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di Alessandro Vietti

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Speciale Robot e AndroidiCINEMA

Alter-ego artificiale dell'uomo o costruzione aliena, buono o malvagio che sia, il robot è una figura ormai consolidata nell'immaginario collettivo del '900 grazie soprattutto all'impatto e alla diffusione delle immagini cinematografiche. Per questo è forse proprio al cinema che il robot deve la sua maggiore celebrità, una fama che dura ormai da oltre settant'anni e che contiene in sé numerosi esempi.

R.U.R.
R.U.R.

Uomini di metallo sul grande schermo

Due braccia, due gambe, una testa, un tronco. Sfogliando l'album fotografico dei robot cinematografici viene da chiedersi perché il robot dev'essere fatto per forza così, così simile all'uomo. Si potrebbe stare qui a disquisire per ore di sindrome di Frankenstein in prospettiva tecnologica, o di manifestazione del superbo desiderio umano di creare qualcosa "a sua immagine" in modo da poter essere assimilato a un dio. Tuttavia, almeno per quanto riguarda la stragrande maggioranza dei robot che hanno occhieggiato dal grande schermo, la realtà è assai più prosaica e pratica giacché, dal punto di vista tecnico si è quasi sempre reso necessario, anche in tempi relativamente recenti, che qualcuno si calasse fisicamente all'interno dell'automa in modo da animarlo. E quale miglior costume se non quello che meglio si adatta intorno a un attore in carne e ossa? Del resto è innegabile che, almeno per registi e produttori, i robot antropomorfi sono più comodi da realizzare e da gestire e, anche da quando la tecnologia permette la creazione di robot autentici, l'attore in costume costa meno e si muove con maggior naturalezza e facilità, tanto che sovente, negli ultimi vent'anni, è stata spesso utilizzata la combinazione di entrambi. Storia a parte meritano ovviamente androidi, replicanti e cyborg assortiti, ma visto che, almeno all'apparenza, essi devono sembrare umani a tutti gli effetti, almeno nel loro caso l'integrazione tra tecnologia e sistemi organici giustifica almeno in parte la rappresentazione antropomorfica della macchina.
Ci sembra dunque che un discorso sui robot cinematografici non possa prescindere da coloro che hanno dato loro un'anima, per cui gli "uomini di metallo" non sono soltanto i robot, ma anche e soprattutto i numerosi attori-burattinai che nessuno conosce e che si sono calati nei panni di automi spesso goffi e pesanti, di certo sempre scomodi! Diciamo numerosi perché, a dispetto di quanto non possa suffragare la nostra memoria, la quantità di film che hanno dei robot come protagonisti è letteralmente impressionante, al punto da far sospettare che il robot sia la figura maggiormente ricorrente nel cinema dopo Zorro, Robin Hood e Pierino. E c'era da aspettarselo giacché il robot è stato protagonista fin dagli albori del cinema fantastico nel quale non poteva mancare un esempio del leggendario George Mèliés, Gugusse et l'automaton (1897), al quale seguirono altri esempi nei primi vent'anni del secolo come The Mechanical Statue and the Ingenious Servant di Stuart J. Blackman (1907) e The Rubber Man (1909) di Sigmund Lubin e molti altri. A quell'epoca, infatti come già detto all'inizio di quest'articolo, non era ancora stato coniato il nome "robot", termine per il quale si dovrà attendere il 1923 e il testo Rossums Universal Robots (conosciuto anche come R.U.R) di Karel Capek, per cui i robot di inizio secolo erano piuttosto bambolotti o esseri meccanici in grado di svolgere compiti più o meno complicati. Quello che invece nel 1926 inaugurò ufficialmente con una prova straordinaria la felice stagione robotica, fu un modello assolutamente unico e imprevedibilmente... seducente.

