racconto di
Enrica Zunic'


Ain
(del nome dei numeri e della riparazione del cielo)





Sottoterra.

Al bagliore improvviso l'animaletto tentò di nascondersi, ma l'uomo era caduto a faccia in giù e la tasca era irraggiungibile.
Ian lo afferrò e lo mise al sicuro, scostò gli ultimi detriti e mosse il fascio di luce del casco illuminando finalmente il tratto di galleria appena liberato.
Erano morti entrambi. L'umano e lo Shakti giacevano lontani l'uno dall'altro per quel poco che avevano potuto.
I soccorsi arrivavano tardi.
Ian e gli altri avevano scavato in ginocchio e avanzavano carponi. Si accorsero del sangue.
Lo Shakti aveva sgozzato il compagno per rubare qualche ora d'ossigeno. Inutilmente.
Anche se nel punto più largo, il crollo era avvenuto quasi alla fine di quella bassa galleria cieca. L'aria era finita presto.
-- Deve averlo fatto subito.
Alla notizia dell'incidente Ian aveva dovuto minacciare lo sciopero per potere distogliere il suo gruppo dal lavoro e tentare il salvataggio. Dall'inizio della guerra le squadre di soccorso erano state tutte assegnate all'estrazione del minerale indispensabile. E si scavava come tarli per ogni più piccola vena. La pianta della miniera non aveva più l'aspetto ordinato che Ian ricordava.

Trascinare via i corpi fu lento e difficile. Iniziarono dall'umano.
-- Ian, attento, non voltargli le spalle, lui è rimasto là.
Non c'era bisogno di farne il nome, era rimasto un solo Shakti Mazan in squadra.
Ian, dove lo spazio si allargava, si voltò e tornò indietro.
-- Cosa stai cercando, "41"?
Gli era amico e proprio per questo faceva sempre attenzione a chiamarlo così.
La testa dello Shakti si sollevò per un istante e il movimento degli occhi dall'iride senza colori indicò il cadavere dell'omicida e poi l'animale che Ian aveva preso nell'entrare e che stava cercando di far abituare in fretta alla propria tasca.
-- Cerchi il suo? Lascia, faccio io. L'umore dei sorveglianti oggi sarà peggiore del solito.

Pieni e vuoti

Ian si sentiva spalle più curve e un passo più pesante di quelli che la sola fatica, anche se grande, gli avrebbe dato.
Aveva spiegato al funzionario della direzione della miniera, che l'attendeva allo sbocco nella galleria più grande, l'esito del tentativo di salvataggio un racconto breve, i cadaveri erano illustrazione sufficiente e si era avviato all'uscita. Nel percorrere un tratto del tunnel principale non poteva evitare, pur desiderando solo il silenzio, di salutare un amico meccanico che, fra mille imprecazioni, lavorava a una macchina, ma provò a risparmiarsi di dare risposte a domande, facendone una lui:
-- Di nuovo a tribolare su quel pezzo da museo? Ricordo che ci avevano annunciato scavatrici nuove.
-- Prima della guerra. Se questa fosse un'arma... avremmo le migliori. Siamo ancora fortunati: se ciò che produciamo non servisse all'esercito potevo sognarmi anche questi pezzi di ricambio.
Ian, senza fermarsi, annuì stancamente.
Fuori guardò in alto, quattro aeromezzi di soccorso andavano verso l'ospedale. Tutti militari. E grossi.
La guerra aveva affollato il cielo di mezzi che senza sosta svuotavano la sua terra del prodotto della miniera e d'altri che la riempivano altrettanto incessantemente di feriti. Terra abbastanza lontana dai fronti da far sentire le vittime già fortunate d'essere lì e sufficientemente vicina da essere una meta ragionevole. D'istinto volse lo sguardo in direzione del centro medico che non vedeva, ma che sapeva posto, e da mesi ingrandito, fra la miniera e la città.

Specializzazioni

Nessuna delle anticamere delle sale operatorie restava mai vuota. Il fluire incessante di lettighe rendeva tutto il personale frettoloso e innervosiva i medici.
-- Stai attento a come ti muovi! Sono terrorizzati. Così brusco puoi ricordare loro chissà che cosa, questi sono stati ostaggi.
-- Ti dovrai accontentare. Anche loro. Non ho studiato medicina su Brehon. Io so solo curare ossa rotte e tu un paio di frattaglie. E non abbiamo colleghi con doppie o triple qualifiche. Per le fratture dell'anima dovranno chiedere un altro specialista. O aspettare, ho saputo che avremo veramente un terapeuta brehoniano. Celebre.
-- Una terapeuta.
-- Chi?
-- La dottoressa Ain.

Prassi amministrativa

-- Questo mese tocca a te Ukemi. Non fare quella faccia, ti fermi un minuto nell'ufficio della direzione, sigli un paio di documenti e te ne vai.
Era la legge. Il controllo di un medico delle condizioni dei detenuti al lavoro in miniera.
Ukemi scese dal mezzo dell'ospedale prima della meta, preferiva camminare un po'. Si guardò intorno. La Città-Miniera era meno brutta di quanto immaginasse. Una rete ordinata di vie e di case piccole e molto colorate a contrastare il blocco scuro che le dominava. Il cielo era sorprendentemente pulito. L'erba era rara ma visibilmente coccolata. Per le strade pochi uomini pallidi e donne silenziose. Il lavoro era molto e la guerra durava da tempo.

Nell'entrare nelle sale della Direzione quasi sbatté il viso contro il petto di un uomo che ne usciva. La divisa di colore più scuro di quella dei soldati a guardia del Campo lo definiva un sorvegliante. Con un reciproco grugnito bonario si scusarono.
Nell'ufficio i funzionari cortesi gli lasciarono a disposizione l'intero tavolo. Diligentemente Ukemi controllò la lista delle disposizioni da ottemperare.
-- Dovrò scendere in galleria?
-- A che serve? Se i nostri operai o i prigionieri Shakti hanno qualcosa che l'infermeria non può rimediare, li portiamo da voi. L'ospedale si raggiunge in un minuto.
Il medico nel ricontrollare la lista scoprì un'altra cosa da fare. Esame del vitto.

Era una pappa densa dall'odore forte. Preparata all'istante e portata di certo dal sorvegliante appena incontrato. Non era necessario che l'assaggiasse e Ukemi si guardò dal farlo, ma era onesto e lesse con cura i componenti sul sacco rapidamente fatto arrivare dopo la sua richiesta.
-- La percentuale di proteine è alta, i sali minerali ci sono tutti, è quasi perfettamente bilanciato. Non superate la proporzione d'acqua suggerita. Non dimenticate di aggiungere la vitamina C. Gli Shakti hanno le nostre esigenze alimentari.
I colleghi avevano avuto ragione, era stato un impegno veloce. Ukemi s'accorse di dover tornare in ospedale, l'orario di lavoro non era finito. Ma il rientro non fu tranquillo.

Vicini di casa

Il fracasso era infernale. La porta era aperta, la stanza era nel caos e quasi tutti i pazienti erano seduti nei letti e spaventati. Una branda era stata appena approntata ma era ancora vuota e un'altra, le coperte ammucchiate di lato, sembrava essere stata abbandonata di colpo. Una lettiga era stata scaraventata con una spinta in mezzo al corridoio e chi la occupava e gli inservienti erano paralizzati dalla paura. Il dottor Ukemi accorse e per esperienza con un'occhiata comprese. Doveva distogliere l'attenzione dell'aggressore. Urlò un insulto ben scelto. L'uomo sulla porta che stava per avventarsi nuovamente sulla barella si voltò e cieco d'odio gli si scagliò addosso. Ukemi era grosso la metà ma non indietreggiò, respirò a fondo e un istante prima di essere travolto da quel proiettile di rabbia gli mosse incontro e di lato, gli afferrò un braccio e ruotando costrinse il colosso furibondo a raggiungere il suolo. Non voleva fargli realmente male e lo accompagnò abbassandosi affinché l'uomo, che il dolore e la sorpresa avevano zittito, non battesse il viso, ma mantenne la leva alla spalla fino a quando non lo vide calmarsi. A terra, in una assai scomoda posizione, ora voleva spiegare.
-- Non qui, non con noi.
Un vecchio magro seduto nel letto mostrò gli occhi tristi e un sorriso atroce.
-- No, Ackerib, sei stupido... Dì al dottore che lo lasci qui. Che portino qui i servi di Kratos il boia; vogliamo gli aiutanti degli Shakti. Tutti.
Il sorriso crebbe e gli occhi si restrinsero a tagli sottili.
Ukemi squadrò gli inservienti e uno di loro balbettò:
-- E' un uomo di Nuova Bruges come lui. Un suo vicino. Questa era la stanza meno piena.
Ukemi allentò la leva, l'uomo aveva smesso di tentare di liberarsi. Forse percepiva nel contatto e nel silenzio del medico d'essere capito.
-- Vicino. Non sa quanto. Ci scambiavamo il sale, e gli auguri alle feste. I suoi ragazzi scendevano a giocare con il mio. Lui l'ha denunciato, l'ha consegnato agli sbirri di Kratos. Il mio ragazzo... non aveva vent'anni... Per avere un merito, per dare loro qualcosa. Per avere qualcosa: la mia casa.
Ukemi lo lasciò affinché si rialzasse e gli sorrise davvero.
-- Mi dispiace signor Ackerib, qui non facciamo distinzione tra i feriti. Anche se quello indicò la barella - fosse uno Shakti.
All'ipotesi un gorgoglio schiumante ira gli rispose.

