrarla dalle inutili anticaglie, conservando solo qualcosa da esibire insieme a se stesso. - Separeremo il grano dal loglio - annunziò, e lo approvai finché non propose a me di fare da setaccio. D'altronde, la mania di sgobbare mi si leggeva in fronte, o meglio sulle spalle curve, ed eccomi a frugare nella spazzatura.
Mentre mi avvicinavo, il fascio di luce scomparve, ma la tela rimase. Era un rettangolo con la base di un metro e l'altezza di circa ottanta centimetri. Raffigurava una sala con una porta e una finestra aperte di sfondo su un giardino soleggiato. Una donna nuda dormiva su un divano, addossato alla parete di sinistra e inclinato per la prospettiva verso l'alto. Qui, nel vano della porta, era inquadrata una signora con ombrellino, a passeggio fuori sull'erba. Una terza donna era dentro, stagliata contro la finestra, con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo rivolto a un vecchio seduto a destra. Lui fissava, al centro del pavimento, un vaso decorato con una divinità femminile. Sulla volta, in piana prospettiva di affresco, un angelo custodiva la sala trasformandola in una cappella. In basso a destra notai una data di venticinque anni prima e la firma: Vito Neri.
Non trovai quel nome e una descrizione del quadro nei registri della biblioteca, ma il personale non si sarebbe curato di annotare nemmeno la donazione della Gioconda. Poiché il cognome suonava indigeno, spulciai l'elenco telefonico, a vuoto. Per l'anagrafe poteva essere un sessantenne trasferitosi a Roma dall'infanzia. Portai la tela al Direttore, che se ne interessò dicendo: - Una crosta, - e accantonandola nel suo ufficio. La settimana dopo ne parlava con frasi da catalogo di una mostra, convertito da un critico a zonzo per ricerche e attratto dall'opera di Neri. Io ero convocato in veste di 'giovane collaboratore dall'intuito prezioso', ma nessuno si ricordò di offrire anche a me una tazza di caffè. Il Direttore succhiò dalla sua, e il critico si spostò con la tela vicino alle imposte spalancate del balcone.
- Il nudo femminile - disse - ha i volumi realistici di una foto, con una patina retrospettiva: la carne virata in seppia e il pube sfumato sono tolti da una posa erotica di inizio secolo. Non mi spiego questa luminescenza sulla sua pelle, forse è spalmata di olio cosmetico. Il giardino è impressionista, si capisce dalle grosse pennellate, dai colori pomeridiani e soprattutto da questa dama in abiti ottocenteschi. Sulla volta c'è il Medioevo, anche se l'angelo non ha l'aureola, in tono con l'ambiente profano. L'anfora sul pavimento è una reliquia dell'antichità classica. Tutte suggestioni del passato, non rifacimenti di opere originali, ma pure invenzioni in stile. Direi che l'intera composizione rappresenta il rifiuto o l'impossibilità di inventare una pittura contemporanea. Una questione da discutere con l'artista.
Il Direttore, per mettere il punto alla conferenza dell'altro, batté la tazza vuota sul piattino, fingendo di avere appena terminato il caffè. Poi spiegò che il critico era in contatto con gli editori di una nuova storia dell'arte. - E vorrebbero includere i talenti sconosciuti. Se noi della biblioteca rintracciamo Neri e prepariamo la sua scheda, ci segnalano nella pubblicazione. Lei, - mi squadrò con improvvisa complicità - non si diletta a scrivere?
- E la donna alla finestra e il vecchio? - domandai al critico per non apparire sordomuto.
Il Direttore, credendolo a corto di risposte, mi rimproverò: - Perché non ha preso anche lei una tazza di caffè?
Seguì un periodo così piatto, che ogni giorno sembrava la registrazione di quello precedente. Il mondo finiva per me alle otto del mattino e ricominciava alle due del pomeriggio. A tavola consultavo il cibo fra le tenerezze di mia madre e i grugniti di mio padre, poi leggevo e scambiavo lettere con persone che stavano riducendosi a parole scritte, e io con loro. Di sera mi aggiravo fra ragazzi che avevano perduto capelli e anni gomito a gomito, convinti per questo di essere amici. Alcuni avevano allegria da svendere, altri rimandavano il suicidio per quattro passi in più sul corso. Le ragazze erano bottiglie di salsa, e per contenere una famiglia si sarebbero trasformate in armadi.
Non mi lamentavo, l'abitudine era la mia ricetta contro il tempo.
Quando le esplorazioni nei sotterranei della biblioteca mi apportarono la variante di un raffreddore, decisi di lasciare il campo a quelli della nettezza urbana, e andai a dirlo al Direttore.
