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Alessandro Vietti si era già fatto apprezzare alcuni anni fa per il romanzo Cyberworld: ora ritorna con un lavoro più complesso e più maturo, ma sempre divertente e appassionante: Il codice dell'invasore, edito nella collana Cosmo Argento Editrice Nord a ottobre. In questo numero di Delos trovate un'intervista con Vietti e qui vi presentiamo in anteprima l'inizio del libro. (Silvio Sosio)
"Il resto è silenzio"
W. Shakespeare, Hamlet (V, 2, 372)
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Terminale: NYK_Solar 01123F
Data: 8 agosto 2168 Ora: 11:57:24 p.m. (GMT -6)
Modo: Script Tariffa: 9 cents$/carattere
Mittente: Robert Webster
Destinatario: Jeremy Webster <J.Webster$Euro_Nlondon%%0005559877342>
Oggetto:...
Testo: E' successo, alla fine. Anche a Monique. Alla mia Monique, CAPISCI?!!! Cazzo, sono rimasto a guardarla per un po'. Bella, sul pavimento, composta come una statua di ghiaccio. Poi era come se cominciasse a sciogliersi e non ce l'ho fatta più. Sono dovuto uscire. E sono venuto a chiamarti. Dovevo parlare con qualcuno. Contrariamente al solito, non è stato difficile trovare un terminale libero. In giro non si vede nessuno. Voglio dire, nessuno che cammina. I corpi invece, dentro le tute AntiRS, sono tanti. Cristo, fratellino, il TERRORE che ho addosso supera addirittura la disperazione per averla perduta. Avresti dovuto vederla, Jerry. Cazzo, non ho mai visto niente di simile. Avevo letto, e anche scritto, di come succedeva, ma vederselo davanti e viverlo...
Ehi, Jerry, voglio proprio dirtela, questa cosa. Qualcuno ha detto che la paura della morte non è altro che una terribile e perversa manifestazione d'invidia. Invidia per coloro che rimangono, perché sai che quando te ne sei andato, c'è qualcuno che avrà ancora tempo per amare una donna, andare in giro per la Rete, farsi una corsa in hovercar o starsene a guardare il putrido mare. Balle! Qui siamo TUTTI condannati, indiscriminatamente dal primo all'ultimo, eppure io continuo ad avere una paura fottuta. E in quel modo, poi... Oddio, fratellino, spero che non ti capiti mai. Da quello che hanno riportato gli e-news, so che nessuno di voi ha manifestato i sintomi di quello che qui tutti, almeno quelli rimasti, ormai chiamano MORBO. Non ancora almeno. Spero veramente che non vi capiti mai. E' quanto di più mostruoso abbia mai visto in tutta la mia vita di giornalista di merda. Peggio anche degli esperimenti di Suzuka o dell'Olocausto. Lì, almeno, il nemico era un uomo come te. E lo potevi vedere. E sapevi chi combattere. E anche se eri impotente e non ci potevi fare niente, almeno sapevi dove mirare quando decidevi di sputargli in faccia. Adesso invece...
E' successo tutto nello spazio temporale di una fetta biscottata. Tra il momento in cui l'aggregatore alimentare la vomita fuori, tu la addenti sbadigliando e, nel giro di due bocconi svogliati, stai già con il pensiero infognato altrove, nella migliore delle ipotesi in qualche malsano cubicolo per il telelavoro a dieci metri sottoterra. Era una di quelle piccole, quelle rettangolari che vengono costruite già imburrate, cosparse di uno strato esattamente uniforme di marmellata alla fragola. Quelle con due angoli contigui puliti che ti consentono di maneggiarle senza sporcarti le dita. Non so se le avete anche voi. Sai una cosa? Ti invidio. Quando prendesti la decisione di andartene te ne dissi di tutti i colori per trattenerti. Mi sbagliavo, solo ora me ne rendo conto. Scusami.
