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All'inizio il Popolo doveva camminare a quattro zampe, perché il cielo era basso. Poi l'Uomo spinse con un bastone il cielo verso l'alto. Il bastone per lo sforzo si piegò e l'Uomo cercò di buttarlo via, ma quello ogni volta tornava indietro. L'Uomo allora dovette tenerlo, e lo chiamò bu-mar-ang, il bastone che ritorna.
Mick fissò con ansia la forma sottile e scura che volteggiava nel cielo perlaceo. Quando gli fu chiaro che si dirigeva a terra, afferrò il cappello, montò sulla Rover e partì verso la pista d'atterraggio. Al suo arrivo, il motore Rolls-Royce del piccolo aeroplano girava ancora, sollevando intorno la polvere della pista in una soffice nuvola rossa. L'uomo scese dal fuoristrada, si avvicinò a grandi passi, aiutò il pilota ad aprire il portello. Quando i suoi occhi si furono abituati alla penombra, si trovò di fronte il viso ossuto dell'unico passeggero.
- Ben tornato, Kalya.
- Aspetta a dirlo, fratello.
Lo sguardo di Mick s'incupì. - Porti cattive notizie?
L'altro scrollò le spalle. - Le notizie che ci aspettavamo.
- Canberra ha firmato le autorizzazioni?
Kalya annuì. - Quei serpenti dell'ANC hanno inscenato un'opposizione formale, ma era chiaro che si erano accordati. La Compagnia ha avuto gioco facile.
Mick deglutì. - Quando dovrebbero iniziare i lavori?
- Il mese prossimo.
L'uomo si tolse il cappello, asciugandosi sconsolato il sudore dalla fronte.
- Ci resta poco tempo.
- Pochissimo. - fece eco l'altro.
- Sai come la penso: dobbiamo attirare l'attenzione dell'opinione pubblica.
Kalya gli scoccò un'occhiata accusatoria. - Pensi ancora al tuo piano, vero?
- Altrove ha funzionato, lo sai.
Kalya si morse le labbra, inquieto. - Non lo so... E' un passo grave. E pericoloso.
- E' veramente il pericolo più grande a cui riesci a pensare? - lo redarguì Mick.
L'altro resse lo sguardo solo qualche secondo. Poi l'abbassò, a fissare i sandali logori che gli cingevano i piedi, la pianta e il tallone deformati da una vita di cammino.
- Forse hai ragione... - ammise tra i denti.
1
Gabriella sospirò. Il cicaleccio alle sue spalle proseguiva senza sosta. Si voltò: le sue compagne di viaggio non avevano smesso di parlottare un istante dalla partenza, quasi due ore prima. Sbalordita, si chiese per l'ennesima volta dove trovassero le forze.
Lanciò un'occhiata fuggevole al retro del pullman. Gli uomini sonnecchiavano, Massimo con le cuffie del Pioneer malamente sistemate alle orecchie, Antonio con le gambe sui braccioli e gli scarponi Ciesse a macchiare la stoffa dei sedili, Roberto con una bandana giallorossa legata intorno alla testa stempiata e la bocca semiaperta in un russare monotono. Le donne, invece, facevano capannello sul fondo del veicolo, del tutto disinteressate al fascino del panorama primordiale che scorreva oltre i finestrini. Luisa blaterava qualcosa di fronte al pubblico delle due compagne; Giovanna e Paola, educatamente, fingevano di ascoltare, emettevano monosillabi d'approvazione nelle pause che l'altra si concedeva per riprendere fiato, e aspettavano con pazienza il loro turno. Gabriella non distingueva le parole, ma non aveva modo di sbagliarsi sull'argomento del monologo: si trattava senza dubbio, pensò, dell'ennesimo racconto della cerimonia nuziale di Luisa, o della tappezzeria della casa che lei e Antonio stavano arredando, o della batteria da cucina che i novelli sposi erano riusciti, particolare narrato almeno sei volte, ad acquistare sottocosto.
- Quanto manca, Jed? - chiese all'autista, più per distrarsi che per impazienza d'arrivare.
- Trenta miglia, più o meno. - rispose l'uomo, strascicando le vocali nel suo roco inglese australiano.
Lei fece qualche rapida conversione, valutò la velocità di marcia, fece schioccare le labbra.
- Arriveremo dopo il tramonto, vero?
- Mi dispiace. - si scusò l'autista - Questa è la stagione delle piogge, e la strada è in cattive condizioni. E poi... damn'd!
I freni fischiarono. Il pullman si arrestò a pochi centimetri da un eucalipto che giaceva di traverso alla carreggiata fangosa. L'autista imprecò ancora, poi mise in folle, aprì la portiera e scese a controllare. Gabriella, incuriosita, gli andò dietro. Alle sue spalle, il ciangottio proseguì indisturbato.
Jed si grattò vigorosamente la barba color ruggine, scrutando l'albero morto con aria inquieta.
- E' stato l'uragano? - azzardò Gabriella.
L'uomo scosse la testa. - Il tronco è pieno, non scavato dalle termiti. E poi, guardi sulla corteccia... Sono segni di cavi da traino.
- Ma chi può... - la domanda le morì sulla lingua. Dal fogliame umido della boscaglia erano emerse figure dal viso mascherato. La donna distinse tre uomini di media statura, con ogni probabilità aborigeni, e un quarto più alto, ugualmente incappucciato, ma con abiti da bianco. Ciascuno di loro imbracciava un fucile da caccia, e lo puntava contro il pullman con aria nient'affatto amichevole.
- Tu. - gridò l'uomo alto all'autista - Fai scendere i turisti. Svelto!
Le guance di Jed, sotto il reticolo sanguigno della barba, sbiancarono. Sollevò le mani sulla testa senza esitazione, estendendole sin quasi a slogarsi. Gabriella pensò che, se avesse potuto, le avrebbe addirittura staccate dal corpo.
- Punta a terra quel cannone, amico. - ansimò. Poi si sporse all'interno del pullman e cercò di parlare con voce ferma. - Vi prego, signori, scendete: c'è un problema.
Non ci fu reazione. Gabriella vide i suoi compagni continuare a dormire placidamente, e le sue compagne proseguire a chiacchierare con la massima indifferenza. Scorgendo le gocce di sudore lungo gli zigomi dell'autista, decise d'intervenire.
- Calmati, Jed. - sussurrò - Lascia fare a me.
- Che succede? - balbettò l'autista, prossimo al panico - Non capisco...
Gabriella spinse Jed da parte e si rivolse in italiano ai compagni, col tono più alto e deciso che riuscì a mettere assieme. - Scendete, presto! E' un'emergenza! Tutti fuori!
Gli altri le rivolsero un'occhiata interrogativa. Luisa, finalmente, smise di parlare e batté le palpebre con aria stolida. Gabriella ripeté l'esortazione, e finalmente la sua espressione allarmata convinse i compagni a muoversi.
Gli sconosciuti armati attesero pazientemente che tutti gli italiani avessero lasciato il pullman. Poi l'uomo alto tornò a rivolgersi a Jed. Gabriella, coi nervi tesi, si accostò a loro tentando di non compiere movimenti bruschi.
- Scarica il bagaglio dei turisti. - ingiunse l'uomo alto - E poi torna a Darwin. Quando denuncerai l'accaduto alla Polizia, darai agli agenti e ai giornali questo comunicato.
Jed afferrò la busta dalle mani dell'altro e annuì. Gabriella capì che era terrorizzato, ma anche sollevato dalla prospettiva di potersela filare. Da parte sua, la situazione era troppo irreale per spaventarla davvero. Non ancora, almeno. Fu solo quando il pullman fece marcia indietro e scomparve oltre la prima curva che la stretta del panico cominciò a soffocarla. Non si trattava di una rapina, questo le era evidente. Di cosa, allora?
- Chi siete? - esclamò, con un tremito nella voce - Cosa volete da noi?
L'uomo alto non la degnò d'una risposta. Puntò il fucile verso un sentiero, a mala pena visibile tra la vegetazione. - In marcia. - disse semplicemente.
Gabriella fremette. Nella sua mente vorticarono le idee più orribili. Un rapimento con stupro di gruppo? Una setta aborigena ostile al turismo straniero? Riti antropofagi?
Si voltò verso i suoi compagni, a cercarne conforto. Erano confusi, ma non sembravano spaventati.
- Siamo arrivati? - azzardò Antonio con voce nasale, riprendendosi solo in quel momento dalla lunga dormita - Dove sono i bungalow?
- Ahò, ce starà l'aria condizionata? - s'informò Roberto, estraendo dal Trek Invicta un mini-ventilatore a pile. - Sto a suda' come 'na bbestia, co' sto cardo infernale.
- L'importante è che ci sia la parabolica. - corresse Massimo, togliendosi le cuffie per la prima volta nella giornata - Suzuka comincia tra... - controllò lo Scuba -... un'ora esatta.
- Prendi tu i bagagli, ragazzo? - chiese Luisa a uno degli armati, equivocando. La risposta dell'uomo, però, dovette chiarirle le idee, perché fece un salto all'indietro, portandosi una mano alla bocca. - Antonio, che succede? - strillò.
- State calmi. - disse velocemente Gabriella - Questa gente è molto nervosa.
Le tre coppie si scambiarono un'occhiata sconcertata. - Che significa? - protestò Antonio, la voce ancor più nasale - Non siamo in albergo? E dove, allora?
Roberto fissò stralunato la canna di un fucile. Agitò il ventilatore con alterigia. - Aho', nun scherzamo, moretto. Io sto in vacanza. Ho pagato, cosa credi?
Massimo sobbalzò. Uno degli aborigeni lo aveva colpito alla schiena col calcio dell'arma, esortandolo a muoversi. - Ehi, Venerdì, non ti permettere! Io sono un avvocato! Ho un attico ai Parioli! Sono stato anche a "Ok, il prezzo è giusto"!
