racconto di
Franco Forte


Fame





La radio vomitò alcune scariche che crepitarono come raffiche di mitra, e il caporale Hyat vi si buttò sopra masticando bestemmie.
I tre superstiti della squadra Cobra 5 fissarono il compagno con gli occhi sgranati, mentre la foresta si animava di ombre che avevano l'aspetto di piccoli vietcong con i musi affumicati di nero.
La radio gracchiò ancora un paio di volte, soffocata dal corpo imponente di Hyat, poi tacque quando il caporale strappò via le batterie dalla carcassa ammaccata.
-- Merda, Jack, non avevi detto che era fottuta? -- chiese Mc Ready con un bisbiglio roco, passandosi il fazzoletto sul collo fradicio.
-- Che cazzo potevo saperne? -- ribatté Hyat. -- A me sembrava morta e sepolta.
-- Brutto stronzo, potevamo...
-- Piantatela -- intervenne con rabbia il sergente Wynon, l'unico del gruppo ad avere ancora l'elmetto e un pacchetto vuoto di Virginia Slim infilato nell'elastico consunto. Gli occhi infiammati dalla febbre ruotarono da Mc Ready alla pelle nera come alabastro di Hyat, poi scivolarono sul quarto componente della squadra, il giovane e terrorizzato Martone, un italiano che aveva dovuto scegliere se combattere per le dispute del suo quartiere o diventare uomo in nome della patria. Adesso era lì, disperso nella giungla più fitta del mondo, con le mutande piene di merda e la convinzione che cento portoricani, cinquanta negri e chissà quanti altri figli di puttana emigranti non valevano uno solo di quei diavoli gialli.
Quando fu sicuro che nessuno avrebbe più aperto bocca, Wynon chiuse gli occhi e provò a respirare regolarmente. I polmoni gli facevano ancora male dopo la fuga precipitosa nella rete intricata dei traccianti, e la ferita che gli aveva slabbrato la mimetica all'altezza del fianco sinistro pulsava in modo sordo, senza fargli male ma ricordandogli che era meglio se se ne stavano calmi per un po'.
Ancora non riusciva a capire come avessero potuto farcela, come diavolo fossero riusciti a uscire vivi da quell'inferno fiammeggiante.
La squadra Cobra 5 contava ventisette uomini, tutti veterani di quella guerra del cazzo, eppure si erano fatti infinocchiare come reclute mandate allo sbaraglio. I gialli erano sbucati da ogni parte aprendo un fuoco incrociato d'inferno, e lui si era messo a correre senza rendersi conto di dove stesse andando, seguito da chi sentiva il puzzo della morte abbrancato ai peli nel naso.
Una raffica l'aveva sfiorato lasciandogli il ricordino nel fianco, e la scia arancione di un tracciante si era fermata a meno di mezzo metro da lui solo perché la testa del tenente Harris gli si era frapposta, spaccandosi come una noce di cocco matura.
Wynon aveva corso come un pazzo, tuffandosi nel solo punto della giungla che sembrava risparmiato dall'apocalisse di fuoco. Dietro di lui c'era qualcuno, una manciata di uomini che l'aveva seguito d'istinto.
Wynon non si era fermato. Sapeva che soccorrere morti e feriti era compito degli eroi, non suo. Quando le gambe gli avevano improvvisamente ceduto, si era ritrovato disteso per terra con la gola in fiamme, la notte umida a bagnargli la fronte e altri tre marines della squadra Cobra 5 che piangevano in silenzio.
Forse non erano i soli ad avercela fatta. Se il capitano Evans non aveva risposto al fuoco forse era riuscito a prenderne altri con sé e a tornare verso il campo, laggiù in direzione ovest, esattamente dalla parte opposta a quella in cui si era diretto lui.
Adesso, mentre soffocava il desiderio di mordersi la lingua a sangue, Wynon cercava di riordinare la mente e di fare il punto della situazione. Non potevano usare la radio, altrimenti li avrebbero beccati subito, e non potevano concedersi più di qualche bisbiglio in quella foresta pronta ad animarsi di creature innominabili. Se procedevano verso est potevano arrivare al mare entro un paio di giorni, ma in quel punto la costa era una palude infima e inattraversabile.
A nord, a una decina di chilometri da lì, c'era l'insediamento di Phu My, forse ancora presidiato dagli uomini del generale Fisher. Ma dieci chilometri in quella giungla erano peggio che muoversi di notte nel quartiere nero di New Orleans, la sua città.
Non restavano che due direzioni: l'ovest, dove c'era il loro campo, che li avrebbe costretti a ripassare per la radura dell'imboscata, e il sud, che affondava nelle propaggini meridionali di quella terra dimenticata da Dio, forse per sempre, fino a raggiungere la dimora del potente demonio giallo che vegliava sulla sua gente e faceva riprodurre i charlie come formiche.
Wynon riaprì gli occhi e si rese conto che dovevano muoversi. Era troppo pericoloso restare lì, i vietcong li stavano certamente cercando.
Tirò su faticosamente il busto, ricordandosi solo in quel momento di avere ancora lo zaino sulle spalle.
Gli altri lo fissarono stralunati, come se avessero visto un fantasma.
Senza dire una parola, Wynon indicò verso sud con il pollice, si alzò in piedi e controllò la ferita al fianco. Aveva smesso di sanguinare. Prudeva un po', ma tutto sommato poteva dire che gli era andata di lusso.
Tornò a guardare gli altri. Erano ancora sdraiati a terra, come se avessero messo radici e non intendessero muoversi di un millimetro. Forse credevano che quello era il solo modo per sopravvivere: imitare in tutto e per tutto la giungla, bere il succo della terra e dimenticare di essere stati degli esseri umani, con quei corpi di carne che il piombo attraversava con tanta facilità.
Wynon sputò per terra, ruotò sui tacchi e si diresse verso sud. La bussola era andata a pezzi, ma madre natura gli aveva dato il dono dell'orientamento, e lui sapeva farne buon uso.
Gli altri, piangendo, imprecando e disperandosi, si alzarono e lo seguirono.