- Tutti scarti di rigattiere, eh? - fece lui. - Questa biblioteca è stata la pattumiera dell'incompetenza. Per fortuna abbiamo il caso Neri. E' quel tizio residente a Roma l'autore della tela. Ho rintracciato dei suoi parenti di qui, e mi hanno raccontato con poco entusiasmo del loro cugino pittore. Devono spartirsi delle proprietà, e lui è irreperibile da un pezzo.
- Preferirà le vernici di Via Margutta.
- Nemmeno a Roma sanno molto. E partito più di vent'anni fa.
- Un viaggio non dura tanto. - Ripensai alla data sulla tela, e dissi: - Ci ha mandato l'eredità.
- Chissà com'è arrivata la tela. Comunque uno è vivo, se non si assoda che è morto, e tutto resta bloccato.
- Per la pappa degli avvocati.
- Questi - mi porse un biglietto con un indirizzo - si occupano delle cose di Neri. Li ho avvertiti di una sua visita: le dispiace scarrozzarsi per Roma a spese del Comune?
* * *
Ebbi una notte in treno per spremere una risposta dal mio cervello, aggiungendo insonnia alla sinusite, finché il mondo in corsa sui binari fu saturo dei miei febbrili pensieri da viaggio. Li ritrovai uscendo dalla Stazione Termini, torre di Babele capovolta nei livelli della metropolitana. Mi avviai a piedi proprio per evitare là sotto i focolai di umanità infetta, le processioni di mendicanti e i rimorsi per la mia indifferenza. In superficie il sole accennava una disinfestazione.
L'hanno chiamata Città Eterna, ma non durerà. L'erosione degli avvenimenti lascerà nuovi ruderi accanto a quelli di sempre. Scendendo per Via Nazionale, in trasparenza la vedevo un desolato viale di Pompei. Non sarebbero cambiati i turisti, e non volevo confondermi con loro per racimolare notizie su Neri. In Piazza Venezia costeggiai l'enorme macchina da scrivere delle glorie patrie e svoltai in Corso Vittorio Emanuele, fermandomi in un bar-tabacchi dove fui intrigato da cartoline pornografiche degli anni '50 e '60. Quei corpi già avvizziti fuori dalle foto, erano ancora esposti per la libidine, in versioni moderne e volgari del nudo di una modella inventata da Neri. Una leggera ossessione per baloccarsi nei labirinti di Trastevere, fino alla piazzetta dello studio legale.
Padre e figli avvocati, dall'interno sterilizzato dei loro completi grigi, mi trattarono con cautela, rifilandomi a un anziano impiegato. Lui mi accompagnò all'abitazione di Vito Neri, vicinissima, delirando sull'olio e sul vino della mia provincia, mitici per i romani, che ne hanno di migliori. Il portone era scrostato, ma l'androne e la scalinata lustri. Provvedeva lo studio, secondo accordi con Neri alla partenza. Anche le camere erano spolverate, e l'arredo fermo al passato prossimo. Le pareti erano tappezzate di ritratti femminili senza cornici, dipinti da lui e di formati inferiori alla tela della biblioteca. Donne giovani dalle sinuosità dissimulate in abiti riprodotti con un'accuratezza che annullava la morbosità del nudo. Neri doveva essere un consumatore di immagini femminili, né bottiglie di salsa né armadi, bensì gazzelle al galoppo fra Via Veneto, ricevimenti e alcove. Le dipingeva in un bugigattolo ancora odoroso di colori, incrostati su tavolozze, pennelli, spatole e tele incompiute. Una, sul cavalletto, era lo schizzo a carboncino di una donna con una finestra alle spalle, simile a quella poi inclusa nel quadro che conoscevo.
- Glie piacevano - biascicò il vecchio; le donne a Neri, intendeva. Il suo naso guizzò verso il disegno: - Doveva da essere quella d'allora, quando se n'è andato. Era una dell'estero.
- Partirono insieme?
- Boh.
In una stanza gli scaffali erano zeppi di libri d'arte, ma Neri non li conservava con pignoleria se da alcuni aveva strappato delle pagine. Le vidi sporgere dal portacarte sulla scrivania, e le sfilai. Provenivano da tre edizioni diverse, e su ognuna c'era la foto e l'ubicazione di una parte dell'opera trovata in biblioteca. L'angelo trionfava con Cristo sulla volta di una cappella tedesca, la signora sull'erba era il pezzo di una collezione privata in un paesino della Loira Atlantica, e l'anfora apparteneva a un museo minore in Grecia. Punteggio scarso per il critico che aveva negato l'esistenza di fonti ispiratrici.