Un robot di nome Maria

Metropolis
Ci troviamo esattamente cento anni nel futuro, nel 2026, e la società è suddivisa nettamente tra la classe di operai lavoratori alle macchine che giacciono in un sottosuolo dai connotati infernali, e i ricchi che vivono immersi nell'agio di giardini paradisiaci. A reggere tutto quanto c'è John Fredersen (l'attore Alfred Abel), una sorta di dittatore che tiene saldamente in mano le leve del potere e della tecnologia delle macchine. Ma un giorno Freder (Gustav Frölich), suo figlio, scontratosi con la tragica realtà degli operai-schiavi che vengono guidati e tenuti in pace da una misteriosa ragazza di nome Maria (Brigitte Helm) della quale egli non tarda ad innamorarsi, decide di intercedere presso suo padre per affrancare la massa di lavoratori da quest'abominevole condizione. Manco a dirlo, questi non ci sta e, mentre il figlio si unisce alla causa dei lavoratori diventando uno di loro, il genitore, che non può reprimere con la violenza i malumori che cominciano a serpeggiare tra gli sfruttati, si rivolge a Rotwang (Rudolf Kleine-Rogge), uno scienziato che ha appena costruito un robot al quale è in grado di far assumere sembianze umane. Così, dopo aver fatto rapire Maria, la sostituisce con l'androide modellato a sua immagine, in modo da sobillare i lavoratori alla ribellione e giustificare la sua spietata ritorsione. Il lieto fine, grazie all'intercessione della vera Maria che salva i bambini degli operai dalle drammatiche conseguenze della ritorsione operata dal dittatore, riporta l'equilibrio tra le classi. Questo, a grandi linee, è Metropolis, che nel 1926 il geniale regista tedesco Fritz Lang trasse dall'omonimo romanzo scritto da sua moglie Thea von Harbou. Pur con tutti i limiti tecnici dovuti all'epoca in cui venne realizzato (ricordiamo che il film è ovviamente in bianco e nero ed è muto, anche se in tempi relativamente recenti ne è stata fatta una versione colorata digitalmente e impreziosita da una nuova colonna sonora con musiche originali di Giorgio Moroder e canzoni dei Queen, i quali utilizzarono le immagini del film anche per il videoclip della canzone Radio ga-ga, Metropolis è a tutt'oggi ancora un esempio unico e non solo per i mezzi impiegati, infatti:

Metropolis
"Il film costò 7 milioni di marchi e la lavorazione si protrasse dal 22 maggio 1925 al 30 ottobre 1926. Vennero girati 620.000 metri di negativo; furono impiegati, oltre agli otto attori di primo piano, 25.000 uomini, 11.000 donne, 1.100 calvi, 250 bambini, 25 uomini di colore, 3.500 paia di scarpe speciali, 50 automobili"[1]

Senza naturalmente dimenticare il robot, che è ormai diventato una vera e propria icona alla quale lo stesso George Lucas ha ammesso di essersi ispirato per il suo C3-P0. Fu la stessa Brigitte Helm, l'attrice che interpretò Maria, a doversi calare non senza difficoltà e disagio nei panni del robot realizzato da Walter Schultze-Mittendorf. Ecco cosa ricorda il costruttore del costume, a proposito dell'artigianale processo di creazione del robot:

Metropolis
"Fu il caso ad aiutarci. Una fabbrica che costruiva modelli architettonici ci diede senz'alcuna intenzione un'assistenza decisiva. Mi recai laggiù per un altro lavoro e la mia attenzione fu attirata da una piccola scatola di cartone etichettata: 'Legno plastico -- campione commerciale'. Questo 'campione', che non interessava alla fabbrica, mi fu regalato. Un solo esperimento mi portò immediatamente la conferma. Il materiale per la nostra 'creatura-macchina' era stato trovato. Il legno plastico risultava essere una sostanza impastabile e malleabile, che si induriva rapidamente una volta esposta all'aria, permettendo di essere modellata come legno organico.
Dopodiché fu necessaria una procedura per niente piacevole per Brigitte Helm, cioè fare un'ingessatura del suo intero corpo. Le parti che assomigliavano all'armatura di un cavaliere furono coperte con due millimetri di legno plastico, e poi spianate con un rullo per pasta da cucina. Subito dopo vennero messe sulla Brigitte Helm ingessata, come un calzolaio che mette le pelli sopra i suoi blocchi per modellarle. Quando il materiale si fu indurito, le parti vennero lucidate e i contorni ritagliati. Questo fu il rozzo meccanismo che permise all'attrice dentro alla 'creatura-macchina' di sedersi e camminare.
La procedura successiva fu di arredarlo con i dettagli in modo da dargli un'estetica tecnologica. Alla fine, con una pistola spray venne applicato uno strato di lacca mischiata di argento e bronzo, che diede all'insieme una genuina apparenza metallica, che sembrava convincente persino se osservata da vicino".[2]

E riguardando il risultato finale alla luce degli esempi degli anni successivi, il lavoro pionieristico di Schultze-Mittendorf appare insuperato per almeno trent'anni, durante i quali i robot cinematografici furono caratterizzati da fisionomie assai casalinghe e approssimative, al limite del grottesco, conferma ulteriore della pressoché illimitata quantità di mezzi che Fritz Lang fu messo in condizione di utilizzare.
Oltre a un'originale scena in cui il robot, ormai perfettamente somigliante a Maria, si produce in una sfrenata e provocante danza dalla femminilità sconvolgente, vale la pena notare anche l'originalità dell'arguta funzione narrativa del robot la cui connotazione negativa è la personificazione di una tecnologia mistificatrice e opprimente, un'immagine ben lontana da quella dei suoi eredi stereotipati, capaci solo di minacciare, uccidere e ribellarsi al proprio creatore. Anche per questo il robot di Metropolis resta a tutt'oggi un esempio insuperato e insuperabile, e i successivi maldestri esempi, purtroppo, non fanno che confermare quest'impressione.