Con la schiena appoggiata ai mattoni rossi e corrosi dallo smog del castello di Chapultepec, Hernandez affondò lo sguardo verso l'orizzonte pastoso di Città del Messico, una distesa malata che scivolava per oltre trenta chilometri verso nord, amalgamando il nastro asfaltato del Paseo de la Reforma con i quartieri in disfacimento di Cuauhtemoc, Azcapotzalco e Tlalnnepantla, fino alla piramide di Tenayuca che non era mai riuscito a vedere in vita sua e che delimitava la periferia estrema del Distrito Federal, a sua volta assorbito dalle baracche e dalle appendici tumorali dei tuguri sovappopolati
Ebbe un brivido, quando una bava di vento gli sfiorò il collo inzuppato di sudore. Dallo Zòcalo era arrivato fin lì a piedi, e adesso l'aria sottile e cancerogena dei 2.200 metri della Ciudad degli Dei chiedevano pegno ai suoi polmoni intrisi di fumo di sigarette.
Bastò il pensiero per fargli correre le mani alla tasca del giubbotto, ma trovò solo l'accendino, uno zippo sporco di benzina e di milioni di impronte nervose lasciate a ogni accensione. Se avesse esaminato lo zippo al microscopio avrebbe potuto contare i giorni della sua vita che aveva bruciato insieme a ogni sigaretta, ma quando la tosse lo scosse violentemente, facendo sussultare le escrescenze che aveva su tutto il corpo, si disse che avrebbe preferito mille volte morire di cancro ai polmoni, piuttosto che assistere a quello che stava succedendo.
Dall'alto della collina delle Cavallette poteva dominare buona parte del centro cittadino, i fuochi fumiganti, il silenzio innaturale di una città che negli ultimi cinquant'anni era stata la più chiassosa del mondo, a qualunque ora del giorno e della notte. Ricordava ancora i gruppi di ragazzi radunati in cerchio attorno ai tamburi, in una ridicola imitazione della danza sacra a Tlaloc, il dio della pioggia, perché facesse scendere i fiumi dal cielo e lavasse la sozzura che levava vapori malsani nell'aria di Città del Messico.
Ancora qualche istante, si disse. Poche boccate d'ossigeno e poi giù dalla collina, oltre il parco, per tuffarsi nell'Avenida Constituyentes e raggiungere il basso e minaccioso edificio in cui era stata ricavata una remota e misconosciuta sezione distaccata dell'Universidad Autònoma Nacional de México.
Strinse i denti quando lo stomaco gli si contrasse dolorosamente per la fame. Non mangiava da quasi un'ora, e le escrescenze sul suo corpo avevano ripreso a muoversi nervosamente, tendendo la pelle e muovendosi come lenti marosi sulla battigia della sua carne.
Paco Juan O'Morga Hernandez chiuse gli occhi e trattenne il desiderio di urlare, forse per invocare Quetzalcoatl, il dio della creazione, e chiedergli di stendere la sua mano supplice sull'abominio che aveva fagocitato il mondo.
Ma poi un fiotto di ragione tornò a irrorare la materia ancora sana della sua mente, e un brivido più forte degli altri l'incitò a rimettersi in cammino.
Il destino era stato crudele, con lui. L'aveva sospinto tra le braccia della fama e della ricchezza, gli aveva spalancato le porte dell'olimpo della scienza mondiale, e poi aveva fatto franare le montagne a colpi di clava, seppellendolo sotto le macerie dei suoi sogni ma senza ucciderlo, come forse sarebbe stato meglio per lui e per tutti, e come si ripeteva continuamente negli incubi tormentati degli ultimi quattro anni.

I fiumi sono vene turgide d'acqua marrone, marcia come il sangue che esce dalla gola di un kmer rosso quando ci affondi la baionetta. Attraversano la giungla facendosi largo a testa bassa, sempre gonfi e minacciosi, e non c'è modo di capire quando ci stai per finire dentro, se non pochi istanti prima che i tuoi stivali si librino nel vuoto.
Il sergente Wynon se ne accorse appena in tempo, si aggrappò a un cespuglio di foglie lunghe e taglienti e fermò gli altri alzando la mano che reggeva l'M-16.
Da quella parte niente da fare. Il fiume era dannatamente largo e profondo, non sarebbero mai riusciti ad attraversarlo. Wynon l'osservò per un po' mentre una zanzara lunga come una sua falange cercava d'infilargli il pungiglione direttamente in una palpebra.
Fino a qualche giorno prima l'avrebbe schiacciata con una manata, godendo del sangue che sarebbe sprizzato, il sangue, probabilmente, di qualche altro soldato americano, ma adesso gli sembrava che quegli insetti fossero l'ultima delle sue preoccupazioni, e anzi contribuivano a tenerlo in vita, il fastidio delle punture lo spingeva a grattarsi e avrebbe impedito che si lasciasse cadere ancora a terra con la speranza di confondersi per sempre nella giungla.
-- Sergente... -- bisbigliò qualcuno alle sue spalle.
-- Che c'è?
-- Siamo nella merda, vero? Non si passa.
Gli altri non riuscivano a vedere il fiume, allungavano il collo e fremevano impazienti.
-- No -- rispose Wynon ruotando su se stesso. -- Si torna indietro. Sopra quella collina c'era una specie di sentiero diretto a est, verso il mare. Proviamo con quello.
Hyat storse le labbra come se gli avessero assegnato una settimana di turno alle latrine.
-- Cristo santo -- disse, cercando di tenere sotto controllo la sua potente voce da basso. -- C'erano tracce di cong, no? Non le hai viste? Sei cieco, per caso?
Wynon si limitò a fissarlo. Non disse niente. Restò lì come una betulla flaccida nello sterminato oceano verde, e Hyat sbiancò. Aveva capito che il sergente non aveva la più pallida idea di dove si trovavano. Quel sentiero era il solo punto fermo in tutta la faccenda, e per quanto fosse pericoloso non avevano che da scegliere: provare a seguirlo o fermarsi lì, sulla sponda del fiume marrone, a marcire come piante di carne putrescente.