Il vecchio si offerse di fotocopiarmi i fogli allo studio e accettò la prodiga mancia di un invito a pranzo. Valutò a occhio le mie possibilità e scelse una trattoria nel ghetto ebraico, dove condì le fettuccine di pettegolezzi su Neri. Genitori colati a picco con un transatlantico, ricordavo la tragedia? no, non ero ancora nato, parenti dispersi in provincia e fisico da drago. Cambiava una donna alla settimana, e l'avvocato padre si buttava sulle scartine.
- E quella dell'estero? - lo stuzzicai.
- Sor Vito la teneva stretta - bevve - e magari se l'è portata appresso - ammise infine.
Nel pomeriggio, sfruttando i fumi residui del Frascati in testa al vecchio, lo trascinai negli straordinari. Oltre a fotocopiare le riproduzioni, controllai i movimenti di denaro del pittore durante il suo viaggio di sola andata. Dagli estratti della banca risultavano prelevamenti in un paesino dell'Italia centrale, poi un grosso cambio in franchi francesi, a Torino. Una pista da considerare, e congedandomi dalla stirpe di avvocati in grigio perla chiesi al padre: - I nostri consolati in Francia?
- Niente.
Gli sciorinai davanti i fogli strappati dai libri d'arte e l'ipotesi che Neri fosse andato nelle sedi delle opere riprese nel quadro, tacendo sull'eventuale accompagnatrice per non rinfocolare antiche rivalità.
- Guardi - commentò - noi abbiamo fatto e stiamo facendo. Sapesse quanto ci tartassano quei parenti.
Io non ero un parente e mi ritirai con garbo, ricevendo in premio di consolazione una foto di Neri, per la scheda e per non scombinare le loro indagini a tavolino.
Riattraversai Roma all'inverso mentre sul Tevere spuntavano le costellazioni della sera, riflesse dal cielo e dalla città. Non avrei rimpianto Via Nazionale in salita, con i neon sbattuti sulla mia faccia come lampi al magnesio di paparazzi.
Il giorno dopo in biblioteca, per il Direttore tornavo a missione incompiuta.
- Chi inciampa su un enigma - dichiarò - ha la responsabilità di risolverlo. - Non pretendeva che braccassi Neri, ma almeno che ne battessi la pista. Se quelle porzioni di dipinto erano tappe di un viaggio, ripercorrerlo serviva a chiarire l'aspetto legale...
- Che non ci tocca - lo interruppi.
...e a comprendere le ragioni dell'artista. Anche ammettendo il plagio, perché quelle opere e quei posti? Bisognava scoprirlo in Francia, in Germania e in Grecia, un itinerario meno massacrante delle gite parrocchiali. Il Direttore mi fece una promessa non richiesta: trovare i fondi. Io tornai nel mio cantuccio, sicuro che non me ne sarei mai più allontanato.
Il critico aveva portato via una foto della tela di Neri per esaminarla insieme agli editori della nuova storia dell'arte, e il Direttore non lo aggiornò sui dati romani, infischiandosene delle mie insistenze. Il risultato della perizia giunse in biblioteca con la posta del primo aprile, ma non era uno scherzo. Alla parola capolavoro, per me inappropriata, sgranarono gli occhi le talpe del Municipio.
- I politici sono miopi - disse il Direttore - ma distinguono il fattore pubblicità. - Agitò un documento: - Ecco la delibera dell'Amministrazione Comunale: stanziano più di quanto ho chiesto. - In effetti la somma bastava per il giro del mondo in ottanta giorni, e non avrei resistito la metà lontano dal mio universo conosciuto. Comunque, sui fogli strappati dai libri d'arte, possibili frecce indicatrici di Neri, non c'erano opere localizzate nel paesino dell'Italia centrale dove lui aveva fatto i suoi primi prelievi fuori Roma. Perciò puntai in quella direzione, sperando di non dover proseguire per smorzare l'esaltazione del Direttore e la presunta onniscienza del critico.
* * *
Poggionovo era in una regione dove ci si occupa del prossimo con una gentilezza serafica o con burle atroci, e io mi auguravo di non incappare nella seconda vena. Dalla stazione del capoluogo, un pullman mi cullò solcando una campagna con le tinte di primavere trascorse. Nel rombo tenue del motore riascoltai le canzoni della mia adolescenza, quando scappavo in bicicletta a inebriarmi di polline e trasfiguravo ragazze bruttine in donne che Neri aveva potuto toccare.
