di
Carlo Formenti


Trailer
Nell'anno della Signora





Fra i molti libri italiani usciti nell'ultimo semestre, uno dei più interessanti è il romanzo di Carlo Formenti Nell'anno della Signora, ambientato in un "dopobomba" lombardo molto intrigante. Eccone alcuni brani tratti da diverse parti dal libro e scelti dallo stesso autore, che intervistiamo in questo numero. (Silvio Sosio)

Prologo

Muffa del cazzo! Mantiene a stento l'equilibrio prima di ricominciare a scendere, il cuore che martella in gola, la mano incollata al muro e i piedi che saggiano il cemento fradicio a ogni passo. Se mio fratello fosse ancora qui avrebbe aggiustato l'ascensore. Sono troppo vecchio per queste scale.
Arrivato in fondo con le ginocchia tremanti, si ferma a riprendere fiato e sonda l'oscurità del corridoio strizzando gli occhi. Se ne sono andate altre due lampade. Sfila dalla cintura una gamba di tavolo avvolta in stracci imbevuti di alcol ed estrae l'accendino da una tasca dei pantaloni. Per un po' i suoi tentativi di accendere la torcia improvvisata non sortiscono effetti, finché si sprigiona di colpo una fiammata che gli strappa una imprecazione rischiando di ustionargli le mani. Finalmente imbocca il corridoio e lo percorre lentamente fino alla porta blindata. Illumina il quadro dei comandi e digita il codice. Niente! Ripete mentalmente la sequenza di numeri e lettere, poi effettua un nuovo tentativo e sorride udendo lo scatto della serratura. Infila la torcia in una crepa del muro e spinge con entrambe le mani il massiccio battente d'acciaio.
Appena entrato chiude gli occhi, abbagliato dal contrasto fra il buio del corridoio e la luce violenta all'interno. Si abbandona per qualche secondo con la schiena appoggiata alla parete, ascoltando l'impercettibile ronzio delle macchine. Poi riapre gli occhi e fissa la cupola trasparente. Dopo averla raggiunta, schiaccia il naso sulla plastica e accosta le mani alle tempie, per schermare il riflesso che gli impedisce di mettere a fuoco il cilindro di metallo e vetro sotto l'emisfero. Il suo sguardo accarezza le forme del corpo fasciato dalla guaina argentata che lascia scoperto solo il volto, poi indugia sui lineamenti irrigiditi dal gelo.

Resta in piedi a contemplarla finché le gambe non lo reggono più. Esausto, si dirige verso la sedia e il tavolo che costituiscono il solo arredamento dell'enorme sala che ospita l'unità di ibernazione. Dopo essersi accasciato sulla sedia, estrae un libro dalla cassettiera del tavolo e inizia a sfogliarne le pagine plastificate. I suoi occhi inseguono senza vederla l'interminabile sequenza di cifre, grafici e tabelle. Infine chiude il volume, lo posa sul tavolo e sogghigna leggendone il titolo. Procedura di rianimazione...Magari funziona, ma non credo che ti farei un favore. Meglio lasciarti dormire.
Dopo aver rimesso il manuale nel cassetto, si alza e torna verso la porta blindata. Appena fuori, la chiude e sigilla l'unità di ibernazione digitando il codice di accesso. Ecco fatto: tutto resterà intatto per millenni, così, quando un archeologo troverà questo posto impazzirà di gioia. Ammesso che tornino mai a esistere degli archeologi...
Salire gli riesce più faticoso del solito. Impiega quasi venti minuti per raggiungere il livello del suo alloggio, un buco maleodorante dove si siede e inizia a scartabellare fra i quaderni ammucchiati sul tavolino. Esamina gli appunti redatti con grafia minuta finché non trova quelli che si riferiscono al giorno prima, poi si mette a scrivere.
Nove maggio 2047. Oggi è il decimo anniversario della morte di Omodeo. Quando è successo, per un po' sono stato felice: lo odiavo a causa della spietata determinazione con cui ha estromesso dal rifugio mio fratello e la sua famiglia non appena s'è reso conto che erano contagiati dal virus. Ma in capo a qualche settimana avevo già cominciato a rimpiangerlo. Mi aveva lasciato sulle spalle il peso della comunità, due donne e quattro bambini nati e vissuti qui sotto senza aver mai visto la luce del sole, e io, privo di nozioni mediche e incapace di risolvere il più banale problema tecnico, intuivo che non ero in grado di aiutarli a sopravvivere. Infatti li ho visti morire a uno a uno. Dopodomani saranno tre anni che sono rimasto solo. Da allora ho pensato spesso che sarebbe meglio andare a crepare fuori, invece di fare una fine da topo. Ma ormai è tardi anche per questo. Ieri ho provato a uscire, ma la porta del rifugio è bloccata dall'esterno. Credo sia successo quando una banda di disperati ha tentato di forzarla: vedendo che era impossibile, devono aver sfogato la loro rabbia incendiando la villa che dev'essere crollata, così adesso le macerie m'impediscono di abbandonare questo posto. Per colmo d'ironia, ricordo che quell'episodio mi aveva fatto piacere, se non altro perché dimostrava che esistevano dei sopravvissuti.
Lascia cadere la penna sul tavolo e resta a lungo con la testa fra le mani. Finalmente si scuote e inizia a guardarsi intorno, osservando come se li vedesse per la prima volta gli oggetti che ingombrano la stanza: il computer fuori uso, la cuccetta disfatta, le scatolette di cibo sparse sul pavimento, i libri sulle scaffalature precariamente assicurate alle pareti. Non appena inquadra la pistola, appoggiata all'altra estremità del tavolo, il volto gli si distende in un sorriso liberatorio. Allunga la mano.