Il ragazzo con l'equazione evoluta di Kozar tatuata sugli avambracci era acciambellato a schiena nuda contro il muro dell'edificio. Tremava, e le scosse telluriche che s'impadronivano a ondate intermittenti del suo corpo sembravano voler ridisegnare la precisione degli innesti HT.
La mano dell'uomo aveva invaso profondamente l'universo biologico, e le generazioni teknopunk adornate di strisce di silicio decorative e anelli chirurgici con microchip di estensione avevano soppiantato la cultura evolutiva delle macchine, si erano ammassate sul barcone fradicio di una nuova società autorigenerante e si erano lasciate trascinare alla deriva, con gli sciami delle droghe binarie a fare sconquasso di qualsiasi scenario futuro.
Hernandez osservò il ragazzo dondolare sui talloni, ascoltò la nenia che gli usciva umida dalle labbra e trattenne un conato di vomito, quando vide la pelle nuda della schiena incresparsi e tendersi, un'altra onda elettromagnetica che correva tra i contatti quantici dei dermosensori e s'impennava verso l'orbita terrestre, dove satelliti muti li assorbivano come sanguisughe insoddisfatte.
Cercando di non fare rumore, con la mano sinistra ficcata in tasca e gocce di sudore che gli cadevano dalla fronte, Hernandez passò oltre, lasciando il ragazzo in balia delle sue allucinazioni. Non l'aveva visto in faccia, ma era sicuro che se avesse alzato la testa con uno sforzo del collo scheletrico, avrebbe visto le chiazze di sangue secco che gli adornavano i contorni delle labbra.
Fame, gridò imperiosamente il suo corpo, e il desiderio di tornare indietro, di fare a pezzi quel ragazzo per scartare le componenti HT del suo corpo e affondare i denti nella carne anemica dell'ultimo millennio, si fece straziante dentro di lui. Eppure servì solo a spronarlo ad aumentare l'andatura, a scendere nella cripta high-tech di quel laboratorio di mostri dov'era custodita la più grande invenzione di tutti tempi e la più oscura arma che fosse mai stata concepita per lo sterminio dell'umanità.
C'era il suo sangue e il suo sudore nel sistema linfatico di quelle apparecchiature, e tonnellate di sogni infranti da quando la fame aveva azzannato il mondo.
Chiuso nell'ascensore d'acciaio che scendeva in silenzio, Hernandez strinse i pugni, affondando le unghie nei palmi fino a farli sanguinare. Lui non aveva protesi HT o innesti a sintesi molecolare, non si era fatto tatuare le leggi osannate della matematica sul suo corpo ibrido, non aveva avuto il coraggio ma neppure il tempo per correre con i suoi coetanei sulle rive del fiume in piena del progresso tecnologico.
Aveva trascorso la vita immerso negli studi, e quando aveva partorito quel piccolo mostro si era sentito felice, aveva avuto la certezza di non essersi sbagliato, di non avere sacrificato i mondi virtuali della simbiosi high-tech per una chimera irrealizzabile.
Solo quattro anni prima. Un tempo che aveva il sapore torrido dell'eternità e l'aveva ricacciato nella disperazione.
Quando le porte dell'ascensore si spalancarono e la luce azzurra del laboratorio l'investì, Hernandez provò a ignorare la massa amorfa che si muoveva dentro di lui e gli gonfiava le viscere. Cercò di ignorare il richiamo bestiale della fame e avanzò nell'antro del suo passato, per raggiungere la camera blindata che aveva ucciso il suo futuro e forse decretato il destino dell'intera umanità.