La strada divenne un nastro di raso bigio srotolato intorno alla collina, poi una trapunta di acciottolato fra le case e sotto gli archi del borgo, per aprirsi in un tappeto di porfido sulla piazza grande. Le torri merlate di ardesia, le logge, le falde dei tetti e i portici erano la scena di un Medioevo placido e assolato, senza carestie e guerre. Mi indicarono la biblioteca civica, e la trovai verdeggiante di impiegate con dieci anni meno di me, cioè poco più che lattanti, imparagonabili con le cariatidi che avevo per colleghe. Il Direttore era una Direttrice, con l'età di una madre e il fascino di un'amante matura. Non riconobbe Neri in foto, e venticinque anni prima lei insegnava a Milano.
- Il mio concittadino andava in cerca d'arte - le dissi.
- Qui ogni palazzo ha affreschi, bassorilievi, iscrizioni, targhe, e per l'angolo del cattivo gusto ci sono le ganze del Cioni. Sì, un vecchio, una specie di Ligabue che non sa dipingere e riempie la sua solitudine raccogliendo in un casolare le foto delle sue ganze, le fidanzate che sogna di possedere. Le prende dai giornali, da solai abbandonati, e fa qualche escursione in città per procurarsene di nuove. Non è geloso, anzi, le esibisce, e molti turisti pagano per vederle.
Il museo dell'erotismo era una bicocca un po' staccata dal paese, come una vergogna messa in disparte. Dentro, mi ritrovai fra le pagine di un calendario da barbiere, profumato senza cancellare il tanfo di sporcizia solitaria. Nel muto carnaio femminile appiattito sulle pareti scorsi anche le dive da cartolina di Corso Vittorio Emanuele. Cioni non somigliava a Ligabue, e da ottuagenario serbava la prestanza di chi da giovane rimediava ganze non solo in foto. Invece la sua astinenza si prolungava da quando portava i calzoni corti e stava da Biolcati. Si riferiva a un fotografo che, all'inizio del secolo, approfittava della vanità di certe signore per ritrarle nude. - E quando l'erano là come mamma l'aveva fatte, lui le sbatteva prima sulle lastre e giù sul letto! - Poi Biolcati cascò con una straniera, a Firenze, e si diede alla macchia per tutti. Cioni gli faceva da apprendista e dormiva in laboratorio. Una notte quello lo svegliò, gli consegnò una foto della sua bella e disse: - L'è una ninfa che dorme, - poi svanì dal paese. L'episodio impressionò il ragazzo, che cominciò a schivare le ganze per godersele solo in foto, da dove non possono mangiarti l'anima, e si era ridotto nel vecchio davanti a me.
La straniera di Biolcati era la donna nuda sulla tela di Neri, e Cioni me la mostrò nella posa originale. L'angolazione del divano mutava, ma lei si riproponeva nelle sue fattezze, e la luminescenza inspiegabile risaltava sul suo corpo come un fluido stellare. Una ventina di anni prima voleva comprarla un pittore, ma Cioni gli aveva permesso a stento di fotografarla, estorcendogli una cifra apprezzabile. I prelevamenti di Neri a Poggionovo: chi lo aveva informato della ganza esposta, e cosa la legava al resto del quadro? Per il vecchio, la frenesia del pittore dipendeva dalla donna che lo accompagnava di sera a passeggio, una della stessa pasta di quella che aveva mangiato l'anima a Biolcati.
Telefonai al Direttore, attizzandolo. La mattina successiva mi svegliai tardi e stordito nel letto della pensione. Non volevo proseguire né tornare, così bighellonai in paese a orecchiare su Neri, Cioni e Biolcati. La scomparsa del fotografo era la fuga da un marito che non gradiva lo spogliarello della moglie; Cioni un guardone marcio; e di pittori ne passano tanti. All'imbrunire mi lasciavo indietro contorni confusi, su un pullman di ritorno al capoluogo. Di là un rapido per Torino, silenzioso e discreto come i respiri dei viaggiatori che non emigravano ma si spostavano per affari. Coincidenza per la Francia a mezzanotte, e a Bardonecchia guardie di confine avvolte dalle mie spire di sonno.
Oltre i finestrini stazioni di un altro pianeta. I nomi francesi sono finali in sospeso di versi.
* * *
Aprile a Parigi fu per me il cielo di ferro della gare du Lyon e una conversazione da manuale con l'impiegata dell'AVIS per noleggiare una piccola Renault. Cartelli stradali e ingorghi per Versailles, giù per Trappes e Rambouillet fino all'imbocco dell'A11, transitando per Chartres con una sorta di dannazione che mi vietava il pellegrinaggio alla cattedrale. Da Parigi alla Loira era una passeggiata più lunga che dalla Stazione Termini a Trastevere, ma anche stavolta non usavo i mezzi pubblici. Mi stupivo di quanto funzionassero le mappe e il mio francese stralciato da dispense settimanali che non avevo progettato di mettere a frutto. E meglio leggere o descrivere un viaggio che farlo. Avrei potuto scendere a Orléans e costeggiare la Loira attraverso Tours, ma non intendevo sovrapporre panorami esterni a quelli che mi si stavano formando in mente.