Pelle shakti

Runash aveva appena incominciato il turno al Soccorso e ne aveva già abbastanza. Odiava lavorare con i novellini, e per lei Mudla era il paradigma dei novellini, ma alla Guardia che era arrivata con un'ambulanza del Campo di Nôus sorrise ugualmente. L'uomo non aveva colpa, si conoscevano da tempo e le piaceva.
-- Gas in una galleria.
-- Esplosione?
-- No, l'hanno respirato. Sono tre. Questi sono i documenti degli umani. Per lo Shakti scrivi per ora "75", poi ti darò la sigla e i dati interi.
Runash lasciò al collega nuovo il lavoro di togliere le maschere d'emergenza messe al Campo.
-- E' il gas che lo ha fatto diventare così?
-- No, quello è il loro colore e la loro pelle. Sembra marmo chiaro, la prima volta che li vedi sanguinare ti meravigli.
Runash tacque che a lei non sarebbe dispiaciuto veder sanguinare spesso gli Shakti. Si allontanò occupandosi dei due minatori e lasciando il detenuto a Mudla.
Mudla sapeva poco degli usi dell'ospedale e ancor meno della fisiologia degli Shakti; così quando l'alto "75", un'ora più tardi si riprese d'improvviso e lo afferrò chiudendogli facilmente la gola con il braccio, costringendolo ad accompagnarlo, non poté recriminare o stupirsi adeguatamente.
"75" trovò Mudla insufficiente quale ostaggio e preferì aggiungervi un ferito, più vantaggioso e facilmente trasportabile perché piccolo. Strappò un bambino da una lettiga e tentò la fuga.
Fu l'attento dottor Ukemi a dare silenziosamente l'allarme vedendoli trascinati per i corridoi e Mudla si sentì il collo libero di colpo quando uno della Sicurezza, sbucando dietro di loro, fece fuoco e centrò "75", uccidendolo.

Il ginocchio del gigante

--Ti porto al mare.
Alghein si definiva d'animo semplice. Meglio: elementare.
Alghein non sapeva parlare molto.
Ma i suoi occhi, che il ridere spesso aveva circondato di minuscole rughe, erano carichi di parole. Ti porto al mare. Perché oggi sei incollerita dall'idiozia dei tuoi capi e non voglio vederti così.
Ti porto al mare. Perché quando guardi il mare sorridi sempre. Per ore. Perché ti piace l'allegria del sole forte. Perché in acqua sei felice. Perché mi piace prendermi cura di te.
Ti porto al mare. Perché ti amo.
Ain serrando i denti premette le labbra. Sapevano di sale, ma erano lacrime. Ain aveva smesso di andare al mare. Dall'inizio dell'estate e della guerra. Nell'appartamento grigio perla ed estraneo datole dall'amministrazione dell'ospedale, la dottoressa Ain intontita dalla solitudine cadde in un sonno duro che le parve senza sogni.
Ain si svegliò con lo stesso desiderio con cui s'era addormentata: parlare ad Alghein. Scambiare le piccole sciocchezze affettuose per augurarsi il buongiorno e la buonanotte dei momenti in cui il lavoro separava le loro giornate. Davanti al monitor del telefono il quotidiano ma sempre nuovo dolore della consapevolezza la colpì al centro del petto. Alghein non c'era più. Né altri legami e ogni persona amata. Né una casa da raggiungere né una città. Né un mondo. Il suo. Il pianeta Brehon era svanito nella luce delle armi delle astronavi Shakti. All'inizio dell'estate e della guerra.
Avrebbe dovuto fermarsi in quell'ospedale per il tempo del Convegno il Convegno che l'aveva tenuta lontana da Brehon ora forse vi sarebbe rimasta per sempre. Era tanto nota da poter scegliere incarichi e luoghi, ma non aveva voglia di farlo. Una città severa e piccola generata dalle esigenze di una miniera, un Centro Medico modificato dalla guerra, su uno dei mondi uniti nell'Hansa andavano bene.
Tutti erano gentili.
-- Resta a casa, Ain. Riposa quanto vuoi. Il settore può ancora fare a meno del nuovo capo.
-- No, riprenderò dopodomani. E mettimi nei turni del Soccorso, come chiunque.
All'ospedale incominciavano ad arrivare dalle prime zone liberate aggiungendosi ai civili, ai feriti dei fronti i superstiti delle prigioni shakti. L'Hansa iniziava davvero a vincere. Ain tentava di ubriacarsi di lavoro, qualche volta ci riusciva.
Cosa fare di tutto quel dolore che come il ginocchio di un gigante le premeva il cuore? Non aveva un Dio o Dei a confortarla né sapeva inventarsi una fede. Ne fece ciò che aveva imparato a farne sempre. Era solamente più grande immenso di quelli che la vita le aveva già dato. Quella montagna di dolore senza consolazione le permetteva di comprendere il dolore altrui. Nel suo sguardo ognuno trovava rifugio.
Di lei, solo di lei, si fidavano donne che gli stupri avevano reso mute e uomini che altre torture avevano umiliato.

Ricchezza e fortuna

-- Abbiamo ripreso Ugarit!
I corridoi dell'ospedale si riempirono per un giorno di grida, di gioia e danze. Poi iniziarono a giungere i primi convogli e con loro le vittime e i racconti, dal peso insopportabile. Ain era stanca, di uno sfinimento dell'anima, infinito.
Ain aveva invidiato la gente di Ugarit II per la sua fortuna. Su quel mondo non erano stati puntati i disintegratori imperiali. Ciò che aveva serviva agli Shakti. Era un mondo ricco. Ma forse la fortuna era altra cosa. Non tutte le ricchezze interessavano gli Shakti.
-- L'ha fatto due anni fa.
La donna aveva stretto per ore, dall'arrivo, il dipinto a sé come un'icona, come un bambino. No, una bambina. La sua. Ora lo mostrava con determinazione e orgoglio quasi che rivelare ciò che aveva fatto la figlia un tempo imponesse ai medici di restituirgliela come era stata.
Era un'opera che Ain giudicò splendida. Di genialità sapiente. Come in gioco d'acrobata, ma non per gioco, tecniche complesse si univano per raggiungere il risultato di una semplicità che muoveva emozioni.
-- Era capace di restare ferma su una mescolanza no, lei non l'avrebbe chiamata così su una mestica di colore per mesi, finché non la trovava perfetta.
Ain sfiorò il quadro fra le mani della donna. Ciò che era rimasto, raggomitolato in un corpo metodicamente straziato, dell'anima feconda e grande dell'autrice non sarebbe bastato ora per tracciare un disegno infantile. Ma la madre non s'arrendeva. E raccontare le pareva un inizio di rimedio.
-- Gli Shakti sguinzagliarono le truppe di terra a svuotare ogni sacca di resistenza e i collaborazionisti li aiutavano. Andavano di casa in casa. Prendevano, torturavano, uccidevano, per vendetta, per far paura, per... -- guardò le bambine oltre la parete di vetro, salve, sazie ma con irrimediabili occhi d'esule e che qualcuno in un'altra stanza con accanita disperazione tentava di far sorridere. -- Allora lei è uscita dal nascondiglio perché non cercassero le piccole. Era senz'armi. Li ha beffeggiati, ha tenuto la loro attenzione su di sé perché dimenticassero altre cacce. L'hanno presa. Pazzi di rabbia e d'odio. Quando hanno finito...
Volse lo sguardo alla porta che le nascondeva la figlia, tesoro distrutto, e la stanza attrezzata che gliela manteneva in vita. In vita.
Ain non riusciva neppure a dire mi dispiace. Come sempre a quei racconti le sembrava di non essere capace di nulla. Aprì le braccia e la donna vi entrò per finalmente piangere.