- Fate come dicono! - implorò Gabriella, temendo che la situazione precipitasse.
- E che stanno a di'? - protestò Roberto, truce - Chi li capisce?
- Vogliono che li seguiamo. - spiegò - Meglio non contraddirli.
Gli sconosciuti cominciarono a pungolare gli italiani con le canne dei fucili, e uno alla volta i sette si rassegnarono a mettersi in cammino. Visto che nessuno dava loro retta, poco a poco le proteste scemarono, e alla fine si spensero del tutto. Le tre donne ripresero a confabulare animatamente tra loro. Nel giro di mezz'ora il gruppo procedeva in colonna nel ventre della boscaglia.
Presto il sentiero scomparve. Gabriella non capì come gli sconosciuti riuscissero a orientarsi, ma capì che seguivano una direzione precisa. Tentò di tenersi in testa alla colonna, vicino all'uomo alto, ma presto le caviglie cominciarono a dolerle. Alle sue spalle, sentì che gli altri italiani si lamentavano, e capì che fra non molto sarebbero crollati. Oltre la cortina del fogliame basso, il cielo s'incupiva come i suoi pensieri.
Quando il crepuscolo tropicale si era ormai abbattuto sull'orizzonte come una falce, giunsero a un gruppo di capanne di canne e legno dal tetto spiovente, perfettamente mimetizzate nella vegetazione. Qui, finalmente, l'uomo alto arrestò la marcia.
- Kalya, Tjanga! - sibilò - Tornate indietro e cancellate le tracce.
- Oh, la prossima pioggia coprirà tutto. - protestarono i due con aria svogliata.
- Dovete togliere di mezzo quel tronco. - insistette il bianco - Meglio ancora, bruciatelo. Avanti, o domani ci daranno la caccia con i cani.
Poi si rivolse agli italiani. - Voi venite con me.
Gabriella e gli altri lo seguirono fino alla capanna più grande. L'interno era spazioso, ordinato e, per quanto possibile, pulito. Un tavolato d'assi correva lungo una parete; stuoie di tessuto grezzo coprivano il pavimento. In un angolo, Gabriella vide brocche con grandi manici curvi, ceste di vimini, e un grande recipiente di legno pieno d'acqua. Una dozzina di brande militari occupavano la parete opposta. Una grande lanterna da campo illuminava l'ambiente. Oltre la parete, il ronzio lieve del generatore elettrico.
- Non vi verrà fatto alcun male. - disse l'uomo. La sua voce, oltre la maschera, benché comprensibile alle orecchie di Gabriella, suonava contraffatta. - Mi dispiace dei fastidi che vi stiamo arrecando, ma se voi non darete problemi, e se ciò che chiediamo ci verrà dato, presto sarete liberi. - Non aggiunse altro. Scomparve, chiudendosi la porta alle spalle. Si udì lo scatto secco dei catenacci, e gli italiani restarono soli.
Superato il momento di sorpresa, Gabriella percorse il perimetro della capanna, trovando uno spiraglio nella parete di assi sconnesse. Accostò il viso all'apertura, ma tutto ciò che riuscì a scorgere fu la boscaglia pennellata d'argento dalla Luna. Lo sconosciuto alto doveva essere ancora lì intorno, ma il chiarore era troppo fioco, e le ombre degli eucalipti ingoiavano il mondo.
Alle sue spalle, sentì che i suoi compagni erano in fermento. Le loro esclamazioni, frenetiche, si accavallavano, montavano l'una sull'altra come creste di spuma.
- Questo legno è marcio! Posso sfondarlo con un calcio.
- Bravo pirla, e poi dove andresti? La città più vicina è a duecento chilometri.
- Devo solo raggiungere la strada. Passerà qualcuno, prima o poi.
- Raggiungere la strada? Di notte? In questa giungla piena di serpenti?
- E di ragni velenosi?
- E di formiche carnivore?
- Quei selvaggi non ci hanno perquisito. Giovanna! Dammi il GSM.
Qualche secondo di un bip-bip convulso, poi l'imprecazione. - Accidenti! Non c'è campo!
- Bello, però! Che modello è?
- Il nuovo Nokia T9000 - la voce di Massimo si colorò d'orgoglio - E' uscito solo la settimana scorsa. Me l'ha procurato mio cognato. L'ho pagato soltanto...
Gabriella scosse la testa, sconcertata. D'altra parte, considerò, c'era ben poco che potessero fare, oltre alle chiacchiere: erano prigionieri, e già il fatto di non lasciarsi prendere dal panico avrebbe costituito un successo.
Scelse una branda, controllò che non vi fossero insetti vaganti, si sdraiò e incrociò le braccia, fissando inquieta il soffitto spiovente. Sarebbe stata una lunga notte.
2
La svegliò il rumore del catenaccio alla porta. Si tirò su. L'alba filtrava nelle fessure tra gli assi, disegnando lame di luce sui corpi dormienti degli italiani. Il silenzio incombeva, rotto soltanto dai versi monotoni dei kakatua dalle cime degli alberi.
La porta si aprì. Gabriella, allarmata, si rannicchiò sulla branda, lo zaino stretto contro il seno, a proteggersi. Contro il chiarore dell'alba distinse uno dei rapitori, un aborigeno, col fucile a tracolla e un cesto di vimini tra le braccia. Ferma contro la soglia, la sua figura fermava la luce, ma sembrava che un po' ne filtrasse attraverso, come se fosse una nuvola a forma umana stagliata nel sole.
L'intruso non la degnò di un'occhiata. Con aria indolente, posò il cesto sul tavolo, controllò il livello dell'acqua nel vaso e tornò sui suoi passi. Quando la porta si richiuse, Gabriella balzò in piedi. Nessuno dei suoi compagni si era svegliato: dormivano profondamente il sonno del giusto. La donna controllò il contenuto del cesto. Come pensava, era il pasto per i prigionieri. Addentò un mango, scoprendo di essere affamata: la paura le aveva fatto dimenticare di essere a digiuno dal giorno prima, ma il suo corpo ricordava benissimo.
La porta emise uno scricchiolio. Gabriella sobbalzò: il suo carceriere aveva dimenticato di bloccare il catenaccio. Istintivamente la donna corse alla porta, si affacciò: non c'era nessuno in vista. La rugiada rendeva le foglie aguzze dei cespugli luccicanti come lame. Una mantide religiosa delle dimensioni di un gattino, in posa ieratica su un tronco cavato dalle termiti, si asciugava ai raggi del sole appena nato. L'aria era immota.
Gabriella si sporse dall'apertura, guardò oltre l'angolo della capanna e, all'improvviso, il suo cuore si mise a battere all'impazzata. Infangata, la lamiera contorta in più punti, una cortina di rami mozzati di fresco a coprirne il tettuccio, una Range Rover dominava la visuale con la sua promessa di salvezza.
Per un istante, Gabriella pensò di avvertire gli altri. Scosse la testa: sul fuoristrada non c'era posto per sette. Doveva tentare la fuga da sola. Una volta libera, avrebbe potuto aiutare i compagni. Non c'era altro modo.
Aprì la portiera della Rover, sedette al volante e richiuse con cautela. Controllò il quadro: la chiave, naturalmente, non c'era. Troppo facile, si disse. Scivolò sotto il sedile, a cercare i fili dell'accensione. Li trovò quasi subito, ma a quel punto si arrestò, titubante. Cosa doveva fare? Strappare i cavi, mettere a nudo il rame con i denti, chiudere il circuito? Aveva veduto scene simili in milioni di film, ma non aveva mai pensato di doverne interpretare una dal vivo...
Non ebbe tempo per provarci. La porta di un'altra capanna si spalancò all'improvviso, partorendo due uomini. Con orrore, Gabriella capì che erano diretti proprio al fuoristrada. Il cervello della donna cercò freneticamente una via di fuga. Impossibile uscire dalla Rover e rifugiarsi tra i cespugli: gli uomini erano troppo vicini. Poteva soltanto nascondersi all'interno dell'auto. Passò velocemente sul sedile posteriore, ingombro di libri, carabattole e innumerevoli latte d'olio per motori, si accucciò sul fondo del veicolo, si coprì con una tela cerata rosicchiata dalle tarme.
Sentì la portiera che si apriva. Trattenne il fiato, terrorizzata, tentando di ricordare qualche preghiera. Ma nella sua mente c'era posto soltanto per il panico.
Udì un rapido saluto tra i due uomini. Poi la portiera sbatté. Il motore della Rover si mise in moto singhiozzando. Con le braccia intorno alle ginocchia e il corpo coperto dalla tela, Gabriella tenne duro, mentre il fuoristrada prendeva velocità e sobbalzava sul terreno accidentato della boscaglia. Ogni tanto, uno scossone più forte degli altri le faceva sbattere la testa contro la fiancata della Rover, ma lei stringeva i denti e non emetteva un lamento. Dopo un po', perse la cognizione del tempo.
Finalmente il fuoristrada rallentò, frenò, e infine si fermò con un ultimo sobbalzo. Lei non poté trattenere un gemito.
- Ehi! - sentì gridare l'uomo - Fuori di lì, chiunque tu sia!
Raggelata, Gabriella alzò le braccia, sollevando il telo. All'inizio non vide nulla. Poi alzò lo sguardo: l'uomo alto torreggiava su di lei, l'espressione più sorpresa che ostile. Senza la maschera, Gabriella vide che era giovane: abbronzato, portava i capelli lunghi, biondi, raccolti in una coda sulla nuca, e un cappello di stoffa a tesa larga; il suo naso era schiacciato, rotto come quello di un pugile; i suoi occhi, grandi e rotondi, avevano il colore degli opali.
- Non... non mi uccidere. - balbettò, prima inconsciamente in italiano, poi in inglese.