Da Le Mans giunsi ad Angers e deviai sulla stradina secondaria per Plétres. Mi attendeva un Medioevo mercantile, non lontano dai traffici marittimi di Nantes, più freddo di quello di Poggionovo. La signora impressionista sull'erba apparteneva a un professore di matematica, innamorato dell'Italia abbastanza da parlarne la lingua e risparmiarmi altri sforzi alle mascelle. Aveva ereditato i quadri di Charles Delerue, uno zio della nonna materna, vissuto a Parigi nei circoli di Degas e Monet, poi tornato in provincia a smaltire gli effetti collaterali dell'arte: l'alcolismo e gli acciacchi. A Plétres, il pittore aveva stemperato la noia di un pensionamento precoce con il solito ingrediente: le donne. Quelle che non agganciava come modelle, le circuiva come allieve, e finiva allo stesso modo. Il professore sorrideva delle prodezze del suo avo, ondeggiando il capo nel gesto nazionale francese. Un pomeriggio Delerue si era imbattuto nella dama inglese, ai giardini, e il racconto ebbe per me uno strano sapore di prevedibilità. Il pittore s'innamora della donna, la ritrae su tela e scompare con lei, in sospetto di peccato.
Venticinque anni prima, Vito Neri aveva chiesto in vendita la signora dipinta da Delerue.
- Monsieur, è una collezione di famiglia - aveva risposto il professore, acconsentendo soltanto a delle riproduzioni fotografiche, senza pretendere l'esoso compenso di Cioni per la sua ganza. Vidi il quadro, e su una targhetta incastonata nella cornice lessi il titolo in francese: Nymphe sur l'herbe.
Sostai tre giorni a Plétres, e passeggiai negli stessi giardini municipali calpestati dalla modella di Delerue e, di riflesso, di Neri. Non capivo il dialetto per gustare gli aneddoti di un oste che si rammentava dell'italiano e della sua bella nottambula. Prima di ripartire, salutai il professore di matematica assicurandogli che il mio soggiorno a Plétres era stato utilissimo, mentre non avevo raccolto che inquietudine.
Smisi di telefonare al Direttore e ai miei genitori. Avevo la febbre del sedentario costretto a viaggiare e temevo trapelasse nella voce, anche a distanza. Oppure non volevo riferire quello che scoprivo.
Tornai a Parigi, ma non provai sollievo in stazione, dove bastava salire su un treno per riprendere la via di casa. Mi sentivo espulso dal grembo delle mie certezze quotidiane. Compii il tragitto per Stoccarda ignorando se il sipario striato dell'orizzonte fosse l'alba o il crepuscolo. Dormii sognando la gente che entrava nel mio scompartimento e ascoltai discorsi incomprensibili trapassare dal francese al tedesco. In Germania la mia meta era Sontern, un villaggio della Baviera sospeso fra le montagne e un laghetto che rispecchiava lo scenario angusto come una pozzanghera beffarda.
* * *
L'angelo, fotografato sulla pagina del libro d'arte e riprodotto in tela da Neri, dispiegava le ali sulla volta della cappella di Sant'Eberardo, annessa a una delle tante residenze di caccia di vassalli sepolti. A mezzogiorno filtrava abbastanza luce dai pannelli istoriati per osservare i dettagli lassù. La figura faceva da comparsa in un 'trionfo di Gesù' del tardo Medioevo, ma differiva dagli altri serafini. Sulla soglia della sagrestia si affacciò un prete che non faticai a immaginare in calzettoni a una Oktoberfest. Mi sorrise e parlò in tedesco. Dopo essermi dichiarato italiano, ci accordammo per un inglese incomprensibile a Londra ma sufficiente per noi due.
Stavo contemplando l'angelo sacrilego, proprio come aveva fatto quell'altro italiano, tanti anni prima. Venticinque, precisai io. Ormai non dubitavo che Neri fosse passato, e volli subito conoscere la maledizione locale.
L'angelo era opera di un certo Wilmar, che aveva studiato a Padova con Giotto, tornando a Sontern per affrescare la cappella. Ma in Italia, oltre che l'arte pittorica, aveva appreso quella amatoria e come esercitarla in una Germania poco più che barbarica. Le servette gli si concedevano a turno con le loro padrone, e Wilmar placava le gelosie di mariti sanguinari con i ritratti delle spose, caste e coperte come di certo non si erano intrattenute con il pittore. Poi un giorno cominciò a dipingere l'ultimo angelo sulla soffitta della cappella, e mentre procedeva nel lavoro molte donne lo attesero invano. Si disse che Wilmar fosse divorato dalla passione per una straniera incontrata nei boschi. E ad affresco terminato, ci si accorse che l'angelo era in realtà una donna in tunica.