Il Morbo è come un'epidemia. Nonostante i programmi d'informazione sostenessero che nelle ultime trentasei ore era già accaduto a milioni di persone, cadute come mosche in una nuvola di insetticida, non avrei mai pensato che sarebbe potuto toccare a me o a Monique. Credevo che fossimo invincibili, immuni da qualsiasi MALE, ricordi? Come noi due, quando giocavamo agli Agenti dello Spazio: niente poteva scalfirci.
Seduta sullo sgabello, Monique si è appena fatta la doccia. Si è decontaminata, anche. La sua pelle emana un aroma vellutato di fiori e di prati, come quelli che si provano soltanto nelle simulazioni più raffinate. Non so se hai presente, Jerry... Abbiamo appena fatto l'amore. Con quella sua bocca maliziosa e quello sguardo impertinente, incoronato da un casco di capelli spettinati come una medusa pentita e fremente, mi ha sussurrato che lo vuole fare di nuovo, non appena abbiamo terminato di consumare la colazione. Quasi per dispetto, toglie dalla bocca dell'aggregatore la fetta biscottata tiepida e nuova di zecca. Poi rimane per qualche istante incantata a guardare fuori, mentre la pioggia acida e giallastra violenta le finestre di ultraglass, tentando di scardinarle. Il cielo nero e denso come la pece dell'inferno, schiaccia gli immensi Skydomes di New York che si ripetono semisferici in ogni direzione, finché l'occhio può farsi largo. Sembrano pustole venefiche cresciute sulla pelle del pianeta Terra, a causa dell'infezione di un terribile virus... Dio mio, forse il Morbo è un anticorpo sviluppato della Terra stessa per liberarsi di noi! Non le darei torto. Ti ricordi com'è qui, vero? Che schifoso posto del cazzo! Adesso è anche peggio di quando c'eri tu. Miliardi di tombini essudano verdognoli vapori appiccicosi che sembrano puntarti e darti la caccia senza tregua, insoddisfatti finché non ti hanno contaminato fin sotto la lingua. Le robopizzerie impiegano idromodòri scaduti da non meno di tre lustri. Nelle raccapriccianti fabbriche di synthings gli operai si ammalano e muoiono di cancro nel giro di un quarto d'ora (troppo in fretta per poter intervenire con una qualunque terapia) e, quale risarcimento per l'azienda, vengono LEGALMENTE reimmessi come materia prima nel ciclo produttivo.
Subito dopo, come nella scena di un film rallentata dieci volte, le ho visto sbattere gli occhi, quindi addentare il pane pre-tostato e pre-spalmato. Ma lo ha fatto con aria assente. Come se fosse da un'altra parte. Invece Monique era lì di fronte a me, seminuda. Mi guardava, ma sembrava non vedermi. Proiettava i suoi occhi attraverso di me, attraverso i muri foderati di piombo per impedire al radon di filtrare all'interno dei cubicoli di residenza a diecimila dollari al mese. Ma CHE COSA sta guardando? E perché i suoi occhi hanno preso quella piega così desolata?
Ecco. Adesso Monique inclina la testa di lato, come fa di solito quando cerca di capire. Oh, Jerry... una smorfia, un lieve tic alle labbra, un insignificante spasmo alla guancia come il barlume di un pensiero, abbozza un altro piccolo morso al pane e DECIDE di smettere di respirare.
Te lo giuro, Jerry. Cristo, non stava male. Non aveva niente. Era in perfetta salute. Si era fatta visitare dal Doctomed la settimana prima. Soltanto... ci ha pensato su e ha deciso di farlo. Sulle prime le ho detto di NON scherzare, di NON fare la stupida, ma lei NON mi sente. La prendo per le spalle. La scuoto per farla tornare alla realtà. Ma il colore VIOLA le sale dal collo in una marea cianotica che la sta portando via come un statuetta di sughero in balia di una corrente letale. Allora l'ho scossa più forte. Le dato una sberla. Jerry, sembra impossibile, ma era come picchiare uno di quei pupazzi meccanici di gommaplastica. Nessuna reazione. Occhi sbarrati, bocca semiaperta, un frammento di fetta biscottata incastrata innaturalmente in un angolo. Polmoni come due blocchi di cemento armato. Urlo straziandomi le tonsille, pensando di svegliarla. Me ne vergogno molto, ma le do anche qualche sberla, FORTE, per farla uscire da quello stato. VOLEVO farle male, ma lei aveva gli occhi fissi su chissà cosa e il viola saliva e non sentiva niente. Non è caduta dallo sgabello soltanto perché ero lì io a sostenerla.