All'Accettazione

La premura di Kito Ukemi che le metteva nel vassoio ciò che di meglio offrivano il razionamento e la mensa dell'ospedale, scegliendolo affettuosamente, le rendeva più tollerabile sedersi per i pasti a quei tavoli dalla superficie sgradevole e lucida.
Era appena al primo quando si accorse del soldato. Un ragazzo dall'espressione incerta e dalla forzata pazienza di chi non osa disturbare. Senza parlare stava aspettando. Alla loro muta domanda rispose mostrando il contrassegno di richiesta di un medico di turno. Del più libero al momento. Ain. Il colore era il blu chiaro della non urgenza.
Ukemi era sempre prodigo di spiegazioni. Sfoggiava il tono della lunga pratica.
-- Mangia il tuo pranzo. E' una Guardia del Campo. Ci sarà qualcuno con il mal di pancia perché non ha voglia di lavorare.
Ad Ain parve cogliere sul volto del ragazzo il contrarsi di una protesta trattenuta.
Le sembrava ad ogni minuto che le numerasse sempre più i bocconi oscillando lentamente da un piede all'altro. Ain abbandonò le posate, ma prima che potesse muoversi Ukemi riprese a parlare. Le sfiorò la mano fissandola con intensità.
-- I prigionieri di guerra di questo settore finiscono lì. Più della metà sono Shakti. E gli altri sono i loro tirapiedi.
Ain s'impose di terminare anche il dolce scadente.
Appena alzatasi allontanando la sedia, il ragazzo le fu subito accanto. Tendeva ad allungare il passo per affrettare il suo. Cercava di controllare l'ansia e l'inquietudine per mantenere intelligibili le frasi.
-- La prego... Questa volta è peggio delle altre. Sono delle bestie.
Spalancò le braccia a mostrare larghe macchie di sangue sull'uniforme.

Raggiunsero l'atrio e l'affollato viavai dell'Accettazione.
Un uomo dall'aspetto forte era in piedi e sembrava saggiare cautamente con le dita della sinistra la mano destra dolente. Indossava la tuta ben equipaggiata e il casco dei minatori. Accanto c'era una sagoma disordinatamente immobile, stesa su una barella. Aveva anch'essa indumenti da lavoro ma ne sbucavano colore e pelle innaturali per un umano. Su entrambi fango di sudore e terra.
Ain si diresse verso la barella intorno alla quale, per oscura intempestività, non si stava raccogliendo il solito organizzato caos dei soccorsi. L'addetta all'accettazione la fermò indicando la figura in piedi: -- Prima lui. Codice di Classe Albedo. "Indispensabili in situazione bellica".
Ain tentò di ignorarla, ma la donna si mise davanti.
-- E' il regolamento. -- additò con sbrigativa noncuranza l'altro ferito -- Quello è uno Shakti. A occhio direi un "Puro".
Ain si arrestò di colpo. Trovò la forza di fare domande.
-- Cos'è successo?
Il minatore rispose guardandola in volto.
-- Non ha completato il carico. Si era fermato in fondo alla galleria a riposare. I suoi sorveglianti oggi erano un po' nervosi.
-- Fate lo stesso lavoro.
Ain completò la frase nella mente. E tu non sembri troppo stanco. O, più probabile, sei meno pigro.
Sembrò leggerle i pensieri.
-- I loro turni durano tre volte i nostri. A volte quattro. E ce li mandano in squadra per le gallerie che altrimenti sarebbero da chiudere o per aprirne dove non si potrebbero rischiare le macchine. La settimana scorsa ne sono morti due per i gas e un mese fa nove in un crollo.
L'impiegata allontanò un poco con ostentazione la barella e di nuovo segnalò ad Ain il ferito che aveva la precedenza. Ain si accostò al minatore in piedi.
L'uomo si ritrasse ringhiando un sordo: -- Prima lui.
La guardò. Uno sguardo attento che nell'osservarla si rattristò. Il tono cambiò:
-- Lei è di Brehon, vero, dottoressa? Mi dispiace... -- Non era così stupido da affermare che sapeva cosa lei poteva provare e Ain lo apprezzò -- Prima lui... lo stesso. Per favore.
Guardò intorno con la consapevolezza di non avere sostegno. Il ragazzo, ora fra la gente, fissava con ostinazione e in totale silenzio la punta dei propri stivali.
-- Non perché ha almeno quattro costole rotte. Non perché lo hanno arato a sangue a forza di colpi. Ma perché ad esempio questo Shakti sta sporcando un bel pavimento. -- indietreggiò appena per mostrare il costante e vermiglio gocciolio dalla lettiga. -- Io no. Ho soltanto le nocche sbucciate. -- Le sorrise brevemente sollevando un poco la mano -- Non avevo i guanti da lavoro quando ho tirato il pugno e la faccia del sorvegliante era proprio dura. -- il sorriso si allargò -- Neanche una multa. Un vantaggio di Classe Albedo che mi piace. L'unica cosa che mi mancherà alla fine della guerra.
Ain si avvicinò alla lettiga.
L'uomo, come a prevenire qualche reazione, aveva ancora cose da dire sui guardiani.
-- Il volto ai "Puri" cercano di salvarglielo sempre. Li diverte riconoscerli, quasi quanto verificare fino a che punto arriva la somiglianza con il marmo.
Lo sguardo di Ain corse sull'intera figura orizzontale. Erano questi gli Shakti? Si avvicinò ancora.
L'improvviso mutare del ritmo del respiro dell'uomo accanto le fece alzare il capo. Ora era la volta di Ain di leggere i pensieri altrui.
Toccò il ferito in un rapido esame.
-- Ci vuole il ricovero. Sarà un problema. Ogni reparto è al limite.
-- Ha il tempo così d'affogare nel suo sangue. -- La guardava però con comprensione -- Potrebbe chiedere a un collega...
No, spettava a lei. La barella entrò nel Centro Emergenze.
L'uomo la seguì, s'era ricordato all'improvviso di qualcosa.
-- Vorrei la sua tuta. Sono il suo caposquadra, posso chiederla. E' necessario che io riparta subito, ho interrotto il lavoro (Lo porterò in ospedale. Adesso. Prova a fermarmi, aguzzino...).
-- Dovrà aspettare. O tornare.
La porta si chiuse.
L'infermiera Runash aveva tratti e occhi di una delle mille razze che avevano subito la fredda ferocia degli Shakti ma si limitò ai gesti necessari per togliere gli indumenti al ferito. Li scosse per riporli. Gridò senza contenersi.
-- C'è qualcosa nascosto qui! -- Premette la camicia del prigioniero -- Grande, direi, come un comunicatore con un buon schermo. Sembra intero.
Qualcosa che lo Shakti s'era preoccupato di proteggere anche sotto la pioggia di colpi.
Con gioia maligna e un colpo di forbici l'infermiera liberò dal tessuto una scatolina forata che non si fidò ad aprire. Gridò di nuovo.
-- Chiamo la Sicurezza!
La porta si spalancò. L'uomo, pallidissimo, irruppe senza bussare. Ogni sarcasmo di colpo scomparso dagli occhi e dalla voce.
-- Lo denuncerete? A loro è proibito. Molto proibito. -- Sul volto contratto un ricordo che doveva essere incubo -- L'altra volta...
Lo sguardo corse da Ain a Runash. Tacque. Prese la piccola scatola e l'aprì d'improvviso. Un minuscolo animale biancastro e semitrasparente per il brusco risveglio si torceva sul fondo muovendo delicate zampine.
-- E' innocuo. Gli piace il buio delle gallerie e si affeziona.
Qualcosa stava accadendo sulla barella. Il ferito, ripresa conoscenza, muto, rivolto verso di loro si agitava angosciosamente. Ain non capiva quel gestire inquieto.
-- Vi sta ripetendo che la bestiola non ha colpa. Che dovete prendervela unicamente con lui. L'ha catturata -- parlava insolitamente in fretta e ignorava con determinazione il sorriso orrendo di Runash e l'espressione indecifrabile di Ain -- L'altra gliel'hanno uccisa. Perché aveva scelto uno Shakti. Poi hanno punito lui, ma è stato un errore farlo dopo. Li ha delusi molto... La prenderò io. Se volete m'impegnerò a non fargliene tenere più.
Guardava soltanto Ain e lei gli leggeva negli occhi gli stessi pensieri intuiti al suo primo chinarsi sulla barella (Non ti illudere dottoressa, è la prima volta che incontri dal vero il nemico, ma non sarai originale nell'odio. Gli hanno già fatto di tutto. L'ho visto.)
-- Non lo dica ai sorveglianti. Nessuno li aveva sfidati due volte.
Era disperato ed era stato gentile con lei. Ain sorrise.
-- Sorveglianti? Non ho nulla da dire a sorveglianti. O a qualcun altro -- guardò il nome sul casco -- Signor Ian. (Allora il destino è davvero nel nome?)
Lo lasciò esprimere un'incredula gratitudine e completò la terapia d'urgenza.