Rialzai gli occhi e la vidi.
L'angelo non aveva aureola perché il sacro non si addiceva alle sue forme snelle e terrene. Era lei: la stessa donna fotografata ad occhi chiusi sul divano da Biolcati, e dipinta in stile impressionista da Delerue. Uscii dalla chiesa senza salutare il prete, e correndo verso la mia camera in affitto le campane di mezzogiorno mi esplosero nelle orecchie con i mille echi dell'inesplicabile. Disposi sul letto le riproduzioni che mi portavo dietro: quella della ganza del Cioni, i tre fogli di libro e la tela di Neri, dove tutte le figure confluivano come a un appuntamento. Una donna non può esistere in epoche diverse, eppure lei era tornata ad ammaliare. A partire dall'artista greco che aveva lavorato l'anfora, perché era lei anche su quella. Poi nel Medioevo era apparsa a Wilmar, nell'ottocento a Delerue, sul principio del secolo a Biolcati e venticinque anni prima a Neri. Come aveva fatto lui a rinvenire quella traccia lungo i millenni e a trovarsi sui cammini di lei? E il vecchio nel quadro? Era Cioni il depositario demente della verità?
Pretendevo di rintracciare un uomo che viaggiava con una leggenda. Anche a Sontern Neri passeggiava con una donna solo di notte. Me lo disse il prete per commiato, ma non fu una benedizione. E per angosciarmi il futuro immediato, mi informò che dagli archivi della parrocchia risultava che Wilmar aveva definito l'angelo una ninfa alata.
* * *
Arrivare in Grecia con i mezzi di terra era inutile. Su un aereo da Monaco ad Atene cercavo di abbreviare il mio esilio in un tempo che non sapevo più misurare. Sprofondato nel sedile, vedevo nelle hostess lo spettro della donna perpetua. Non avrei mai più potuto inventarmi un'altra vita e accumulare memorie e incubi differenti da quelli degli ultimi giorni. Meglio perdersi nel paesaggio pressurizzato della cabina passeggeri.
A bordo si parlavano molte lingue contemporanee, ma ciascuna si arricchiva di parole antiche, suggerite dal nostro approdo comune, l'ombelico della civiltà. Al liceo, il greco diventava un cumulo di norme grammaticali da imparare con la minaccia di un cattivo voto, invece quei simboli erano il codice di un mistero ben più intraducibile di un compito in classe.
Un attimo sovrastavo l'Acropoli e l'attimo dopo le sfilavo ai piedi, su una corriera sporca e traballante. L'anfora era esposta in una cittadina a nord, in prossimità della costa orientale. Là Neri aveva lasciato tracce nella memoria di tutti: il maestro italiano venuto ad ammirare la ninfa sull'anfora. Di certo, se si fossero reperiti documenti sull'artista greco che aveva lavorato il vaso, si sarebbe narrata una storia d'amore e di scomparsa. Ma Neri non era scomparso qui, dicevano che aveva comprato una casa in un villaggio di pescatori randagi, sulla costa. Mi ci accompagnò un autista a pagamento, e quando mi scaricò sul molo, nessuno mi avvicinò. Entrai in un bar dove le mosche sostituivano i clienti e raccontai una storia di italiani sperduti al paio di baffi dietro il bancone. Ne ricavai una camera per dormire, sul retro.
Il mattino dopo mi svegliarono con uno scossone e aprii gli occhi in un catafalco: il mio letto era circondato da uno stuolo di vecchie tristi. Mi precedettero come vedove a un funerale fino a un piccolo cimitero sull'altura che incombeva sul porticciolo. Una lapide priva di nomi era quella del 'maestro italiano'. D'ora in avanti dovevo sbrigarmela per conto mio.
I giorni e le settimane presero a girare a vuoto come una vite spanata. I miei panni primaverili erano troppo pesanti per il maggio torrido, incendiato dai riverberi del mare. Comprai delle pessime magliette di cotone. Non esigevano affitto per la camera sul retro del bar, e se mi sfrattavano potevo pagarmi lussuosi alberghi con i fondi della mia lontana biblioteca. Per non dare l'impressione del parassita mi cercai dei lavori. Restaurai qualche oggetto nel museo della cittadina vicina, diedi lezioni di italiano e scrissi lettere in inglese per un commerciante di vini che voleva avviare le esportazioni. Mangiavo frutta secca e piatti speziati senza badare alle reazioni del mio stomaco. Le quotidiane ascese al cimitero mi avevano irrobustito i polpacci e raddrizzato la schiena. Ero abbronzato e mi stavo conformando alla fauna maschile del Mediterraneo.
