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Gioco di specchi
Le ricerche sulle nucleoproteine condotte alla fine degli anni Settanta da Guido e Elisabetta Irneri stavano alla base di tutto, anche se il processo, una volta innescato, impiegò più di vent'anni per manifestarsi in maniera evidente.
Cominciò con un omicidio. Era allora più o meno il periodo in cui i romanzi fantastici di Jaromir Hladík mettevano sossopra il panorama letterario internazionale, le opere di Oswald Brunies aprivano nuove strade alla filosofia, e i giovani parevano avere trovato la loro identità nelle canzoni di Julien Bachard. Era un momento elettrico, denso di avvenimenti importanti, e l'omicidio, di per sé, non sarebbe stato granché rilevante, dato che non è raro che giovani prostitute finiscano assassinate. Ma c'era una particolarità. Quando gli agenti di pubblica sicurezza entrarono nell'appartamento, trovarono il cadavere dilaniato e quasi decapitato. C'era sangue dovunque; nel momento in cui i vasi più grandi erano stati recisi, era sprizzato fin sul soffitto. Nel bagno, il cesto della biancheria conteneva abiti maschili sporchi di sangue, e le piastrelle della doccia erano ancora umide e rigate di schiuma di sapone: l'assassino si era lavato e cambiato, aveva telefonato alla polizia perché venisse, poi se ne era andato chiudendo la porta dietro di sé. L'appartamento si trovava all'ultimo piano di un grande stabile. Malgrado la ragazza dovesse avere gridato a lungo, le finestre erano chiuse, tutte le pareti erano state isolate con lastre di materiale plastico, e così nessuno aveva potuto ascoltarla. Le stanze erano piene di luce. C'erano molti riflettori orientati dal basso verso l'alto, ed erano stati lasciati tutti accesi. C'erano anche sei costose macchine fotografiche montate su treppiedi. Erano collegate in serie a un singolo comando elettrico. Dal momento in cui un interruttore era stato girato, tutte le macchine avevano scattato automaticamente una volta ogni due secondi. C'era un rullino completamente impressionato in ciascuna, per un totale di diverse centinaia di pose... l'intero omicidio ripreso da sei differenti angolazioni. L'assassino aveva affittato l'appartamento una settimana prima. Aveva usato un nome falso e documenti falsi, e l'amministratore dello stabile lo ricordava soltanto come un uomo alto e bruno. Ma c'erano le fotografie. Il tecnico di laboratorio della polizia che, più tardi, si occupò dello sviluppo, continuava a dire: -- E' terribile. -- Passava la carta impressionata nel bagno di soluzione e vedeva comparire il volto dell'uomo, il volto della ragazza, il lampo del coltello... -- E' terribile -- diceva. L'altro tecnico passava le foto nella vasca di lavaggio e di fissaggio e le metteva ad asciugare nello smaltatore. Dopo un po' disse: -- Io lo conosco, quest'uomo. -- Come? -- domandò il primo tecnico. -- Guardalo bene. Non vedi chi è? -- No. -- E' Julien Bachard. -- Chi? -- Julien Bachard, il cantante. Qui ha i capelli più corti, è vero, ma è lui. -- Sei sicuro? -- E' lui, ti dico. Perlomeno, sembrava lui. D'accordo che le fotografie erano per la maggior parte poco nitide, e che l'uomo era sempre visto un po' da lontano, ma la somiglianza era comunque abbastanza notevole perché la polizia italiana, in via confidenziale, avanzasse richiesta di qualche informazione alla polizia francese. Risultò quindi che Julien Bachard in quel periodo non si era mosso dalla Francia, e che oltre tutto la notte stessa dell'omicidio aveva tenuto un concerto a Brest, davanti a duecentomila persone. Questo fu più che sufficiente a fare cadere qualunque sospetto. Dopotutto, un uomo non può trovarsi in due luoghi contemporaneamente. L'assassino, comunque, non venne trovato. In effetti, le indagini non portarono a nessuna reale conclusione. Un uomo alto e bruno era comparso dal nulla, aveva affittato un appartamento e ucciso una donna, ed era di nuovo sparito. Rimase soltanto, da qualche parte, un incartamento con i pochi dati trovati, le foto e le impronte digitali rilevate sul coltello e sulle macchine fotografiche. Passarono due anni.
