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Vietti: La storia prende spunto dalle circostanze in cui, settant'anni prima, si viene a trovare il più lontano insediamento umano, da poco stabilitosi su Europa e per questo non ancora del tutto autosufficiente. A quell'epoca gli europei dipendevano ancora dal pianeta madre per tutte quelle cose che in una situazione estrema, come quella di vivere a centocinquanta gradi sotto lo zero in un ambiente privo di atmosfera a oltre seicento milioni di chilometri dalla Terra, risultavano insostituibili. In particolare agli europei servivano costantemente forniture di generi alimentari, medicinali e parti di ricambio per mantenere in funzione la tecnologia necessaria alla sopravvivenza in un mondo così ostile. Delos: Ma, naturalmente, suppongo successe qualcosa... Vietti: Già. Infatti nessuno poteva prevedere che da un momento all'altro la Terra interrompesse ogni contatto. La causa fu un morbo misterioso che colpì in modo agghiacciante non solo l'intero pianeta madre, ma anche gli insediamenti lunari e marziani, mettendo la colonia europea, ormai ultimo baluardo dell'umanità, di fronte ad una situazione di crisi e terrore. Crisi perché non potendo più arrivare gli aiuti dalla Terra, gli europei furono costretti a contare solo su se stessi con tutte le conseguenze del caso. Terrore perché da quel momento gli abitanti di Europa dovettero convivere per sempre con l'incubo che un giorno il Morbo potesse colpire anche loro. Da questi presupposti comincia la loro avventura che, quando si svolgono i fatti raccontati ne Il codice dell'invasore, porterà gli europei a confrontarsi nuovamente con il loro passato e, in un certo senso, a risolverlo una volta per tutte... Delos: E' possibile che le profezie apocalittiche di Nostradamus di cui tanto si è parlato in questi tempi, e che prevedevano la fine del mondo proprio quest'estate, abbiano influito sulla tua storia in cui il Grande Morbo spazza via il pianeta Terra? Vietti: A meno che non si sia trattato di un'influenza puramente a livello inconscio, mi sentirei di escluderlo. Del resto il tema dell'esilio o della separazione forzata sono abbastanza ricorrenti nella fantascienza, basti pensare a romanzi come L'anello di Caronte di McBride Allen, a La spiaggia d'acciaio di Varley o a Oberon, l'avamposto tra i ghiacci del nostro Paolo Aresi. Ma anche popolari serie televisive di successo come Spazio 1999 o Star Trek: Voyager hanno configurato, seppur con modalità molto diverse, una situazione in cui è impossibile il ritorno a casa. Delos: Ma secondo te questo ritorno a casa, alla fin fine, è fondamentale? Vietti: No, non serve tornare a casa, come spesso non è necessario rivedere una persona. In molti casi è sufficiente pensare che puoi farlo in ogni momento. E quando invece il protagonista si rende conto che ciò è impossibile, per lui si scatena il dramma e si ritrova a doversi confrontare con tutte le conseguenze di questa situazione. Nel caso di Il codice dell'invasore, per giustificare la storia che avevo in mente, dovevo mettere gli europei in una condizione critica che li portasse a fare delle scelte drastiche per potersi garantire la sopravvivenza. Delos: Ad esempio? Vietti: La clonazione umana. Delos: Di questi tempi si dibatte spesso proprio sul problema morale della clonazione, non solo umana, ma anche animale. Tu hai utilizzato il libro per prendere posizione sull'argomento? Vietti: Ritengo che se un giorno, per un'epidemia, una catastrofe o un altro motivo grave, l'uomo si trovasse di fronte allo spettro dell'estinzione, non varrebbe forse la pena considerare seriamente la clonazione umana come rimedio? Tutto dipende dalla situazione in cui ci si trova. Ciò che un giorno può sembrare eticamente del tutto inaccettabile, la stessa cosa, in un altro momento storico può apparire perfettamente accettabile. Il problema semmai, nel caso del romanzo, è