Retrocessione

The Phantom Empire
The Phantom Empire
Il cinema degli anni '30 e '40 è abbastanza misero di presenze robotiche e per trovare qualche esempio si è costretti ad andare a spulciare esempi misconosciuti e assai stravaganti. Sebbene i robot non abbiano una parte di primo piano, possiamo citare il bizzarro western-fantastico in 12 episodi The Phantom Empire (1935) diretto da Otto Brower e B. Reeves Eason. Mattatore assoluto della vicenda era un cantante folk, Gene Autry, autentico e leggendario cantante country che nel film interpretava se stesso, il quale veniva incidentalmente a contatto con la pacifica civiltà perduta di Mu i cui superstiti, tecnologicamente progrediti, si erano rifugiati in caverne situate guarda caso proprio sotto il suo Radio Ranch. Ma alcuni loschi figuri provenienti dalla superficie rompevano l'equilibrio di pace e Gene Autry doveva cercare di prevenire una guerra totale, difendendo ovviamente anche il suo spettacolo radiofonico! In questo caso i robot costruiti dall'avanzatissima tecnologia Mu erano delle specie di barilotti di ferraglia che più che incutere terrore, ispiravano una certa tenerezza.
Mysterious Doctor Satan
Mysterious Doctor Satan
Da prendere un tantino più sul serio è invece Mysterious Doctor Satan (1940), diretto da John English e William Witney, dove il fantomatico dottor Satan, impersonato da tale italianeggiante Eduardo Ciannelli, è uno scienziato pazzo che progetta di conquistare l'America avvalendosi di un esercito di robot basati sul prototipo che ha appena costruito, ma che dovrà vedersela con Robert Wilcox nei doppi panni di Bob Wayne e di una specie di super eroe mascherato chiamato Copperhead (lett. Testa-di-rame).
E con questo, benché dal punto di vista letterario Asimov cominciasse proprio in questo periodo a mietere i suoi primi successi robotici e il robot conoscesse una vera e propria età dell'oro, per quanto riguarda il cinema, il panorama degli anni '30 e '40 si ferma qui. Lo schermo è riservato soprattutto a gorilla, mostri di Frankenstein e uomini invisibili. Per avere un prepotente ritorno al cinema di robot degni di questo nome si dovranno attendere i primi anni '50.

In nome della pace

The Day the Earth Stood Still
La seconda guerra mondiale era terminata da pochi anni e i funghi di Hiroshima e Nagasaki dovevano essere ancora impressi negli occhi di tutti, per questo non è difficile pensare che i popoli della Terra in quegli anni ancora travagliati avessero in cuor loro un grande desiderio di pace. E fu proprio per sottolineare l'importanza della pace e della collaborazione tra i popoli che Edmund H. North si ispirò al racconto Farewell to the Master di Harry Bates (ed. it. Addio al padrone, in Asimov - Le grandi storie della fantascienza 2 - Bompiani 1989), per scrivere la sceneggiatura di quello che è a tutt'oggi considerato un autentico capolavoro della fantascienza degli anni '50. Molti l'avranno già capito, parliamo di The Day the Earth Stood Still (1951, Ultimatum alla Terra), diretto da Robert Wise, nel quale si racconta di un disco volante che atterra negli Stati Uniti e dal quale escono due personaggi: Klaatu (Michael Rennie), essere spaziale ma dalle fattezze umane come le nostre, e Gort, robot metallico, essenziale e gigantesco, sua sorta di guardia del corpo. Dopo essere sbarcato e aver affermato di essere venuto come amico, Klaatu dice di avere un messaggio importante da riferire a tutti i popoli della Terra, ma prima un incidente di un soldato che lo ferisce per errore, e poi i perversi giochi della politica terrestre divisa tra Russi e Americani, impediscono a Klaatu di pronunciare il suo messaggio. Cercando ancora il modo di essere ascoltato, dopo essere fuggito dall'ospedale in cui era stato ricoverato in seguito a un ferimento accidentale, Klaatu alla fine ricorre a una dimostrazione estrema, quella di privare l'intero pianeta (tranne ospedali e aeroplani in volo) di energia elettrica, ma questo fa scatenare il panico degli uomini che lo uccidono. La perdita del suo padrone-compagno, fa scatenare a sua volta la furia di Gort il quale diventa preda di un'apparentemente inarrestabile marcia distruttrice, interrotta solo grazie all'intervento di Helen Benson (Patricia Neal), una donna alla quale prima di morire Klaatu ha rivelato come fermare il robot. Così, una volta interrotta la sua furia, Gort recupera il corpo di Klaatu e lo conduce di nuovo al disco in tempo per riportarlo in vita, dopodiché gli verrà finalmente concesso di fare il suo famoso discorso:

"[...] L'universo diventa ogni giorno più piccolo e il pericolo di aggressione da parte di chiunque e dovunque non può essere tollerato. E' necessario che ci sia sicurezza per tutti gli esseri viventi. [...] Anche noi che abitiamo gli altri pianeti abbiamo accettato questo principio e abbiamo creato un'organizzazione per la mutua protezione di tutti i pianeti e per la totale eliminazione di ogni aggressione. [...] Io sono venuto per dirvi questo: a noi non importa quello che fate sul vostro pianeta, ma se tentaste di estendere le vostre violenze, questa vostra Terra verrebbe ridotta a un mucchio di cenere. Potete scegliere: unirvi a noi e vivere in pace o seguitare sulla strada in cui siete e venire annullati. Aspetteremo una risposta. La decisione spetta a voi". [3]

Lock Martin
Lock Martin
Malgrado la sua estrema semplicità e le sue forme lineari, o forse proprio grazie ad esse, Gort è uno dei robot maggiormente ricordati della storia del cinema di fantascienza, certamente grazie anche al successo che ebbe il film, evidentemente superiore ai suoi predecessori da tutti i punti di vista. Il trentacinquenne Joseph Lockard Martin Jr., conosciuto semplicemente come Lock Martin, fu l'attore che venne scritturato per mascherarsi da robot. Chiamato amabilmente il "gigante gentile", titolo anche di un programma televisivo a cui partecipò leggendo favole a gruppi di bambini sul set, Martin era davvero un uomo straordinariamente alto, caratteristica che, oltre alla performance dentro Gort, gli valse altre tre interpretazioni in ambito fantastico: in Invaders from Mars (1953) in cui impersonava un mutante, in The Incredible Shrinking Man (1957) dove interpretava appunto il gigante e in The Abominable Snowman of the Himalayas (1957) dove, manco a dirlo, era calato nei panni dello Yeti. Ecco cosa disse di lui il regista Robert Wise:

Gort
Gort
"Una delle sfide era lo stesso personaggio di Gort. Sapevamo che avremmo avuto una specie di costume dentro il quale qualcuno avrebbe dovuto infilarsi. E questo fu il motivo per cui provammo un sacco di giocatori di basket alti 2 metri, 2 metri e 20. Noi stavamo cercando dappertutto un uomo davvero molto alto anche uscendo dai consueti canali del casting e dalle agenzie di reclutamento degli attori. Poi ad un certo punto qualcuno si ricordò che il Grauman's Chinese Theater aveva in quei giorni un portinaio terribilmente alto. Era alto 2 metri e 30 e noi lo ingaggiammo per entrare nel costume. Era Lock Martin. Non era un uomo molto forte, e quel costume era pesante. Riusciva a starci dentro per circa mezz'ora alla volta e non riusciva nemmeno a sollevare Patricia Neal. Per la scena in cui lei cade contro le sedie e lui viene verso di lei, io feci la panoramica finché lui va dietro una porta, così fermai la ripresa. Poi con l'aiuto di una gru, sollevammo Pat, girammo intorno a Gort e gliela mettemmo tra le braccia. Così quando riprendemmo a girare, egli stava camminando fuori dall'inquadratura con Pat che veniva portata in quel modo da un cavo. Poi, sul controcampo mettemmo un peso leggero sulle sue braccia. Questo fu uno dei piccoli trucchi che dovemmo escogitare per rendere il robot credibile. Ricordo poi che avevamo due costumi per lui. Uno con la zip sul didietro per quando mostrava il davanti alla macchina da presa, e un altro con la zip sul davanti per quando lo dovevamo riprendere di schiena".[4]

Ma i Gort realizzati dal direttore artistico Addison Hehr per il film in realtà furono addirittura cinque. Oltre ai due costumi indossati da Martin alti circa due metri e mezzo, c'erano infatti una statua in fibra di vetro poco più alta del costume (circa 2,75 m) e utilizzata come figura di scena, una statua più leggera usata come controfigura per le prove quando la presenza dell'attore non era necessaria, e infine un elmetto più grande e mobile utilizzato solo per i primi piani, dotato di apparecchiature elettriche dietro il visore per simulare l'emissione di luce del terribile raggio mortale che, come effetto speciale, venne aggiunto successivamente direttamente sui fotogrammi della pellicola.
Fu così che finalmente il robot comparve di nuovo con una sua dignità sul grande schermo, benché la pellicola non deve certamente il suo successo solo al personaggio di Gort, ma a tutta una serie di fattori quali il messaggio pacifista, le buonissime prove degli attori e la mano felice del regista, il medesimo che dieci anni più tardi avrebbe firmato il famosissimo West Side Story (1961, idem) e che sarebbe tornato alla fantascienza con il più che discreto The Andromeda Strain (1971, Andromeda) tratto dall'omonimo romanzo di Michael Crichton e con il primo poco fortunato film della serie di Star Trek, Star Trek: The Motion Picture (1979, Star Trek).

Problemi con le donne?