Incantesimo

L'orologio mentale che gli hanno fabbricato le notti del monastero, scandite dai risvegli a ore fisse per le preghiere, segnala che manca poco all'ora quarta. Consapevole di aver consumato quasi tutto il tempo di cui dispone, si è seduto a gambe incrociate sul pavimento e osserva l'emisfero trasparente con un'espressione sconsolata. Ermeticamente chiusa, la cupola riflette il volto del monaco, come se volesse prendersi gioco del suo maldestro tentativo di violarne il mistero. Raccoglie il Libro Sacro che ha poggiato a terra e scorre per l'ennesima volta le prime pagine, sulle quali si è già intestardito per ore, confrontando parola per parola le versioni nelle differenti lingue, con l'unico risultato di smarrirsi nel guazzabuglio di termini tecnici, numeri, tabelle e grafici. Leggerlo dal principio è stato un errore: avrei dovuto saltare qua e là in cerca di una frase rivelatrice, di una chiave che mi aiuti a capire il resto. Inizia a voltare le pagine a blocchi, ma il sonno e la stanchezza gli annebbiano la vista. Deposita nuovamente il libro a terra e chiude per un attimo gli occhi. Poi lo riprende aprendolo a caso, com'è abituato a fare col Vangelo. Scandisce ad alta voce il titolo del paragrafo su cui è andato a cadere il dito: "Procedura semplificata. Da applicare in caso di emergenza o di incompetenza tecnica dell'operatore". Gli sembra che quelle parole aprano uno spiraglio, quindi, dopo aver saltato alcune righe incomprensibili, inizia a leggere: "Istruzioni per attivare la procedura automatica di rianimazione. Prima operazione: apertura della cupola". Ci siamo! Scatta in piedi, si avvicina all'obiettivo e poi torna ad abbassare gli occhi sulla pagina. Nota un disegno con una freccetta che indica un'area precisa della cupola. Nel disegno successivo l'area appare ingrandita, evidenziando un quadrante con una serie di numeri. Capisce che per identificare il punto deve orientarsi osservando l'angolo di inclinazione del sarcofago, perciò gira intorno alla cupola finché non gli sembra di aver raggiunto la posizione corretta. In un primo momento non trova nulla ma poi, tastando la superficie, sente delle piccole rugosità. Eccoli! Non riuscivo a vedere i numeri perché anche loro sono trasparenti. Consulta di nuovo il libro per capire quale sequenza debba eseguire. Il primo tentativo va a vuoto. Riprova, e questa volta sente un rumore stridente che gli provoca un tuffo al cuore. Subito dopo, uno spicchio della cupola inizia a sprofondare nel pavimento davanti al suo naso. Poi succede qualcosa che lo spaventa ancora di più: un vento si alza alle sue spalle e lo spinge verso l'apertura. Balza indietro e resta inebetito a guardare le nuvole di polvere che si sollevano dal pavimento e sono risucchiate dentro. Il fenomeno dura solo pochi istanti, ma a lui occorre molto di più per trovare il coraggio di entrare, sfidando il gelo all'interno.