Capisci, Jerry? Qui la gente DECIDE di morire. Di punto in bianco. Così. Tic. Come sfiorare il sensore per spegnere la luce. Ho visto gente morire in ginocchio, pregando. Forse dovrei farlo anch'io, ma non saprei a quale dio rivolgermi. E poi, conoscendomi, temo che la mia scelta cadrebbe su quello che ha organizzato tutto qun
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Primo Tempo: I sogni di cera
"Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi atterrisce"
B. Pascal, Penseés
"La libertà è un lusso che non tutti si possono permettere"
O. von Bismarck, Discorsi
FUORI CAMPO
Memoria
Tempo: 2024a Rivoluzione, 1 Ciclo d'Inverno, 25a Rotazione
Oggi comincio a registrare questa memoria. E' la giornata giusta per farlo. Quando ho letto il mio nome sulle Convocazioni di Imbarco non ho potuto fare a meno di pensare che avrei dovuto suggellare l'evento con qualcosa di speciale. Qualcosa di più del bicchiere di prezioso shâk che le mie madri vorranno versare per me. Qualcosa che sia solo e soltanto mio. Qualcosa che mi permetta, fra qualche decina di Rivoluzioni, di ricordare, di raccontare e di rivivere le emozioni di questo tempo straordinario che inizia oggi.
!Per Samsaara, sono stato prescelto. Stento a credere a quello che ho visto. Sento ancora i peli del dorso che si drizzano fosforescenti per l'emozione. Fortunatamente indossavo la tuta coprente e nessuno ha notato che non sono riuscito a mantenere il controllo. Dovrò aumentare l'impegno durante gli esercizi Xä.
Tra coloro che attraverseranno l'Universo per portare a termine la Missione ci sarà pure Tamás. Anche lui è stato convocato, anche se non riesco ancora a immaginare con quale possibile mansione. Non sapevo nemmeno che fosse tra i candidati. Generalmente coloro che si occupano di menti artificiali non partecipano alle Missioni. E neppure mi aveva mai accennato l'intenzione di offrirsi volontario. Anzi, ricordo che a suo tempo, quando entrammo all'Accademia, aveva deriso la mia dichiarata disponibilità qualora si fosse verificata la chiamata per una Missione. Comunque sono grato all'Incommensurabile, che ha voluto ancora una volta tenerci uniti, anche in questa circostanza.
SCENA 1
1.1 La Compagnia del Bardo
Come un astrologo a corto di pianeti, Hamlet scrutava attraverso due orbite vuote, alla ricerca di un indizio che gli suggerisse il destino da seguire. Ma quel giorno pareva dubbioso, incerto, tremendamente indeciso, molto più di quanto avrebbe dovuto. Sicuramente molto più di quanto Gordon Kemp lo avesse programmato per essere... o non essere?
- Questa è la domanda!
Il teschio, tenuto in alto di fronte a sé, in perfetto equilibrio tra due possibilità egualmente desiderabili, sembrava farsi beffe di lui e, da parte sua, nemmeno lui pareva prendere la situazione molto sul serio. Intorno, la biancastra distesa di acqua solida, indefinita nelle quattro direzioni, avrebbe potuto rappresentare adeguatamente una desolata pianura danese nella morsa di un inverno particolarmente rigido. Con un po' di fantasia, chiunque avrebbe potuto crederci, se non fosse stato per il cielo (che non conosceva l'azzurro né le nubi), per le grandi geometrie artificiali che affioravano dalla superficie come enormi strutture cristallizzate nel ghiaccio (ben lungi dall'assomigliare ad alberi per quanto rinsecchiti), ma soprattutto per l'enorme pianeta striato che soggiogava la vista (al suo confronto, la Luna era un insignificante creatura al cospetto di una divinità onnipotente).