L'uomo strinse gli occhi. - Calmati. Scendi, adesso. - Poi, vedendo che la donna era terrorizzata, le toccò delicatamente il polso, l'aiutò ad alzarsi. - Non voglio farti del male. - disse - Né a te né ai tuoi amici. Ci dispiace di avervi rapito, credimi.
Gabriella sgranò gli occhi. - Ti dispiace? Perché l'avete fatto, allora?
Lui si morse le labbra. Fissò un punto sulla parete di roccia nuda che li sovrastava, un monolito che sorgeva dalla boscaglia come uno scoglio tra i flutti.
- Mi dispiace. - sussurrò - Ho un lavoro da fare, e non posso riportarti al campo prima di averlo compiuto. Dovrò legarti alla Rover.
Gabriella tentò di protestare, ma l'uomo, irremovibile, prese un paio di manette dal cruscotto, chiuse uno dei cerchi intorno al polso della donna, e bloccò poi l'altro al piantone dello sterzo.
- Mettiti comoda. - disse, un velo di divertimento nella voce, mentre caricava lo zaino di latte d'olio e scatole di cartone azzurre - Tornerò tra un paio d'ore. A proposito... - aggiunse, allontanandosi in direzione della parete rocciosa -... mi chiamo Mick.
Gabriella lo seguì con lo sguardo, mentre lui si arrampicava con agilità sul costone d'arenaria. Giunto a un terzo dell'altezza della parete, entrò in una fenditura e scomparve. La donna batté le palpebre, ma l'uomo non era più in vista: sulla parete di roccia, soltanto le figure grottesche e minacciose di una serie di pitture rupestri, rosso d'ocra e nero di cenere.
Dopo qualche vano strattone alle manette, Gabriella si rassegnò ad aspettarlo. Svanita la tensione, la fame tornò a farsi sentire. La donna tese il braccio libero verso il sedile posteriore, e con qualche sforzo riuscì ad afferrare la sacca delle provviste: era colma di latte di Exxon e di scatole azzurre come quelle che Mick aveva portato con sé. Ne aprì una. L'interno era pieno di granelli bianchi. Droga? Allarmata, Gabriella intinse un dito, lo portò alle labbra. Sale.
Disgustata, lo gettò da parte e riprese a rovistare nella sacca. Alla fine, trovò una busta piena di gallette e di frutta secca. La aprì e ne assaggiò avidamente il contenuto. Quasi insapore, ma sarebbe stata un'ingrata a lamentarsi. Sollevata, si concentrò sul cibo.
Forme dall'ampia apertura alare punteggiavano pigramente il cielo lattiginoso. Le sagome scure delle volpi volanti si rincorrevano da un ramo all'altro degli alberi. Lontano, verso l'orizzonte, il nastro argenteo dell'East Alligator River luccicava nel sole. Una coppia di piccoli animali, forse Wallabee, forse topi-canguri, zampettava timidamente nella radura.
I minuti passavano. Gabriella cominciò a inquietarsi. Ammanettata al fuoristrada, si rese conto di essere completamente inerme. C'erano belve, si chiese allarmata, in quella riserva naturale? Troppo lontana dal fiume per i coccodrilli, pensò, ma i serpenti? E i dingo? Cosa aveva sentito, a proposito dei dingo? Erano una specie protetta, ma ne esistevano branchi in libertà? Un verso d'animale portato dal vento, forse un latrato, la fece rabbrividire. Ansimando, diede un nuovo strattone alle manette.
Inutile: liberarsi era impossibile... Cosa poteva fare? Mettere in moto la Rover? Gabriella decise di tentare. Questa volta, se non altro, aveva più tempo. Si lasciò cadere sotto lo sterzo e strappò i fili dell'accensione. Usando il bordo affilato delle manette, tolse l'involucro di gomma, mettendo a nudo il rame. Poi mise a contatto le estremità dei cavi. Un paio di scintille, e il motorino d'avviamento cominciò a singhiozzare. Trionfante, Gabriella si tirò a sedere, premette la frizione e strinse entrambe le mani sul volante. Poi guardò attraverso il parabrezza. E sussultò.
L'uomo alto era di ritorno. E doveva aver visto le sue manovre, perché aveva lasciato cadere lo zaino e correva verso il fuoristrada. Al diavolo! si disse Gabriella. Ormai era troppo tardi per avere paura. Avrebbe travolto il rapitore con la Rover, se necessario. Diede gas. Ma il motore, invece di salire di giri, si spense.
- Forse ti serve questo. - commentò l'uomo, il contatto del carburatore tra le dita. - L'ho tolto dopo averti legato, non te n'eri accorta?
Disperata, Gabriella tentò di sbattergli la portiera in faccia, ma l'uomo schivò senza difficoltà. - Ora basta, per favore. - disse - O sarò costretto a lasciarti legata tutto il giorno. Avanti, fammi entrare.
La donna si mise da parte, chiudendosi in un silenzio ostinato. Con un gesto tranquillo, Mick le tolse le manette e le mise in mano una borraccia. - Prendi. Avrai sete.
Gabriella gli scoccò un'occhiata furente, ma dovette ammettere che l'uomo aveva ragione. Vuotò la borraccia, poi gliela tirò indietro con malagrazia. - Ho bisogno di un bagno.
Mick scrollò le spalle, sorridendo sardonico. - Al campo avresti avuto un WC chimico... Qui posso offrirti solo un cespuglio.
Furente, Gabriella si alzò senza una parola, si allontanò una decina di passi nella boscaglia, si accucciò dietro un arbusto spinoso, sganciò i Levi's e si liberò la vescica. Poi tornò alla Rover, sedette di nuovo e fissò l'uomo con aria di sfida.
- Hai grinta, per essere una turista. - commentò Mick, sorpreso.
La donna non rispose. Scrollando le spalle, l'uomo sistemò il pezzo mancante nel motore, sedette alla guida e mise in moto il fuoristrada. I topi-canguro, spaventati, corsero via a piccoli balzi. La Rover si tuffò nel folto della boscaglia.
- Saresti meno ostile, se ti spiegassi cosa succede? - propose l'uomo.
Gabriella insistette nel suo silenzio. Le braccia conserte, il viso duro, guardava fisso davanti a sé, ignorando platealmente le parole dell'altro.
- Va bene. - concesse Mick - Hai diritto di detestarmi. Però ascolta... - fece un cenno alle sue spalle, verso la parete di rocce - Quello è l'altopiano di Ubirr, il cuore del Kakadu National Park, probabilmente la regione più selvaggia e incontaminata d'Australia... Due anni fa, un'equipe di geologi vi compì una prospezione per conto della South Cross Mine di Canberra. Sai cosa trovò?
Le labbra della donna rimasero ostinatamente chiuse. Mick non si scoraggiò: sterzò per evitare un grosso tronco sul percorso della Rover, poi proseguì. - Uranio. - disse - Minerale purissimo, in quantità enorme. La Compagnia reclamò subito i diritti sul giacimento, e cominciò a fare pressioni sul governo federale perché revocasse lo status giuridico del Parco Nazionale e ne consentisse lo sfruttamento minerario.
Da Gabriella, ancora, nessun commento. Mick scosse la testa. La strada adesso si era fatta più difficile: la Rover avanzava a fatica nel fitto della boscaglia, sobbalzando sui massi e affondando nelle pozze di fango figlie dall'ultimo uragano.
- Perché vedi, ragazza, Ubirr e tutto il Kakadu sono territorio aborigeno. - insistette - Concesso in uso eterno e illimitato alle tribù Anangu e Pitjantjara, che del resto vivono in questi luoghi da più di ventimila anni... - la voce di Mick si fece più bassa, confidenziale - I bianchi hanno rubato agli aborigeni tutto un continente. Se la miniera verrà aperta, persino quest'ultimo pezzo di terra verrà loro tolto. Non siamo disposti ad accettarlo.
- Non siamo? - disse finalmente Gabriella - A nome di chi parli?
Mick aprì la bocca, sembrò ripensarci. Alla fine scrollò le spalle. - Noi non riconosciamo più all'Aboriginal National Council il diritto di rappresentarci. Quei burocrati dell'ANC hanno perso il contatto con le tribù, hanno saputo solo vendersi al governo di Canberra... Abbiamo deciso di fare da soli.
- Ma tu non sei un aborigeno - protestò la donna.
- E' una lunga storia. - disse Mick - Sono nato da bianchi, ma mi sento figlio delle tribù. La loro causa è anche la mia.
- Quale causa giustifica sequestri di persona? - protestò la donna.
L'altro scosse la testa. - Non siamo terroristi. Vogliamo solo che il mondo sappia cosa sta succedendo quaggiù, e voi turisti siete un buon megafono... Specie voi italiani. - aggiunse.
- Credi davvero che un pugno di ostaggi influenzi la decisione del vostro governo?
- Lo spero. - sussurrò lui, serio. - Lo spero per voi.
3
Paola stava recitando una pantomima a beneficio della Handycam del marito: in piedi sulla branda, si copriva il viso con la felpa Dolce&Gabbana ed emetteva risolini scandalizzati, fingendo di schermarsi all'occhio elettronico della videocamera.
- Bona, Paoletta! - borbottava Roberto, il capo stempiato luccicante di sudore - Sta' un po' ferma, ché già c'è poca luce.
-... e poi abbiamo avuto la benedizione del Santo Padre. - si stava vantando Luisa - Don Giulio aveva procurato quella del vescovo, ma il padre di Antonio ha mosso gli amici in Curia, e il giorno del matrimonio è arrivata la sorpresa...
Giovanna lasciò cadere a puntino un Oh! di ammirazione. L'altra, soddisfatta, tirò fiato, lasciando all'amica la possibilità di replicare. - Io e Massimo invece abbiamo ricevuto la benedizione del Pontefice. - disse con aria svanita - Siamo stati fortunati: mio zio lavora all'Osservatore Romano, e...