Attendevo.
Fondavo le mie speranze su una soffiata del barista. Neri era arrivato solo, ma aveva una donna che lo adorava da morto e veniva al cimitero. A volte la si vedeva ogni giorno, altre volte tornava dopo mesi. Per questo confidavo nei miei appostamenti.
Nelle pause frequentai una ragazza che studiava ad Atene, e smisi quando mi accorsi che somigliava a una bottiglia di salsa ed era pronta a diventare un armadio.
Poi, alle tre di un pomeriggio, lei arrivò davanti alla tomba anonima di Vito Neri, fra cori assordanti di cicale.
Era la ninfa sull'anfora, la ninfa alata di Wilmar nella cappella di Sant'Eberardo a Sontern, la ninfa sull'erba di Delerue a Plétres, la ninfa dormiente fotografata dal Biolcati e la ninfa alla finestra collocata da Neri accanto alle altre immagini di se stessa.
Le andai incontro con la paura che si dissolvesse.
- Io vengo dalla stessa città di Vito Neri - dissi piano per salutarla.
- Roma? - chiese lei.
- No, lui era nato più a sud.
- Ricordo.
Indossava una camicetta di seta e una gonna che potevano essere le stesse del quadro. Parlava in italiano senza accenti particolari, e se così era stato nelle altre lingue e negli altri tempi, capivo che l'aria di straniera le derivava dall'aspetto. Non si trattava di lineamenti o colori, bensì di essenza: da lei si sprigionava l'estraneità; e la bellezza, che ne era il culmine, balzava agli occhi quando non ci si poteva più difendere.
Camminammo sulle mulattiere, scendemmo e risalimmo lungo i crinali fino alla notte. E ci trovammo vicini al mare senza vedere il riflesso delle stelle sull'acqua, ma solo ascoltando la risacca. Lei aveva un nome di mille anni prima della Storia, ed era ormai impossibile usarlo.
Non mi disse quante sono. Avevano imboccato un sentiero biologico diverso dal nostro a causa delle radiazioni di una meteora esplosa nella loro valle. I maschi non avevano resistito e le donne già vecchie li avevano seguito. Le più giovani stentavano a sopravvivere. Poi vennero i barbari a violentarle, ma risparmiarono loro la vita per non scarseggiare di donne dopo le battaglie. All'alba successiva, mentre ci si risvegliava tra fuochi inceneriti, le giovani rinacquero da se stesse. Si levarono nude e splendenti dalle loro crisalidi coperte di tuniche lacerate. Non riuscivano a misurare la loro potenza, se non dalle urla di terrore dei bruti che si davano alla fuga. E divennero leggenda. Le chiamarono ninfe, come le crisalidi del baco che rinasce in farfalla e le larve degli insetti. Impararono a calcolare il ciclo della loro eternità: durava venticinque anni. Entro quel periodo dovevano accoppiarsi con dei maschi, altrimenti di loro sarebbe restato solo un bozzolo vuoto, il cadavere di una megera. Da rinate, cambiavano posto per nascondere agli altri sfortunati mortali il dono di non invecchiare. Per questo lei usciva solo al buio, nei posti dove esistevano i simulacri di se stessa. Non aveva resistito alla tentazione di farsi ritrarre e poi rivedersi attraverso i secoli, e forse anche le altre lo avevano fatto: gli artisti sono compagni più teneri e la gente non rassomiglia fra loro quadri, statue, sculture. Quando lei aveva conosciuto Neri, non si era limitata a raccontargli la verità, aveva frugato tra i libri d'arte trovando le raffigurazioni di se stessa. Il pittore aveva abbandonato sulla tela l'abbozzo incompiuto della donna, per vederla nelle opere in un percorso a ritroso. E lei gli aveva indicato la propria foto nel paesino di Biolcati, dove Neri l'aveva trovata fra le ganze del Cioni. Il pittore voleva possederla nel corpo e nelle immagini.
Qui in Grecia Neri l'aveva amata per farla rinascere dalla crisalide, e come gli altri non era tornato nel suo piccolo mondo di ogni giorno. Lei aveva saputo che lui era morto in un incidente automobilistico, durante un viaggio ad Atene.
Dormimmo insieme vicino al mare, e la mattina dopo camminammo ancora, inoltrandoci fra olivi rinsecchiti dal sole.