Tobor
A proposito delle parole di Wise secondo cui durante le riprese furono costretti ad agevolare con un cavo la presa in braccio della fanciulla da parte del robot, va osservato che questa di portare in braccio le donne sembrava essere una specie di curiosa mania. E' sufficiente infatti dare un'occhiata alle locandine dei film di questo periodo per accorgersi di una caratteristica che peraltro non riguarda esclusivamente le pellicole con i robot, ma anche quelli di mostri, alieni ecc. Nei poster dell'epoca, come spesso accadeva anche sulle copertine dei libri, era consuetudine che la creatura mostruosa di turno portasse in braccio una fanciulla spesso bionda, sempre ben tornita e generalmente assai poco vestita! Ovviamente non si trattava di un "vizietto" delle creature, bensì di mere operazioni pubblicitarie, tanto che non era raro scoprire poi che in realtà nel film non c'era alcuna scena del genere. E questo è il caso anche del successivo film robotico, Tobor the Great (1954, Tobor) nella versione italiana. Tobor, nome ricavato semplicemente scrivendo al contrario la parola robot, era "Costruito dall'uomo con tutte le emozioni dell'uomo", come recitava la frase di accompagnamento al titolo e, nella pellicola diretta da Lee Sholm, l'automa è infatti in grado di provare sentimenti umani, grazie al meccanismo di comando a onde cerebrali con il quale il dottor Ralph Harrison (Charles Drake) lo ha costruito per conto del governo americano. Ma il nipote dello scienziato, che trascorre gran parte del suo tempo con la macchina considerandola una specie di compagno di giochi, sviluppa con essa un sincero e reciproco sentimento di amicizia così, quando scienziato e nipote vengono rapiti da una misteriosa nazione nemica, le cui spie sono accompagnate dalla musica Volga... Volga... che la dice lunga sul messaggio subliminale rivolto agli spettatori...[5], l'automa interviene per mettere le cose a posto. Tobor fu impersonato da un certo Lew Smith del quale non si hanno tracce di apparizioni in altre produzione, cosa che fa pensare che non si trattasse di un attore professionista, ma di uno scelto esclusivamente per il proprio fisico possente.

Biblici e venusiani...

Gog
Il 1954 si può considerare davvero un anno straordinario per i robot al cinema, perché, oltre a Tobor, furono addirittura tre gli automi protagonisti di altre due produzioni americane. I primi sono Gog e Magog, i due robot che appaiono nel film Gog di Herbert L. Strock, conosciuto da noi con il titolo Attacco alla base spaziale U.S. Ecco come viene eloquentemente presentata la macchina sulla locandina del film:

"Costruito per servire l'uomo...
poteva pensare mille volte più velocemente,
poteva muoversi mille volte più velocemente,
poteva uccidere mille volte più velocemente,
... POI IMPROVVISAMENTE DIVENNE
UN FRANKENSTEIN DI ACCIAIO!"

Target Earth
Target Earth
La vicenda prende spunto in una segretissima base sotterranea dove alcuni scienziati che lavorano su un progetto di ibernazione da utilizzare nei viaggi spaziali, vengono uccisi apparentemente da macchine che agiscono fuori controllo. L'agente della sicurezza David Sheppard (Richard Egan) viene inviato nella base segreta per investigare il sabotaggio e scopre che l'intera base è sotto il controllo del supercomputer NOVAC e dai suoi robot Gog e Magog. Non si tarderà a scoprire che le interferenze che causano la rivolta delle macchine provengono da uno strano oggetto orbitante ad altissima quota e costruito dalla solita potenza straniera di cui non si fa il nome, ma che gli americani dell'epoca in pieno clima di "caccia al comunista", intuiscono perfettamente anche senza bisogno di canzoncine subliminali, come nel caso di Tobor. Vale la pena notare che, ad aumentarne la valenza negativa, i nomi di Gog e Magog sono mutuati dalla Bibbia e per la precisione dalle profezie di Ezechiele e dall'Apocalisse in cui si racconta che Gog, un principe della terra di Magog (ma storicamente Magog ha assunto anche nome di persona) lotterà violentemente contro Israele, finché Dio non riuscirà a distruggerlo. Più genericamente Gog e Magog sono anche considerate le manifestazioni delle forze generiche del Male contro le quali Dio dovrà proteggere il suo popolo.
La seconda pellicola fu Target Earth (1954, Obiettivo Terra), diretta da Sherman A. Rose e tratta dal racconto di Paul W. Fairman, Deadly City, narra la storia di un minaccioso robot invasore giunto sul nostro pianeta da Venere e dotato di una mortale arma a raggi, il quale dovrà vedersela con uno sparuto gruppo di terrestri rimasti soli a fronteggiarlo in una Chicago ormai deserta. In questo caso, è curioso notare che il robot alieno fu interpretato da un certo Steve Calvert, attore che risulta essere stato in attività solo negli anni '50 e che, su nove film a cui partecipò, ricoprì per ben quattro volte il ruolo di gorilla!