Gabriella si tolse di dosso la giacca a vento con cui Mick le aveva coperto le spalle e fissò i compagni. Nessuno le prestò attenzione. Oziosamente, si chiese se avessero almeno notato la sua assenza.
Massimo, seduto accigliato in un angolo, era l'unico che presentasse qualche sintomo di scoramento. D'istinto, la donna gli si avvicinò, indecisa se offrirgli conforto o cercarne una solidarietà da compagno di prigionia. - Coraggio. - mormorò - Vedrai, finirà tutto bene.
Lui la guardò con riprovazione. - E' già finita! - la bacchettò, quasi vibrando per lo sdegno - Suzuka era l'ultima prova del Mondiale! Ma si può avere una sfiga simile?
Gabriella batté le palpebre, sconcertata, ma l'altro proseguì. - La rossa ha buttato al vento un'altra stagione! I selvaggi avrebbero fatto meglio a non dirci nulla! E invece guarda!
Nei fogli spiegazzata che l'altro le stava porgendo, Gabriella riconobbe il quotidiano locale di Darwin. - Posso leggerlo? - chiese.
- Ma certo! - esplose Massimo - E dopo brucialo!
Lei sedette sulla branda e iniziò a scorrere le notizie. In seconda pagina, la più stazzonata, campeggiava la foto del vincitore del Gran Premio del Giappone. Scuotendo la testa, Gabriella passò alla cronaca locale. Un trafiletto attirò la sua attenzione: Misteriosa scomparsa d'una comitiva di honeymooners italiani. Divorò con cupidigia quelle poche righe: il giornalista ventilava l'ipotesi di un rapimento, ma dava poco credito al comunicato del sedicente "Fronte per il Kakadu libero" che rivendicava il gesto.
Si lasciò cadere sulla branda di schiena, il giornale ancora tra le dita, la mente dominata dai presagi di catastrofe. Forse l'atteggiamento mentale migliore, rifletté, era proprio l'indifferenza dei suoi compagni. Ma non riusciva proprio a imitarli... Gli occhi fissi sul soffitto, meditò a lungo, cupamente, finché non cadde preda di un sonno inquieto.
Durante la notte si svegliò ripetutamente. Una volta le parve di udire un ronzio, forse di elicotteri, troppo lontano perché potesse esserne certa. Un'altra volta, voltandosi sulla branda, incrociò lo sguardo di Antonio, sveglio come lei. L'espressione del compagno era gravida di sospetto, di una ostilità che la sorprese. Aprì la bocca per chiedere spiegazioni, ma l'altro le voltò la schiena prima che potesse pronunciare una parola. Rinunciò.
Si svegliò, definitivamente, all'alba. Il viso abbronzato di Mick occupava interamente il suo campo visivo. - Alzati. - le sussurrò l'uomo - Andiamo a Ubirr.
Il tono di lui non ammetteva obiezioni. Di malumore, Gabriella si preparò velocemente, si legò i capelli col cordone dello zaino e infilò gli scarponcini. Prima di uscire dalla capanna, si chiese se dovesse lasciare un biglietto ai compagni, ancora dormienti. Alla ricerca di una penna, il suo sguardo colse un movimento furtivo sulla branda di Antonio. L'uomo era sicuramente sveglio, capì, ma fingeva di dormire.
- Antonio? - sussurrò. Nessuna risposta. Gabriella scrollò le spalle, perplessa: avrebbe chiarito più tardi. Uscì nel sole.
Mick l'aspettava al volante della Rover. Sul sedile posteriore, uno degli aborigeni, il cappuccio tirato sulla fronte, era intento a mangiucchiare una poltiglia color sabbia da una scodella di legno. Con un brivido, Gabriella sedette accanto all'uomo alto.
- Mi dispiace separarti ancora dai tuoi. - si scusò Mick - Ma sei troppo intraprendente per lasciarti al campo. Tjanga e gli altri potrebbero decidere di andare in walkabout in qualunque momento, e tu avresti la possibilità di farti molto male.
La donna, irritata, ignorò le parole dell'altro. Mick non sembrò farci caso: mise in moto e, come il giorno precedente, prese la strada della boscaglia.
- Vuoi? - offrì l'aborigeno, porgendole la ciotola. Dentro, qualcosa si muoveva. Gabriella declinò con un deciso cenno di disgusto.
Mick rise. - Avresti dovuto accettare: Kalya potrebbe essersi offeso. Le tradizioni Pitjantjara impongono che...
- Sai quanto m'importa delle vostre tradizioni! - esplose la donna, esasperata dal caldo, dai sobbalzi della Rover, dai vestiti impregnati del sudore e dello sporco di due giorni, dalla giovialità totalmente fuori posto dell'altro, dall'assurdità plateale di quella prigionia. - Non siete altro che selvaggi fermi all'Età della Pietra! Raccontate di vivere qui da ventimila anni come fosse un vanto! Bah! Ventimila anni a giocherellare con l'ocra e a bighellonare per il deserto! Non siete stati capaci neppure di inventare neppure la ruota! Ma non vi vergognate? Vi hanno dovuto portare a domicilio la civiltà, l'energia elettrica, i fuoristrada, i fucili, e perché no le miniere, e voi non sapete far altro che protestare, e rapire turisti affinché il governo vi conceda di girare nudi e di mangiare lombrichi per altri ventimila anni! Poveri aborigeni! Povere le loro tradizioni calpestate! Ma andate tutti all'inferno!
Il silenzio di tomba che seguì il suo sfogo la spaventò. Le sembrò che persino i kakatua, tra le fronde smeraldo degli eucalipti, si fossero zittiti. Raggelata, si chiese se sarebbe uscita viva da quell'automobile. I minuti gocciolavano, atrocemente lenti.
Mick si tolse il cappello con un gesto tranquillo. - Deserto di Gibson. - scandì, pesando ogni sillaba - Primi anni cinquanta... Ti dice niente?
- C... cosa? - balbettò Gabriella
- L'esercito di Sua Graziosa Maestà Britannica aveva appena intrapreso il suo programma di armamento nucleare. - mormorò l'uomo con tono piatto - Aveva ovviamente bisogno di sperimentare le sue testate... Perché non provarle nel deserto australiano? propose qualcuno. Non vi abita nessuno, salvo quattro straccioni che si illudono di aver diritti su quelle terre solo perché ci vivono da millenni... Gli zelanti servitori di Sua Altezza la Regina, laggiù a Canberra, diedero naturalmente il loro plauso all'iniziativa. Quale unico emendamento, proposero di cintare l'area destinata agli esperimenti con cartelli che invitassero la popolazione a tenersi alla larga... - Mick, con calma, si accese una Philip Morris. Gabriella, tesa, tratteneva il fiato. - Com'è ovvio, nessuno si preoccupò del fatto che i nomadi dell'interno fossero in larghissima maggioranza analfabeti, e che certamente non avrebbero potuto comprendere un avviso scritto in inglese... L'esercito britannico compì i suoi test per mesi, e il Regno Unito divenne una potenza atomica. Un risultato che certo giustifica la contaminazione radioattiva di intere tribù, non ti sembra? In fondo un piccolo prezzo per avere, come tu giustamente dici, la civiltà finalmente portata a domicilio...
Gabriella sgranò gli occhi, agghiacciata. - Non... non ci credo. - balbettò alla fine, quando finalmente riuscì ad articolare di nuovo parola - Non ho mai sentito una storia simile.
- Kalya? - disse tranquillo Mick - Falle vedere, ti prego.
L'aborigeno borbottò qualcosa di incomprensibile, poi aprì la camicia color seppia. Prima con incredulità, poi con orrore, Gabriella vide le scaglie rossastre sul petto dell'uomo, le formazioni carnose giallastre dove avrebbero dovuto essere i suoi capezzoli, i rigonfiamenti innaturali che trasparivano tra le sue costole. Ebbe un urto di nausea.
- Io sono nato nel '51. - disse Kalya, ruminando le parole - Terzo dopo due bambini nati morti. Ho una sorella deforme, rinchiusa da trent'anni in un istituto di Alice Spring. Mia madre, purtroppo, parlava solo Pitjantjara, e non sapeva leggere l'inglese... - richiuse la camicia: Gabriella gliene fu grata. - Io sono sopravvissuto, ma non ho mai osato mettere al mondo figli... Sono certo che puoi capirmi, signora turista.
- Mio dio... - mormorò la donna. Poi chiuse la bocca, e non aggiunse altro finché non furono a destinazione.
Le alte rocce di Ubirr le apparvero ancora più aliene e minacciose del giorno precedente. Cadevano a picco sulla pianura come mura di un antico castello, levigate dal vento e calcinate dal sole. Con l'abilità di artisti ciechi, nei millenni gli agenti naturali avevano scolpito la pietra in strane forme, pinnacoli, torri, sagome che rammentavano animali, volti umani...
Mick occultò la Rover sotto le fronde di una macchia d'alberi, poi spense il motore. Kalya rivolse al bianco un vago cenno di saluto, poi si caricò di latte di Exxon e scatole di sale, e si allontanò in direzione della parete rocciosa.
L'uomo alto spense la sigaretta, aprì la sacca, ne trasse la borraccia e un paio di scatolette di manzo in gelatina, ne offrì una a Gabriella. - Mi spiace, dovrai accontentarti. Stasera mangeremo carne fresca.
Lei accettò meccanicamente il cibo. - Credo... credo che dovrei scusarmi. - disse.
- Lascia perdere. - tagliò corto lui - Da queste parti le cose sono più complicate di quelle che sembrano. Sempre.