che successivamente, mediante clonazione, gli europei fabbricano anche degli schiavi chiamati "secondari", esseri umani geneticamente modificati, creati per sostituire gli europei nei lavori più pesanti. E questo deve fare riflettere sul fatto che, comunque, prima di oltrepassare un limite un tempo giudicato invalicabile, è necessario fissarne un altro. Delos: Ma eticamente come lo giustifichi nel libro? Vietti: In un modo molto perfido! Delos: Credi che la tetralogia ballardiana sul "catastrofismo" abbia in qualche modo dei riscontri tangibili sulle tue pagine? Vietti: Il "catastrofismo" ballardiano è incentrato soprattutto su come le trasformazioni della catastrofe dell'ecosistema si riflettono sui personaggi, costretti a vivere quella mutazione globale e a cercare di sopravvivere ad essa. E non bisogna trascurare il fatto che, in un certo senso, i personaggi di Ballard quasi si compiacciono della situazione catastrofica. La catastrofe narrata in Il codice dell'invasore, invece, si verifica settant'anni prima degli avvenimenti del libro; inoltre non interessa in alcun modo l'ecosistema, ma esclusivamente gli esseri umani. Infine i miei personaggi che ne restano coinvolti, non ne escono trasformati, né se ne compiacciono granché. E questo semplicemente perché dopo sono tutti quanti morti!
Vietti: Oh, no! Non potrei mai pensare di far fuori tutte le donne del pianeta: la mia ragazza non me lo perdonerebbe mai! E poi, se non sbaglio, quello di Herbert era un virus reale, creato a scopo di vendetta, mentre a quanto ne so, nessuno ha mai provato che il mio Morbo sia una vera propria malattia... Delos: Potrebbe esistere un nesso, seppur vago, tra questo tuo nuovo libro e il mondo descritto in Cyberworld, o si tratta di storie completamente a se stanti? Vietti: Sono due storie completamente differenti da molti punti di vista. Intanto per cominciare la genesi. Cyberworld è nato in soli quattro mesi, mentre Il codice dell'invasore ci ha messo più di due anni e mezzo a venire fuori da una stampante. Poi il soggetto. Cyberworld è il distillato della mia personale visione del virtuale ed ha moltissimi punti di contatto con la realtà che ci circonda. Dal canto suo Il codice dell'invasore è invece un'avventura di frontiera, un'esplorazione dell'ignoto che è dentro e fuori di noi, una sorta di personale celebrazione della ricerca della libertà e del ritorno allo spazio, che considero il vero topos per antonomasia della fantascienza. Anche dal punto di vista linguistico, con il nuovo romanzo ho abbandonato lo stile "virtuale" che avevo costruito per Cyberworld, e sono tornato ad una narrazione decisamente più convenzionale. Se hanno qualcosa in comune i due libri, lo si trova nella visione mascherata, oserei dire "virtuale", della personalità individuale e nell'impossibilità per ciascuno di noi di sapere realmente chi è. Ma se in Cyberworld il punto di vista era prettamente sociologico, ne Il codice dell'invasore è del tutto psicologico. Delos: Come concili il tuo lavoro all'Ansaldo con la scrittura? Quando trovi il tempo e la concentrazione per realizzare un'opera della lunghezza di un romanzo? Hai delle tecniche particolari che ti permettono di non perdere di vista l'evolversi della storia, pur non potendoti dedicare a tempo pieno? Vietti: Quando scrissi Cyberworld tutto fu più facile. Mi ero appena laureato e mi trovavo nel limbo della disoccupazione, economicamente molto preoccupante, ma creativamente molto producente. Per Il codice dell'invasore invece tutto è stato molto più difficile. Quando si lavora otto ore al giorno, non sempre si ha la forza e la voglia di arrivare a casa e mettersi a scrivere. Ad ogni modo tecniche vere e proprie non ne ho. Cerco solo di tenere la "questione romanzo" sempre attiva in un angolo del cervello, anche quando sono impegnato altrove. A volte saltano fuori associazioni impensabili anche mentre stai compilando