Si accosta al sarcofago per osservare finalmente da vicino il volto dell'Antica, ma la polvere che è appena entrata e si è depositata sul cristallo lo nasconde quasi del tutto. Si dirige allora verso le macchine. Grazie alle descrizioni che gli ha fatto Charly capisce subito qual è il computer. Si siede sullo sgabello metallico avvitato al pavimento e fissa ipnotizzato la luce verdastra. Questo dev'essere lo schermo, sembra una porticina aperta su altri mondi. Abbassa lo sguardo sul ripiano sottostante e studia il rettangolo fatto di tante file di quadratini, su ognuno dei quali c'è una lettera, un numero o qualche altro bizzarro simbolo. E questa dev'essere la tastiera: secondo Charly serve a trasmettere ordini alla macchina. Recupera il libro che aveva lasciato cadere per lo spavento e si rituffa in cerca di istruzioni.
Sa che dev'essere ormai l'ora quinta. Suda copiosamente nonostante il freddo, al punto che la tonaca gli si appiccica alla schiena, e si torce le mani, mentre un tic che non lo tormentava da anni è tornato a fargli scattare l'angolo della bocca. Tende le dita della mano destra sulla tastiera, poi le serra in un pugno che colpisce il tavolino in un gesto di rabbia impotente. Non ce la farò mai: queste istruzioni sono troppo complicate, non capisco che tasti devo toccare e non posso provare a casaccio, altrimenti potrei provocare danni irreparabili! Ricomincia a leggere, ma le lettere danzano sulla pagina in un caleidoscopio insensato. Si raccoglie brevemente in preghiera per riassumere il controllo dei nervi. Quando sente che il respiro è tornato quasi normale, salta direttamente alle ultime pagine, dove nota finalmente un paragrafo in neretto: "Per delegare interamente al computer la procedura di rianimazione premere il tasto F1. Attenzione! Una volta attivato tale comando non sarà possibile effettuare interventi umani per correggere eventuali anomalie nel corso dell'operazione".
Non chiarisce la natura del pericolo, ma a questo punto devo correre per forza qualche rischio, altrimenti dovrò andarmene a mani vuote. Individua il tasto e lo preme. Trascorrono attimi eterni mentre il suo sguardo oscilla fra le macchine e il cilindro, tentando di controllare se il gesto abbia prodotto effetti. Non succede nulla, tuttavia, quando già sta per arrendersi alla delusione, sobbalza: sullo schermo iniziano a scorrere a velocità fantastica lettere, numeri, complicati disegni geometrici. Resta stregato a guardare la ridda di puntini luminosi. Il flusso sembra inarrestabile, ma non succede nient'altro. Si scuote. Basta, il tempo è scaduto: se non risalgo subito non uscirò vivo da qui. Corre al sarcofago e con la manica tenta di liberare il cristallo dalla polvere. Riesce solo a impiastricciarlo, ma vede quanto basta per capire che il corpo dell'Antica non ha perso la sua immobilità. Rigira fra le mani il Libro Sacro con aria indecisa. Non posso uscire dal Tempio tenendolo sottobraccio. A malincuore, lo rimette nella teca prima di scattare di corsa verso la scaletta. Non fa a tempo a posare il piede sul primo gradino che sente di nuovo lo stridio che lo ha terrorizzato un'ora prima. Si volta: lo spicchio di cupola sprofondato nel pavimento è risalito, tornando a sigillare sarcofago e macchine. Ancora un secondo e sarei rimasto intrappolato!