La donna mando giù un lungo sorso d'acqua. I wallabee del giorno prima saltellavano intorno alla Rover, mantenendosi con circospezione a una distanza di sicurezza dal fuoristrada. Nugoli di zanzare, enormi, ronzavano presso le pozze d'acqua.
- Chi sei tu, Mick? - sbottò all'improvviso Gabriella, non sopportando il silenzio. - Perché vivi con gli aborigeni?
- Chi sei tu, italiana? - replicò l'altro, sorridendo - Perché viaggi sola, tra coppie di turisti in luna di miele?
Lei storse la bocca: non aveva voglia di affrontare quel discorso. - Rispondi sempre a una domanda con un'altra domanda? - protestò.
- Perché no? - rilanciò Mick.
Frustrata, Gabriella aprì la portiera, uscì dal fuoristrada, si sgranchì le articolazioni. - Ho bisogno di fare due passi. - spiegò, di fronte allo sguardo interrogativo dell'uomo.
- Fa' pure. - concesse lui - Ma non allontanarti troppo: ho visto delle volpi volanti.
Lei gli voltò la schiena e prese a camminare. Percorse avanti e indietro la radura più volte. L'erba era bassa, e il terreno secco nonostante le piogge recenti. L'aria sapeva di polline. Gabriella fissò la parete di roccia, tentando di individuare Kalya. Inutile: l'aborigeno non era in vista. La donna si chiese inquieta il significato dello strano rito cui aveva assistito per due giorni. Portare olio e sale sulla montagna... Perché? Aveva a che fare con il rapimento? Con la miniera d'uranio? E in che modo?
Sussultò. Mick, all'improvviso, era comparso alle sue spalle. Ansimava. - Vieni, presto! - intimò. Spaventata, Gabriella si lasciò prendere per mano e condurre tra gli alberi.
- Che succede? - azzardò. Lui indicò il cielo. Lei seguì la direzione con lo sguardo. Un punto scuro si muoveva lentamente contro il fondale delle nuvole. Batté le palpebre, lo vide farsi più grande, cabrare, tornare indietro.
- Il Cessna dei Ranger del Parco. - sibilò Mick - Ho sentito il motore un paio di volte, da stamattina. Vi stanno cercando.
Gabriella valutò la possibilità di liberarsi della stretta dell'uomo e di correre allo scoperto. Mossa sbagliata, concluse: l'aeroplano non avrebbe comunque potuto atterrare, e lei non avrebbe ottenuto altro che far infuriare il suo rapitore.
- So cosa stai pensando... - disse Mick, passandole un braccio intorno alla vita, gentile ma deciso, a trattenerla. - Devo pregarti di non crearmi problemi. Ti do la mia parola che, qualunque cosa succeda, ne verrete fuori sani e salvi, tutti e sette.
Lei si morse le labbra. L'odore maschile di lui, così vicino, le evocava ricordi dolorosi.
- Credimi, sono felice di vedere quel Cessna. - disse ancora Mick - Significa che le autorità locali si stanno muovendo. Ormai non potranno più nascondere la notizia... Stasera manderò un nuovo comunicato a Darwin. Se tutto va bene, tra un paio di giorni sarete liberi.
Rimasero in quella posizione finché l'aereo non fu scomparso all'orizzonte. Poi la stretta di Mick si allentò. A malincuore, la donna si staccò da lui. Si guardarono negli occhi. Alla fine, imbarazzato, l'uomo indicò oltre gli alberi, verso la Rover.
- Vogliamo tornare? - propose - Kalya sarà di ritorno, ormai.
Lei annuì, condividendo il disagio. Sedettero, l'uno accanto all'altra, e rimasero in silenzio finché l'aborigeno non comparve, a mani vuote, come un fantasma dalle rocce.
- Finalmente! - lo redarguì Mick - Cominciavo a pensare che fossi andato in walkabout.
Kalya scosse il capo cespuglioso spruzzato di grigio. - Non ho più l'età per arrampicarmi, fratello.
Il viso di Mick si fece serio. - L'hai visto?
L'altro cambiò lingua, passando a un idioma dai toni musicali, che Gabriella non aveva mai udito. Lo sguardo di Mick divenne pensoso. - Sei sicuro?
L'altro annuì, con aria grave. - Forse è un bene. - concluse l'uomo alto.
- Che succede? - azzardò Gabriella.
I due uomini si scambiarono un'occhiata spaventata. Poi Mick mise in moto, affrontando la boscaglia. - Io in walkabout! - sbottò Kalya, con aria forzatamente allegra - Che idea!
- Hai mai sentito parlare del walkabout? - le chiese Mick, sorridendo con aria turbata.
- Vi ho chiesto che succede. - insistette Gabriella, sconcertata da quell'atmosfera improvvisamente tesa.
- Un aborigeno, in qualunque momento, può decidere di mettersi in cammino sulle Vie dei Canti. - spiegò Mick, ignorandola - Nessun colonizzatore bianco è riuscito a cancellare questa straordinaria tradizione di libertà individuale... Capisci perché è così difficile per gli aborigeni trovare lavoro? Quale ditta assumerebbe un commesso capace di sparire all'improvviso e di rifarsi vivo dopo quattro mesi?
- I ministeri di Roma, forse? - commentò tra sé Gabriella. Poi, cocciuta, tornò a insistere, a voce più alta. - Lascia perdere il tuo walkabout. Rispondi alla mia domanda!
Kalya incrociò le braccia sul petto, rifiutando ostinatamente di distogliere lo sguardo dal finestrino. Mick si accese un'altra sigaretta. - Ci sono cose che è meglio tu non sappia.
4
Le bistecche sfrigolavano sul barbecue, emanando generosi effluvi di carne speziata. Gli italiani, serviti per primi, stavano facendo onore al cibo divorando voracemente le loro porzioni. Il terreno intorno alla capanna era già cosparso di ossa spolpate.
- Bono veramente. - commentò Roberto, la bocca piena di polpa sugosa - Cos'è 'sta roba? Bufalo? Canguro?... Paole'! Riprendi un po', avanti!
La moglie, docile, accese la videocamera e inquadrò il marito intento a ingozzarsi. - A Robe'! - commentò - Ce pensi quante cose da racconta', agli amici di Tor Pagnotta?
- Puoi dirlo forte, Paola. - approvò Luisa, vibrando d'eccitazione - Due giorni nelle mani dei cannibali... Finiremo certamente in televisione.
- Mio marito c'è già stato. - aggiunse Giovanna, con aria svanita. - Vero, amore?
- Sono andato a "Ok, il prezzo è giusto". - ribadì Massimo - Quando torneremo a casa, organizzeremo una serata tutti insieme, e vi faremo vedere la videocassetta.
- E noi vi mostreremo il servizio del matrimonio. - rilanciò Luisa - Il fotografo è riuscito a...
Gabriella, seduta in disparte, le braccia strette intorno alle gambe e il mento sulle ginocchia, subiva la conversazione tentando di far scivolare le parole degli altri sulla pelle come gocce di pioggia. Il vento della sera aveva spazzato via un po' d'umidità, e la temperatura si era fatta quasi sopportabile. Le farfalle notturne svolazzavano intorno alle luci elettriche: le loro grandi ali, frullando vorticosamente, proiettavano ombre deformi sulle pareti delle capanne e sul viso degli uomini.
All'improvviso, vide Mick giungere a grandi passi, un'espressione di trionfo acquarellata negli occhi. L'uomo alto sedette accanto a lei, la lattina di VB stretta nella mano destra e un tocco di schiuma sulla punta del naso rotto.
- Ho buone notizie per voi. - esordì. Lei gli scoccò uno sguardo interrogativo: era la prima volta che lo vedeva a viso scoperto di fronte a tutti i prigionieri. Doveva esser successo qualcosa di grosso, pensò.
- La bomba è scoppiata. - esclamò, eccitato - Greenpeace, il WWF e l'UNESCO si sono dette interessate al caso Kakadu. L'opposizione ha presentato un'interrogazione al parlamento di Canberra. Domani il governo dovrà dare la sua risposta.
- Come hai avuto queste notizie? - chiese Gabriella, confusa.
Lui si diede una manata sulla fronte. - Hai ragione, sono uno stupido... Vieni con me.
Senza pensarci, Gabriella lo seguì fino all'estremità opposta del campo, dove sorgeva una capanna più piccola delle altre. Entrarono. - Accidenti! - esclamò la donna, sorpresa - E io che vi ho accusato di essere rimasti all'età della pietra...
Mick scrollò le spalle, sorridendo. - Te l'ho detto: le cose non sono così semplici.
Prese un'altra lattina di birra, l'offrì a Gabriella, poi sedette davanti allo schermo del portatile, collegò il cavo al telefono satellitare, aprì la finestra del browser.
- Conosci l'indirizzo Internet di un quotidiano del tuo paese?
- Prova "www.repubblica.it". - rispose lei, reprimendo sensazioni che non riusciva a definire, che la stupivano. Lui digitò, incrociò le braccia e attese. Dopo qualche secondo, le immagini del sito Web italiano invasero lo schermo.
Gabriella strinse gli occhi. Leggere il suo nome in prima pagina le procurava un'emozione strana. Più che felice, doveva ammetterlo, si sentiva confusa. L'allegria di Mick non riusciva a contagiarla.
- Hai visto? - ribadì l'uomo - E' la pubblicità che volevamo. Canberra non potrà ignorare l'accaduto. L'opinione pubblica dovrà pur valere di più della pressione di una Compagnia mineraria, dannazione... Domani potreste già essere in volo verso casa.
Finalmente, Mick si rese conto del cattivo umore di lei. - Cosa c'è che non va? - chiese, allarmato - Hai visto, è finita. Non ti fa piacere?
Lei si morse le labbra. - Scusami, forse è solo stanchezza.
Lui la fissò negli occhi, indeciso. Alla fine, sospirando, spense il computer e aprì la porta della capanna. - Andiamo dagli altri.