Gordon tentò di modificare manualmente il coefficiente di drammaticità. Dentro lo spazio tridimensionale di proiezione, Hamlet corrugò la fronte in una serie di solchi dissolventi, mentre la sua voce si modulava tremula, lenta e scioccamente profonda, come se, in quel freddo smisurato, l'attore si fosse buscato un altrettanto smisurato raffreddore. Decisamente non era un bell'effetto e gli unici due passanti, che avevano almeno avuto la bontà di rallentare per concedere qualche istante alla curiosità, si dileguarono in gran fretta, seguendo il flusso intenso di persone verso la Rampa Uno alla caccia degli ultimi posti di osservazione, senza lasciare traccia di un pur minimo contributo alla causa. La scatola di alluminio rimaneva con i quattro centesimi di euros raccolti durante la mattinata, come sopravvissuti di una guerra persa in partenza. Non erano buoni nemmeno per un bicchiere d'acqua ricircolata.
Gordon riteneva che il difetto fosse da imputare a quei sette microreattori di stabilizzazione che aveva sostituito due settimane prima. Comprati nell'Iceberg a cinque euros l'uno, da un venditore temporaneo di pattini usati con un rompighiaccio al carbonio da venti centimetri al posto di una mano: non era certo una garanzia di qualità, avrebbe dovuto saperlo. D'altronde i soldi erano quelli, e di Willie non poteva fare a meno. Non solo perché era un membro insostituibile della Compagnia, ma era la Compagnia stessa. E un sacco di altre cose.
Comunque Gordon non disperava. Con l'Icarus in procinto di decollare, non era quello il momento migliore per racimolare qualche spicciolo. Qualcuno si sarebbe certamente fermato di ritorno dal lancio.
- Perché? - Willie/Hamlet abbandonò il filo del monologo e si voltò verso Gordon con aria perplessa, le sopracciglia aggrottate, la mano bianca che accarezzava la barbetta appuntita sul mento.
- Willie, non puoi interrompere a metà la rappresentazione! - disse Gordon. - Devi tenerti i dubbi per dopo. Ti è andata bene che è soltanto una prova e non c'è pubblico. Altrimenti non sarebbe stata una bella figura. Lo spettacolo deve continuare, ricordi?
Willie annuì, anche se a giudicare dall'espressione il riprodattore non pareva del tutto convinto.
Gordon aveva sistemato il palcoscenico virtuale al centro di una piazzola levigata che ospitava un paio di distributori di bevande e due pressobox biposto, predisposti per assistere i viaggiatori in caso di emergenza, quando la tuta ti abbandonava e dovevi trovare un rifugio pressurizzato per spalmare un po' di sigillante nelle giunture o fare il pieno di miscela O/N. Non era raro tuttavia trovarli indebitamente occupati da chi voleva consumare con calma le bevande acquistate ai vicini distributori, levandosi il casco, piuttosto che avvitarle nell'apposita imboccatura alla base del mento e succhiarne il contenuto attraverso la cannuccia retrattile in dotazione alla maggior parte delle tute in circolazione. In ogni caso, in quel momento erano deserti. C'era qualcosa di meglio da fare.
L'umanità andava ad assistere alla partenza dell'Icarus.
- Perché Hamlet si domanda se sia meglio essere o non essere? - insistette Willie. Il suo coefficiente di ostinazione era evidentemente troppo elevato. Gordon si ripromise di limarlo un po'. - E' una domanda stupida. Chiunque sceglierebbe l'essere. Io stesso mi sento molto meglio quando sono acceso, piuttosto che quando sono spento. L'esistenza, in quanto tale, è di gran lunga più desiderabile della non esistenza.
Niente da dire. Razionalmente impeccabile. Come spiegargli che gli esseri umani spesso trascendono la razionalità?