A sera convocò il capo infermiere del piano che sapeva con meno pazienti.
Questi arrivò e prese la guida della barella chiedendo eccezione necessaria ad Ain di accompagnarli. Avrebbe voluto anche una guardia, ma il ragazzo non c'era.
Ain si fermò davanti a una stanza con due posti liberi. Dai letti vicini, occhi attenti, che divennero rapidamente ostili riconoscendo il contenuto della lettiga, fissarono il piccolo gruppo fermo sulla porta.
Il capo infermiere si allontanò in fretta.
Su un breve corridoio si apriva una stanza isolata con una piccola finestra che lasciava intravedere uno stretto cortile. Vi guidò la barella e con un comando ne scaricò il contenuto sull'unico letto.
-- Il lusso di una singola tutta per lui.
Ain avrebbe voluto lasciare subito il nuovo paziente ai colleghi del piano ma la routine di controllo sullo Shakti si svolgeva con più lentezza del previsto.
Il ferito non si ribellava ma Ain s'era innervosita ugualmente.
Lo Shakti aveva paura. Pareva vergognarsene, ma non riusciva a controllarla.
-- Sei all'ospedale. Smettila, dannazione!
Era riuscita con fierezza ad avere per lui le stesse precauzioni che aveva per tutti, non gli aveva fatto male e non le piaceva che quel tremito e quel terrore l'accusassero di qualche meschina vigliaccheria, come se non avesse affondato e cacciato impulsi e desideri suggeriti dal lutto e dal dolore.
L'infermiere registrò la nuova presenza in reparto e lesse il monitor.
-- "41" è già stato all'ospedale.
-- In quale accidenti d'ospedale? Per averne un'idea così...
L'uomo al monitor con un gesto indicò il pavimento e così il piano inferiore.
-- Questo.

L'ostacolo

Cinque giorni più tardi Ain inciampava in un vassoio lasciato sul pavimento. Un contenitore scoperchiandosi si rovesciava imbrattandole i piedi e facendola inveire. Ain non sarebbe riuscita a spiegarsi e spiegare perché stava percorrendo il breve corridoio fino alla porta di quella camera.
Un infermiere oltremodo imbarazzato accorse ad aiutare. Il cibo era schizzato intorno. Puliva e parlava in fretta.
-- Farò cambiare i turni. Questa settimana alla distribuzione dei pasti hanno messo Naram. Idioti. Pretendere che un sopravvissuto di Ugarit II imbocchi uno Shakti...
Ain sfiorò il piatto coperto rimasto:
-- Questa roba ormai è fredda.
Fissò l'uomo in silenzio. Turno settimanale. Lo Shakti non mangiava da due giorni.
L'infermiere premette il fondo del contenitore che si riscaldò all'istante e sorreggendolo entrò nella stanza.
Ain impose il rispetto delle norme e l'accertarsi dell'avvenuta alimentazione di ogni paziente. Qualcuno si irritò.
A fine settimana, gente, che forse non aveva altro da fare, tentò di narrarle, con molti dettagli e perfido gusto, una cosa accaduta in quei giorni. Il caposquadra Ian s'era visto rifiutare più volte il permesso di visita allo Shakti e solamente quelli della Sicurezza erano riusciti ad allontanarlo.

Lezione prima: silenzio

Ain aveva accompagnato nella stanza dello Shakti Ukemi e l'assistente Chaico che dovevano procedere a un controllo e a qualche prelievo per verificare la velocità e il modo con cui gli organi interni lesi rispondevano agli inviti della terapia ad autoricostruirsi.
La direzione premeva affinché lo Shakti fosse dimesso in fretta. E non era la sola a desiderarlo.
Ain li aiutava. Partecipò ai preparativi. Ma non aveva voglia di conversare.
-- Conosce il Mazan, dottor Ukemi?
La lingua degli Shakti.
-- Non da poter insegnarglielo, Chaico. Quel tanto che serviva per scampare alla loro burocrazia.
Hikari, la patria di Ukemi, era stata dominio Shakti per settant'anni.
Ain si sforzava di mostrare interesse.
-- Potreste farvi aiutare da lui.
"41" si stava riprendendo abbastanza rapidamente. Ora voltava loro il viso per contemplare il poco cielo inquadrato dal cortile, ignorando deliberatamente Ukemi che si stava avvicinando e gli strumenti che aveva in mano. Ma aveva visto entrambi.
Qualcosa nella voce di Chaico ricordò ad Ain quella di Ian.
-- Avremmo, dottoressa, qualche problema per la pronuncia.
Chaico percorse con due dita una cicatrice sottile sulla gola di "41". Una mano esperta e nervosa aveva guidato un bisturi.
-- Il dottor Skatòs preferiva non sentirlo urlare mentre lo operava -- il tono divenne quello di chi ripete una frase altrui -- e per il lavoro che deve fare non servono le corde vocali.
Ain raccolse i ferri che le erano caduti d'improvviso e li gettò nella luce dello sterilizzatore. Una domanda nuova ruotava nella mente. Come si diceva in Mazan: "Non ti farò male. Non avere paura."?

Ragioni

"75" usava il calcio dell'arma per spingere i bambini nella baracca urlando parole che Ain avrebbe voluto capire.
"41" piazzava le cariche con calma e precisione.
La cattedrale crollò come insaccandosi. Mille e ottocento anni di memoria e d'arte scomparvero di colpo. Poi fu il turno del ponte. Si spezzò con mortale tempestività. La colonna di mezzi corazzati dell'esercito dell'Hansa si sgranò nell'abisso. Si udirono le frasi e le urla di gioia degli Shakti vicini alla macchina da presa. I filmati erano brevi ma buoni nonostante la modestia dei mezzi. Le inquadrature dei volti sufficientemente ravvicinate.
Ukemi aveva voluto che Ain vedesse quei documenti ma ora non era del tutto contento. Lei aveva assistito senza parlare all'intera proiezione. La fine della cattedrale e il precipitare dei carri e dei soldati le avevano ricordato altri antichi, amati, edifici perduti e un'altra sorpresa fulminea e mortale. Desiderò interromperle i ricordi.
-- Ti avevo detto che era materiale interessante. Non capitano spesso una fortuna e una coincidenza così. Il magistrato chiese che "41", "75" e gli altri identificati non fossero inseriti nella lista di scambio dei prigionieri. Si sarebbe aspettata la fine della guerra. Cambiò anche il loro regime di detenzione e approvò la richiesta di "mezzi diversi di custodia" dei pericolosi non imprigionabili perché utili in miniera. Non si volle rinunciare a un buon esperto d'esplosivi. Su "41" l'operazione di innesto dei riceventi l'ha fatta Skatòs, c'ero anch'io. -- Si allontanò in fretta dalla descrizione dell'intervento -- Mai usati, un caposquadra è riuscito a imporsi. -- Avrebbe voluto farla sorridere ma non aveva idee --Porta il telecontrollo sempre spento, e dice per scherno che avrebbe preferito qualcosa di più utile, almeno un pupazzetto portafortuna. Sostiene che è idiota volere uno dei suoi poco attento a ciò che fa perché in attesa di scariche di dolore inflitte a distanza, ma credo che abbia altre ragioni.
Ain assentì. Ukemi la osservava inquieto, temeva che lei iniziasse a comprenderle.