In silenzio, tornarono sui loro passi. Prima di voltare l'angolo della baracca, all'improvviso, Gabriella udì un suono. Intenso, vibrante, saliva e discendeva la scala delle frequenze, cancellando il soffio del vento, riempiendo l'aria di suggestione.
- Tjanga e il suo didgeridoo. - commentò Mick, fissandola negli occhi, serio - E' un buon modo per celebrare la vittoria, credo.
Gabriella si sporse oltre lo spigolo delle assi, e lo vide. Il giovane aborigeno, a torso nudo, il cappuccio tirato sul naso, era seduto a terra con le gambe incrociate. Con gli occhi chiusi, soffiava nell'imboccatura dello strumento di legno, e ne traeva con straordinaria naturalezza suoni arcani. Intorno, Kalya gli altri scandevano il ritmo percuotendo frammenti di corteccia indurita dal fuoco. La melodia, primitiva e intima, avvolse Gabriella, comunicandole mistero, e magia, e una delicata consapevolezza dell'irrazionale. Ne fu affascinata.
- Attenta! - gridò Mick.
Persa nell'incanto della musica, Gabriella impiegò qualche istante a reagire. Troppo tardi, vide una forma scura venirle addosso, percepì il battito di ali membranose, sentì il fiato di un animale sul collo. Alzò le braccia a proteggersi gli occhi, e un attimo dopo sentì gli artigli chiudersi sulla carne. Qualcosa si aggrappò ai suoi capelli. Qualcosa di caldo, che si dibatteva freneticamente, che squittiva, che puzzava di selvatico, di urina, di... Urlò.
- Sta' calma! - sentì ordinarle Mick. Si sforzò di obbedirgli, ma l'orrore e il disgusto erano troppo grandi. Scosse la testa, tentò disperatamente di strapparsi l'animale di dosso, col solo risultato di far stringere ancor più la presa dei piccoli artigli sui suoi capelli.
- Fermati, dannazione! - imprecò Mick. Con decisione, le afferrò le braccia, le piegò verso il basso, le tenne ferme con la mano sinistra. Poi, con la destra, staccò delicatamente le zampe della bestiola dal cuoio capelluto di Gabriella, e la liberò nella notte.
- Le volpi volanti non sono aggressive. - disse piano, tenendola abbracciata, carezzandola per calmarla - Purtroppo, i maschi in calore confondono l'odore delle femmine umane con quello delle loro compagne, e ne sono attratti. Sei stata fortunata: hai solo qualche graffio.
Lei respirò a fondo, sentendo i battiti del suo cuore rallentare poco a poco. Oltre la stoffa della blusa, sentiva il petto di lui alzarsi e abbassarsi contro il suo seno, percepiva il suo calore, l'afrore della sua pelle, il suo odore, forte, ma niente affatto spiacevole.
- Stai bene? - le chiese lui.
Gabriella sentì la stretta della sue braccia diminuire d'intensità, e capì che non avrebbe potuto sopportarlo. - Non lasciarmi. - disse in fretta.
L'uomo sussultò, sorpreso. Poi sorrise. - Andiamo. - sussurrò.
Più tardi, nella notte, lei si svegliò. Si voltò sul fianco, accoccolandosi contro la spalla di Mick. Lui l'accarezzò. - Non dormi? A cosa pensi?
- Ieri mi hai chiesto cosa facessi qui... - mormorò lei - Non ti ho risposto. La verità è che non lo so. Credo che sia stata una fuga. Dalla delusione, o forse dalla vergogna.
- Che significa?
- Lui mi ha lasciata due mesi fa. - sussurrò, in tono da confessione - Dovevamo sposarci, era già tutto pronto. Non ci crederai: avevo persino comprato il vestito bianco... E invece lui aveva un'altra donna. Un giorno mi ha telefonato, mi ha detto "Ho cambiato idea". Così, come se parlasse di un acquisto da rimborsare... Il mondo mi è crollato addosso.
- Mi dispiace. - disse Mick.
- All'improvviso ho deciso di partire. - continuò lei, scrollando le spalle nude - Andare lontano, non importava dove. E sai perché? Non sopportavo l'idea di incrociare i parenti, i vicini di casa, dire a tutti che il matrimonio era saltato, sopportare i loro sguardi gravidi di comprensione, le loro parole imbarazzate. Volevo svanire, fuggire, perdermi nel mondo... E invece sono finita in un tour per neo-sposi. Che beffa!
- Lo ami ancora, vero? - chiese lui, gravemente, continuando a carezzarle la schiena.
- Non so se l'ho mai amato. - ammise lei, dopo una pausa lunga un'eternità - Credo che, semplicemente, avessi disegnato la mia vita intorno a lui, completamente, come se lui fosse la tela e io il colore. E quando è andato via, di me è restato solo qualche goccia di vernice, del mio disegno soltanto una macchia informe sul pavimento. Credo sia stato proprio questo a ferirmi di più: capire quanto poco si fosse salvato della mia vita, dopo che l'avevo perduto.
Mick la strinse a sé. Gabriella scosse la testa - Ma ieri, quando Kalya mi ha mostrato le sue cicatrici, improvvisamente ho capito quanto fossi stupida. Nel mondo esistono drammi veri, tragedie di fronte alle quali qualunque mio problema, per terribile che possa essermi apparso, semplicemente svanisce.
- La vita è come l'anticamera del dentista. - recitò Mick - C'è sempre chi sta peggio di te.
- Saggezza Pitjantjara? - scherzò lei, baciandolo.
- Il concetto Pitjantjara di "dentista" ti stupirebbe. - replicò lui.
Improvvisamente, la donna si tese. - Hai sentito anche tu?
Lui balzò in piedi. - Non muoverti! Vado a vedere.
Udirono delle grida concitate, poi un bussare frenetico alla porta. Mick si mise qualcosa addosso, andò ad aprire. Kalya si precipitò dentro. Era sconvolto.
- I soldati, fratello. - esclamò - Avanzano in formazione sul sentiero. Sono in tanti. Dobbiamo fuggire.
Gabriella lo vide impallidire. - D'accordo. - disse alla fine, il tono di chi accetta l'inevitabile - Disperdetevi nella boscaglia. Io prenderò la Rover.
A tentoni, la donna cercò i suoi vestiti sul pavimento della capanna, li indossò alla svelta.
- Cosa stai facendo? - le chiese lui, improvvisamente duro.
- Vengo con te.
- Stai scherzando! E' finita. I soldati vi porteranno a Darwin, e di lì tornerete a casa.
- Non voglio tornare a casa. - disse lei, altrettanto dura - Non ho nulla a cui tornare.
Lui batté il pugno contro la parete, frustrato. - Non posso portarti con me! Devo nascondermi, non lo capisci? Correresti un grave rischio. Non posso farlo.
Lei abbassò la voce. Gli occhi le si riempirono di lacrime.
- Non lasciarmi, Mick. Non farlo anche tu.
L'uomo la fissò, combattuto. Aprì la bocca, tentò di dire qualcosa, la richiuse.
- D'accordo... - disse alla fine - Andiamo.
5
Lame di luce sciabolavano nel cielo nero, sempre più vicine. Gli ordini dei soldati, secchi, decisi, echeggiavano appena oltre la cortina degli alberi. Il fuoco era stato spento, le ceneri sparse; gli aborigeni erano scomparsi. Mick fece rombare il motore, si lanciò nel mare d'inchiostro della boscaglia.
Dal finestrino, Gabriella scorse i suoi compagni che si affacciavano sorpresi sulla soglia della capanna. Incrociò lo sguardo incredulo di Antonio. Fece in tempo a vedere il sospetto negli occhi dell'altro, poi la figura dell'italiano scomparve dalla sua visuale.
Il fuoristrada urtò qualcosa nell'oscurità. La lamiera stridette, i freni fischiarono. Imprecando, Mick si rassegnò ad accendere i fari. Subito si levarono le grida dei militari. Un attimo dopo, fischiarono i proiettili.
- Mio dio! - urlò Gabriella, terrorizzata - Ci sparano addosso!
- Che... che ti aspettavi? - sibilò Mick, sterzando freneticamente tra gli alberi - L'esercito australiano... - un sobbalzo -... non si è mai fatto scrupoli... - accelerò ancora -... quando trattava coi nativi... Mai.
Il lunotto posteriore della Rover andò in frantumi. Gabriella, in preda al panico, alzò le braccia a proteggersi il viso. Sentì che Mick imprecava ancora. Qualcosa di caldo le gocciolò addosso. Chiuse gli occhi, balbettò una preghiera.
- E' fatta. - ansimò l'uomo - Non ci seguono più.
Lei osò guardarsi alle spalle. Attraverso gli squarci nel vetro, le torce elettriche dei soldati erano ancora visibili, ma si facevano più fioche a ogni istante. Le loro grida si perdevano nel vento. Un'ultima sterzata, e tutto fu buio. La donna si concesse un respiro a pieni polmoni.
- Non... avrei dovuto... portarti con me... - ansimò ancora Mick - Ho rischiato... di farti uccidere...
- Ma... tu sei ferito! - esclamò Gabriella, rendendosi conto solo in quel momento del sangue che macchiava l'abitacolo, che le rigava il vestito, che pulsava dal fianco di Mick in un getto vermiglio, orribile.
- Non è grave. - farfugliò l'uomo - Credo... che il proiettile... sia uscito.
- Fermati, per dio! - strillò Gabriella, terrorizzata - Ti stai dissanguando!
Mick scosse la testa in segno di diniego, ma la donna lo costrinse a spegnere il motore. Scostò i lembi della camicia di lui, impallidì. D'istinto si tolse la blusa, fece a pezzi la stoffa, la avvolse intorno al fianco di lui in un'improvvisata fasciatura. Mick si morse le labbra, ma non emise un gemito. Provò a muovere il fianco, trasalì, si costrinse di nuovo al volante.