* * * Una sera di settembre due studentesse tornavano in città dopo avere trascorso il fine settimana in un campeggio sul mare. Viaggiavano a bordo di una vecchia auto, che non era presumibilmente in buone condizioni. E' probabile che l'incidente avvenuto in seguito sia stato causato dall'esplosione di un pneumatico. Si tratta tuttavia soltanto di una supposizione, perché l'unica superstite, in seguito, non riuscì mai a ricordare che cosa fosse successo esattamente.Ad ogni modo, l'auto uscì di strada. Colpì di striscio un albero deviando la propria traiettoria e, dato che in quel punto c'era un dislivello di qualche metro tra la strada e il suolo, slittò di lato giù lungo il terrapieno, si ribaltò e si fermò su un fianco. Le due ragazze erano entrambe ferite, o svenute. L'auto cominciò quasi subito a bruciare. Prima ci fu soltanto fumo che usciva di sotto il cofano, poi le prime fiamme cominciarono a correre sulla vernice della carrozzeria. Sulla strada, intanto, si era fermata un'auto. Un uomo scese di corsa, si lasciò scivolare lungo la terra friabile del breve pendio e raggiunse l'auto in fiamme. Gli sportelli erano incastrati a causa dell'urto e per quanto lui tentasse non riuscì ad aprirli. Alla fine, dovette rompere a calci il vetro di un finestrino. Attraverso la stretta apertura tirò fuori una delle due ragazze, la trascinò sull'erba per una decina di metri e poi tornò indietro a prendere l'altra. Tutta la parte anteriore dell'auto era ormai in fiamme. Nuvole di fumo denso e nero salivano nel cielo della sera. Altre auto erano arrivate e si erano fermate, e qualcuno già scendeva lungo il terrapieno. Un turista straniero frugava nel proprio bagagliaio alla ricerca di un estintore. La seconda ragazza era scivolata fino in fondo all'auto e l'uomo, per raggiungerla, aveva dovuto infilarsi con tutto il busto all'interno dell'abitacolo. Quando ci fu l'esplosione, frammenti di vetro e schegge di lamiera e metallo volarono intorno per un raggio di cento metri. Molte delle persone che si stavano avvicinando rimasero ferite. L'uomo venne scagliato lontano. Era morto all'istante. La vampa dell'esplosione lo aveva preso in pieno sul viso e sul torace, e la polizia, in seguito, trovò non poche difficoltà a identificarlo. I suoi documenti erano in una tasca della camicia, ed erano bruciati insieme a tutta la parte anteriore della camicia. L'uomo non aveva anelli, braccialetti o catenine. La sua auto era intestata a una persona che in realtà non esisteva. Ad ogni modo, malgrado il corpo fosse carbonizzato dai fianchi in su, la palma della mano sinistra era quasi intatta. Per questo, all'obitorio un inserviente stampò su di un cartoncino le impronte di tutte le dita. In seguito, dal cartoncino le impronte vennero trasferite su un foglio di acetato di cellulosa, che fu inserito nel computer della polizia. Occorse una frazione di secondo perché il computer desse la sua risposta. Nel cestino del programmatore scivolò la scheda relativa all'assassinio della prostituta che era avvenuto due anni prima. Le persone che avevano assistito all'incidente, del resto, avevano già fornito una descrizione dell'uomo. Nonostante le fiamme e il fumo, alcuni erano riusciti a vederlo abbastanza bene da poter affermare con sicurezza che si trattava di un uomo giovane e alto, dai capelli scuri. Con questo, il caso avrebbe potuto considerarsi chiuso: qualcuno aveva commesso un omicidio ed era stato poi ritrovato, a due anni di distanza, in condizioni che rendevano del tutto superfluo l'avvio di una qualunque pratica giudiziaria. Tuttavia, c'era una complicazione. Nelle tasche dell'uomo, oltre al denaro e ai documenti bruciati, venne trovata una chiave. Era una chiave insolita, lunga dieci centimetri e molto complessa: la chiave di una costosa serratura di sicurezza. Come tale aveva un numero di serie impresso, e grazie a questo fu possibile risalire (per mezzo del computer della fabbrica che aveva prodotto tanto la chiave quanto la serratura, e che si era occupata dell'installazione), fino alla casa sulla cui porta il lavoro era stato eseguito. Si trattava in realtà di una grande villa di campagna, a una decina di chilometri da Castel Franco, isolata e nascosta tra gli alti alberi di un parco di venti ettari. I funzionari che erano stati incaricati del sopralluogo riferirono in seguito nel loro rapporto che la villa era deserta, ma in ordine e ben pulita. Tutte le imposte erano state chiuse. All'interno i letti erano rifatti con cura, e gli armadi completamente vuoti, così come il frigorifero nell'ampia cucina. L'opinione dei funzionari di polizia fu che la villa si trovasse nelle condizioni in cui avrebbe potuto lasciarla qualcuno partito da poco per un viaggio. Al pianterreno le pareti di tutte le stanze erano coperte da alti scaffali, su cui erano allineati con ordine migliaia di libri, dischi e videocassette. Sul retro, separato dalla costruzione principale, c'era un padiglione all'intemo del quale era sistemato un laboratorio costosamente attrezzato. Al centro del parco c'era uno stagno, sulla cui superficie pendevano i rami dei salici. Venendo dalla villa, un sentiero di ghiaia costeggiava tutt'intorno lo stagno e procedeva poi dall'altra parte, attraverso un gruppo di ippocastani, fino ad un piccolo rilievo in cima al quale stavano due tombe. Non c'erano croci, e nemmeno lapidi... soltanto fiori. In seguito, quando furono ottenuti i permessi per l'esumazione, vennero portati alla luce due corpi. Di un uomo e di una donna, morti entrambi da molti anni.