Il robot di Shakespeare

Forbidden Planet
Benché Asimov avesse inaugurato i racconti dei robot positronici già nel 1941, un abbozzo delle Tre Leggi della Robotica impiegò ben quindici anni a giungere al cinema, quando Irvin Block e Allen Adler trasposero in chiave fantascientifica La Tempesta di William Shakespeare e l'isola di Prospero divenne Altair-4 di Morbius. Il pianeta, colonizzato dai terrestri del Bellerofonte, ha perso i contatti con la Terra e quando l'astronave del comandante John J. Adams (un giovanissimo Leslie Nielsen) giunge sul pianeta trova che di tutti i terrestri sono sopravvissuti solo il Dr. Edward Morbius (Walter Pidgeon) e sua figlia Altaira (Anne Francis), che nella tragedia shakespeariana corrisponde alla figura di Miranda, mentre il misterioso mostro invisibile che ha distrutto i coloni, come pure la civiltà dei Krel, gli originari abitanti del pianeta e spazzati via in una sola notte, equivale al Calibano. Ma gli sceneggiatori di Forbidden Planet (1956, Il pianeta proibito) dovevano trovare anche un parallelo per Ariel, il magico spiritello dell'aria protagonista dell'opera shakespeariana, e così pensarono bene di tramutarlo forse nell'icona robotica maggiormente popolare almeno fino all'avvento dei droidi di George Lucas: Robby the Robot. E, come si diceva poc'anzi, Robby è anche il primo robot cinematografico dotato di qualcosa di molto simile alle tre leggi asimoviane, visto che in una celebre e drammatica scena, per mostrare le capacità e l'intrinseca sicurezza del robot, il dottor Morbius gli ordina di fulminare il Comandante Adams. L'automa naturalmente non è in grado di portare a termine il comando perché qualcosa al suo interno va in conflitto impedendogli di ferire un essere umano, e la sua testa viene inondata da un tripudio di scariche elettriche bluastre indice del conflitto che l'ordine ha suscitato dentro di lui.

La vestizione del cavaliere elettrico

Robby
Costato ben 125.000 dollari dell'epoca, concepito da Buddy Gillespie e realizzato dal direttore artistico Robert Kinoshita, Robby era alto quasi 2 metri e 20 e, a dispetto della sua altezza, contrariamente al solito questa volta fu scelto un attore molto minuto per calarcisi dentro. In realtà furono due i personaggi che si avvicendarono dentro Robby durante le riprese del film, Frankie Carpenter e Frankie Darro, ma la gran parte del lavoro fu sostenuto da quest'ultimo, il quale, discendente da una famiglia di artisti circensi, aveva debuttato già all'età di sette anni (The Signal Tower, 1924) ed era un apprezzato attore di film soprattutto western (ebbe una piccola parte anche nel già citato The Phantom Empire).
Il costume era divisibile in tre parti, la testa, il tronco e le gambe, dentro le quali l'attore veniva dapprima calato fino a infilare i piedi in speciali trampoli. Poi una sorta di bardatura fissata alle sue spalle gli consentiva di sollevare il costume, permettendo a tutte le giunture e alle cinghie di gomma di muoversi con una certa libertà. Dopodiché il tronco veniva calato sopra le gambe e fissato a esse tramite speciali fissaggi. Questa parte ormai copriva completamente il corpo dell'attore, al quale era consentito vedere attraverso le fessure della "bocca" del robot. Per questo la faccia dell'attore doveva essere parzialmente annerita, in modo che risultasse invisibile dall'esterno. Infine veniva posizionata la testa a forma di uovo, con le antenne rotanti e gli interruttori che cliccavano ispirandosi ai primi grossi calcolatori elettromeccanici che cominciavano a essere familiari in quegli anni.
Il costume, fatto di una plastica fabbricata dalla Royalite (uno dei primissimi esempi di plastica che all'epoca era utilizzata per fabbricare valigie) e termoformata in speciali stampi di legno, fu materialmente costruito dalla squadra di effetti speciali della Metro Goldwyn Mayer condotta da Jack Gaylord, e dai suoi collaboratori Andy Thatcher, Rudy Spangler, Cliff Grant e Eddie Fisher. E fu proprio quest'ultimo, a provare Robby per primo. Ecco cosa disse a proposito di quell'esperienza:

Robby
"L'ambiente ristretto come una prigione e la mancanza d'aria erano quasi insostenibili. Era molto faticoso e lo si poteva sopportare solo per brevi intervalli di tempo. Uno dei maggiori inconvenienti di Robby era non si poteva salire o scendere le scale o inclinarsi in alcun modo. Si doveva stare su una superficie piana perché non si potevano sollevare i piedi del robot per più di un centimetro dal pavimento. Questo dava a Robby un modo di camminare caratteristico, come se stesse strisciando. Io dovevo portare oltre trenta chili di peso sulla schiena, che consistevano principalmente nella cupola della testa di Robby più il peso delle batterie che tenevo attaccate alla cintura. Questo faceva di Robby qualcosa di veramente pesante ed esserci dentro rendeva ancora più difficile mantenere l'equilibrio. Se ti piegavi troppo in avanti, il robot si sarebbe schiantato a terra portandoti con sé". [6]