- Andiamo in ospedale! - implorò lei - Hai bisogno di un medico. Tu...
- Non... ancora. - tagliò corto lui, rimettendo in moto il fuoristrada.
Gabriella lo fissò attonita. - Ti verrà un'infezione! Vuoi davvero morire per una maledetta miniera di uranio?
- Le cose... non sono... così semplici. - sibilò lui, chiudendo la discussione.
Quando giunsero a Ubirr, i bagliori dell'aurora pugnalavano la notte tropicale. L'orizzonte era sanguigno, l'aria sottile, silenziosa. I kakatua attendevano sui rami, come dagli spalti d'un teatro, l'ultimo atto del dramma.
Gabriella, incredula, vide Mick scendere dalla Rover e issarsi lo zaino sulle spalle. Con orrore, scorse un nuovo fiotto rossastro inondargli la fasciatura. Alzò gli occhi, e si rese conto che l'uomo era febbricitante. Nelle gocce di sudore sulla fronte di lui, si vide riflessa: il suo aspetto, teso, allucinato, la spaventò ancor di più.
- Adesso basta! - proruppe - E' finita, Mick! Non è la tua guerra personale! Hai fatto la tua parte, ma ora lascia che ti porti a Darwin, o dovunque ci sia un dottore di cui ti fidi.
- Non... non ho ancora finito... - replicò lui, testardo, incamminandosi verso la montagna - Aspettami qui.
- Non ci penso neanche! - gridò lei, correndogli dietro.
- Non... non puoi venire... Tu non sei...
- Chi me lo impedirà? - lo sfidò lei, esasperata dalla sua ostinazione. - Tu, forse? Non ti reggi neppure in piedi!
Lui scrollò le spalle e cominciò ad arrampicarsi. Lei lo seguì. Vide che l'uomo tentava di lasciarla indietro, ma capì che la ferita quasi non gli consentiva di muoversi. Il cuore le si strinse in una morsa d'angoscia.
- Sei un pazzo testardo, Mick! - gli gridò dietro, disperata - Sei disposto a morire per una causa che non è neppure la tua! Lascia che i bianchi costruiscano la loro miniera, dannazione! Ormai tutto il mondo sa che questa terra è delle tribù. La Compagnia dovrà pagare i diritti agli aborigeni, e tutti ne ricaveranno un vantaggio... - vide che l'altro non l'ascoltava. La sua voce si fece stridula -... Soldi, se non altro. E modernità. Tu non sei contro il progresso, ammettilo! Usi i computer, navighi sulla Rete... La miniera potrebbe portare i Pitjantjara e gli Anangu nel ventesimo secolo, finalmente. Ti sembra una prospettiva così terribile da preferirvi la morte?
- Il progresso... - ansimò lui, lasciando cadere le parole dolorosamente, come gocce di sangue -... è un concetto occidentale. Il cammino... dell'Uomo... non è una... linea retta. E' un volo... di boomerang. Sale in altro... e poi torna... indietro.
- Stai delirando! - esclamò Gabriella, sentendo la roccia friabile sgretolarsi sotto la suola delle Timberland - Hai la febbre. L'infezione...
Poi, d'un tratto, non lo vide più. Attonita, si voltò freneticamente a destra e a sinistra. Inutile. Intorno, solo roccia, cespugli di spinifex e insetti. La montagna, stagliata contro i raggi del sole nascente, lanciava sulla pianura un'ombra densa, greve, quasi un presagio.
Poi scorse la fenditura. Tagliava la parete quasi verticalmente, e il gioco dei colori e della luce la rendeva pressoché invisibile. Vi entrò, ritrovandosi in un canalone d'arenaria, chiuso da spuntoni di roccia a formare quasi una galleria. Il terreno smise di salire, e dopo qualche passo volse decisamente verso il basso.
- Mick? - sussurrò. La voce le tornò indietro deformata, moltiplicata in mille echi sinistri. Non osò rifarlo.
Proseguì, addentrandosi nel canalone. Presto le pareti si strinsero, e la pendenza si accentuò. La galleria prese sempre più l'aspetto di un pozzo. Gabriella cominciò ad ansimare, mentre un accenno di claustrofobia le opprimeva il petto.
Superò l'ennesima svolta e, all'improvviso, sobbalzò. Arretrò lentamente, fino a giungere spalle alla pietra, mentre le gambe le tremavano. Dovette trascorrere qualche secondo prima che lei riconoscesse, nella figura orribile che si era trovata di fronte senza preavviso, null'altro che un dipinto tratteggiato sulla roccia.
Ancora spaventata, tentò di osservarla meglio, ma subito dovette distogliere lo sguardo. C'era qualcosa, nelle sembianze di quella creatura deforme dipinta con l'ocra, di atroce, di morboso, di perverso, qualcosa che toccava e svegliava una paura senza nome sepolta laggiù, nel profondo del suo animo.
- Co... cos'è questa mostruosità? - balbettò.
- Panpanpalala... l'antenato sparviero... in posa guerriera... per scoraggiare gli intrusi...
Gabriella si voltò, trovandosi di fronte Mick. Gli occhi dell'uomo erano rossi di febbre, la sua camicia zuppa di sudore e di sangue rappreso. La donna capì che si reggeva in piedi per puro sforzo di volontà.
- Vieni con me, ti prego. - lo implorò - Hai perduto troppo sangue, e...
-... ha custodito... questi luoghi... per secoli... - farfugliò l'uomo, sul viso una smorfia che forse voleva essere un sorriso. I suoi occhi color dell'opale guardavano attraverso di lei, quasi fosse fatta di nebbia. - I nativi... l'omaggiavano col lattice... dell'eucalipto... Ma Lui ormai preferisce... olio lubrificante e sale marino... Buffo, vero...?
- Stai vaneggiando, Mick! - sconvolta, Gabriella gli afferrò un braccio, cercò di scuoterlo. Inutilmente.
- Gli spiriti antenati... - farneticò ancora lui -... hanno creato il mondo... nel Dreamtime, il Tempo dei Sogni... Così dicono... i canti delle tribù... Ma il Dreamtime non è... il Passato... - l'uomo contorse il viso in un ghigno malato, gli occhi girati a mostrare il bianco - Il tempo... è un boomerang... Va, e poi... ritorna. Gli antenati... sono ancora qui... Sono sempre... stati qui.
Crollò al suolo. Gabriella si gettò su di lui, disperata. Tentò di ascoltargli il polso, e con orrore si rese conto che non riusciva a sentirne il battito. Gli occhi di Mick erano spalancati, le sue guance cianotiche.
La donna, sgomenta, tentò di rianimarlo. Appoggiò le labbra alle sue, soffiò freneticamente. Non si accorse del rumore che cresceva alle sue spalle finché non le fu più possibile ignorarlo. Avvertì uno spostamento d'aria, un ansimare sommesso, animalesco, un odore ferino. Poi udì uno stridio possente, come di artigli che raspassero la terra. Si voltò.
- Mio... mio dio...
Gabriella spalancò gli occhi, guardò in alto, poi ancora più in alto, seguendo l'immenso profilo della creatura, fino al muso a becco, la cresta di penne, il naso piatto, la chioma ricciuta come quella degli aborigeni. Capì che sarebbe svenuta.
- Sto sognando... - balbettò - Io...
La creatura uscì completamente dal pozzo, dalle cui profondità era emersa come un incubo. La maestà, la sacralità che il suo corpo immane emanava era tale che persino le rocce sembravano inchinarsi al suo cospetto. Fissò la donna con i suoi occhi gialli, da rapace, e lei, all'improvviso, sentì una grande calma fluirle dentro. Come in sogno, vide l'artiglio della creatura sfiorare il corpo inerte di Mick. Le dita unghiute, notò incantata, erano cinque, immense, ma straordinariamente simili a quelle di un uomo.
Mick ne fu sollevato come un burattino disarticolato. La creatura lo portò al viso, spalancò il becco, fece saettare la lingua scarlatta, a punta. Orripilata, Gabriella pensò che l'avrebbe divorato. Tentò di distogliere lo sguardo. Inutile: si rese conto di essere completamente paralizzata. Ma la creatura, semplicemente, alitò sul corpo dell'uomo, e poi lo depose al suolo, con una delicatezza che lasciò la donna senza parole.
Quindi scomparve. Gabriella scattò in piedi, come se una forza immensa l'avesse appena liberata. Corse ad affacciarsi sull'orlo del pozzo, ma non vide che una voragine oscura senza fondo, in cui avrebbe potuto precipitare per l'eternità e oltre.
- Gabriella...
Si voltò. Mick era in piedi e sorrideva tranquillo, le bende sporche della fasciatura strette nella mano destra. La donna sgranò gli occhi, fissando la ferita: la carne si era richiusa, completamente, senza lasciare neppure una cicatrice.
- Come... Chi... - balbettò, sbigottita.
- Panpanpalala! - gridò Mick all'abisso - Io Ti ringrazio, grande antenato, per avermi ridato la vita. Ma ora ascoltami: verranno degli stranieri a profanare il Tuo santuario. Io ho tentato di fermarli, ma ho fallito... Ti prego, lasciali vivere. Scegli un altro luogo in cui il Tuo popolo possa onorarTi coi suoi doni e i suoi canti.
Si sporse sulla voragine. - Cosa rispondi, Panpanpalala?
Dalle profondità, echeggiò un brontolio lungo, dolce, modulato. Incredula, Gabriella riconobbe il motivo che aveva udito la sera prima, intorno al fuoco del campo. In quell'istante, con un brivido, intuì nella forma di quel pozzo un immenso didgeridoo di pietra.
- Andiamo. - disse Mick, volgendo le spalle all'abisso - Adesso è davvero finita.