una specifica tecnica o guardando la pubblicità. E poi ogni momento libero per riflettere sulla storia è buono. Spesso mi porto dietro un microregistratore e ci butto dentro le idee quando mi vengono: uno spunto, una battuta, l'attacco di un capitolo. Per il resto credo sia necessaria una grande passione e una buona dosa di ostinazione, altrimenti è troppo facile lasciar perdere. Per quanto mi riguarda vado avanti cocciutamente, capitolo dopo capitolo, sulla base di un soggetto che tengo quasi interamente a memoria. Scrivere un libro per me è come fare un lungo viaggio, e sovente il viaggio è più divertente e interessante della destinazione stessa. E' un'avventura. E qui sta la parte più bella e divertente dello scrivere. Per questo motivo non riesco mai a pianificare il libro a tavolino prima di iniziare. Mi sembra che un approccio di questo tipo mi azzoppi la creatività. Delos: Come hai scoperto questa tua passione per la fantascienza e per la scrittura? Vietti: Ci sono coloro che, non potendo fare i calciatori, decidono di diventare arbitri di calcio. Io mi sono dato alla fantascienza perché non potevo fare l'astronauta!... Mah, che ti devo dire, la fantascienza ce l'ho avuta nel sangue fin da piccolissimo, soprattutto grazie a cinema, fumetti e telefilm, mentre i libri li ho scoperti relativamente più tardi. La scrittura invece è iniziata una dozzina d'anni fa con un racconto (orribile) in una specie gioco con me stesso, e da lì mi ha appassionato sempre di più. Chi l'avrebbe detto. Delos: Le tue prime apparizioni, se non vado errato, risalgono all'Eternauta. Cosa ricordi di quei periodi in cui la SF italiana era ancora abbastanza relegata? Vietti: Correva l'anno del Signore 1994 e Nicolas Eymerich già svolgeva egregiamente il suo compito di Inquisitore. L'anno precedente Evangelisti aveva vinto il Premio Urania della svolta, anche se allora non si parlava ancora di "svolta". Tuttavia, a dire il vero, io non mi rendevo ancora bene conto di che cosa era, o non era, la fantascienza italiana. Allora ero completamente fuori dal giro di chi fa fantascienza in Italia, non conoscevo nessuno né nel campo del professionismo, né all'interno del fandom. Il mio Primo Contatto avvene all'Italcon del 1996 a Courmayeur, e quando conobbi te e Silvio Sosio niente poté più essere come prima! Delos: Questo pare essere un periodo fortunato per gli autori di casa nostra. Oltre al tuo libro stanno uscendo/sono uscutu diversi altri romanzi tra cui quelli di Mongai, dell'autore mainstream che è passato al thriller tecnologico Biondi e dell'esordiante Perego. Cosa credi sia veramente cambiato nel panorama della SF nazionale? Vietti: Una volta ci si lamentava del pubblico italiano, non "avvezzo" agli autori di casa nostra, tant'è vero che negli anni '70 spesso gli scrittori italiani si celavano dietro pseudonimi stranieri più o meno fantasiosi. Ma penso che questo fosse un alibi per una fantascienza frustrata dalla mancata leggittimazione della lettaratura colta. Beninteso, c'erano le eccezioni. Ma anche i pochi che si staccavano non trovavano il terreno adatto per proliferare e avviare una tradizione letteraria continua e proficua, che maturasse prima se stessa, poi gli editori e infine il pubblico. Adesso quest'evoluzione da parte degli autori, sembra finalmente essersi verificata. Gli scrittori italiani hanno preso coscienza che la fantascienza è letteratura di genere, con tutti i connotati stilistici e narrativi che contraddistinguono la letteratura di genere. In fondo la letteratura d'avventura ha avuto precedenti illustri in Italia e in Europa, basti pensare a Emilio Salgari, H.G. Wells e Jules Verne. Poi, a cavallo delle due guerre, arrivarono Campbell, Gernsback e soci che, in un certo senso, ci scipparono di questa incomparabile fonte speculativa e immaginativa che è la fantascienza. E nelle grandi riviste degli anni '40 e '50, la fantascienza statunitense