* * * Nel momento in cui la pratica del caso venne deposta sulla scrivania del suo ufficio a Palazzo di Giustizia, Fabrizio Sandri aveva compiuto da poco cinquantadue anni.Il caso era senza dubbio bizzarro, ma non sembrava di grande importanza: non presentava risvolti politici, non vi era coinvolto nessuno che contasse, e la stampa non se ne era occupata granché. Sembrava l'ideale per un magistrato come lui, che non aveva più grande interesse di farsi notare, e che piuttosto preferiva tenersi fuori dalla mischia. In fondo, egli pensava, tutto quello che doveva succedere era già successo. Se guardava al passato e tirava un po' di conti, conveniva che la sua carriera non poteva certo dirsi luminosa. La maggior parte dei suoi colleghi lo aveva lasciato indietro. Molti erano stati migliori di lui ("I ragazzi brillanti sono sempre stati la croce della mia vita," diceva), molti avevano soltanto avuto appoggi migliori dei suoi. -- Ad ogni modo non m'importa -- aveva confidato una volta a un amico. -- E' la verità. Quando ero giovane, forse sì, ci tenevo. Ma adesso no. Arrivi a un certo punto e ti rendi conto che non è fare carriera la cosa più importante, non è quello il metro giusto per misurare la tua vita. Ed era stato quasi sincero. In fondo, lui era proprio quello che pensava di essere: un uomo onesto e fondamentalmente buono, alle prese con un mestiere difficile e per lo più poco gratificante. Era molto alto, quasi un metro e novanta, ed era stato quasi bello, da giovane. Ora i capelli erano molto radi e pesava più di un quintale. Si era sposato e aveva divorziato, e ora viveva insieme a una donna dieci anni più giovane di lui, laureata in architettura, ma che lavorava in un ufficio di contabilità. -- Tu non mi parli mai del tuo lavoro -- lei gli diceva, a volte. -- Ma non è importante! -- le rispondeva sempre. -- E' una mania, questa! Se ti parlassi del mio lavoro, non sarebbe interessante per te e lo sarebbe ancora meno per me. Ci sono mille cose che contano di più. Io, ormai, aspetto solo la pensione. Tuttavia era un uomo scrupoloso. Aveva ricevuto l'incartamento il pomeriggio tardi e la mattina seguente lo aveva letto e studiato. Passò dalla biblioteca e si fece dare un giornale di tre settimane prima, e quando arrivò in ufficio trovò già ad aspettarlo il commissario che si occupava delle indagini. -- Allora -- disse Fabrizio -- proviamo a capirci qualcosa. -- Proviamo -- disse il commissario senza troppa convinzione. -- Anzitutto, a chi è intestata la villa? -- Il proprietario si chiama Guido Irneri. Ci sono le fotocopie di tutti i certificati nel fascicolo. -- Ho visto. Leggo qui che ha novantadue anni. E' esatto? -- Naturalmente. -- Sono tanti. -- Sì. Sono tanti. -- Avete provato a rintracciarlo? -- domandò il giudice. -- Per il momento non siamo ancora riusciti a trovarlo. La sua residenza è la villa, e non risulta che possieda altre case.. Non risulta nemmeno che abbia parenti, o amici che ci possano fornire qualche informazione. In effetti, non abbiamo notizia che qualcuno lo abbia visto da molti anni a questa parte. -- Lei suppone che sia lui l'uomo che è stato trovato sepolto nel giardino, e che la donna sia la moglie, Elisabetta Irneri, non è vero? -- Sì. Ci sono buone probabilità, a mio parere. Naturalmente, qualunque tentativo di identificazione è del tutto impossibile. La morte risale a troppo tempo fa. Però ci sono diversi dati, come la statura, l'età probabile, che corrispondono abbastanza bene... -- Fabrizio cercò un po' tra i fogli. -- Qui dice anche che le cause della morte non possono essere stabilite, ma che comunque non ci sono tracce di veleno, di mutilazioni o ferite profonde. -- Data l'età, io non escluderei del tutto la possibilità di un decesso per cause naturali. Senza contare che è evidente che la donna deve essere morta almeno qualche anno prima dell'uomo. Fabrizio sfogliò ancora il fascicolo per un istante. Disse: -- E' tutto qui quello che sappiamo su Guido e Elisabetta Irneri? -- Sì. Non è molto. Sappiamo che lui ha insegnato per diversi anni biologia nella facoltà di medicina dell'università di Bologna, e poi fisiologia, a Pisa. Si è ritirato nel '75, o nel '76... -- Nel '76 -- disse il giudice leggendo su di un foglio. -- E da allora si è trasferito nella villa. Quanto alla moglie, anche lei ha insegnato all'università di Bologna prima, e di Pisa in seguito. La sua materia era istologia e embriologia. E anche lei si è ritirata quando si è ritirato il marito. Non avevano figli. -- Non avevano nemmeno personale di servizio, a quanto risulta. -- Io direi piuttosto che non avevano nessuno legato con un contratto. Purtroppo la villa è completamente isolata, e non siamo riusciti a rintracciare persone in grado di darci qualche informazione. In ogni modo, all'interno abbiamo trovato molte impronte digitali identiche a quelle dell'uomo non identificato morto nell'incidente. Mi sembra evidente che abbia abitato là per diverso tempo. Senza contare che, fino a qualche mese fa, qualcuno ha provveduto a saldare le bollette della luce, dell'acqua e del gas, e anche a presentare puntualmente ogni anno le dichiarazioni dei redditi dei coniugi Irneri. Nel fascicolo, poi, c'è una copia dell'estratto del loro conto in banca. Molte operazioni sono state compiute in questo ultimo periodo. Fabrizio prese un altro foglio. -- C'è un'altra cosa -- disse. -- Qui è scritto che sopra le tombe erano stati piantati dei fiori. Questo vorrebbe dire che non si è trattato di un lavoro fatto in fretta, due palate e via, per nascondere le salme. -- Esatto. Se avessero soltanto voluto nascondere i corpi, non li avremmo mai trovati. Il parco è troppo grande. -- Capisco -- disse il giudice. Chiuse il fascicolo. -- Ci servono altre informazioni sul conto dei coniugi Irneri -- disse ancora. -- Onestamente, non saprei dove andare a cercarle. Non ci sono parenti, e nella villa non abbiamo trovato né agende né lettere. Si può provare all'università di Pisa, ma sono passati più di vent'anni, e non so davvero cosa potremmo trovare. -- Tentiamo lo stesso. E già che ci siamo, possiamo sempre mettere qualche annuncio sui giornali. -- D'accordo -- disse il commissario. -- Bene -- disse Fabrizio. Guardò un istante il commissario. Gli domandò: -- Qual è la sua opinione personale su questa faccenda? -- Non saprei. Si può supporre che l'uomo non ancora identificato... quello che due anni fa ha ucciso la ragazza e che è morto poi nell'incidente... abbia vissuto per qualche tempo nella villa con qualche mansione, e che abbia poi ucciso i due Irneri, o forse uno solo dei due, o molto più probabilmente si sia limitato a tenerne nascosta la morte per avere a disposizione il loro denaro. Mi pare l'ipotesi più probabile. Certo ci sono molti punti oscuri, e temo che ormai sarà impossibile chiarirli del tutto. Fabrizio disse: -- Io continuo a pensare che la cosa più strana di tutte sia questo fatto di un uomo che prima uccide una ragazza, e poi muore nel tentativo di salvarne un'altra. Non le sembra una contraddizione? -- L'omicidio della ragazza è senz'altro l'atto di un pazzo -- disse il commissario. -- E i pazzi sono spesso imprevedibili. -- Anche questo è vero -- ammise il giudice, e a questo punto prese dalla sua cartella il giornale di tre settimane prima che quel mattino aveva prelevato dalla biblioteca. Lo porse al commissario: -- Ha visto questo? Uno dei titoli della prima pagina diceva: Julien Bachard é scomparso. Il commissario disse: -- Ah, sì! Il cantante. Lei si riferisce alle foto dell'omicidio, vero? Ma è stato dimostrato che non si trattava di lui. Sappiamo di sicuro che si trovava in Francia, quella sera. Anche questo è scritto nel fascicolo. -- Lo so -- disse Fabrizio. Prese il giornale che l'altro gli stava restituendo. -- Ma ha notato cosa è scritto qui? Dice che Julien Bachard è sparito senza lasciare nessuna traccia, e che è stato visto per l'ultima volta la sera del cinque settembre. Questo vuoi dire il giorno prima dell'incidente... Una bella coincidenza. -- Ah, certo -- disse il commissario. Fabrizio guardò ancora per un istante il giornale. -- Bene -- disse poi. -- Credo che non ci sia altro. -- Le farò sapere -- disse il commissario, andandosene.