Lo sparo fu uno schiocco sordo attutito dal fogliame, e tutte le creature viventi popolavano quell'angolo d'inferno si azzittirono all'istante.
Il sergente Wynon, Hyat, Martone e Mc Ready si erano immobilizzati a loro volta, con il cuore che gli rintronava nelle orecchie, avvolti nel silenzio improvviso che era sceso dall'alto come un sudario umido.
Il terrore saltellò dai loro sguardi senza riuscire a trovare una risposta alle mute domande che si accalcavano dietro l'eco dello sparo, poi Mc Ready fece un passo avanti e strinse spasmodicamente il fucile automatico.
-- Una pistola -- disse, con un bisbiglio appena udibile.
Wynon, Hyat e Martone annuirono in silenzio. Era raro che i cong usassero le pistole, anche se nell'intrico della giungla avrebbe potuto essere un agile strumento di morte. Quei diavoli preferivano la potenza dirompente dei fucili mitragliatori, forse perché loro occhi a mandorla erano in grado di vedere attraverso l'oceano verde come uno squalo nelle acque dei Caraibi, e avevano bisogno di maggiore potenza di fuoco per uccidere tutti gli stupidi americani che erano venuti a morire in casa loro.
-- Che facciamo? -- chiese Hyat, senza riuscire a tenere fermi gli occhi.
Sentendo la propria voce come se provenisse da un lontano e gracchiante grammofono, Wynon strinse l'M-16 e indicò il sentiero che affondava nelle felci.
-- Avanziamo ancora un po', poi tu e Martone vi allargate sulla destra e noi sulla sinistra. Aprite bene gli occhi. Non ho mai visto un cong con una pistola, ma prima di arrivare qui non avevo neppure visto l'inferno.
Nessuno replicò, e dopo un istante d'indecisione durante il quale, con diffidenza ma in un veloce crescendo, la giungla riprese a vibrare del suo miscuglio indecifrabile di suoni, avanzarono lungo il sentiero tenendo i fucili spianati.
Wynon avrebbe voluto accendersi una Virginia Slim e seppellire la testa sottoterra, quel tanto che bastava per cancellare i rumori che si ammucchiavano disordinatamente nella sua memoria, il suono della guerra e il canto della giungla, le grida degli amici e il pianto dei feriti. Invece si mosse come un automa, pallido in volto ma con una smorfia decisa a tagliargli in due la faccia, e quando ebbe affondato il decimo passo nell'intrico di rami e foglie, con le mani e il volto pieni di graffi, ordinò a Hyat e Martone di allargarsi sulla destra, e lui e Mc Ready si spinsero a fondo nel corpo fibroso del gigante verde.
Gli ci vollero solo pochi minuti per rendersi conto che il fagotto sdraiato sulle foglie marce in una minuscola radura che si apriva qualche metro più in là era il cadavere di un uomo.
Wynon si fermò, e Mc Ready si allungò a guardare.
-- E' uno dei nostri? -- chiese.
-- Non lo so -- rispose Wynon leccandosi le labbra. In realtà aveva lanciato solo una rapida occhiata al corpo. Quello che gli interessava erano i cambiamenti nella complessa architettura di suoni, movimenti e vibrazioni della foresta. Poteva trattarsi di una trappola, di un'esca lasciata a marcire per attirare qualche stronzo di marine.
-- Che facciamo? -- volle sapere Mc Ready grattandosi nervosamente il collo.
-- Non lo so -- ripeté Wynon, e proprio in quel momento, dalla parte opposta della radura, sbucò Hyat tenendosi basso e con il fucile spianato, subito seguito da Martone.
-- Idioti -- sibilò Wynon, aspettandosi che la giungla si animasse da un momento all'altro di traccianti e spettri di fuoco, ma quando si accorse che tutto taceva, lanciò un'occhiata a Mc Ready e annuì.
Il giovane lo precedette di corsa, e quando furono tutti riuniti nella piccola radura, un posto buio e racchiuso da sterpi e rampicanti aggrovigliati, da rami incombenti che impedivano l'accesso ai raggi del sole, come una minuscola caverna scavata nella giungla, si accosciarono accanto al cadavere e lo scrutarono senza toccarlo.
-- Merda -- disse Hyat corrugando perplesso le grosse sopracciglia. -- Che diavolo gli è successo?
-- E' uno dei nostri? -- domandò Martone, cercando una risposta nella maschera congelata del viso del sergente Wynon.
-- Sembra un portoricano -- disse Mc Ready toccando la schiena del cadavere con la canna del fucile. Un lembo della camicia era strappato, e attraverso il foro era possibile scorgere chiaramente il colore della pelle, chiazzato dalle macchie scure del livor mortis. -- Certo non è un giallo.
L'uomo giaceva a faccia in giù, raggomitolato su se stesso, e la parte alta delle spalle e delle cosce presentava delle escrescenze grandi come pugni che tendevano il tessuto elastico dei vestiti.
La nuca, rasata a zero, sembrava suddivisa in sezioni da strisce di alluminio, e oltre al foro d'entrata del proiettile che gli aveva spaccato il cranio, c'erano almeno altri due buchi, contornati da delle specie di guaine di gomma, da cui non usciva sangue o materia celebrale.
Wynon si morse un labbro, prima di decidersi ad allungare la mano e far ruotare il cadavere. Quello che vide lo fece balzare all'indietro inorridito, mentre Hyat e Martone si scambiavano occhiate terrorizzate e Mc Ready si tappava naso e bocca.
Il portoricano era giovane. La parte sinistra del corpo, rimasta nascosta fino a quel momento, sembrava essere stata passata al frullatore. Il braccio era un moncherino adunco che terminava in una parodia di mano con quattro dita: nervi, tendini e vasi sanguigni erano esposti, dando l'impressione di vedere l'interno di un guanto rovesciato. Era come se qualcuno avesse maciullato il braccio e il fianco sinistro del ragazzo e poi glieli avesse riattaccati addosso con lo sputo. Ma non c'era sangue, e anche attraverso gli angoli rigidi e innaturali del rigor mortis si capiva che il ragazzo aveva usato quel braccio, prima di morire.
-- Che cazzo sta succedendo? -- chiese Hyat sentendosi rivoltare lo stomaco. -- Che gli hanno fatto?
Martone, inginocchiato sul portoricano, continuò l'ispezione respirando con la bocca, per non avvertire il tanfo che emanava dal corpo ancora caldo. Il giovane non aveva piastrine militari al collo, e quella che indossava non era una mimetica. Niente armi, e quando Martone gli slacciò la camicia per mettere a nudo le escrescenze che tendevano il tessuto, videro che aveva il torace interamente ricoperto da scaglie di plastica, da cui uscivano sottili strisce di alluminio che collegavano le scaglie in una complessa ragnatela.
Wynon provò a respirare quando i polmoni gli urlarono il loro bisogno di ossigeno, e scoprì di essere ancora vivo, nonostante tutto.
-- L'hanno torturato -- disse Martone indicando la parte sinistra del cadavere e le escrescenze che gli spuntavano sulle spalle, lacerate sulla sommità.
-- Non è possibile -- disse Mc Ready scuotendo la testa. -- Nessuna tortura ti può ridurre in questo modo.
-- Quelle escrescenze -- insisté Martone. -- Potrebbero essere le ossa spezzate delle clavicole, che quei bastardi gli hanno fatto salire fin lassù a forza di bastonate.
-- Cristo -- sibilò Hyat lasciandosi cadere a terra. Ne aveva sentite di tutte i colori su quello che erano in grado di farti i cong, ma questo... questo superava ogni incubo.
Il sergente Wynon indicò la trama cupa di tatuaggi che disegnava percorsi filiformi intorno al collo e sullo sterno del cadavere.
-- Quelli potrebbero essere pittogrammi. Forse hanno immolato questo disgraziato a uno dei loro dei.
Martone si lasciò sfuggire una risata nervosa, che si sarebbe tramutata in un pianto nevrastenico se un altro colpo di pistola non fosse esploso all'improvviso. Balzarono tutti in piedi, e prima che qualcuno potesse dire qualcosa vi furono altri due spari in rapida successione, poi delle grida soffocate, parole incomprensibili che affogavano nel sangue.
Dopo un attimo d'incertezza, senza pronunciare una sola parola, si tuffarono tutti e quattro nel folto della giungla armando gli M-16, e pur cercando di muoversi il più silenziosamente possibile si resero conto che se dall'altra parte c'era una squadra di cong che stava barbaramente torturando un altro marine, si sarebbero accorti del loro arrivo e li avrebbero accolti vomitando piombo e morte.