Resurrezione

Dopo aver richiesto l'esecuzione automatica della procedura di rianimazione, l'operatore umano si è dimenticato di ripristinare lo stato di chiusura della cupola, compromettendo gli standard di sicurezza. AT H986 rimedia all'errore e poi inizia a lavorare. Durante la prima fase impiega quasi tutto il suo potenziale per riversare in un microchip ad ago le registrazioni delle sezioni di memoria biologica che si sono deteriorate, quindi completa l'operazione preparando la presa craniale e innestandola. Nel frattempo sfrutta il potenziale residuo per controllare che la temperatura del corpo risalga lentamente fino al livello ottimale. Non appena le sonde segnalano che ciò è avvenuto, inizia a sostituire la soluzione antigelo col plasma artificiale. Subito dopo avvia la complessa scansione dello stato dei tessuti, provvedendo a tutti gli interventi di reintegrazione funzionale che si rendono necessari. Tutto si svolge senza difficoltà impreviste, così, poco meno di venti ore dopo aver ricevuto l'input dalla periferica, decide di elevare la temperatura dell'unità biologica a trentasei gradi e di procedere a una prima immissione di sostanze nutritive.
Alle 23,57 del 19 maggio 2799, i tracciati delle funzioni vitali sul monitor assumono un andamento quasi normale. Alle 0,11 del 20 maggio il computer ritira l'ultima sonda dal sistema circolatorio, dopo aver immesso una massiccia dose di adrenalina. Tre minuti più tardi, la cupola si apre come un fiore trasparente e i suoi petali vengono fatti sparire nel pavimento. Subito dopo il cristallo dell'unità di ibernazione inizia a ruotare, rientrando nell'apposita intercapedine del cilindro. Il movimento subisce brevi interruzioni dovute alle impurità che si sono depositate sul vetro la notte precedente, ma il dispositivo supera facilmente le leggere resistenze. Il volto della donna ha ripreso una sfumatura di colore e il suo respiro, prima convulso, ora solleva l'addome in onde lente e regolari. Piccole contrazioni involontarie fanno guizzare i muscoli e rapidi movimenti delle ciglia segnalano che i sogni sono tornati ad abitare la sua mente.

La luce è una lama rovente. Stringe gli occhi in una smorfia di dolore. La sua lingua, martoriata da un disgustoso sapore di medicinali, tenta di umettare le labbra incontrando due strisce di cartavetrata insensibili e ruvide. Percepisce il corpo come un'informe massa gelata scossa da brividi. Gambe e braccia restano inerti, rifiutando di rispondere ai comandi. Tenta nuovamente di sollevare le palpebre, ma rinuncia dopo qualche secondo. Il primo pensiero è un flash di pura angoscia. L'anestesia non ha funzionato: mi stanno ibernando da sveglia! Ma nemmeno l'orrore riesce a sbloccare i muscoli paralizzati della gola, e l'urlo le abortisce in un mugolio. Sfida la luce per la terza volta. La tortura proviene da entrambi i lati, verso l'alto distingue invece solo una macchia nera. Gira la testa in cerca di un volto chino su di lei, ma non vede altro che le sponde del cilindro. Scivola nuovamente nell'incoscienza. Quando si risveglia nota che riesce a muovere le braccia e cerca di tirarsi su a sedere. Al secondo tentativo ce la fa, anche se il cuore le martella in petto per lo sforzo. Davanti a sé distingue le sagome del computer e delle macchine. Nessuna traccia della cupola. Si guarda attorno, ma i suoi occhi non riescono ancora a sopportare la luce, quindi alza lo sguardo nell'unica direzione che non le infligge quello strazio. Il soffitto non c'è più! Esterrefatta, misura le dimensioni dell'enorme apertura circolare che la sovrasta. Ma dove diavolo sono finita?!