Pelle shakti 2

Era giorno di riposo, Ain non sapeva che farne.
Camminare senza meta sull'immensa piattaforma di cemento su cui giungevano i mezzi di soccorso dai fronti la portò a desiderare di vedere erba e piante. Sapeva dove. Non era necessario allontanarsi fino al ricco e protetto giardino botanico proprietà dell'ospedale. Raggiunse il bordo, dove una banchina squarciata, mai riparata dopo un attracco mal riuscito, si sporgeva nel vuoto. Sentiva salire un miscuglio di odori umidi e buoni di terra, di verde e di pioggia recente. Nell'abisso distingueva il vivace e indifferente agli uomini crescere degli alberi. Una giungla come i suoi pensieri. Alzò lo sguardo, nel cielo nulla che l'aiutasse a districarli... Solo qualche scia lontana dei gas di scarico degli incrociatori. Non erano nuvole e non avevano forme su cui riuscì a fantasticare. Alle sue spalle, udì l'aprirsi improvviso delle porte dell'ascensore della Torre Nord e il rumore di una persona che correva. Si voltò.
-- Dicono che si sfora il budget. Si rifiutano di curarlo...
Chaico non aveva corso abbastanza perché fosse la fatica a toglierle il respiro. Ain si affrettò, la raggiunse e la seguì nell'ascensore.
Nella stanza di "41" Ain impiegò meno di un momento a capire. Aveva già visto i sintomi anche se in qualche umano e a conferma il piccolo flacone quasi pieno di un farmaco gettato accanto a uno dei polsi immobilizzati del detenuto. A sostituirlo per la flebo un altro, ormai vuoto, che riconobbe.
I testimoni e le vittime avevano raccontato l'uso che gli Shakti facevano di quella sostanza nelle camere di tortura. Soltanto l'immobilizzazione impediva a "41" di dimostrarlo appieno. Ma i monitor segnalavano l'approssimarsi del collasso.
Non conosceva il collega che aveva ripreso a vociare con Chaico e a rispondere anche a lei che senza volere stava alzando la voce. Piombo fuso. Fuoco. Era questo che "41" ora sentiva scorrere al posto del sangue. Sapevano cosa dovevano fare, perché avevano aspettato?
Il collega tentò di togliere a Chaico le fiale del rimedio.
-- Ci costerebbe dieci volte ciò che è concesso per la cura di questi... Ci sono norme non scritte...
Il non conoscerlo non le impedì di stupirlo con un secco: -- Me ne fotto. Togli la cifra dal mio stipendio.
Diceva tutto questo mentre già prendeva l'antidoto dalle mani di Chaico, spezzava la fiala, riempiva la siringa e cercava la via migliore fra quelle già aperte dalle flebo e dalle sonde.
Per "41" cambiò il tono, un sussurro pacato che forse lui non sentiva, ma lei stava rassicurando se stessa: -- Farà effetto subito. Andrà tutto bene.
Il cessare degli spasmi, il quietarsi regolare delle onde sui monitor e il ritmo nuovo del respiro dello Shakti le diedero ragione. Il costoso prodotto era entrato in circolo e come un fiume spegneva l'ardere del tossico e smantellava le letali alterazioni.
Solamente allora si accorse dell'uomo nella stanza, tenuto fermo da un infermiere. Ain si ricordava di lui. Un superstite di Ugarit II. Uno dei racconti che aveva dovuto udire pochi giorni prima (Mi lasci morire dottoressa, non ho saputo salvarli, mi hanno risparmiato perché videro che era più divertente) Un altro strazio che era sicura di aver solo compreso e non consolato.
Ma lo sguardo dell'uomo non era abbastanza cambiato. Non c'erano o la nausea o il sollievo di una vendetta, seppur cieca, consumata.
-- Lasciatelo andare, non è stato lui.
Non spiegò la ragione in cui credeva di più, non s'aspettava d'essere capita. Disse unicamente quella che tutti avrebbero compreso e tacque per pietà il sospetto che era stato proprio il vederlo aggirarsi da quelle parti ad attirare l'attenzione di Chaico e a salvare lo Shakti. Assai più dell'allarme, ignorato per consapevole indifferenza dai custodi, del mutato segnale dei sensori.
-- Solamente qualcuno del personale può essersi impadronito di una delle sostanze shakti che si stanno studiando in laboratorio e solamente qualcuno del personale conosce le abitudini e i tempi in questo reparto.
"41" era lasciato solo per ore. Più convenientemente legato che sorvegliato. Muto. Il flacone della tortura chimica aveva avuto tutto il tempo per svuotarsi a gocce in vena.
L'espressione di Ain prima ai lacci di "41" e poi al collega era eloquente.
-- Con una mano libera avrebbe almeno potuto strapparsi la flebo velenosa.
L'altro cercò di spiegare.
-- Nessuno gli si avvicinerebbe altrimenti le sorrise malignamente Neppure per nutrirlo. Sono pericolosi.
-- M'importa di più ciò che sono io. E ciò che potrei diventare.
Ain si guardò intorno. La stanza era troppo piccola per aggiungervi qualcosa.
-- Non posso trasferirmi qui. Portate lui e il suo letto nella stanza vicina al mio ufficio. E slegatelo.
Ogni tanto le era capitato di doversi fermare per giorni a lavorare, una branda per sé l'aveva già.
La decisione di Ain fu definita imprudente.

Senza istruzioni

Ian era tornato. Non le sorrideva.
-- Mi hanno ordinato di prestarle questo. -- Le porse il piccolo poliedro nero del telecontrollo. -- Non si aspetti che le insegni come si usa. Ma sono sicuro che molti si affretteranno a farlo. E questi aggeggi sono facili da adoperare.
Lei lo lasciò sulla scrivania.

Oltre la parete

La notte Ain udì lievi rumori di un altro sonno assai fragile che si rompeva. Nel controllare nell'altra stanza si accorse che per una volta a svegliarla erano stati incubi altrui.

Chi è stato?

Ain ripeté la domanda con un tono troppo alto e "41" la guardò allarmato. Lei arrossì, non voleva spaventarlo. Ma avevano osservato a una a una le schede d'identificazione di tutto il personale già due volte. Tacque e si voltò verso Chaico che volle segnalarle la comprensione per il suo scatto d'impazienza.
-- E' impossibile che non l'abbia visto in volto, dottoressa, era di fronte. Dovremmo insistere con le domande.
-- Affinché tema che altrimenti cambieremmo mezzi di persuasione? Forse non lo additerà mai, anche se non so perché.
Gli avevano spiegato che lasciare impunito l'aggressore gli concedeva la libertà di riprovare. Ma questo lui lo sapeva già.
Ain spense lo schedario del personale. Per quel giorno s'arrendeva.
In Chaico, sola con Ain, ogni tanto s'incrinava la capacità di nascondersi.
-- Credo che lui non voglia punizioni per nessuno.
Probabilmente lo Shakti non aveva di esse il senso delle proporzioni. O lo aveva perduto.