* * * La sua telefonata arrivò la mattina seguente: -- Mi sono informato. All'università di Pisa c'è qualcuno che ancora ricorda gli Irneri. Per esempio, c'è la titolare della cattedra di fisiologia, che ha lavorato come loro assistente per qualche anno.-- Come si chiama? -- Aspetti, ho preso un appunto... Il nome è Angela Gasparri. -- Come ha detto? -- chiese Fabrizio Sandri. -- Angela Gasparri -- ripeté il commissario. -- Sa quanti anni ha? -- chiese ancora Fabrizio Sandri. -- No. Perché? -- Perché forse la conosco -- disse Fabrizio. -- Anzi, la conosco di sicuro. Il commissario disse: -- Pensavo di passare da lei domani, oppure dopodomani. -- No, aspetti un attimo. Per lei va bene se a Pisa ci vado io? -- Se vuole, d'accordo. -- Allora facciamo così. Appena torno, le faccio sapere qualcosa. -- Dopo che ebbe riappeso, il giudice consultò in fretta gli orari dei treni, avvertì il suo segretario e uscì dal Palazzo di Giustizia. Era una calda mattina di ottobre. Guardò l'orologio e si rese conto di avere ancora un po' di tempo. Entrò in un bar e prese qualcosa da bere e un pacchetto di sigarette. Cominciava a sudare e dopo, nella metropolitana, l'aria condizionata lo fece rabbrividire e starnutire. All'edicola della stazione comprò un giornale e una rivista di fumetti. In treno ignorò il quotidiano e lesse da cima a fondo la rivista di fumetti. Era partito da Roma alle dieci del mattino. Alle undici e trenta era già arrivato a Pisa. Scese dal treno, attraversò il grande atrio della stazione, prese un tassì e si fece portare all'università. Quando alla fine entrò nell'istituto di fisiologia, dopo avere vagato per un po' lungo i viali della zona pedonale, ed essersi fermato a guardare le strane piante che crescevano nel giardino dell'istituto di botanica, teneva la giacca sul braccio e aveva il colletto della camicia sbottonato e le maniche rimboccate. L'istituto di fisiologia era una costruzione recente, tutta alti soffitti, scale e grandi vetrate. Nell'atrio c'erano molti studenti, in piedi o seduti sui gradini. Cartelli erano stati fissati alle vetrate con nastro adesivo. Dalla porta aperta di un'aula veniva la voce amplificata di qualcuno. Fabrizio fermò il primo inserviente che gli riuscì di trovare. -- Sto cercando la professoressa Gasparri -- gli disse. L'inserviente disse: -- Dovrebbe avere lezione, ma gli studenti sono in assemblea. Può provare a cercarla nel suo ufficio. Secondo piano, a destra. Il nome è scritto sulla porta. Venendo dal trambusto del pianterreno, a Fabrizio parve che ai piani superiori regnasse una tranquillità insolita. Nell'ufficio, oltre ad Angela Gasparri, seduta dietro una scrivania, c'erano anche due uomini che indossavano camici bianchi. -- Si accomodi -- lei gli disse. -- La stavo aspettando. Mi hanno telefonato da Roma che sarebbe venuto. I due uomini si presentarono e gli strinsero la mano. Egli sedette in una poltrona davanti alla scrivania. -- Un bicchiere di tè freddo? -- domandò Angela Gasparri. -- Gli studenti sono in assemblea e noi siamo in vacanza. -- Cominciano presto, quest'anno -- disse lui, passandosi un fazzoletto sulla fronte sudata. -- Spero che non sarà qui per loro -- lei disse. -- No, per carità. -- Bene -- disse lei. I due uomini dovevano andarsene, salutarono e uscirono. Nell'ufficio ci fu un attimo di silenzio. -- Allora? -- disse Angela Gasparri. Era una donna di cinquant'anni, alta e magra, che nessuno avrebbe potuto onestamente definire bella. Fabrizio la guardò: -- Può darsi che lei non lo ricordi, ma noi ci conosciamo... Lei annui. -- Lo so -- disse. -- Siamo stati alle scuole medie insieme.. Io ero seduta nell'ultimo banco della fila di mezzo e lei nel secondo della fila di sinistra. Vede che mi ricordo? -- Potremo anche darci del tu -- egli disse. -- Volentieri. -- E' passato tanto tempo, vero? -- Sì -- disse lei. -- Ti sei sposata? -- chiese lui. -- Sì -- rispose lei. -- Ci sono riuscita. Anche se tutta la classe, allora, avrebbe messo la mano sul fuoco che non ce l'avrei mai fatta. -- Non io -- disse lui. -- Lo so. Tu sei sempre stato gentile con me, e io allora avevo un bisogno terribile di gentilezze. Non credere che l'abbia dimenticato. Ho un debito con te. Puoi chiedermi quello che vuoi. Lui si passò di nuovo il fazzoletto sulla fronte. -- Per il momento, potrei avere quel tè freddo? -- domandò. -- Poi magari, se vuoi, potresti anche dirmi se ti ricordi qualcosa di Guido e Elisabetta Irneri. Lei gli riempì un bicchiere. -- E' già zuccherato -- chiese lui. -- Sì -- disse lei. Lui mandò giù un sorso. Lei disse -- Perché ti interessano gli Irneri? -- Non leggi i giornali? -- Dipende dal tipo di giornali. Ad ogni modo, ormai saranno morti, spero. -- Ah, su questo non c'è dubbio. -- Alleluia! Non sarà mai stato troppo presto. Per caso li hanno ammazzati? Lui le spiegò tutta la storia. -- Ma guarda -- disse lei alla fine. -- Che strano pasticcio. -- Davvero -- disse lui. -- Allora? Che cosa mi puoi dire? -- Dei due Irneri? -- Lei si strinse nelle spalle. -- Non so, cosa vuoi che ti dica? -- Non sei stata una delle assistenti del marito? -- Sì, ma solo per un anno. Ed è già stato troppo. -- Non ti era simpatico? -- Non era simpatico a nessuno. Né lui né sua moglie. Erano detestati da tutti. -- Anche dagli studenti? -- Soprattutto dagli studenti. -- Questioni politiche? -- Naturalmente. Ad ogni modo erano due vere carogne. Avevano un programma di ricerche, qui all'istituto, e si rifiutavano di parlarne con noi assistenti. Capisci? Non volevano dirci che cosa li stavamo aiutando a fare. -- Ho letto che avevano un certo credito come ricercatori, prima che si ritirassero. E vero? -- Questo sì. Per essere bravi, lo erano di sicuro. Non si può negare. -- Perché si ritirarono? -- Loro naturalmente dissero che si trattava di una questione di età, e in effetti non erano più tanto giovani. Ma la verità è che ormai non avevano più una vita tanto facile, qui all'università. In pratica, li abbiamo costretti a dimettersi. -- Ti ci sei messa anche tu? -- Certo -- disse lei. -- E' una delle cose di cui vado più fiera.