Lo vide saltar fuori dall'anfratto più buio di quella necropoli hi-tech, ma la sua mano era già uscita dalla tasca stringendo la calibro 22. Nessuno conosceva meglio di lui il dedalo di corridoi, stanze e nicchie del laboratorio sotterraneo, e fin da quando vi aveva messo piede sapeva che se qualcuno era stato messo di guardia, il posto migliore per un agguato non poteva che essere quello.
Era una ragazza tozza con la faccia graffiata dall'acne, tra i quindici e i diciassette anni, capelli neri aggrovigliati in una matassa inestricabile, sporca come la maggior parte degli esseri umani rimasti sulla terra.
Si scagliò contro di lui con le fauci digrignate (Hernandez non riusciva a pensare agli altri come a esseri umani, credeva di essere rimasto il solo, eppure sapeva che l'infezione era anche dentro di lui, lo scuoteva dalla testa ai piedi con i sussulti imperiosi della fame e strisciava sotto la sua pelle), le unghie protese in avanti e i frame lucidi di silicio che uscivano come chiodi ornamentali dalle giunture di tutto il corpo.
La ragazza mex non aveva armi, solo la follia innaturale che le dardeggiava dagli occhi e che fece esitare Hernandez per un secondo. Si sarebbe ridotto anche lui in quel modo? Sarebbe diventato una bestia affamata senza alcuna parvenza di umanità, senza la possibilità di lottare per la propria autonomia intellettuale?
Ormai sembravano tutti in quello stato, chi più e chi meno, e lui si chiese per quale fortuna (o per quale dannazione) il processo di alterazione ancora non si fosse sviluppato in lui in modo completo. Eppure, era stato fecondato come gli altri. Non poteva dire quando, ma i crampi che lo squassavano erano la prova migliore che la speranza di essere immune era scivolata su di lui come un ragno su uno specchio.
La ragazza gli era quasi addosso quando finalmente lasciò partire il colpo. La centrò alla gola, esattamente nel punto in cui una placca rigenerativa mandava riflessi color cobalto. La calibro 22 non aveva abbastanza potenza di fuoco da fermare lo slancio della massiccia mex, per cui Hernandez fu costretto a gettarsi di lato per non venire scaraventato a terra dal corpo ricoperto di sangue della ragazza. Non era solo quello anemico scaturito dalla ferita al collo, ma anche e soprattutto quello ormai secco e coagulato delle vittime che aveva divorato.
Hernandez avvicinò la canna della pistola alla tempia della ragazza che rantolava sul pavimento.
-- Perdonami -- disse con un filo di voce, e fece fuoco. Non c'era altro modo per salvarli: i parassiti erano in grado di controllare il sistema nervoso dei loro ospiti, e riuscivano a potenziarlo con l'apporto di sostanze chimiche dirette. Una ferita anche grave poteva essere guarita in pochi minuti, in modo che il soggetto ospite potesse tornare nuovamente a caccia, per raccattare la dose giornaliera di calorie che era indispensabile alla sopravvivenza di quelle immonde creature.
Solo facendo saltare il cervello si riusciva a ucciderli. La materia celebrale non poteva essere ricostruita.
La ragazza ebbe un sussulto, rantolò e si spezzò le unghie sul pavimento mentre grosse onde le increspavano la schiena innalzando la fitta trama di microlink sintogenetici. Hernandez si accorse che l'impianto hi-tech di quella tozza mex era di prima qualità, e quando vide le appendici al carbonio della struttura polimerizzata dell'esoscheletro comprese perché non avrebbe avuto bisogno di armi per spezzargli l'osso del collo.
Quando finalmente il corpo s'irrigidì, Hernandez si asciugò la fronte imperlata di sudore, si morsicò a sangue le labbra per ricacciare nello stomaco la fame che lo straziava, e tornò ad avanzare nel corridoio. Non doveva fare niente per il parassita colonizzatore. Era intrappolato là dentro, nel corpo goffo e privo di vita della ragazza mex, e sarebbe morto d'inedia cercando di aprirsi un varco tra la carne assemblata con gli ultimi ritrovati bioware.
Quando si trovò davanti all'ultima porta, quella che aveva consacrato la sua vita accademica, si sentì mancare le forze.
Non adesso, si disse cercando di trattenere le lacrime. Non mollare adesso. Combatti. Fallo per gli altri.
Ma non solo per gli altri. Era stato lui a scoprire il procedimento Anno Domini, lui a costruire l'apparecchiatura che aveva dato quei risultati così soddisfacenti agli ultimi test, prima che avesse inizio l'invasione.
Quasi scoppiò a ridere, quando si rese conto dell'assurdità di quello che era avvenuto. Quante possibilità ci sono di morire perché un meteorite ti cade sulla testa? Una su qualche centinaio di miliardi? Ebbene, a lui era capitato. Proprio nel momento culminante della sua carriera, quando ormai si sentiva pronto a pubblicare le complesse catene di formule e calcoli matematici che avrebbero decretato il suo successo internazionale, la nube di spore aveva avvolto la Terra e cancellato la civiltà.
Una probabilità su qualche centinaio di miliardi. Come quella che aveva consentito alle odiose creature parassite di entrare in possesso della sua apparecchiatura. Per diffondere la pestilenza al di là di ogni possibile concezione.
Dopo aver tirato un profondo respiro si alzò, straziato dal dolore che i sussulti della carne strappavano ai suoi nervi infiammati.
Non avrebbe ceduto tanto presto. Non era mai stato un eroe o un impavido, ma se c'era qualcuno che poteva fermare l'epidemia, questo era lui. Ne era certo. Almeno fino a quando fosse riuscito a mantenere il controllo del suo corpo.