Lezione seconda: digiuno

-- Si, quattro. -- Lanciò un'occhiata a "41", steso sul lettino e si ricordò -- Uno senza latte, per favore. -- Ain conosceva da poco le regole alimentari dei "Puri" Shakti ed era stato un orgoglio di Brehon che ogni fede avesse spazio. Un aspetto delle leggi e della sua gente che contrapposto al buio dell'intolleranza imperiale, brillava di luce intensa nella memoria di Ain, e lei lo esibiva volentieri -- Portate tutto qui, in laboratorio, ho ancora un sacco di analisi da esaminare e ho fame. -- Guardò gli assistenti e si corresse ridendo -- Abbiamo fame.
Chiuse la comunicazione con le cucine e si rimise al lavoro.
Era contenta di avere Chaico quale aiuto quel giorno. S'impegnava senza lamentarsi e trasmetteva con piacere la sua lunga esperienza.
Spandendo improvvisi odori dignitosamente appetitosi, i vassoi del pasto arrivarono celermente, ma accadde qualcosa di tanto incomprensibile da attirare l'attenzione di Ain e interromperne la concentrazione.
"41" distoglieva lo sguardo dal piatto colmo che un assistente gli porgeva. Volgeva il capo cercando di ritrarsi. E l'uomo irritato si intestardiva. In un alternato crescendo di angoscia e di insistenza.
-- Ha sicuramente fame anche lui. Più di noi. Non capisco.
Chaico, prima di chiedere un cambio di reparto di cui non aveva mai voluto spiegare la ragione, era stata assistente di Skatòs. Prese dalle mani del collega il vassoio di "41" e lo posò. La voce suonava strana, come se ci fosse qualcosa in gola. Un nodo.
-- Non sa se gli faremo ancora qualcosa. E che cosa. -- guardò Ain -- Non gli ha annunciato di aver finito, e senza questo è certo di non poter mangiare -- sembrò voler sfiorare "41" ma si trattenne -- Il giorno dell'intervento non diede troppi problemi -- abbassò per un istante le palpebre -- O almeno il dottor Skatòs li risolse... Ma quando sono iniziati i test di massima sopportabilità, bisognava tarare i riceventi individualmente, non riuscì a non... -- distolse lo sguardo da tutti --Vomitò la colazione addosso al dottore e sugli strumenti che aveva intorno. Una delle attrezzature che Skatòs nel balzare indietro fece cadere costava quasi quanto un cannone d'astrocaccia.
Ain sentì la nausea salire insieme alla comprensione di ciò che udiva. Anche lei non avrebbe più mangiato.
-- Fu punito?
Chaico riduceva inconsapevolmente in poltiglia il proprio pranzo, gli occhi fissi al piatto senza vederlo. Alzò ancora una volta lo scudo del sarcasmo.
-- Direi che fu dato un nuovo significato alla parola "punizione". Skatòs era furibondo. Sibilava che non sarebbe accaduto una seconda volta.
Sul volto di Ain c'era l'eco della scoperta di un sacrilegio, di una legge, per lei superiore, infranta e una domanda muta ma evidente. Lo avete permesso? Avete permesso che fosse torturato, qui, all'ospedale.
Chaico scrutò di sottecchi il collega, schiarendosi la voce.
-- Il dottor Skatòs non è cattivo... Le attrezzature erano proprio nuove. S'era molto penato per quella donazione. Questo è un buon posto.
Ain si accorse di saper riconoscere l'ansia e il dolore anche nello sguardo monocromo di uno Shakti. E di non sopportarli. Esaminò ciò che aveva intorno e poi fissò "41". Scandì per essere certa d'essere capita:
-- Nessuna macchina qui vale una punizione.
E di fronte a quelle attrezzature lucenti orgoglio del reparto sapeva di non mentire.
Senza mettergli fretta, gli diede da mangiare.

Pochi istanti e in poca luce

Le luci ovunque si abbassarono e nelle stanze s'intravedevano punti appena azzurri rimasti soli quietamente a brillare. In ospedale era iniziata la notte e per Ain il turno. Prima di percorrere altri corridoi per procedere a diversi controlli, fece quello più vicino. La stanza accanto. Pochi passi, mossi lentamente e, per istinto e abitudine, senza rumore. Dalla porta già vedeva che "41"dormiva del solito sonno di vetro.
Sussultò all'ombra. Ma questa era Ian che si nascondeva. Lei non gridò e lui comprese non esservi minaccia. Bisbigliarono entrambi.
-- Volevo sapere se era vivo. Se guariva.
-- Si, è forte e ora può riposare.
Qualcuno parlando avanzava dal fondo del corridoio.
Ian sgusciò verso una porta ponendo fra le mani di Ain un pacchetto e mormorando in fretta:
-- E' un dolce -- Il tempo stringeva ma non voleva lasciarle l'insulto di definirla capace d'infliggere privazioni. -- Ne ha di sicuro anche qui, ma questo è diverso. Lui...
Ain lo interruppe, le voci si avvicinavano.
-- Lo so. So cosa piace mangiare agli Shakti.
Ian sorrise come alla scoperta di un'inaspettata intesa e scomparve nella densa penombra di un'uscita secondaria.
Nella stanza tornò il silenzio.

Il cielo strappato

-- Lo faremo domani.
"41" si reggeva bene in piedi. Poteva tornare in miniera.
Ain rimandò di un giorno le dimissioni di "41". Un giorno. Un giorno in più lontano dal chiuso dei pozzi, dalla frusta dei sorveglianti, dal cibo schifoso e minimo.
Il mattino stava finendo e Ain ritenne fosse giunto il momento di concedere un po' di tempo al ricordo. Nella quiete del suo ufficio aprì una piccola cartella e di schianto si dovette sedere come colpita da un pugno.
Il cielo era un po' strappato. La carta aveva aderito a qualcosa e il colore insieme alla Punta Nord del porto della città non c'era più. Quando si parte si pensa sempre di tornare. E il suo viaggio avrebbe dovuto essere di pochi giorni. Ain non aveva quasi nulla di Alghein. Ma quel "quasi", caduto forse per caso, forse no, in valigia, era sempre con lei.
Ain fissava intensamente il minuscolo dipinto e un astuccio, per lei uno scrigno, vecchio ma tenuto con cura, che aveva estratto da una soffice custodia, posati fra le braccia abbandonate sul tavolo. Come poteva essere accaduto? Era un'immagine del luogo da lei più amato su Brehon. E ora era rovinata. Portarla sempre con sé aveva finito per danneggiarla.
Aprì l'astuccio. Un contenitore metallico, grande meno del palmo della sua mano, a scomparti chiusi da coperchi trasparenti. In ciascuno d'essi un colore in polvere minuta e luminosa.
"41" mostrava un interesse che la stupiva. Lei spiegò come ai bambini che non sanno nulla, sollevando la miniatura e sorreggendola fra le dita aperte per non toccarla troppo. Un piccolo foglio spesso, appena ruvido e dai contorni irregolari, cioè perfetto.
-- Questa è carta. Vera. -- Dovette interrompersi, per la visione troppo vivida che la memoria le restituiva. Alghein la fabbricava da sé, imbrattandosi di grumi d'impasto e lanciando urla di gioia a ogni foglio ben riuscito. -- E questi sono i colori. Ma senza medium, senza qualcosa che li renda pasta e li faccia aderire, non servono a niente. Polvere che volerebbe via. Ma quella gomma non arriva più. A casa l'attendevamo per mesi, qui... La guerra impedisce anche questo.
Contemplò con disperazione la miniatura danneggiata e le splendide polveri colorate.
"41" era attento e perfettamente immobile.
Il comunicatore lampeggiò. Ain lo accese e ascoltò a schermo spento. Qualcuno la voleva.
-- Non parla. E' appena arrivata. Forse tu...
Ain uscì immediatamente. Un'altra anima rintanata da tentare di raggiungere.

Dubbio e pericolo

Per ore ininterrotte Ain, senza abbandonare l'abbraccio, lasciò che qualcuno affondasse il viso sulla sua spalla e le premesse sul petto, e quando sentì la camicia inumidirsi di lacrime non sue, finalmente si concesse pace.
Era molto stanca e si diresse rapidamente verso il proprio ufficio sperando di riposarvi. Vi restò però pochi secondi, ne uscì iniziando ad aggirarsi per l'ospedale. Aveva nuovi, improvvisi pensieri sui quali non voleva fermarsi. Forse aveva commesso un errore. Forse altri però l'avrebbero più pagato.
Attraversava i corridoi cercando di interessarsi a ciò che mostravano le grandi, continue finestre, ma scrutava anche intorno e la mente s'affollava di timori contrastanti.
Si trovò nei pressi del laboratorio e, nonostante mostrasse la scarsa volontà d'indugiare, gli assistenti, cui piaceva conversare, cercarono un argomento per attirare la sua attenzione.
-- Lo Shakti dovrebbe fare gli ultimi controlli. Ci aspettavamo di vederlo con lei.
Mentì, d'impulso.
-- Meglio più tardi, ora ho altro da fare.
Mentiva e non era sicura di far bene. Quando era tornata nella stanza non l'aveva trovato.
"41", forse da ore, era scomparso. Gettandola nel dubbio e nel timore. Qualcosa la tratteneva però dal denunciare la fuga non di certo per paura delle conseguenze su di lei - ma sentiva crescere l'inquietudine fino all'intollerabile. Non poteva girovagare per sempre, non aveva speranze di trovarlo, e si rassegnò a ritornare al provvisorio alloggio dell'ufficio. Doveva prendere una qualche decisione.
Lo Shakti era lì. Prima della notte.