- E Monique, allora? lo provocò Gordon. Willie sapeva ciò che era successo settant'anni prima, anche se Gordon non era sicuro che il riprodattore riuscisse a valutare pienamente le proporzioni (e tutte le infauste implicazioni) della Catastrofe per gli Europei e per l'intera razza umana. E tutti i miliardi di terrestri che si sono tolti la vita? Secondo te sono tutti impazziti?
- L'avevano chiamato Morbo. Dunque era una malattia, no?
- Non è mai stato provato.
- Ma...
- Gli uomini hanno bisogno di dare un nome ai loro nemici.
- Be', se non fosse così, non avrebbe alcun senso - sentenziò Willie, agitando il teschio nel nulla. Come non lo ha per Hamlet -. La razionalità di Willie era disarmante nel suo inflessibile rigore. E piuttosto irritante.
Gordon riportò l'attenzione sul monologo e cercò di spiegare al riprodattore che Hamlet si fingeva pazzo perché meditava vendetta nei confronti dello zio usurpatore, quando una fiammante tuta OSA (Outdoor Safe Activity) che ospitava un ragazzino cicciottello si fermò a guardare Willie/Hamlet, che nel frattempo si era nuovamente rivolto al cranio bianco e nero senza troppa convinzione.
Nonostante i tre proiettori olografici sistemati ai vertici di un immaginario triangolo equilatero indicassero che si trattava soltanto di un'incorporea proiezione tridimensionale, per chi non l'aveva mai visto, Willie/Hamlet rappresentava uno spettacolo davvero insolito. Trovarsi davanti un essere umano privo di qualsiasi protezione sulla superficie esterna di Europa lasciava di stucco. Bisognava avvicinarsi per accorgersi che non era una figura reale.
- Che sta facendo? - chiese il ragazzino masticando con indifferenza una gomma al fosfolimone contro la sovraesposizione alle radiazioni (di quelle pubblicizzate lungo le lastre e che tutti sapevano non servire a un accidente, tranne che a fare le bolle di luce. Non fosse altro che la razza era già geneticamente cautelata contro l'esposizione cosmica fin dalla prima spedizione di coloni, giunta dalla Terra nel 2165. Però le bolle erano splendide. E questo bastava.)
- E' Hamlet. Sta raccontando la sua storia - rispose Gordon sottovoce, quasi a dare l'impressione di non voler disturbare l'attore. In realtà, Willie non avrebbe potuto essere distolto nemmeno da cento batterie di cannoni ionici a piena potenza. Il pericolo era soltanto se stesso.
- Ma non è mica vero! - Dentro il casco, il ragazzino dallo sguardo rotondo e saccente, trovò lo spazio per gonfiare un'allucinante sfera semitrasparente che pareva un enorme idrolimone non ancora maturo. - E forse non lo sei nemmeno tu! - biascicò indicando Gordon.
Per le bande di Giove, che rompiballe! Sarebbe stato difficile trovare qualcosa che andasse a genio al moccioso, ma Gordon decise ugualmente di fare un tentativo. - Però è capace di fare qualcosa apposta per te. - Armeggiò con il comando a infrarossi legato al polso, quindi parlò su una frequenza riservata. - Willie, ferma Hamlet e vai su qualcosa di divertente. Quello che vuoi tu.
Hamlet sbiadì fino a svanire, mentre Willie, che per sua fortuna non aveva ansia di successo, pensò a come divertire il ragazzino che ruminava mostrando i denti e la lingua giallognola. Puf. Et voilà!
Il Clown dondolò avanti e indietro, guardandosi la punta delle lunghe scarpe nere rivolte verso l'alto. Poi estrasse dal nulla una pistola dalla canna lunghissima e mirò alla testa del ragazzino, che balzò prontamente all'indietro.
- Ehi, che cavolo sta facendo? Digli di metterla via, non mi piace!