I quattro marines che correvano tra le felci, incuranti delle divise che andavano a brandelli, non si sarebbero fermati neppure se si fossero resi conto di dirigersi verso morte certa.
Devevano far cantare i loro fucili e la loro disperazione, e persino il pensiero di una baionetta conficcata nello stomaco cominciava a diventare più accettabile, più razionale, di quella fuga senza speranza nel regno del demonio.
Sbucarono sulle rive di un fiumiciattolo contorto e quasi asciutto, che si apriva tenacemente la strada tra le radici ottuse della giungla.
I gialli erano quattro, vestiti di stracci e con i piedi nudi, cinture di proiettili a tracolla per una browning che doveva essere nascosta in qualche invisibile bunker sotterraneo.
Il primo fece quasi inciampare Hyat, che andò a sbattergli contro e si fermò ansimando, pronto a premere il grilletto. Ma quando vide la bocca spalancata e gli occhi vitrei, la tunica lacerata e zuppa di sangue, si rese conto che l'abominio che si aggirava nella foresta non era disposto a risparmiare nessuno, neppure i piccoli diavoli dalla pelle gialla.
Altri due cong giacevano scomposti nell'acqua, con i fluidi dei loro corpi che coloravano l'acqua marrone del ruscello, rendendola violacea.
Il quarto era ancora vivo, stava sussultando sdraiato supino, con una pistola stretta in pugno e un terrore arcano sprofondato nello sguardo. Gli mancava la parte sinistra della faccia e una porzione di spalla, come se qualche predatore gliel'avesse strappata a morsi insieme alla tunica di tessuto grezzo. Era giovane. Molto giovane. E delirava inzaccherandosi il mento di saliva e sangue. Accanto a lui, inginocchiato su due tozze gambe deformi, c'era qualcosa, una creatura che assomigliava a un essere umano ma che non poteva esserlo, non con quei chiodi e quei ferri lucenti che gli spuntavano dalla spina dorsale e dai gomiti, con quelle placche dorate rivestite di geroglifici che gli dilatavano la nuca, ma soprattutto non per quello che stava facendo.
Hyat cadde a terra e vomitò. Wynon e Martone restarono immobili mentre l'uomo con le gambe ridotte a moncherini si portava alla bocca il pezzo di carne e vi affondava i denti, ingoiando quasi senza masticare.
Era un bianco. Con la pelle cotta dal sole e i lineamenti simili al portoricano che avevano trovato poco prima. Dovevano appartenere alla stessa squadra, forse erano marines che i gialli avevano catturato chissà quanto tempo prima e avevano tenuto prigionieri, sottoponendoli alle più feroci torture, fino a ridurli alle condizioni di bestie affamate desiderose di vendetta.
-- Forse sono scappati -- sibilò Martone. -- Li hanno inseguiti, ma in qualche modo questo è riuscito a farcela.
Martone tacque. Le sue parole non avevano senso. Come poteva essere fuggito, quell'uomo, se non aveva neppure le gambe? E poi cos'erano quei fori che aveva sulla schiena, quei piccoli crateri di tessuto cicatrizzato contornati da sangue rappreso?
Qualcuno gli aveva sparato. Di recente, come confermava il sangue coagulato. Forse qualche anno prima, se si dava retta allo stato delle cicatrici.
-- Facciamolo fuori -- sibilò Wynon alzando il fucile. -- Facciamolo fuori prima che decida di sbranare anche noi.

-- Madre de dios...
Loro erano lì. Avevano circondato Anno Domini con pile di cadaveri e si stavano organizzando, diventando lucidi quel tanto che bastava per lavorare alla macchina tra una boccone e l'altro. Bocconi di carne umana.
Da tempo le risorse alimentari si erano esaurite, almeno in quella regione del Messico, e quando le industrie e tutte le attività umane avevano cessato di avere un senso, dopo che il ciclo produttivo della civiltà era crollato nell'indifferenza del contagio, era sembrato chiaro il modo in cui la nuova specie avrebbe potuto continuare a sopravvivere. Divorando se stessa, la risorsa energetica più a buon mercato.
Hernandez avanzò lentamente, con la calibro 22 puntata in avanti e gli occhi infiammati. Il suo mondo era stato profanato, tutto gli sforzi di una vita trascorsa nello studio erano ora al completo servizio di quell'abominio, che dimostrava un'intelligenza superiore alle semplici pulsioni vitali della sopravvivenza animale.
Ci avevano messo un po', ma alla fine erano riusciti a trovare le sue attrezzature, e approfittando della sua lontananza, del dolore che l'aveva lacerato quando si era messo in viaggio nel Distrito Federal devastato con la speranza di recuperare qualche brandello della sua vita, della sua famiglia, del suo passato, avevano studiato quei complessi macchinari e le apparecchiature elettroniche, e in qualche modo erano riusciti a cablare le variabili e a scardinare le password che lui aveva seminato negli elaboratori, imparando con velocità sorprendente il processo su cui si basava tutta l'architettura di Anno Domini.
Dieci anni di lavoro. Dieci anni della sua vita. Per consentire a quell'orrore di continuare a riprodursi anche quando l'ultimo essere umano rimasto sulla faccia della Terra avesse divorato se stesso.
Un dolore lancinante lo percorse con la stessa forza di una scarica elettrica, e il suo unico dermosensore, che si era fatto applicare per poter interagire liberamente con i bioelaboratori, si gonfiò in modo anomalo, tendendo la pelle e dandogli l'impressione di voler scoppiare come un bubbone putrescente.
Sanno che sono qui, pensò Hernandez stringendo spasmodicamente la pistola, senza smettere di avanzare. Stanno cercando di fermarmi. Forse sono in grado di comunicare fra loro, forse quello che mi sta divorando sta cercando disperatamente di prendere il controllo.
Ma lui era quasi interamente biologico, questo l'aveva capito ormai da tempo. I suoi studi e i suoi esperimenti l'avevano tagliato fuori dal mondo nell'ultimo e più importante decennio per la diffusione delle protesi bioware a larga scala. Non sapeva se in realtà c'era una relazione tra le due cose, ma aveva l'impressione che i primi a mollare, i primi a staccarsi dai ponteggi della società civile erano stati proprio coloro che più avevano seguito i percorsi della nuova evoluzione biotecnologica.
Forse era per questo che lui riusciva ancora a pensare. E anche se soffriva le pene dell'inferno, sapeva che questo era dovuto alla mano di Dio, che gli dava la possibilità di espiare.
Hernandez strinse i denti e varcò l'accesso al laboratorio che custodiva il cuore elettronico di Anno Domini, il più importante progetto scientifico della storia umana.