Lezione terza: lavoro

"41" era tornato portando un blocco solido, trasparente, grande appena più di un'unghia, molto irregolare e color del sole. Lo aveva offerto senza preliminari e i gesti le chiedevano solo scusa per i rari puntini intrappolati - scaglie di corteccia o d'altro - che lo rendevano imperfetto. Odorava di foglie e di resina.
-- Sei andato fino al giardino botanico, hai cercato nel Frutteto! Se ti avessero visto! Come sapevi che questo può sostituire la gomma rara?
"41" dall'altra parte del tavolo, gli occhi fissi su di lei, attendeva che usasse il suo dono. Sembrava trattenere il fiato.
Ma lei si limitò a guardarlo.
-- Non ero io che sapevo dipingere...
"41" protese la destra in un movimento timido ma al contempo dalla presa determinata e attenta che si posò sui colori. Ain trasalì. Lui fece scivolare verso di lei il telecontrollo. Una spiegazione e un'offerta che non avevano bisogno d'altri gesti.
-- Potrò interromperti quando vorrò. Con questo.
Se i ricordi fossero divenuti insopportabili.
All'assenso di lei "41" strinse a sé con golosa delicatezza la carta e l'astuccio.
I movimenti avevano mostrato in parte le sue braccia. Con evidenza rivelavano essersi levate molte volte a proteggere d'istinto il capo ma anche che gli aguzzini avevano saputo amministrare con giudizio la ferocia, fermandosi prima di danneggiare le mani che sapevano piazzare con precisione cariche e preparare detonatori.
Trascorse un tempo di attento silenzio non misurato da entrambi. Ain vide le dita agili dello Shakti riparare con perizia gentile la carta per prepararla a ricevere senza macchie il nuovo impasto, sciogliere e purificare la gomma rubata, stemperare con pazienza antica e non sostituibile gli azzurri e il medium fra pollice e indice, riconoscere ed estrarre i pennelli dalle loro prodigiose custodie, saggiarne la qualità e la punta e finalmente restituire con piccoli tocchi sicuri l'interezza del cielo al porto della città più amata da Ain.
Lei in un ricordo incandescente riconobbe ogni gesto, ma il lavoro non fu interrotto.

Doppia lezione

Dati i risultati delle ultime analisi, la Direzione impose l'uscita dall'ospedale di "41" definito in condizioni di riprendere il lavoro.
Ian era stato informato soltanto a fine turno, era accorso con ancora addosso la tuta. In un fagotto portava avvolti in fretta gli indumenti puliti dello Shakti. "41" stava per essere dimesso.
Ain, sebbene disponesse di Runash, se ne occupava personalmente.
-- Il suo nome? Credevo lo conoscesse.
Lo Shakti aveva appena iniziato a rivestirsi, le braccia erano ancora scoperte. Mormorando parole di scusa all'amico, Ian indicò il rozzo tatuaggio. Una sigla lunga di lettere e cifre. Le ultime erano "41".
Ain si spazientì un poco.
-- Voglio il nome vero. Sembra non ricordarselo neppure lui.
Alle sue richieste le aveva sempre mostrato, caparbio da irritare, il braccio.
-- Pensa di restituirglielo nello stesso modo in cui glielo hanno tolto? -- si guardò intorno sorridendo con amarezza -- E' sicura di avere i mezzi adatti? Serve una camera di tortura, uno che piazzi gli elettrodi sui punti più sensibili e che dia corrente quando un altro ripete il nome e lui reagisce. E ci vuole tempo. Mi hanno raccontato che è stato particolarmente testardo. E ogni tanto si dovrà verificare se lo ha dimenticato davvero. Qualche mio compagno lo fa ancora, a volte serve. A vederlo punire.
Ain comprese un terrore, fino a quel momento inspiegabile, di "41" a semplici esami. E impallidì a un'improvvisa consapevolezza.
-- Tutti i detenuti del Campo hanno soltanto sigle.
-- Sì. -- Ian la fissò intensamente. -- Tutti.
Ain riuscì in qualche maniera a mantenere il controllo della voce.
-- Non c'è nessuna legge che consenta questo. Anzi sicuramente ce ne saranno che lo proibiscono.
Nello sguardo di Ian tornò l'ironia. Finora nessuno, lì, al fondo del mondo, se ne era preoccupato.
Per Ian chiedere era uno sforzo. Prese fiato e saltò ogni preambolo.
-- Potrebbe fargli aumentare la razione di cibo? Potrebbe nella scheda di dimissioni aggiungere questo?
Tacque trattenendo in gola altre richieste, ormai le temeva pericolose provocazioni. Ai racconti dei calcolati e spietati digiuni e alla vista dei magri reduci dalla prigionia shakti, il numero di coloro che ritenevano già generoso il monotono intruglio dato ai prigionieri aumentava ogni giorno. Aveva anche imparato da tempo che nel suo mondo era il Bene a doversi giustificare.
-- E' il migliore, lo voglio in forma. Nessuno sa usare gli esplosivi quanto lui. Saprebbe scolpire con le microcariche. Improvvisa se è necessario. -- sorrise -- E' due volte minatore, esperto di mine e di miniere.
Ain iniziò a scrivere. La mano shakti calò leggermente ma di colpo sulla sua. "41" protestava in un silenzio frenetico. Erano gesti semplici, Ain non ebbe bisogno dell'aiuto di Ian per capirli.
-- Vuoi che sia così per tutti? Che lo chieda anche per i tuoi compagni? Sono fortunati, ma sarà più complicato ottenere qualcosa.
Le pratiche erano concluse, potevano andarsene. Nello sguardo dello Shakti all'amico c'era una domanda viva. Ain sorrise del suo sorriso incapace d'insidie.
-- Li ha portati?
Ian aprì due tasche. Da una uscì un primo animaletto che senza esitazione raggiunse, usando il braccio dell'uomo quale ponte, "41" e cercò nella camicia il rifugio noto. Il secondo rimase fra le mani di Ian.
Runash troppo vicina per ignorarlo tentava di conversare con l'uomo.
-- Devono essere molto importanti per voi.
-- Fondamentali. Anche nella galleria più isolata con loro non si è mai interamente soli.
-- E immagino vi segnalino i gas... -- al lampo ironico negli occhi dell'altro si corresse -- O le vene più ricche.
Ian scoppiò a ridere. Indicò l'equipaggiamento della tuta.
-- Abbiamo strumenti decisamente più precisi!
Alitò con sorprendente delicatezza sulla bestiola che mostrò gradire anidride carbonica e attenzione avvolgendosi sulle dita dell'uomo e aggrappandovisi con le zampine.
-- Non "servono" a nulla. E' importante? Non sono neppure originari di qui, della miniera. Ci vuole poco per farli vivere ma soli di certo morirebbero. Qualcuno molto tempo fa dovette portarne da chissà dove. E non crediamo neppure che diano fortuna, ma questo non raccontatelo troppo in giro. -- Ian guardò "41" e Ain per la prima volta vide un sorriso shakti. -- Quelli della Direzione li tollerano perché ci credono superstiziosi.
Rise ancora e permise al piccolo amico di inerpicarsi sul polso a piacimento.

Legge

Ukemi era furioso perché preoccupato.
-- E' la tua quarta circolare. Stai passando il segno. Diventi impopolare, mi è sempre più difficile difenderti. Esami alternativi anche su pazienti Shakti. Sai cos'è un budget, Ain?
-- Su di loro si usavano ancora quelli a elettrodi visibili. Scatenando inutili paure. So che usare le vecchie macchine costa di meno, ma non ho visto nessuna norma specifica nel Regolamento dell'ospedale su cure più economiche per i prigionieri. Io so il perché di questa circolare, lo sai anche tu, lo sanno tutti anche se fingono di no; e fra poco lo sapranno anche fuori di qui. Sto imparando a fare audience.
Al pubblico dei media non piaceva scoprirsi in qualcosa uguale al proprio nemico. Al nemico aguzzino e spietato. E lei, pur non credendola vera, pretendeva e sottolineava la differenza.