* * * Due giorni dopo, il giudice sedeva nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia insieme al commissario che si occupava delle indagini e a un funzionario che era venuto da Castel Franco. La scrivania, in mezzo a loro, era coperta da certificati, rapporti e fotografie.-- Abbiamo un elemento nuovo -- disse il commissario. -- Due uomini hanno risposto ai nostri annunci. Il primo è stato per molti anni garzone in un negozio di alimentari, e dice di avere effettuato molte consegne alla villa. L'altro è un idraulico che vi ha compiuto dei lavori. In entrambi i casi, si risale ad una decina di anni fa. Ad ogni modo, il fatto importante è che tutti e due affermano di avere visto nella villa, oltre ai due vecchi, anche un ragazzo. -- Se non sbaglio, gli Irneri non avevano figli -- disse Fabrizio. -- Esatto. E il ragazzo non era nemmeno figlio di loro parenti, né era stato adottato. Ho controllato. In effetti, nessun ragazzo ha mai vissuto ufficialmente nella villa. -- L'informazione è attendibile? Il funzionario di Castel Franco disse: -- Noi pensiamo di sì. I dati forniti coincidono, e non ci risulta che i due uomini si conoscessero. -- Sappiamo più o meno l'età del ragazzo? -- domandò Fabrizio. -- I due uomini sono d'accordo nel ritenere che avesse allora quattordici o quindici anni -- disse il commissario. -- Il che significa che ora ne avrebbe ventiquattro o venticinque. Potrebbe essere il nostro assassino senza nome. -- Qui stiamo andando avanti per congetture -- disse Fabrizio. -- Non vedo in quale altra maniera potremmo andare -- rispose il commissario. -- Anche questo è vero -- ammise Fabrizio. -- Comunque, da dove può essere uscito questo ragazzo? Chi era? Il commissario disse: -- Il computer ci ha fornito una lista dei bambini scomparsi dell'età che approssimativamente ci interessa. -- Perché dovrebbe essere proprio un bambino scomparso? -- Non vedo altre possibilità -- disse il commissario. -- O si tratta di un bambino scomparso, o di un bambino rapito. Il funzionario di Castel Franco si schiarì la voce. -- Perché non un bambino costruito? -- Come ha detto? -- chiese Fabrizio. Il funzionario disse: -- Non mi guardi così... Senta, io pensavo alla fecondazione artificiale. Ho fatto esaminare il laboratorio da un tecnico, e qui c'è il suo rapporto. Dice che teoricamente sarebbe stato possibile. Ci sono le incubatrici, e tutto quello che potrebbe servire. Secondo me, la possibilità dovrebbe essere considerata. Fabrizio domandò al commissario: -- Lei cosa ne pensa? -- Non saprei... Francamente, a me pare un po' campato in aria. -- In effetti... -- disse il giudice. Quella sera, tuttavia, non poté fare a meno di telefonare a Pisa, alla casa di Angela Gasparri. -- Prima di dimettersi dall'università gli Irneri svolgevano un programma di ricerche. Puoi dirmi di che cosa si stavano occupando? -- Non con esattezza. Noi assistenti eravamo tenuti piuttosto all'oscuro, te l'ho detto. Ad ogni modo, io penso che stessero cercando di stabilire con un minimo di precisione la quantità effettiva delle informazioni contenute negli acidi nucleici, di farsi cioè un'idea esatta di come sia in realtà il progetto biologico di un organismo... So che lavoravano molto sulle proteine basiche del nucleo, che sono le dirette responsabili dei processi di replicazione e traduzione del Dna, e credo anche che stessero cercando di chiarire i meccanismi con cui si verificano le mutazioni spontanee, che sono poi alla base della teoria della selezione naturale. Quello era un po' il loro chiodo fisso. -- In che senso? -- Posso farti un esempio. Ricordo un'osservazione che fece lui una volta durante una lezione. Disse più o meno che una società nella quale tutti, compreso i meno adatti, abbiano identiche possibilità di sopravvivere e di riprodursi, rallenta i meccanismi dell'evoluzione della specie. -- E non è vero? -- Certo che è vero. Ma lui lo disse come se fosse un fatto negativo, capisci? -- Un evoluzionista a tutti i costi -- disse Fabrizio. -- Pensavo che tutti i biologi lo fossero. -- Qui ti sbagli. Constatare l'esistenza di un fatto non significa necessariamente approvarlo. La teoria della selezione naturale non l'ha inventata Darwin. E' stata la natura. Abbiamo una madre crudele, è il minimo che si possa dire. Fabrizio domandò: -- Sai se gli Irneri riuscirono poi ad ottenere qualche risultato? -- Niente di importante, penso. -- Lo sai che nella loro villa c'era un grande padiglione attrezzato a laboratorio? -- Davvero? Non mi meraviglia Era proprio da loro. -- C'è la possibilità che abbiano scoperto qualcosa e l'abbiano tenuto nascosto? -- Tutto è possibile. A dir la verità, il campo degli acidi nucleici è ancora in gran parte territorio franco. Da quando, in questi ultimi tempi, è stato avanzato un modello plausibile di membrana cellulare, tutti si sono gettati sui complessi lipoproteici. Anche nelle scienze biologiche si seguono un po' le mode, come vedi.