Si mossero senza coordinazione, senza ricordare che erano militari e che si trovavano nella zona di guerra più pericolosa del mondo.
C'erano soltanto quei cadaveri, il sangue che colorava il torrente e il rumore osceno delle mascelle della creatura che masticavano carne umana.
Quando furono in posizione, con gli M-16 puntati e le dita contratte sui grilletti, la creatura deforme si voltò lentamente verso di loro e li guardò.
Era una donna. Aveva la testa rasata e attraversata da filamenti d'acciaio, ma il petto nudo e i capezzoli turgidi erano intatti; puntarono verso di loro e fremettero di piacere, attirando irresistibilmente i loro sguardi.
Fu solo un istante, ma abbastanza per consentire alla creatura di balzare in avanti come una molla, con una torsione esplosiva di ogni singolo muscolo del corpo che non aveva nulla di umano. A bocca aperta e con le unghie protese balzò addosso a Hyat, che paralizzato dal terrore non riuscì a esplodere neppure un colpo.
Quando i denti affondarono nel collo del marine, facendo schizzare un geiger si sangue, l'urlo del radiofonista riscosse i suoi compagni da un orrore profondo.
-- Fuoco! -- gridò Wynon puntando l'M-16 contro la creatura. -- Facciamola fuori! Facciamola fuori!
Il fucile automatico crepitò con un rumore innaturale, e i proiettili scavarono piste infuocate nel fianco e nella schiena della donna, con un'inclinazione tale da rischiare di attraversare il corpo e andare a schiantarsi nel petto di Hyat.
Era stato solo Wynon a sparare, e prima che gli altri potessero imitarlo la creatura si sollevò, si girò verso di lui e lo fissò. Dalla bocca le pendevano i brandelli sanguinolenti del collo di Hyat, e soltanto in quel momento Wynon si rese conto che il suo radiofonista era morto, con la giugulare tranciata di netto.
Mentre un grido di rabbia e di angoscia lo scuoteva, il sergente diede fondo al caricatore, e Mc Ready e Martone, con i crampi allo stomaco e gli occhi allagati di lacrime, fecero altrettanto, scaricando sulla creatura un imponente fuoco incrociato.
Il corpo della donna assorbì ogni singolo proiettile con una scossa, venne sbalzato all'indietro e strisciò sussultando fino a un ammasso di radici che sporgeva dal terreno come un'artritica mano vegetale.
Quando i tre marines cessarono il fuoco, quello che videro li lasciò sgomenti, ormai convinti di essere definitivamente scesi all'inferno per un viaggio senza ritorno.

Fu costretto a scavalcare corpi mutilati e a sparare in testa a quattro creature che si erano scagliate contro di lui.
Quando finalmente arrivò al pannello di controllo dei sistemi di sicurezza inserì la sua password, digitò la sequenza per la chiusura delle porte e si abbandonò sulla poltroncina girevole a riprendere fiato.
C'era tutta quella carne attorno a lui, e la fame lo divorava... lo divorava...
Scacciò il pensiero con un urlo d'angoscia, e freneticamente cominciò a battere sulla tastiera. I quattro che aveva ucciso erano al lavoro su quel terminale, e fin dal primo momento in cui aveva messo piede nel laboratorio si era reso conto che il respiro di Anno Domini era intenso e vitale, che la macchina stava funzionando a pieno regime. Non sapeva come avessero potuto fare una cosa del genere, ma il terrore che qualcuno di loro potesse avere già operato una transazione diffondendo il contagio, lo sommerse con forza ancora maggiore degli impulsi strazianti della fame.
Doveva verificarlo subito, e cercare di comprendere dove e quando quelle cellule cancerogene si erano diffuse. Lui era il solo che avrebbe potuto individuarle ed eliminarle, saltando a sua volta dopo aver programmato Anno Domini per un suicidio consenziente.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Avrebbe dovuto uccidere la sua creatura, il miracolo scientifico che aveva amalgamato in una tecnologia superiore le funzioni base dei frattali con la teoria dell'evoluzione circolare di Fontana e i circuiti di casualità di Kauffman. La teoria era complessa ma alla portata della mente umana, e il destino aveva voluto che fosse lui a far combaciare tutti gli elementi per dare vita alla macchina più sofisticata e affascinante che l'uomo potesse ideare. Aveva scelto lui e poi gliel'aveva strappata di mano con un morso feroce.
Ma ormai non c'era più tempo per le recriminazioni. Doveva fare alla svelta, se non voleva che il contagio si allargasse in maniera inarrestabile.
Le sue dita, atrofizzate dal dolore e dalla disperazione, volavano sulla tastiera inserendo codici e inseguendo i passaggi di testatura e di routine che erano stati messi in funzione negli ultimi giorni, durante la sua assenza.
Ricontrollò più di una volta per essere assolutamente certo che i suoi occhi arrossati e gonfi non si sbagliassero, poi quasi tirò un sospiro di sollievo quando si rese conto che quei mostri non erano riusciti a comprendere del tutto le capacità della macchina. Anno Domini era stata programmata su una sola frequenza, e il corridoio di transazione era stato aperto solo due volte. I dati di ricognizione e di rapporto evidenziavano che tutto aveva funzionato per il meglio, e ricacciando un malinconico singulto d'orgoglio, Hernandez cancellò ogni riferimento, programmò il circuito di autodistruzione e avviò in automatico le procedure per l'ultimo salto.
Quando ebbe terminato si trascinò fino alla cabina di polarizzazione e si lasciò cadere sul freddo pavimento metallico, balbettando una preghiera.
Quando Anno Domini esplose, lui era già stato trasformato in informazione pura e aveva intrapreso il viaggio.