Chiavi

-- Resta almeno nel pozzo principale e all'imbocco delle gallerie grandi di carico. Non possono permettersi di danneggiarle con un "incidente"
Ain parlava lentamente come seguendo un ricordo.
-- Qualcuno una volta mi disse che i prigionieri sono mandati nelle gallerie dove non si vogliono rischiare le macchine. E io non sono in pericolo, non quanto loro.
Ukemi insisteva. Ain riceveva minacce anonime ogni giorno. La miniera era il posto ideale per metterle in atto.
-- Non andare.
Ma lei usava le norme e i regolamenti come chiavi per aprire serrature arrugginite. Il giorno stabilito per il controllo medico delle condizioni dei detenuti minatori era l'indomani. Pura prassi amministrativa.
-- Questa volta lo farò io.
-- Verrò con te.
Forse così non avrebbero osato.
Ukemi osservò che nella Città-Miniera nulla era cambiato. Era vero. Ma Ain intravide oltre alle casette colorate e all'erba anche il recinto con le guardie ai cancelli e le lunghe e grigie costruzioni dalle poche finestre dietro lo scuro edificio degli ingressi della miniera.
I funzionari riconobbero Ukemi, erano gli stessi ed erano sempre cortesi. O almeno lo tentarono.

Cambio d'allievo

Ain ingoiò una seconda cucchiaiata per essere certa nel formulare il giudizio. Sì, era disgustoso.
Anche lei aveva voluto leggere i componenti del rancio e un sacco era stato trascinato in ufficio perché controllasse.
L'impiegato della Direzione pose coscienziosamente sul tavolo le confezioni di vitamina C a dimostrazione della completezza. L'aggiungevano sempre.
Seduta davanti alla scodella di cui aveva intaccato il contenuto, circondata da funzionari forzatamente sorridenti, alzò lo sguardo su Ukemi che arrossì.
-- Sì, nel cibo per cani non c'è mai. Non serve.
Ma cani a Città-Miniera non c'erano. Neppure uno. Un'industria di mangimi scadenti che non aveva mai riconvertito i propri impianti invece c'era.
-- E io a loro, ai cani, non darei questo. Ignoravo una qualche particolare abitudinarietà del gusto negli Shakti. E' il vitto anche per gli altri minatori?
L'uomo deglutì prima di rispondere. Si vedeva circondato di uomini con i piatti colmi e pronti a giocare al tiro al bersaglio. E lui era il bersaglio.
-- No.
Scesero in miniera.
Nell'ascensore di un pozzo principale iniziarono a discutere.
Ain mostrava una testardaggine irriducibile ma l'impiegato si rifiutò di allontanarsi dalle gallerie indicate dalla Direzione. Gettava loro in faccia la sua prudente cautela data dall'ostentata competenza.
-- In altre solamente a vostro rischio, dottori, e senza di me. L'ultima galleria del quinto pozzo della zona nuova è la peggiore. Una traverso banco appena aperta. Gli Shakti stanno cercando di allargarla ma per ora non è per voi...
Una frase scelta, Ukemi strinse i pugni, era lì allora che volevano che Ain andasse. Una traverso banco, cioè con un'estremità chiusa a finire probabilmente sulla roccia, dimezzando le speranze e le possibilità di un eventuale rapido soccorso. E lei si stava facendo spiegare come arrivarci! Pensò che Ain stava per morire e si accorse che non voleva lasciarla sola. Forse avrebbe trovato la forza e il modo di portarla via.
L'ascensore del pozzo secondario della zona nuova era decisamente più rumoroso. Ain rise.
-- La qualità si abbassa. Stiamo avvicinandoci alla meta.
Percorsero il tratto che portava al quinto discensore. Superarono gli imbocchi di gallerie cieche sempre più strette. Non vedevano più le grosse macchine di scavo però non subivano il clima viziato che s'aspettavano e respiravano senza difficoltà. L'impianto di ventilazione era ovunque potentissimo e Ukemi condivise la soddisfazione espressa da Ain per questo.
In nicchie dove il minerale brillava in qualche sottile rivolo della vena principale incontravano minatori, apparentemente attenti al loro passaggio per quel poco che serviva a farli transitare. Solo i colori delle tute indicavano se shakti o umani, la luce era scarsa. Non videro sorveglianti che preferivano rimanere ai più comodi ingressi dei cunicoli. Si poteva ancora stare in piedi e Ain non doveva neppure chinare il capo. Incrociarono una galleria di carico e due operai, tanto alti quanto goffi, la percorrevano costringendoli a fermarsi e intralciando loro il cammino. Si aggiunse un terzo che traversando l'incrocio con lentezza esasperante urtò Ain facendola barcollare e rallentare ulteriormente. Prima che Ain, temendo l'arrivo di qualche sorvegliante, potesse fermarlo, Ukemi inveì, ma ormai dei tre vedeva l'ultima delle schiene curvate dal soffitto.
Udirono giungere dalla galleria che avevano di fronte il rumore di un'esplosione. Piccola, caddero solo poche scaglie di roccia e le strutture pur vicine dell'impianto d'aerazione restarono del tutto intatte, ma il quinto pozzo non era più raggiungibile, e se lo fosse stato in qualche modo, non era più ragionevole salire sul discensore ignorandone i danni. Anche Ain dovette arrendersi. Tornarono indietro.
Mentre erano ormai nell'emiciclo del tunnel principale, di fronte al grande ascensore, li raggiunse la notizia che un crollo aveva chiuso l'ultima galleria del quinto pozzo. Se non avessero avuto intoppi ora si sarebbero trovati lì. Temettero per gli operai. Un caposquadra li udì.
-- Era vuota. Gli Shakti erano appena andati via.
Ukemi sentiva la spossatezza dello scampato pericolo e della tensione che si scaricava.
-- L'esplosione che ha provocato il crollo nella galleria dove si aspettavano andassimo deve essere stata ben più grossa di quella che abbiamo sentito noi e che ci ha salvato. A cosa stai pensando Ain?
-- A uno tanto esperto d'esplosivi da poter improvvisare... -- voleva che lui capisse davvero -- A uno probabilmente costretto a piazzare una carica in una galleria ma che riesce poi a renderla anche irraggiungibile. I tre che abbiamo incontrato avevano la tuta degli Shakti...
Ukemi annuì, ricordava anche lui il tessuto dal colore riconoscibile anche nella penombra. Pensò agli operai, shakti e no, visti durante il percorso ed ebbe il sospetto che Ain e lui non erano mai stati veramente e pericolosamente soli. Tacque al crescere della consapevolezza e della gratitudine per quegli sconosciuti. Per un istante si confortò all'illusorio pensiero di non avere rimorsi. Pensò a Skatòs e sputò.
Usciti all'aria aperta e accolti dai funzionari, finsero di apprezzare il sollievo nel vederli e il rammarico per il crollo improvviso che questi tempestivamente si dipinsero sul volto.

Uno o nessuno?

-- Ho bisogno di un aiutante in ufficio. In fretta.
Ukemi aveva visto da sempre Ain lottare contro pratiche e archivi. Le avrebbe mandato qualcuno che ne sapesse abbastanza.
Ain disapprovò, lo sguardo ridente e il tono divertito.
-- Penso che un ex soldato shakti due volte minatore e convalescente sia la persona giusta. Ho già spedito la richiesta al Campo. Con i riferimenti a tutti i commi, "ai sensi di", decreti che potevano servire.
-- Non li puoi salvare tutti, Ain!
-- Incomincio da uno. Da questo.

Scritte e scelte

Anche quel mattino Ain, sebbene stanca al rientro dal turno, dovette accettare di sopportare l'odore del solvente mentre asportava la vernice porpora e nera scagliata sulla porta e sulle finestre e spalmata in un rapido stampatello. Aveva già cancellato quasi interamente l'ultimo insulto e l'accusa d'essere al soldo del nemico e dell'Impero, quando le fu consegnata la lettera.

Città-Miniera. Campo di Nôus.
Cara dottoressa Ain,
il mio amico mi ha assicurato che le porterà questa lettera che non posso lasciar censurare dall'Ufficio Messaggi. In tempo di guerra non mi fido dei computer.
Grazie per non aver dimenticato "41" e aver pensato a lui come aiutante.
"41" è morto, due settimane fa. Ha assalito i sorveglianti. Voleva impedire che strappassero a un prigioniero nuovo un qualcosa che credo sia molto importante per gli Shakti. Una specie di medaglione. Mi sembra si chiami Metis.
Erano in molti e molto arrabbiati. Quando hanno finito non serviva più portarlo all'ospedale.
Non ho trovato la sua bestiola.
Ian
P.S. Ho sentito che sta diventando "impopolare". Vorrei poter lavorare con lei.

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