Dal punto di vista strettamente artistico, avrebbe decisamente preferito qualcos'altro, ma pur essendo il regista della compagnia non poteva imporre ogni volta a Willie quello che doveva fare. Willie era un'intelligenza artificiale basata su una complessa rete neurale di alto livello. Doveva assolutamente imparare dalla propria esperienza.
Dal punto di vista emotivo, invece, Gordon avrebbe desiderato una pistola vera!
Il Clown premette il grilletto, ma fece cilecca. Tentò un altro paio di volte, ma con identico risultato. Poi rivolse la pistola contro se stesso e guardò dentro alla canna. BANG!
Gordon chiuse gli occhi e scosse la testa. Per le bande di Giove, il numero più idiota e prevedibile di tutto il repertorio!
Riassorbita con rara abilità la lampadina di gomma, il piccoletto guardò la faccia annerita del Clown, i capelli dritti e fumanti, quindi con espressione torva si rivolse a Gordon: - E' stupido lui o gli dici tu di farlo?
Ma l'attenzione di Gordon Kemp era stata attirata da un'uniforme gialla e blu che si stava avvicinando. Oh, merda! Un Chips.
1.2 Le ali di Icaro
La figura massiccia si piazzò davanti a Gordon posando una mano sulla spalla del ragazzino: - Cosa stai facendo a mio figlio?
Gordon balbettò qualche spiegazione con evidente nervosismo. Se scopre i microreattori sono fregato! L'uomo indicò il Clown e aggiunse: - Ho visto che lui gli stava puntando addosso un'arma!
- Come sono andato? - chiese Willie/Clown tentando vanamente di pulirsi gli occhi dalla polvere nera con un fazzoletto. Willie se la prendeva con il pezzetto di stoffa, come se si rifiutasse di fare il suo dovere. Quel numero non era male, ma non era il momento.
- Per le bande di Giove, Willie! - fece Gordon secco. - Taci e prenditi un po' di riposo!
Seguendo il protocollo di comando, Willie obbedì e si spense. Con un gesto vago del braccio, l'uomo in uniforme indicò i tre proiettori e l'Unità Centrale di Coordinazione, chiedendo che cosa fossero.
- E' un riprodattore. L'unico esistente, probabilmente.
Pur non avendone mai sentito parlare in vita sua, l'uomo non sembrò particolarmente incuriosito. E' un luogo fin troppo comune che i Chips non siano molto svegli e abbiano in mente una cosa sola, la "domanda". Andrà a finire come l'altra volta... Quindi l'avrebbero accusato di essere recidivo. E la condanna sarebbe stata ancora più esemplare.
Il condizionamento della tuta lavorava a tutta forza per smaltire il sudore che gli saliva dal collo e imperlava le tempie dietro la visiera polarizzata. Sperò soltanto che il suo nome e la sua faccia non suggerissero niente al gigante in divisa. A meno che il governativo non controllasse le sue generalità e il suo passato attraverso la Bancadati Centrale, eventualità peraltro estremamente improbabile.
- Dice che stava recitando - aggiunse cantilenando il piccolo gonfiatore di palloni, cercando di rendersi utile al duro lavoro di papà. Questi, comunque, parve non apprezzare e ordinò al figlio di raggiungere la madre, che si era fermata ad aspettarli poco più avanti.
Come esigeva il Regolamento, il Chips gli sciabolò a tre centimetri dal naso il tesserino con l'ologramma del Governo, e lo tenne abbastanza a lungo perché Gordon potesse rileggere con calma i dati tre volte. L'uomo si chiamava Björn Thomsen, tenente della pattuglia di sorveglianza elettronica, numero di serie [BJNTHN/54980/A12U/LT].
Ma la "domanda" ormai non poteva tardare. Infatti, ben sapendo che non c'era alcun bisogno di spiegare la ragione, alla fine Thomsen chiese: - Ce l'hai la licenza aggiornata per questa roba?