Il petto, lo stomaco, quello che restava di ciò che un tempo erano state le gambe della creatura, erano crivellati di colpi, alcuni dei quali avevano portato lo sfacelo negli organi interni e si erano aperti un varco sulla schiena, per andare a perdersi nella giungla.
Eppure la creatura era ancora viva. Li guardava con quell'espressione folle che era un misto di curiosità e bramosia, e nel frattempo, mentre il sangue cessava di scorrere dalle ferite e la pelle si aggricciava, si solidificava e cauterizzava gli squarci con delle cicatrici simili a minuscoli crateri, continuava a masticare i brandelli di carne che aveva strappato al corpo di Hyat.
Non c'era nient'altro che importasse, a quella creatura. Doveva sfamare un impulso indicibile, e adesso, mentre riprendeva a strisciare verso di loro dimostrando una forza incredibile nelle braccia trafitte dai chiodi, era pronta a fare scempio anche dei loro corpi, ad azzannarli alla giugulare come aveva fatto con Hyat e con i vietcong che giacevano nel torrente.
Wynon, Mc Ready e Martone erano immobili, svuotati di ogni energia e ormai rassegnati al loro destino, consapevoli di essere morti fin dal giorno in cui erano scesi dagli elicotteri per mettere piede in quella terra dimenticata da Dio.
La creatura, che forse era stata una donna e che adesso era un mostro senz'anima, si avvicinava rapidamente, scossa da fremiti intermittenti che le increspavano la pelle e che davano l'impressione che vi fosse qualcosa all'interno di quel corpo deforme, forse una creatura viva che ne aveva preso possesso e la spingeva ad attaccare alla cieca, per soddisfare la fame che la divorava.
La donna era a poco meno di un metro da Wynon quando risuonò un colpo di pistola. Un'unica, debole deflagrazione che spinse un minuscolo proiettile calibro 22 a piantarsi nel cranio della creatura all'altezza della tempia, portando il suo grido di morte nel cervello umano che era caduto vittima dell'abominio.
Vi fu un istante di silenzio, poi la creatura crollò di lato e restò a terra sussultando come in preda alle convulsioni. Soltanto in quel momento Wynon si voltò nella direzione da cui era partito il colpo, e quando vide l'uomo con la pelle scura e i baffi, la pistola stretta nella mano sinistra, il cranio ricoperto da una folta capigliatura e nessun segno di chiodi o escrescenze che gli spuntavano dal corpo, si sentì sommergere dal desiderio di scoppiare a piangere.
Ma poi l'uomo si mosse trascinandosi dietro una gamba deforme, con l'altro braccio che pendeva inerte e ritorto a un'angolazione innaturale, e vedendo la smorfia di dolore e di angoscia che gli deturpava i lineamenti, Wynon si sentì sommergere dalla disperazione, sollevò la canna dell'M-16 puntandosela alla gola e chiuse gli occhi prima di fare fuoco.

Il tempo ha gli stessi parametri di un circuito chiuso casuale. Una sequenza temporale lineare in cui la funzione A produce la funzione B che genera la funzione C, può essere chiusa circolarmente in maniera cibernetica in un circuito autorigenerato, in modo che l'ultima funzione possa riprodurre la funzione iniziale, rendendo percorribili le molteplici linee temporali. Le possibili disfuzioni del procedimento devono essere imputabili alle variabili inclassificabili che intervengono nella strutturazione delle funzioni di base.

-- No! Por favor, escucha!
Il grilletto oppose resistenza, sembrava saldato al corpo del percussore, e per quanto Wynon cercasse di spingerlo, non si mosse di un millimetro.
-- Posso spiegare... parlo inglese...
Wynon riaprì gli occhi e si lasciò cadere a terra. Mc Ready e Martone osservavano l'uomo senza capire, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e le pupille dilatate dallo shock. Quello che avevano visto era la dimostrazione che l'inferno esisteva, e non l'avrebbero dimenticato tanto facilmente.
L'uomo con i baffi ebbe una contrazione, si accasciò al suolo e gemette.
-- In testa... -- sibilò con uno sforzo immane, -- bisogna sparargli in testa...
Wynon lo guardò, poi si voltò verso la donna deforme e vide che non era ancora morta, che sussultava e si agitava in preda a quelli che sembravano spasimi di dolore. Wynon sorrise.
-- Devi farlo... anche con me -- disse l'uomo con i baffi, usando la mano sana per trascinarsi verso il sergente. -- In testa... sparami alla testa... Io non posso farlo... lui... sta prendendo il controllo. Ho... fame...
Wyonon tornò a guardare l'uomo. Non era portoricano, forse messicano, e anche se in un primo momento non se ne era accorto aveva anche lui un'escrescenza che tendeva il tessuto della camicia inzaccherata di sangue, all'altezza della spalla. Ma il collo, la nuca e il torace sembravano normali, non avevano quei fili d'argento che correvano come serpentine di un circuito elettrico. Forse era per questo che era riuscito a resistere tanto a lungo.
Il pensiero sfiorò il cervello di Wynon senza che se ne rendesse conto, e quando vide la pelle del messicano incresparsi e muoversi con onde successive sul braccio sano, comprese quello che stava chiedendo.
-- Solo due... -- sibilò ancora l'uomo abbandonandosi a terra esausto. -- Ce n'erano solo due... L'infezione è scongiurata... Ora resto io...
Wynon si alzò lentamente, caricò il colpo in canna nell'M-16, si avvicinò alla donna deforme e osservò il foro che gli aveva spappolato la tempia. Il sangue usciva ancora, misto a materia celebrale. La ferita non si era rimarginata, la vita se ne stava andando rapidamente, e qualunque cosa fosse imprigionata in quel corpo, ormai non aveva più scampo.
Il messicano aveva ragione. Bisognava mirare alla testa. Solo così l'abominio poteva essere fermato.
Tornò indietro e guardò Martone e Mc Ready, immobili, con gli occhi persi nel nulla. Ce l'avrebbero fatta. Quanto era vero Iddio, sarebbero riusciti a uscire da quella giungla maledetta e a riportare a casa la pelle. Ormai i cong non gli facevano più paura, non erano nulla in confronto a quello che avevano dovuto affrontare.
Non avrebbero raccontato a nessuno quella storia, e per il resto della loro vita sarebbero stati perseguitati dagli incubi.
Ma almeno erano vivi, e dovevano ringraziare il messicano, per questo.
Wynon si avvicinò all'uomo, lo guardò negli occhi imploranti, poi gli puntò il fucile alla tempia e fece fuoco. Un solo colpo. Un'eutanasia di cui Hernandez gli sarebbe stato eternamente grato.

Pur essendo un circuito chiuso, il viaggio nel tempo non consente spostamenti bidirezionali. Chi lo affronta, sa che non potrà più tornare indietro.

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