Superstar

Robby
Oltre a essere stato certamente favorito dalle immagini a colori, di cui Il pianeta proibito è uno dei primissimi esempi nel campo della fantascienza, il successo di Robby fu anche confortato da un'astuta manovra pubblicitaria della MGM che, all'epoca, dichiarò che Robby era un vero robot in grado di muoversi autonomamente grazie a dei cavi ed era alimentato dal motore di un aeroplano residuato della seconda guerra mondiale[7]. Niente di più falso, ovviamente! Gli unici cavi erano quelli che portavano l'energia per gli effetti meccanici e luminosi e che, nelle riprese a figura intera, venivano sostituiti con una serie di batterie appese alla cintura dell'attore.
Ad ogni buon conto, quale che sia stato l'impulso che fece schizzare Robby nell'olimpo della celebrità, la sua fama fu immediata e di proporzioni planetarie, al punto da convincere la produzione a sfruttare molto presto la sua popolarità anche in televisione. Robby fece così numerose apparizioni in altrettante serie televisive, non solo di genere, fino a tempi relativamente recenti. Fu infatti "guest star" in serial famosi come Lost in Space, Ai confini della realtà, La famiglia Addams, Mork e Mindy, e addirittura in Love Boat e Colombo. Ma non finisce qui, perché Robby conobbe addirittura un "periodo di gloria tipicamente italiana quando fu chiamato come ospite d'onore al quiz di Mike Buongiorno Lascia o Raddoppia?, in occasione della prova di una concorrente esperta in fantascienza"[8]. E allora, ad un personaggio così gli avreste negato un nuovo ruolo da protagonista sul grande schermo? Difatti non trascorsero neanche dodici mesi, che la MGM confezionò un nuovo film appositamente per Robby.

Robby conquista il mondo?

The Invisible Boy
In modo da sfruttare sia il successo del film precedente, sia la fama personale del robot, The Invisible Boy (1957, Il robot e lo Sputnik) venne presentato come una sorta di seguito de Il pianeta proibito, ma a parte la presenza di Robby le analogie non vanno molto oltre, tranne una scena iniziale in cui ai giorni nostri, in una specie di magazzino di uno scienziato, viene ritrovato Robby disassemblato accompagnato da alcuni appunti che ci fanno sapere che lo studioso aveva sviluppato un modo di viaggiare nel futuro dove si era impadronito del robot. Nella medesima stanza si vede anche una fotografia che mostra Robby che emerge dalla stessa astronave a forma di disco vista ne Il pianeta proibito atterrata allo Spazioporto di Chicago nel 2242, cosa che ci informa che il Comandante Adams, Altaira e il resto dell'equipaggio sono riusciti a tornare sulla Terra dopo che le macchine dei Krel avevano causato l'esplosione di Altair-4 alla fine del film precedente. Per il resto, The Invisible Boy, diretto da Herman Hoffman su sceneggiatura di Edmund Cooper e Cyril Hume, è completamente differente dal precedente e, dalle atmosfere colte e originali, la vicenda torna ad assestarsi nelle antiche tendenze. Dunque, Timmie (Richard Eyer) è un ragazzino di dieci anni che ama divertirsi e odia studiare. Quando suo padre scienziato prova a migliorare le sue capacità intellettive mettendolo di fronte al Super Computer, il ragazzino impara molto più del semplice modo di battere suo padre a scacchi. Con intenti di dominazione del mondo, il computer riesce infatti a convincere Timmie a riattivare Robby il robot, il quale viene poi comandato dal computer per i suoi loschi scopi. Ma benché Robbie sia un eccellente schiavo del computer, come potrebbe mai fare del male al ragazzino che gli ha ridato la vita? Ed è questo, alla fine, il punto chiave di un film (questa volta in bianco e nero) altrimenti noioso e ingenuo, che malgrado tutto non riesce a offuscare la gloria di Robby ormai definitivamente proiettato tra le autentiche star del cinema.