Gordon frugò negli innumerevoli scomparti della tuta. Alla fine consegnò con apprensione al governativo un dischetto argentato da due pollici e mezzo. Poi, mentre il Chips controllava l'autenticità del documento tramite il terminale legato alla cintura, ne approfittò per disattivare l'antifurto a cinquecento volt che proteggeva i proiettori e l'Unità Centrale di Coordinazione da eventuali tentativi di furto durante le rappresentazioni in pubblico. Infine ripose i componenti di Willie negli scomparti dello zaino, badando a recuperare tutti gli spiccioli. Nella migliore delle ipotesi Thomsen lo avrebbe fatto sloggiare, ma francamente Gordon non credeva in un'eventualità così fortunata. Se lo sentiva: sarebbe stato scoperto. Più volte aveva calcolato quali fossero i rischi nel capitare da quelle parti durante un movimento di gente così massiccio, con sette reattori freschi di Iceberg... Ma si rifiutava di pensare che qualcosa potesse andare storto. Idiota!
Thomsen, intanto, scandagliava la sua licenza con uno zelo esagerato. E preoccupante. Il Chips lo scrutò cercando i suoi occhi e gli ordinò di eliminare la polarizzazione, affinché potesse guardarlo in faccia. Lo sapevo: mi ha riconosciuto! E ha pure richiamato la mia fedina penale. Merda! Merda! Merda! Merda!
- Gordon Kemp, eh? - fece l'uomo fra sé, con un sorriso sfuggente, insolitamente intelligente, quasi a sottolineare che, visto il soggetto, non sarebbe stato difficile trovare qualcosa d'irregolare. Gli chiese di posare nuovamente a terra tutte le apparecchiature per poter procedere alla scansione dell'impronta isotopica dei singoli apparecchi e valutarne la conformità rispetto alla licenza.
Niente da fare. Se avesse avuto qualche soldo si sarebbe rivolto a Lupin come la volta precedente. Lupin era abile a contraffare le impronte isotopiche, mentre Gordon aveva intuito fin dall'inizio che quel Goku era solo un ricettatore improvvisato. Gli aveva venduto componenti rubati la cui impronta isotopica non era stata ricondizionata, come invece gli aveva assicurato. Gordon ne era sempre più convinto. Thomsen gli avrebbe confiscato Willie e poi avrebbe sbattuto lui in una cella ghiacciata di Gortyna Flexus... magari la 509.
Ordinò a Gordon di non muoversi e da una tasca della tuta gallonata estrasse lo scannerizzatore a stilo per iniziare la procedura. Il ronzio proveniente dall'analizzatore isotopico pareva già sul punto di sancire la sua condanna.
Era in trappola. Non aveva abbastanza Artika in corpo per farsi venire qualche buona idea.
- Papà! - gracchiò lievemente la radio sulla frequenza comunale. Il ragazzino agitò una mano dallo svincolo in fondo alla Lastra, ormai semideserta. - Sta per partire, papà. Dài, vieni, sennò ce lo perdiamo!
Anche la moglie sollevò un braccio con gesto brusco sottolineando il suo disappunto coniugale. Come se non bastasse, dal display spento sul petto risultò evidente che Thomsen non era in servizio. Se non si fosse stupidamente impuntato per la questione del figlio, non avrebbe neanche degnato d'uno sguardo le apparecchiature elettroniche di Gordon.
L'uomo sbuffò come un montone clonato. Per un momento sembrò indeciso se mandare avanti la moglie e il figlio e terminare il lavoro. Guardò sul polso una sfilza di dati negativi che provenivano dall'analizzatore. Non è ancora arrivato ai microreattori... Il ronzio si acquietò e lo scannerizzatore venne riposto al sicuro. Poi con gesto sprezzante, il governativo intimò a Gordon di raccogliere le sue cose e di togliersi dai piedi. Battendo sui tacchi fece uscire le lame dagli stivali neri e si avviò pattinando in tutta fretta a rapporto dalla sua famiglia.
A sua volta Gordon pattinò lentamente a ritroso sulla Lastra fino a quanto non fu certo che neppure da lontano il Chips potesse scorgerlo. Quindi riaccese l'Unità Centrale di Coordinazione in modalità 2D e, grazie a un microproiettore inserito all'interno del casco, sul margine sinistro della visiera gli apparve l'immagine di Willie.