Questa volta le corde vocali funzionano, emettendo un suono debole e rauco nel quale stenta a riconoscere la propria voce: "Ehi, c'è qualcuno qui dentro?". Chiama altre due o tre volte. Silenzio assoluto. Dove sono quei figli di puttana?! Temo che dovrò tirarmi fuori di qui da sola L'impresa le costa cinque minuti di sforzi inauditi, ma alla fine la spunta e si ritrova in piedi, con la schiena appoggiata al cilindro per recuperare fiato ed energie. Sfrutta la pausa per guardarsi intorno, dal momento che i suoi occhi cominciano a tollerare la luce. Dimensioni e forma dello stanzone sono quelle che ricorda ma, a parte la voragine nel soffitto, molti altri particolari non quadrano. La nicchia dell'ascensore è sparita, sostituita da un muro in pietra, la porta blindata è al suo posto ma il metallo appare corroso e annerito, in tutto il sotterraneo non si vedono tracce di tavoli, sedie o qualsiasi altro oggetto di arredamento, molti dei costosissimi emanatori perenni incorporati nelle pareti si sono spenti, smentendo le credenziali di eternità della ditta che li produce, infine, ed è la novità più bizzarra, l'unica via per salire al livello superiore sembra essere una sgangherata scala a chiocciola di legno. E' certamente lo stesso luogo in cui mi sono addormentata, ma cosa significano tutti questi cambiamenti? Di colpo la afferra un dubbio terribile. Devo chiedere la data al computer!
La distanza che la separa dal terminale le sembra un abisso. Prova a camminare, ma le gambe sono pilastri di marmo. Avanza come una vegliarda, rischiando di cadere a ogni passo, e quando finalmente si accascia a sedere davanti alla tastiera, si sente come se avesse percorso chilometri. Digita il tasto che attiva l'interfaccia vocale e chiede l'informazione.
"Venti maggio duemilasettecentonovantanove, ore una e diciassette".
Ascolta il gracidio sgraziato senza credere alle proprie orecchie. Ripete la domanda ed ottiene la stessa risposta. Questa baracca si dev'essere scassata. Speriamo almeno che funzioni il collegamento con la Rete. Chiede la procedura di accesso rapido.
"Collegamento impossibile. Nessun nodo attivo. Ripetere tentativo?".
Esasperata, alza gli occhi al cielo e la sua attenzione viene di nuovo catturata dall'apertura nel soffitto. Somiglia a una di quelle aule universitarie dove gli studenti di anatomia assistono dall'alto alla dissezione dei cadaveri. Quell'associazione, suggerita dal ricordo di qualche telefilm, visto che non ha mai messo piede in una università di medicina, le ispira idee sgradevoli. Se davvero è passato tanto tempo i soldi devono essere finiti da un pezzo, quindi qualsiasi stronzo può permettersi di usare il mio corpo per i suoi esperimenti! Notando che la botola è circondata da una balaustra, si spaventa ancora di più, al punto che le sembra addirittura di intravedere dei volti che si affacciano a spiarla. Le piacerebbe convincersi che si tratta di un incubo, ma le sensazioni che prova sono troppo realistiche per alimentare una simile illusione. In particolare, da qualche minuto è torturata da una sete e da una fame terribili, e si rende conto che se non riuscirà a in qualche modo a soddisfarle finirà per sprofondare nuovamente nell'incoscienza. Tuttavia, dopo tutte le idee orribili che le sono venute in mente, non ha più nessuna fretta di chiedere aiuto, né tantomeno di scoprire chi è stato a rianimarla, quindi decide che deve trovare il modo di cavarsela da sola. Riprende a studiare la stanza. Anche la porta dell'uscita di sicurezza è stata murata, come quella dell'ascensore. L'unica via per andarsene di qui è quella scaletta di legno. Speriamo di farcela, ma prima devo pararmi il culo da eventuali brutti incontri. Si alza e torna verso il cilindro, scoprendo che riesce a camminare un po' meglio. Trova facilmente il cassettino interno e lo apre: la pistola ad aghi è al suo posto. Prendendola, scopre il sacchetto di plastica che non ricordava di aver fatto mettere lì dentro assieme all'arma. La bella sorpresa le strappa il primo sorriso da quando ha ripreso conoscenza. Ecco quel che ci vuole per riprendere forza! Le sue mani tremanti faticano ad aprire il sacchetto, che infine si lacera, rovesciando a terra quasi tutta la polvere bianca. Bestemmia. Poi inala avidamente quella che le è rimasta appiccicata alle dita.