trovò il proprio humus, reso fertile della mancanza di una tradizione letteraria americana propria. Con un po' di ritardo in fondo ci stiamo di nuovo riappropriando di ciò che era già nostro. Delos: La SF torna prepotentemente alla ribalta anche in edicola. E' solo di settembre la nascita di Fictionaire e già si parla dell'avvento di Fanucci con una nuova collana sul genere di Urania. Che ne pensi di questo rifiorire? Fuochi di paglia o tangibili segni di riscatto per un genere che nel nostro paese è sempre stato messo in secondo piano? Vietti: La questione della fantascienza in edicola purtroppo non può prescindere dalle logiche di mercato: troppe volte si sono visti sogni spezzati dopo pochi numeri a causa della stritolante logica del bilancio. Insomma, in Italia già le percentuali dei lettori sono disarmanti, e di questi, la minoranza che si dedica alla fantascienza è ovviamente ancora più esigua. Non ho idea di quale debba essere la quota di venduto mensile che porti l'editore al pareggio (che comunque non lo soddisferà), ma non si deve mai pensare agli editori come a degli appassionati. Certamente la ripresa della SF italiana costituisce un momento favorevole al fiorire di qualche rivista specializzata in edicola, visto che lo spazio senza dubbio c'è. Riguardo il progetto di Fanucci, bisognerà vedere se si proporrà per attrarre lettori nuovi (e allora avrà delle chance), o se cercherà di strappare i consensi di Urania (e allora rischieranno entrambe). Trovo difficile pensare che una parte consistente dei lettori di Urania comprerà abitualmente anche Fanucci. Delos: Tu sei molto attivo anche in rete. Fai parte delle redazioni del CdF e di Delos, segui assiduamente le liste e i siti dedicati alla SF e hai un occhio di riguardo, del tutto particolare, per Star Wars. Se potessi fare una classifica in ordine di soddisfazione personale, quale sarebbe? Vietti: Ho cominciato quasi per gioco con il Corriere della Fantascienza, poi complici anche l'entusiasmo, la professionalità e l'inesauribile voglia di fare della ciurma di www.fantascienza.com, sono stato felice di arruolarmi anche con Delos. Le recenti incursioni nel mondo di Star Wars sono sostanzialmente un omaggio ad uno dei film che più mi ha segnato ed ha impresso in me il marchio della fantascienza. D'altronde quando lo vidi per la prima volta al cinema nel 1977, avevo solo otto anni... Delos: Che rapporto hai con il cinema? Vietti: Tanto odio la televisione, quanto adoro il grande schermo. Se potessi andrei al cinema anche tutte le settimane a vedere (quasi) qualsiasi cosa. Vuoi mettere, vedere tre metri di Nicole Kidman in Eyes Wide Shut, o una misera figurina di trenta centimetri tra un detersivo e un pannolino?! Delos: Ti vediamo spesso presente agli eventi principali della fantascienza nostrana: l'Italcon, gli incontri con gli autori durante le presentazioni dei loro libri, le premiazioni, ecc. Credi che questa presenza fisica sia ancora molto importante in un periodo così virtuale? Vietti: La virtualità è ormai diventata parte integrante delle nostre vite, ma non può essere l'unico approccio. Insomma i rapporti esclusivamente telematici sono comodi e rapidi, ma anche poco impegnativi e spersonalizzanti. Parlare di fantascienza davanti a una birra è tutt'altro. E poi ci si perderebbero le fantastiche bretelle di Luca Masali! Delos: Per finire, hai già in mente di cosa parlerà il tuo prossimo romanzo? Vietti: Sì, ma non ve lo dico! Delos: Grazie e in bocca al lupo con Il codice dell'invasore. Vietti: Grazie a voi. I lettori di Delos possono leggersi il primo capitolo cliccando qui. Ringrazio personalmente l'editore Gianfranco Viviani che ha concesso l'autorizzazione a pubblicare questo stralcio di Il Codice dell'Invasore, disponibile a partire da ottobre nella collana Cosmo Argento, codice libro 10 303 CA, a lire 25.000.
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