Willie era il suo unico, vero amico.
- Come sono andato? - chiese Willie/Clown, pulendosi molto umanamente gli occhi dalla polvere nera, con un fazzoletto che non voleva saperne di sporcarsi. In mancanza di istruzioni contrarie, ricominciava sempre da dov'era rimasto. Non dimenticava mai niente. E, qualità più importante di tutte, non ti tradiva mai.
Di fronte a loro, si stendeva la pianura costeggiata da Adonis Linea. Un agglomerato di igloo abitativi di terz'ordine si sviluppava al margine sinistro dell'immensa distesa di ghiaccio piatta e uniforme, mentre in lontananza, un numero spropositato di persone, provenienti da tutti i quartieri di New London e dalle altre Città, teneva rigorosamente lo sguardo incollato sulla Rampa Uno, come fedeli rivolti a un'icona unica e potente. Oltre l'orizzonte piatto, Giove occupava come al solito un terzo del cielo e osservava con mastodontica indifferenza la piccolezza degli esseri umani avvinghiati alla speranza terrestre, come disperate sanguisughe appiccicate a un tetrapack pieno di acqua ricircolata.
Innumerevoli fari rendevano insostenibile il biancore sfolgorante del ghiaccio accentuando sullo sfondo del cielo nero la sagoma ben augurante dei quattro potenti vettori disposti a quadrifoglio. Nel cuore del sistema di propulsione, sulla sommità del modulo portante, la ciambella rossa di Icarus XXIV attendeva il suo destino, né più né meno come avrebbe fatto la maggior parte degli esseri umani, cioè senza muovere un dito. Godendosi la gloria che gli spettava di diritto, ancor prima di aver compiuto l'impresa e indipendentemente dal suo esito finale. Gordon trovava lo spettacolo di tutta quella gente entusiasta perfettamente inutile.
Il riprodattore aveva smesso gli abiti di scena e si presentava secondo la sua icona abituale, quella di un giovane sui venticinque anni, con i capelli lunghi e neri raccolti a coda di cavallo, i lineamenti delicati, due piccoli baffi e un cespuglietto triangolare di peli sul mento. Dopo che Gordon gli ebbe spiegato che aveva scelto il pezzo più scadente e prevedibile del repertorio per bambini, il riprodattore allargò le braccia in un gesto di impotenza: - Okay. Me lo dimentico. Lo cancello dal repertorio... - Ci pensò qualche istante poi, come se avesse trovato il coraggio, aggiunse: - Però a me piaceva.
- No, non è il caso di cancellarlo. Non hai ancora problemi di memoria. Dàgli solo una bassa priorità di accesso, d'accordo?
Ai margini del campo visivo di Gordon, Willie annuì.
Un lieve sussulto trasmesso dalla superficie del pianeta informò che il vettore principale dell'Icarus aveva azionato i propulsori. In lontananza Gordon vide la moltitudine sollevare uno stormo di bandierine semirigide con l'effigie azzurra della Terra. Quasi contemporaneamente apparve una distesa infinita di lumini verdi, come un prato inondato da un sole che si fosse acceso all'improvviso. La gente batteva le mani freneticamente, ma invano, giacché non si poteva sentire alcun suono.
L'Icarus si sollevò lentamente, sorretto da una striscia di fuoco arancione, dispiegando le sue ali di speranza nella sua ventiquattresima e inutile missione verso la Terra.
Attonito come un cammello di fronte al mare e profondamente estraneo a tutto ciò, Gordon si chiese invano il motivo per cui quelle persone si ostinassero a sperare in un passato che, palesemente, mai e poi mai sarebbe potuto ritornare.
Poi, contando i pochi spiccioli rimasti e reprimendo i gorgoglii del suo stomaco, rifletté su dove avrebbe potuto allestire il prossimo spettacolo senza correre troppi rischi.
Per gentile concessione dell'Editrice Nord.
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