* * * Il giudice era rimasto a lungo incerto sull'opportunità di compiere un sopralluogo a Villa Irneri. Alla fine si decise, anche se fu costretto ad ammettere a se stesso che lo spingeva più una curiosità personale che una reale necessità ai fini dell'inchiesta. Quando arrivò alla villa era un ventoso pomeriggio di novembre. Le nuvole passavano nel cielo coprendo e scoprendo in continuazione il sole. Non si poteva vedere la villa dalla strada, nascosta com'era in mezzo agli alberi. L'auto si fermò davanti al cancello e uno dei carabinieri scese ad aprire. Fabrizio sedeva nel sedile posteriore e guardò l'alto, pesante cancello di metallo spalancarsi lentamente. Il carabiniere risalì e l'auto imboccò il lungo viale d'accesso. C'erano grandi alberi che crescevano ai lati, e i loro rami scendevano a volte così in basso che le foglie sfioravano il parabrezza dell'auto. Alla fine, dopo una lenta curva del viale, comparve la villa. Si fermarono davanti al portone. Fabrizio scese. Aveva piovuto per tutta la mattina e c'era ancora un po' di umidità nell'aria. Il suolo era coperto di foglie morte e fradice. I due carabinieri tolsero i sigilli al portone e il giudice entrò.Trovò innanzitutto un grande atrio, ai lati del quale si aprivano le porte a vetri del salotto e della stanza di soggiorno. In fondo, una rampa di scale portava ai piani superiori. Le imposte erano tutte chiuse e a Fabrizio occorse un po' di tempo per trovare l'interruttore della luce. In seguito, vagò a lungo per le stanze. Passò tra i mobili dove cominciava a depositarsi la polvere, scorrendo i titoli dei libri che giacevano in interminabili file sugli scaffali. Aprì cassetti, porte, armadi. Poteva sentire a tratti le voci dei due carabinieri che parlavano sulla porta d'entrata, ma in quel luogo il silenzio era lo stesso una cosa pesante e oscura. Arrivato al piano superiore, spalancò una delle finestre. Si era aperto un varco tra le nuvole, e il sole splendeva sul parco. Attraverso le cime degli alberi brillava la superficie dello stagno. Fabrizio uscì dalla villa che ormai stava scendendo la sera. Aveva con sé tre grossi libri e una rivista. I libri trattavano tutti l'argomento dell'evoluzione, e la rivista si intitolava Lettere Moderne; come in seguito lui avrebbe detto al commissario: -- Era l'unica rivista che ci fosse in tutta la casa. -- Uno degli articoli era intitolato: Lo strano caso del dottor Brunies e di Mr. Hladík. Cominciava così: Al punto in cui si é arrivati, non é più' offesa per nessuno affermare che i posteri, volgendosi ad osservare l'attuale periodo culturale, vedranno le opere di Jaromir Hladík e di Oswald Brunies levarsi come torri nel deserto... Più sotto, diceva: .....è necessario fare subito notare in che cosa consista il loro lavoro. Jaromir Hladík é l'autore di romanzi singolari e meravigliosi, i cui temi ricorrenti sembrano essere l'esistenza di Dio e l'intrecciarsi di destini cosmici e di piani che sopravanzano le capacitò di comprensione dell'uomo. Dal canto suo, Brunies ha avanzato una filosofia pratica che rappresenta probabilmente il più' brillante tentativo nella storia del pensiero di fornire una visione concreta e coerente del mondo dell'esistenza. E' possibile immaginare due posizioni più distanti tra loro? In effetti, sembrano persino troppo distanti per non far nascere qualche sospetto. E' più che naturale a questo punto domandarsi chi siano in realtà il massimo romanziere e il massimo pensatore della nostra epoca, e forse di molte altre epoche. Tutti sanno che Jaromir Hladík non è il vero nome dell'autore cecoslovacco, ma soltanto uno pseudonimo... una maschera dietro la quale non sappiamo ancora chi si nasconda. Gli editori naturalmente tacciono, e non è da escludere che nemmeo loro sappiano. Questo sarebbe già di per sé abbastanza sorprendente, ma ancora più sorprendente è che tutto ciò valga anche per il tedesco Brunies... Ci si chiede: per quale motivo una persona dovrebbe celarsi dietro uno pseudonimo? La risposta più semplice è di sicuro: perché ha qualcosa da nascondere. E non sarebbe possibile, allora, che Jaromir Hladík debba in realtà nascondere Oswald Brunies, e Oswald Brunies Jaromir Hladík? Non è affatto una tesi così insostenibile. Il resto dell'articolo era costituito da un minuzioso esame di alcuni brani dì Hladík e Brunies, considerati nella loro lingua originale, allo scopo di evitare l'inquinamento dovuto alle traduzioni. Veniva studiata la punteggiatura, e poi il ritmo e l'ampiezza delle frasi, gli schemi più ricorrenti e le preposizioni più comuni. Lo stile di un autore (diceva ancora l'articolo) può essere considerato la sua andatura, e - come ogni bravo poliziotto sa - la maniera di muoversi è uno dei tratti distintivi più caratteristici di una persona. Abbiamo appena visto come gli scritti di Hladík e Brunies, se esaminati nelle loro lingue originali, presentino sospette corrispondenze. Del resto, ogni