Tenta di reggersi al corrimano, ma i gradini sembrano montagne e ben presto si ritrova a salire carponi, come un poppante o un animale goffo e lento. E' tentata di abbandonare l'arma che le impaccia la mano destra, ma cambia subito idea: non è una cosa cui le sembri sensato rinunciare, vista la situazione. Raggiunto il livello superiore, si sdraia a terra per riprendere fiato. Si trova nella stanza che ospita l'apertura circolare che ha provocato la sua angoscia. Molto più piccolo dello stanzone sottostante, il luogo riceve luce da quest'ultimo attraverso la botola nel pavimento. Si trascina fino alla balaustra e guarda giù. E' evidente che il buco è stato aperto per guardare dall'alto l'unità di ibernazione: sta proprio a picco sul cilindro. Le fantasie di poco prima le tornano in mente, procurandole la pelle d'oca. Si guarda attorno e nota una luce fioca che sembra promettere una via d'uscita. Si avvia in quella direzione. La sintcoca sta cominciando ad agire: si sente sempre molto debole, ma i suoi passi si sono fatti un po' più sicuri. Attraverso una porticina, sbuca in un lungo corridoio rischiarato da una fila di torce infisse nel muro. Possibile che ci sia corrente solo nella sala dell'unità di ibernazione? Ma le sorprese non sono finite: più esplora il sotterraneo, più le viene da dubitare che, dopo tutto, quello non sia il rifugio di Villa Mara. Mentre cerca fra crescenti difficoltà la via per risalire da un livello all'altro, nota infatti particolari sempre più bizzarri. A parte la totale assenza di luce elettrica, sostituita ovunque da torce o da lampade che emanano una sinistra luminosità azzurrina, è disorientata dal vero e proprio labirinto di sale, corridoi e scale. Le porte metalliche sono sparite, in parte murate e in parte rimpiazzate da battenti in legno. Nuove pareti di pietra grezza sono state erette a distribuire diversamente gli spazi. Nessuna traccia dell'impianto di climatizzazione: nell'aria ristagna uno sgradevole tanfo di chiuso e di umidità, mescolato alla puzza di fumo e ad altri indefinibili odori.
Perde più volte l'orientamento prima di trovare la strada verso l'alto, finché, raggiunto il quarto livello, fa la scoperta più sconcertante. Percorrendo un corridoio vede che entrambe le pareti sono affrescate. I colori, violenti e innaturali, la rozzezza del tratto e l'ingenuo realismo delle scene ricordano i murales sui palazzi di periferia o certi graffiti sui vagoni della metropolitana. E le scritte che corrono ai piedi delle figure, tracciate con caratteri grandi, stravaganti e del tutto indecifrabili, rafforzano l'impressione. Questo posto dev'essere diventato il covo di una banda di balordi. Magari è stato uno di loro a smanettare sul computer per rianimarmi. Esaminando più attentamente i dipinti, nota che sono ordinati secondo una sequenza, come le strip dei fumetti, con l'intento evidente di raccontare una storia. C'è un personaggio che ricorre in quasi tutti i quadri ed è raffigurato in modo da apparire più alto degli altri, tutti indossano abiti simili a quelli di certi film gotici e gli scenari non sono mai urbani: campagne, animali, fiumi, colline, ci sono scene di battaglie combattute con lance e spade. Non si capisce nulla...Cristo! Ma quella sono io! Resta a bocca aperta davanti all'ultimo affresco che raffigura inequivocabilmente la cupola, il computer, e lei dentro il cilindro dell'unità di ibernazione. Vuoi vedere che questi balordi mi considerano come una specie di simbolo araldico? Devono essere completamente fuori di testa. Magari hanno aperto quella botola nel soffitto per celebrare qualche strano rituale...Sempre più tesa, stringe i denti e serra le dita sul calcio della pistola, ma non appena riacquista un po' di lucidità capisce che i conti non tornano: possibile che gente del genere sia in grado di gestire le complesse operazioni necessarie a rianimarla? Eppure...Se sono passati secoli, può darsi che adesso qualsiasi coglione ne sappia più di quanto ne sapessimo noi sui computer. Questo le ricorda finalmente la cosa più importante. Se sono così progrediti conosceranno sicuramente un modo per curarmi! Devo uscire e trovare un medico!

