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In attesa di Aline
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![]() Con molto piacere abbiamo trovato spazio su questo numero di Delos anche per il racconto di questo autore esordiente, o, diciamo, quasi esordiente, visto che ha già pubblicato un po' di fantascienza dal 1962 a oggi, vincendo il primo premio Urania, nel 1990. Ci sembra un autore promettente! -- Silvio SosioLa notte era una losanga bianca psicotica in fondo a un corridoio nero, ma a tratti la notte diventava strabica e Vetto vedeva una losanga nera in un corridoio bianco, con al centro la falce di luna declinante alta sul suo letto spettrale. Vetto non sapeva se la notte sarebbe finita, o se avrebbe cambiato ancora colore, magari una notte senza tempo rossa color sangue. A un certo punto la losanga divenne una finestra distante, alla quale lui non poteva arrivare neanche mettendo la sedia sul tavolino. Si alzò.L'orologio segnava le nove e venti, un'ora buona per la sua ultima giornata. -- Ciao, Signorina Deda -- disse. Dette un'occhiata intorno, come un addio. Ma sapeva quanto fosse inutile: conosceva a menadito la celletta spoglia e il suo puzzo inestirpabile, e sapeva che la signorina Deda era una specie di mostro capace di vederlo e sentirlo parlare respirare anche dall'altro capo del mondo. Avanti, indietro, sopra, sotto. I gesti rituali da fare senza pensarci, da non pensarci sperando di non doverli fare. Appena si vide vestito Vetto andò al tavolino, e sedette. Aline... Sulla tovaglia a piccoli quadretti blu, in un angolo del ripiano vicino al muro, erano riuniti i pentolini lucidi e un bicchiere capovolto ancora sgocciolante. La colazione sarebbe arrivata presto. Ali... Dal cassettino estrasse un foglio gualcito e una vecchia matita. "Hai cancellato il cielo, Ali" scrisse. Aggiunse: "Tramonti decapitati". Scarabocchiò tutto, non gli piaceva. "Controluce accecante / il campo di girasoli / una tovaglia solitaria / nell'osteria del porto / cella grigia dell'infinito / cella cellula cell..." Drin! -- Vetto -- disse la solita voce. Il piccolo schermo si era illuminato e lui chinò il capo, ostinato e indifferente. -- Siamo alle solite, vero? -- Pausa. -- Com'è andata, stanotte. Dormito? C'era la losanga, questo sapeva lui della notte. Del resto non gli importava. Durante quelle ore buie l'installazione medica fissa gli aveva fatto un paio di punture automatiche, ma lui non aveva voglia di dire alla Signorina che era rimasto sveglio lo stesso perché aveva atteso la mattina dell'ultima giornata e comunque non poteva mai prescindere dagli occhi invisibili di Ali, pieni di purezza degli angeli. E non se la sentiva di fissare il viso spigoloso della Signorina Deda nel riquadro pallido, per cui elusivamente prese il foglio appena scritto e glielo lacerò a pezzettini, e il foglio ricadde con uno sfarfallio sporco di tarme. Ripose la matita nel piccolo cassetto. Purezza degli angeli. Splam! Si aprì il portello al muro, il nastro trasportatore sputò sulla tovaglia il vassoio con la colazione fumante. Non ci sono antibiotici o terapie di sostegno o tranquillanti, per la purezza. Basta un colpo di vento a distruggerla, una sterzata contromano. O la semplice forza di un pensiero negativo. Ciao, Ali. -- Stamattina -- disse la Signorina -- goditi una bell'ora di aria pura. E' una splendida giornata, la primavera è arrivata, finalmente. -- La porta metallica, bling!, si spalancò ed entrò subito l'aria bianca fresca d'erba. Vetto si alzò senza degnare d'attenzione il vassoio. Nel viso gonfio, gli occhi ebbero un lampo di trionfo verso il piccolo volto prigioniero nello schermo e verso la microcamera appesa a quel cielo asfittico. Infilò quasi di corsa l'uscita: un'ora di libertà. Un'ora?
Fuori, la luce accecante voleva vincere il tunnel nero di notte aderente dentro, ma non ci riusciva. A sinistra, cento metri, si profilava il lungo prospetto di marmi candidi palladiani e il colonnato semicircolare centrale con i portici ombreggiati; oltre c'era l'ala est distante nebbiosa dell'edificio. Prati, collinette, alberi e alberi. Aria. Non l'aria color cenere della signorina Deda. Camici bianchi lontani, come afidi sul prato. In un viale adiacente, fra altri, vide Nesto e gli fece un cenno d'intesa sillabandogli: -- Il Fossato! -- esagerando le smorfie delle labbra per rendersi più visibile. Però non fu certo che Nesto l'avesse notato, oggi mostrava un'andatura incerta con lo sguardo assorto e la Signorina Bux gli teneva stretta una mano. Vetto si sentì tremare con violenza perché il mondo, maledizione, sarebbe dovuto terminare all'improvviso proprio in quel momento e invece proseguiva crudele all'infinito come un disco rotto. Sentì di avere la febbre, l'affanno, ma non volle fermarsi, represse il pianto e anche se il cielo diventò di colpo violetto egli accelerò, gradualmente per non dare nell'occhio. Peccato, avrebbe voluto dire a Nesto anche: -- La Storia del Cavallo! -- e certamente avrebbe capito, perché era stato lui a raccontargli in che modo era morto il Cavallo, anche se forse si trattava di una storia letta, non realmente accaduta.
Da: Centrale Automatica Sistemi di Sicurezza
- ALLEGATO: Nota Tecnica da Centrale Diagnostico-Operativa
Adesso era più strano, perché c'era il tunnel nero ma era giorno e mancava tutto il dolore atroce del Cavallo. C'era egualmente un dolore, così grande e profondo che, seppe Vetto, ora non sarebbe svanito mai più. Eppoi quelle ombre bianche sfocate che si muovevano intorno, e soprattutto la maledizione di vivere ancora. -- Perché l'avete fatto, bastardi -- cercò di urlare. Bastardi! Represse le lacrime. Le ombre intorno vociavano, un chiacchiericcio petulante come ululati acuti di violini non accordati, e lo sballottavano qua e là. Pensò che perfino il ricordo di Ali ora sarebbe stato infangato. Non era stato all'altezza di lei. Bastardi. Perché invece Ali... Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella.
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