romanziere è un po' filosofo, e ogni filosofo, in fondo, un po' romanziere. E tanto difficile immaginare che qualcuno abbastanza geniale possa, di giorno, elaborare la logica luminosa di Brunies, e di notte sognare gli oscuri drammi cosmici di Hladík? E' possibile allora che ci troviamo di fronte ad un nuovo caso Jekyll e Hyde? E in questo caso, chi è in realtà Brunies-Hladík? Chi si nasconde dietro la maschera? In seguito, Fabrizio Sandri disse al commissario: -- La rivista era stata lasciata su un tavolo, aperta a questa pagina fin dall'inizio, come se qualcuno avesse voluto che noi la trovassimo. E non è ancora tutto. L'autore dell'articolo si firma Cesare Andrioli. Ho telefonato alla redazione di Lettere Moderne, e nessuno lo conosce. Hanno soltanto pubblicato l'articolo che è stato loro spedito, e l'unico recapito che hanno è un indirizzo fermo-posta... Da qualunque parte ci muoviamo, troviamo di fronte a noi un vicolo cieco. Chi è l'uomo che è morto nell'incidente? Julien Bachard, il cantante, è scomparso, e probabilmente nessuno lo troverà più. E che cosa dovremmo pensare se ora scoprissimo che Hladík e Brunies hanno smesso di scrivere... se anche loro scomparissero, senza lasciare traccia?
* * * Il tempo passò. Né Jaromir Hladík, né Oswald Brunies pubblicarono altri libri. L'intero mondo della cultura attese a lungo e inutilmente loro notizie. Il caso Irneri era stato chiuso in fretta. Non tutti i conti sembravano tornare, ma a questo non venne data troppa importanza. Il giudice, comunque, pensava spesso allo strano gioco di specchi al quale aveva assistito, e al filo che aveva unito un cantante, un assassino, un romanziere e un filosofo. Poi, un giorno, ricevette la busta.Era arrivata insieme a tutta l'altra posta del mattino. Egli l'aprì e all'interno trovò una foto. La guardò a lungo e in seguito, per tutto quel giorno, non poté praticamente lavorare o fare nient'altro. La mattina seguente si alzò presto, prese il treno per Pisa, e quando fu arrivato si fece portare da un tassì fino all'università. Angela stava tenendo una lezione, e lui aspettò passeggiando avanti e indietro lungo i corridoi. Alla fine, lei uscì dall'aula. -- Salve -- le disse lui. -- Ciao -- rispose lei. -- Hai cinque minuti liberi? -- Posso offrirti qualcosa da bere? -- Certo, se vuoi -- Ho visto un bar qui all'angolo. Può andare? Lei disse: -- Vado a prendere il cappotto e torno subito. Non scappare. Era inverno, e fuori stava nevicando. Raggiunsero il bar camminando rasente i muri, entrarono e sedettero a un tavolino. Un cameriere venne a prendere l'ordinazione, e quando se ne fu andato lei disse: -- Sono contenta di vederti. -- Anche io -- disse lui. Attraverso i vetri un po' appannati potevano vedere la neve che cadeva e la gente che passava nella strada. -- Come mai sei qui? -- domandò lei. -- Volevo parlare un po' con te. Ieri mattina ho ricevuto una lettera. -- Buone notizie, spero. -- No. No davvero -- disse lui. Tacque un istante. -- Lo sai che sono stato a vedere la villa degli Irneri? -- disse poi. -- Ah, sì? Com'era? -- Sinistra. -- Lo immaginavo. Lui disse: -- Mi sono anche fatto una cultura sull'evoluzione. -- E' un argomento interessante -- disse lei. -- Sei brava con gli indovinelli? -- domandò lui. -- Insomma... -- Secondo te, com'è possibile che una persona si trovi in due luoghi nello stesso tempo? E com'è possibile che qualcuno spedisca una lettera dopo essere morto? Il cameriere venne a portare le ordinazioni. Fabrizio pagò, e quando il cameriere se ne fu andato, disse: -- Allora? -- Mi arrendo. Qual è la soluzione? -- Te la devi guadagnare. Ho bisogno di un tuo parere professionale. -- A proposito di che? -- Vorrei sapere da te se hai qualche idea su quello che sarà il prossimo passo nell'evoluzione della specie umana. -- Non è una cosa semplice. Dipende da troppi fattori. L'esperienza non vale granché in questo caso. Potrebbe trattarsi di qualcosa che non possiamo nemmeno immaginare. -- Però si possono sempre fare delle supposizioni -- disse lui. -- Questo sì. -- Qual è la tua opinione? -- domandò lui. -- Vuoi sapere come sarà l'uomo del futuro? Probabilmente più intelligente. Ma questa è solo l'ipotesi più prevedibile, e l'evoluzione si comporta molto spesso in maniera del tutto imprevedibile. -- Ti interessa il parere di un dilettante? -- domandò a questo punto lui. -- Perché no? Dopotutto hai pagato tu il conto. -- Tu dici che probabilmente sarà più intelligente e, in effetti, è vero che un uomo intelligente ha più probabilità di sopravvivere in un mondo ostile di quante ne abbia uno stupido. Però, più uomini intelligenti che collaborino insieme hanno possibilità ancora maggiori di uno singolo. Sei d'accordo? -- Sì. E allora? -- Non sarebbe possibile che il prossimo gradino comprendesse insieme maggiore intelligenza a maggiore capacità di collaborazione? -- Tu intendi diversi sistemi di comunicazione? Qualcosa come la telepatia? -- Non