Quando lei mi si offrì, non le domandai se si era già rinnovata dai tempi di Neri. Assaporai solo una dolcezza che sapevo non avrei mai più riprovato. Poi attendemmo fino al tramonto che lei rinascesse. Vidi la sua pelle screpolarsi e l'aria attorno a me fu piena di suoni e odori organici senza corrispettivi nelle nostre misere vite. Nei lunghi istanti della metamorfosi il mio seme innestava dentro di lei i processi della rigenerazione. Cellule trasmettevano ad altre cellule un messaggio genetico e un'altra esistenza cominciava da se stessa.
La secrezione liquida che le restava sul corpo era quella luminescenza nella foto di Biolcati, dunque lui l'aveva ritratta subito dopo il rinnovamento.
Guardai la sua crisalide appassire fra le ombre violacee, e mentre lei vegliava sulla mia spossatezza, quasi che io avessi sopportato il travaglio biologico, mi addormentai.
* * *
Mi sembrò di risvegliarmi dopo una settimana, e nelle mie membra avvertivo la stanchezza di una vita. Non avevo mangiato né bevuto, come se la presenza di lei sprigionasse le energie del sostentamento. Ma stavolta era scomparsa per sempre.
Avanzai forse un intero giorno per ritrovare il villaggio sulla costa, e barcollai fino alla mia camera sul retro del bar. Il calore del clima si fuse con la mia febbre e piansi su un cuscino macchiato.
Le vedove in nero attorno al mio capezzale erano fantasmi di madri aliene che non mi recavano conforto. I loro intingoli mi delibitavano e le loro preghiere ascoltate da una divinità impietosa che si tediava con la mia agonia.
Nei rari momenti di lucidità imprecavo contro il Direttore, contro il critico, contro tutta quella congiura ordita ai miei danni dal caso. Ma risparmiavo a Neri ogni accusa: lui era nel novero delle vittime.
Guarii, con una rapida convalescenza che a casa mia avrei prolungato di proposito, per deliziarmi ancora con le coccole di quelli che si occupavano di me.
L'uomo del bancone, al bar, mi condusse per il braccio all'aria aperta. Passeggiammo discutendo della pesca e dei matrimoni contratti nel villaggio durante la mia malattia. Ragazze libere abbondavano, e io avevo l'età di un giovane stallone che non può privarsi ancora della monta. Queste considerazioni edificanti si spensero sulla bocca dell'uomo davanti a un villino abbandonato. Mi porse una chiave e se ne andò strusciando sui pantaloni la mano che aveva usato per sorreggermi.
Avevo ereditato la casa di Neri.
Vidi la sala con la porta e la finestra aperte su un poggio erboso a picco sul mare, e non sul giardino impressionista di Delerue. Era lo studio del mio concittadino pittore, da dove nessuno aveva sottratto i segni della sua permanenza. Trovai le foto scattate durante il viaggio, dove la somiglianza fra le donne delle raffigurazioni era più marcata che nelle riproduzioni sui libri d'arte.
In quella stanza Neri la aveva ritratta insieme alle altre se stesse.
Ora è passato un mese, e scopro addosso a me l'ultimo frammento di verità.
La fiamma che accende la crisalide brucia chi la dona. L'eterna giovinezza di lei significa la mia improvvisa vecchiaia. Due settimane fa le mie tempie si ingrigivano, oggi sono canuto e non mi reggo in piedi. Le febbri preludevano al mio disfacimento.
Lei ha mentito sull'incidente automobilistico di Neri, e non la biasimo: come poteva rivelare a tutti noi, che l'abbiamo amata, il prezzo totale di quel sentimento?
Nel quadro il vecchio era il pittore medesimo, divorato dall'infermità e irriconoscibile rispetto al quarantenne della foto che mi hanno dato i suoi legali a Roma. Lui contemplava il decorso della leggenda nell'anfora che ormai era inutile fotografare o rubare dal museo. Neri, scontando l'amore per la ninfa, ha rifuggito la specie degli uomini, al pari dei suoi predecessori. Pure, ha deciso di dipingere un quadro e inviarlo alla biblioteca della sua cittadina natale come una confessione e un appello al mondo.
Nel villaggio conoscono la verità sulle ninfe, perché forse la valle della loro origine non è lontana, ma non importa scoprirlo. Mi nutrono in attesa della morte e giacerò sotto una lapide simile a quella di Neri.
Io non sono un pittore, e ho messo in parole la stessa vicenda che lui ha dipinto, ma chi la spedirà in biblioteca? Per giunta, dalla finestra si è insinuato un refolo di vento che ha disperso nella stanza gli altri fogli del manoscritto. Non so se avrò la forza di chinarmi a raccoglierli e riordinarli.
Quanti uomini bruceranno per alimentare la fiamma inestinguibile della crisalide?
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