Ci siamo: se non sbaglio, da questo livello si risale direttamente nell'atrio della villa, ammesso che esista ancora. Le sembra di riconoscere meglio di altre questa parte del sotterraneo, quindi si avvia decisa a sinistra, convinta di trovare la scala di sicurezza subito dietro l'angolo di un muro. In effetti la scala è proprio dove ricordava, ma s'interrompe a un metro dal soffitto, incongruo relitto metallico sospeso nel vuoto. Al posto dell'uscita di sicurezza c'è solo intonaco, liscio e compatto. Tuttavia nota quasi subito che una decina di metri più in là hanno costruito una nuova scala, di legno. La raggiunge e vede che conduce in due rampe a un'ampia apertura quadrata nel soffitto. Impossibile capire dove immetta, dal momento che da lassù non arriva luce. Quella macchia d'oscurità la inquieta. Esita a lungo prima di mettere il piede sul primo gradino.
Arrivata in cima sporge timidamente la testa oltre il livello del pavimento dell'ambiente sovrastante e guarda in giro. Come temeva, nessuna traccia dell'atrio di Villa Mara. Si trova in una sorta di antro immenso, deserto e male illuminato da alcune torce. Alzando lo sguardo distingue a mala pena il soffitto, che si perde nella penombra di altezze vertiginose e appare stranamente irregolare, con punti che distano almeno venti metri dal pavimento. Quest'ultimo si stende per centinaia di metri quadri ed è sgombro da qualsiasi arredo, ad eccezione di una voluminosa struttura di cristallo. Sembra la clessidra che tenevo nel soggiorno di casa mia, ma è mille volte più grande. Alla sua destra si apre un enorme portale, sbarrato da una massiccia asta di ferro. A sinistra uno scalone sale fino a una specie di terrazza interna. Quindi c'è un piano superiore, ma da qui si vede solo la balaustra. Improvvisamente mette a fuoco un particolare di cui non si era ancora resa conto: pavimento, pareti, soffitto, porta e scalone sono tutti fatti di legno laccato di bianco. Caratteristiche che la disorientano, ma al tempo stesso la rassicurano. Un edificio del genere non può essere un covo di balordi, ma certamente non è neanche un'abitazione, sembra piuttosto una specie di chiesa. Incrocia le dita in un gesto scaramantico. Vuoi vedere che mi hanno inumata nella cripta d'una chiesa? Ignorando quanto sia andata vicino alla verità, sorride ironicamente. Non sarei la prima puttana della storia a diventare santa. Bah, intanto vediamo come faccio a uscire. Scuote la testa guardando il portone. Da sola non riuscirò mai ad aprirlo. Forse dovrei esplorare il piano di sopra, ma chi ce la fa a salire un'altra scala! L'effetto della sintcoca comincia a svanire, facendole rimpiangere di non aver recuperato la droga caduta a terra. Esausta, si siede con la schiena appoggiata alla parete, non lontano dal punto in cui è uscita dal rifugio, e sprofonda in uno stato ipnotico.
Si è quasi addormentata quando un rumore la fa sobbalzare. Allora non era un sogno! Afferra la pistola che aveva appoggiato accanto a sé e guarda in giro per capire la provenienza delle voci. Il posto è sempre deserto, per cui capisce che arrivano da fuori. Sente ancora uno scoppio di risa, poi torna il silenzio. E se entrassero? Meglio trovare un rifugio, non sono ancora pronta a ricevere visite. Osserva lo scalone, ma il breve riposo non le ha restituito energie sufficienti ad affrontarlo. Cerca altre vie d'uscita, finché adocchia una minuscola porticina che immette nel sottoscala. Si rialza in piedi a fatica e la raggiunge. Spinge il battente. Dal buio le viene incontro un odore di cibo che le artiglia lo stomaco, rischiando di farla svenire dal languore.

Per gentile concessione di ShaKe Edizioni Underground.


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