ho detto questo. Supponiamo solo che possano essere in qualche maniera più vicini. Che possano capirsi meglio, lavorare insieme meglio di quanto succeda a noi. E' un'ipotesi accettabile? -- Ah, certo... -- Bene -- disse lui. Prese un sorso dal proprio bicchiere. -- Pensi sempre che gli Irneri siano riusciti a trovare qualcosa? -- domandò lei. Lui posò di nuovo il bicchiere. -- Ne ho la prova -- disse. Tolse di tasca la fotografia. -- Ecco cosa ho ricevuto con la posta di ieri mattina. Che ne dici? Se guardi bene, trovi anche la soluzione che cercavi. Angela prese la fotografia che le veniva offerta. Lui disse ancora: -- E' quello che stavano studiando... La vera portata del progetto biologico di un organismo. Erano due scienziati geniali, l'hai detto anche tu, e poi non bisogna nemmeno sottovalutare l'importanza del caso. Forse non c'è da meravigliarsi troppo che ci siano riusciti, e che abbiano trovato la maniera di innescare un meccanismo che probabilmente avrebbe impiegato migliaia d'anni a manifestarsi spontaneamente. Penso che sia l'unica spiegazione possibile. Dopotutto, anche se ora, in questo gradino della scala evolutiva, il Dna di uno zigote contiene le informazioni necessarie per la formazione di un singolo individuo, vediamo lo stesso che a volte può dar luogo a qualcosa di più. E' il caso dei gemelli monozigoti. E in futuro, chissà... Angela continuava a guardare le fotografie. Vedeva la facciata illuminata dal sole di una grande villa di campagna, e le figure in piedi sugli scalini, davanti all'entrata. C'erano due persone anziane, un uomo e una donna: Guido e Elisabetta Irneri, un po' più vecchi di quanto lei li ricordasse. E poi c'erano i bambini tutt'intorno a loro... sei giovani volti identici nella luce del sole, tutti e sei con gli stessi capelli bruni, gli stessi profondi occhi scuri.
* * * Quando uscirono aveva smesso di nevicare. Il sole era tramontato e i lampioni erano già accesi.-- Perché pensi che ti abbiano mandato la fotografia? -- domandò lei. -- Non so... Forse per la stessa ragione per cui hanno scritto quell'articolo e hanno fatto in maniera che trovassimo la rivista. Forse soltanto per dire: Noi siamo qui. Che cosa farete, voi? Lontano, da qualche parte, risuonò una sirena. Fabrizio si strinse nel cappotto. -- L'ho sempre detto che i ragazzi brillanti sono la croce della mia vita... -- Che cosa hai intenzione di fare? -- Non lo so. Qualcosa. Ci dovrò pensare. Ma loro, piuttosto? Erano in sei, e ora sono rimasti in cinque. Che faranno? E che cosa hanno fatto fino ad ora? Uno di loro ha commesso un omicidio atroce, un altro, forse lo stesso, è morto nel tentativo di salvare una ragazza, un altro ancora si è divertito a sconvolgere il nostro povero panorama culturale, un altro ha scritto canzoni... -- Credi che ci sia un nesso? -- Può darsi di no. Ma per tutto questo tempo io ho continuato a pensare a una cosa. Prova a considerare uno dei nostri più lontani progenitori, uno di quelli appena scesi dagli alberi, per intenderci. Che cosa sarebbe successo se avesse visto improvvisamente uno dei propri figli raccogliere e affilare una scheggia di selce? Credi che avrebbe capito, o che non avrebbe piuttosto pensato ad un gioco privo di senso? Più tardi, lei lo accompagnò alla stazione con la propria auto. Lui le disse: -- Vorrei che tu dessi un'occhiata al laboratorio e mi dicessi che cosa ne pensi. -- Va bene. In ogni modo, ci sono persone anche più qualificate di me. Cercherò di portarmene dietro qualcuna. -- Bisognerà che mi procuri le autorizzazioni. Ti telefono appena posso. Erano già sulla banchina. Lui salì sul treno, e si volse indietro a guardarla dallo sportello. -- Vuoi sapere una cosa? -- gli domandò lei. -- Cosa? -- Adesso posso anche dirtelo. Sono stata disperatamente innamorata di te, quando eravamo giovani. Lui la guardò. -- Ma siamo mai stati giovani sul serio, noi due? -- Oh, penso di sì. Io non sono mai cresciuta. -- Sorrise. Si strinse nelle spalle, prima di voltarsi e andarsene. -- Ti telefono -- le gridò dietro lui. -- Domani o dopodomani. Lei alzò un braccio per fargli capire che aveva sentito. L'istante seguente era già sparita in mezzo a tutta l'altra gente che andava e veniva nella luce gialla e desolata della stazione. Lui rimase ancora sullo sportello, ma poi altre persone salirono, e dovette entrare nel vagone. Si trovò un posto a sedere e attese che il treno partisse. Ora si sentiva all'improvviso molto stanco. Rimase per un po' a guardare fuori dal finestrino, poi prese ancora una volta la fotografia dalla tasca della giacca e osservò a lungo e con attenzione i sei bambini - i profondi occhi scuri dei sei bambini - come se dovesse trovare qualcosa ma non sapesse che cosa. Il treno uscì dalla stazione e cominciò a correre nella notte senza che quasi lui se ne accorgesse. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |
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