La discesa della montagna fu facile come un respiro. Il sole dardeggiava implacabile sulla pianura. Gli spinifex stormivano nel vento arso del sud.
- Io... io ho sognato tutto, vero? - azzardò Gabriella, riprendendosi dal torpore.
- Quando? - replicò l'uomo - Adesso? Prima? Nella tua vita?
Lei scosse la testa, frustrata. - Non cercare di... Sai bene cosa voglio dire!
- Oh, sì. - disse lui, serio - E lo sai anche tu: Panpanpalala ha sfiorato la tua mente come ha toccato il mio corpo.
Lei rivide quei grandi occhi gialli che le scavavano dentro. - Non capisco...
- Capirai presto. Tu hai avuto un grande onore. Lui non...
Si interruppe, guardandosi incredulo il petto, in cui si allargava un fiore rosso, orribile. Il rombo dello sparo giunse dopo, lontano, quasi irreale. Mick si afflosciò lentamente, un'espressione di immenso stupore, e di rammarico, dipinta in quegli occhi color dell'opale.
Istupidita, Gabriella vide i soldati emergere dai cespugli e correre, i fucili spianati, verso di lei. Cadde in ginocchio, si aggrappò all'uomo, gridò. - Non mi lasciare, Mick! Non mi lasciare!
- Il tempo è un bastone che ritorna... - sussurrò lui, sempre più debolmente - Non c'è passato, non c'è futuro... Sarò sempre con te...
Chiuse gli occhi. Gabriella lo sentì spirare.
- Sta bene? E' ferita? - in lontananza, la donna sentiva le domande del soldato, ma non le sembravano neppure reali. Si rimise in piedi, mentre il mondo le vorticava intorno. Come in sogno, vide Antonio venire avanti circondato da uomini armati, guardare il corpo esanime di Mick, annuire gravemente.
- Sì, è lui. - disse con la sua voce nasale, odiosa. - Quello che li comandava.
- Aveva ragione, sir. - commentò l'ufficiale che procedeva al fianco dell'italiano.
- Fingevo di dormire, ma ascoltavo. - si vantò Antonio - Ero certo di aver colto il nome di questo posto. Ubirr, vero?
L'ufficiale annuì. - Lei è stato molto utile, sir. - concluse - Grazie al suo aiuto, abbiamo salvato anche l'ultimo ostaggio.
- Io... io non sono un ostaggio. - balbettò Gabriella, sotto shock, incapace persino di provare rabbia - E lui non era... armato.
Il militare col fucile ancora fumante frugò il corpo di Mick, estrasse il Bowie a lama lunga dallo stivale, lo mostrò all'ufficiale con aria soddisfatta. - Niente armi, vero? - aggiunse, sardonico.
L'ufficiale toccò con la punta del piede il cadavere, lo voltò sul dorso.
- Michael Kirchener. - ponderò - Come pensavo...
- Lo conosceva, capitano? - chiese un terzo militare, sulla cui spalla Gabriella scorse i gradi di sergente.
L'altro annuì. - Di fama. Era un biologo, credo... Molto noto, nel suo ambiente. Almeno, fin quando non è uscito del tutto di senno. Non dava sue notizie da anni...
- Aspetti, capitano... - il sergente sembrò ricordare qualcosa. Si tolse l'elmetto, rivelando un tappeto di capelli rossi tagliati a spazzola. - Quel Kirchener? Il mattoide che vaneggiava di mostri e di giganti?
- Vedo che ha letto anche lei gli articoli sul L'Enquirer, sergente. - ridacchiò l'ufficiale. - Quelle storie di aborigeni che vivono per millenni e di guarigioni miracolose... Le ricorda?
- Sissignore. Fantastici! Come titolava quel pezzo...? Il semidio che mangia sale e defeca uranio?
- Metalli pesanti come prodotto di cicli organici. - corresse l'ufficiale, ghignando - Sì, il nostro amico era un pazzo di prima categoria. Non mi stupisce che sia finito così. - concluse.
Gabriella chiuse gli occhi, mormorando Assassini. Il suo corpo, finalmente, ebbe pietà di lei. Perse i sensi.
Epilogo
- A Paole', sta' bona co' a Visa Carde! Mortacci tua, te stai a compra' tutto er negozio!
Paola fissò con aria di sfida il marito, poi tornò a infilarsi tra i banconi del duty free shop. Grugnendo, Roberto si piazzò la bandana rossa e gialla di traverso sulla fronte come un pirata, gonfiò il torace e la seguì con espressione arcigna.
- Ho preso il koala di peluche per le bambine di mio fratello, e i cangurini a molla per i figli di mia cognata. - si vantava Luisa - Costavano venti dollari, cinque di meno che a Sidney: un affare.
- Io invece ho preso questa. - replicò Giovanna con aria svanita, mostrando una T-shirt con la scritta Hard Croc Café stampata su un coccodrillo con la mascella spalancata. - C'è scritto "Made in Taiwan"... Quindi è un prodotto locale, no?
- E poi Iva Zanicchi mi ha detto... - blaterava Massimo, cappellino della Ferrari in testa, GSM in una mano e radiolina nell'altra, di fronte a un Antonio in procinto di addormentarsi.
Gabriella si agitò sulla poltroncina. All'improvviso, l'aria di quella sala d'attesa le parve irrespirabile. Si alzò, si diresse a grandi passi verso le vetrate, uscì all'aperto.
La visione dei Boeing che rullavano dentro e fuori gli hangar non le fu di giovamento. Un senso di sconfitta profonda, di inutilità totale, di perdita irrimediabile, poco a poco la pervase, sino a farsi insostenibile. Aveva cercato un senso negli accadimenti di quegli ultimi giorni, e aveva finito per non trovarlo più neppure nella sua vita.
Si avvicinò alla balaustra, guardò giù. L'asfalto della pista, una dozzina di metri più in basso, l'attrasse con richiamo di sirena. Oziosamente, si chiese se un volo del genere sarebbe bastato a farla finita.
- Non è così semplice, signora turista.
Gabriella si voltò, riconoscendo con stupore incredulo la voce. - Kalya?
L'aborigeno esibì un sorriso timido. - Non fare nomi, ti prego. Non credo che ci tengano d'occhio in questo momento, ma temo di essere ricercato.
Lei si incupì. - Hai saputo di Mick?
- Sì. - disse lui, un velo di tristezza a offuscargli lo sguardo - Ho avuto un sogno. L'antenato sparviero mi ha detto...
- L'antenato... - lei sgranò gli occhi, ripensando all'abisso. - Kalya, io l'ho visto! Cos'era quell'essere? Tu devi dirmelo, o finirò per impazzire!
Lui batté le palpebre. Sembrava perplesso. - Tu lo sai chi era, signora turista. Lo hai sempre saputo. Io devo solo ricordartelo. Me lo ha detto il sogno: per questo sono qui.
- Non capisco, non capisco. - protestò lei, scuotendo la testa, i pugni chiusi - Ti prego: basta enigmi, basta misteri.
- Noi non abbiamo nessun mistero. - ribatté Kalya, un sorriso che sembrava cesellato nei tratti del viso bruno - Non nascondiamo nulla: al contrario, cantiamo la verità da millenni. - puntò un dito ossuto verso l'orizzonte - Guarda: quella collina è l'antenato tartaruga che riposa al sole... Quella cresta è la schiena dell'antenato emù... Laggiù è dove l'antenato wallabee e l'antenato coccodrillo hanno danzato creando il grande fiume... E oltre, la grande pianura, percorsa dalle Vie dei Canti. Dove vedi l'enigma in tutto questo, signora turista?
- Questo è folklore, sono le vostre tradizioni. - concesse Gabriella, frustrata - Ma io ho visto...
- No. - l'interruppe lui - Tu ti stai rifiutando di vedere. Apri gli occhi del sogno, e tutto ti sarà chiaro. Entra nel dreamtime.
La voce di lui era ipnotica. Nelle sue parole echeggiava il suono di didgeridoo lontani. Gabriella, all'improvviso, sentì il mondo vorticarle intorno. Tornò con la mente alla caverna di Ubirr. No, tornò fisicamente, capì. Come se lo schema degli eventi avesse vorticato nel vento del tempo, e fosse tornato indietro. Gli occhi gialli di Panpanpalala erano di nuovo fissi nei suoi, la mente era nella sua. E, questa volta, lei ascoltò.
- No... - balbettò, terminata la rivelazione - Non posso crederci...
- Non hai bisogno di crederci. - disse Panpanpalala, col tono tranquillo di Kalya. - E' così.
- Ma allora... La nostra scienza, le nostre religioni, le nostre filosofie... Perché ignorano queste meraviglie?
- Perché dovrebbero curarsene? - la stuzzicò la creatura, per bocca di Mick, replicandole divertito con un'altra domanda. - Non siamo che selvaggi intenti a giocherellare con l'ocra e a bighellonare per il deserto da ventimila anni, ricordi? Quale scienziato, quale filosofo bianco perderebbe il suo tempo con noi?
- Ma io ora so. - esclamò lei - E' troppo grande per me sola. Potrò dirlo, gridarlo agli altri?
- Certamente. - concesse Panpanpalala - E' il tuo ruolo. E' questo il senso che cercavi.
Il senso di calma, di nuovo, fluì in lei. Più potente, questa volta. Perché aveva capito.
Aprì di nuovo gli occhi nel presente. Kalya era scomparso. Batté le palpebre, abbagliata dal chiarore feroce del cielo. Lassù, qualcosa si muoveva tra le nubi. Era il 747, capì, l'uccello d'acciaio che doveva riportarla a casa.
Ma in quell'istante, contro il sole del tramonto, le sembrò soltanto un piccolo, levigato bastone ricurvo che volteggiasse nell'immenso.
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