Arrivano i cyborg

Dopo un decennio come quello degli anni '50, caratterizzato da una buona qualità in almeno due o tre casi, e comunque da una ragguardevole quantità di esempi da essere quasi inflazionato, era prevedibile che il robot risentisse negli anni a venire di un periodo di stasi e recessione. Non sorprende dunque che nei dieci anni successivi, in cui tra l'altro la fantascienza comincerà a perdere le sue connotazioni tipicamente mostruose per assumere quelle più politiche e sociologiche, rivolgendosi alla Terra e all'umanità piuttosto che alle stelle, gli esempi di robot saranno molto scarsi. Anzi, ne abbiamo trovato uno soltanto, ma che costituisce a suo modo una grossa novità e un punto di rottura importante rispetto al passato. Nel 1966 appare infatti il primo cyborg cinematografico, ovvero il primo essere integrato uomo-macchina. A interpretarlo in Cyborg 2087, dal titolo fiume nella versione italiana: Cyborg: anno 2087, metà uomo e metà macchina programmato per uccidere, è lo stesso Michael Rennie già apprezzato protagonista di Ultimatum alla Terra. La pellicola, diretta da Franklin Adreon, narra la vicenda un mondo futuro in cui la libertà di pensiero è illegale e i pensieri delle popolazioni sono strettamente controllate dal governo. Una piccola banda di "liberi pensatori" mandano un cyborg, Garth A7, indietro nel tempo nell'anno 1966 per impedire che uno scienziato scateni l'evento che alla fine condurrà al controllo del pensiero di massa del futuro. Ma il nostro viaggiatore temporale scoprirà presto che non è solo, quando si accorge che alcuni agenti governativi sono stati anch'essi inviati dal futuro per cercare di impedirgli di portare a termine la sua missione. E a questo punto viene da chiedersi, non senza un pizzico di malizia, se James Cameron conosceva questo film all'epoca in cui concepì il soggetto dei suoi due Terminator...

A spasso per... Delos!

Westworld
Varcati gli anni '70, dopo il misconosciuto Z.P.G., Zero Population Growth di Michael Campus (1972, Quel mondo maledetto fatto di bambole), in cui in un mondo dove avere bambini è un crimine, dei robot-bambole vengono utilizzate come surrogati dei figli, finché una coppia decide di avere un bambino "vero" e si ribella al sistema, il primo film robotico davvero innovativo e originale è Westworld (1973, Il mondo dei robot). E non lo diciamo solo per il nome del parco a tema robotico in cui si svolge la vicenda, che (è fin troppo evidente) ci sta particolarmente a cuore!, ma perché è un film interessante e atipico rispetto alla produzione fantascientifica del periodo, e perché porta alla ribalta un autore che nel ventennio successivo si imporrà come uno dei più importanti al mondo: Michael Crichton. In effetti il triennio '71-'73 fu molto fruttuoso e fortunato per lo scrittore americano, il quale a soli trent'anni aveva già tratto due film da altrettanti suoi romanzi, il già citato The Andromeda Strain (1971, Andromeda) e The Terminal Man (L'uomo terminale, 1973) e aveva firmato il soggetto di un nuovo film del quale sarebbe stato anche regista. La pellicola è appunto Westworld, in cui si racconta di una compagnia privata all'avanguardia nel campo della robotica costruisce un parco di divertimenti riservato ai più ricchi in cui è possibile vivere avventure in tre distinti mondi a tema: Romamundia, Medioevonia e Westernlandia. Queste tre zone del parco ricostruiscono rispettivamente la Roma antica, il Medioevo e il selvaggio West esattamente come se fossero reali, grazie a controfigure robotiche in tutto e per tutto simili agli esseri viventi (sia umani che animali), i quali interagiscono con i turisti in tutte le situazioni tipiche dei loro rispettivi mondi. Il fatto che poi un difetto di fabbricazione per il quale la compagnia non ha voluto correre ai ripari per non incorrere nella perdita di troppi dollari, faccia andare in tilt i robot, i quali cominciano a fare sul serio e a uccidere davvero i turisti, è quasi una tappa obbligata di una pellicola che ha moltissimi punti di contatto con un'altra storia che Crichton concepirà vent'anni più tardi e che, grazie anche al genio visionario e tecnologico di Steven Spielberg, consacrerà definitivamente la sua fama a livello mondiale, ovvero Jurassic Park (1993). A dispetto della totale sfiducia dei produttori che lo scartarono una prima volta, imponendogli un nuovo montaggio al termine del quale fu dichiarato sempre brutto, Westworld riscosse un successo notevolissimo dovuto soprattutto al robot protagonista, un'indimenticabile e magnetico Yul Brinner che ripete in chiave robotica la propria interpretazione del cavaliere nero già visto ne I magnifici sette (1960) e la cui sola presenza è sufficiente a impartire al film una suggestione sinistra e potente, che tuttavia non si ripeterà nello scialbo seguito realizzato tre anni dopo, Futureworld (1976, Futureworld: 2000 anni nel futuro).

La strana coppia

C1P8 e D3B0
Di tutt'altra pasta sono invece i robot di George Lucas. Buoni, fedeli servitori, amici per la pelle, ingenui come bambini e spesso involontariamente comici, D3-B0 e C1-P8, questi i nomi come appaiono nella versione italiana della prima trilogia (i loro veri nomi nella versione originale sono C3-P0 e R2-D2, come vengono riportati - questa volta giustamente - in Episodio I), sono i robot che tutti vorremmo avere a casa nostra. Eroici solo quando serve, rassicuranti e divertenti sempre, la coppia robotica di Star Wars (1977) e dei suoi seguiti è unica nella storia del cinema di fantascienza e, nella sua semplicità, costituisce una delle intuizioni più geniali che il regista americano abbia avuto nella sua saga stellare. C1-P8 e D3-B0 rappresentano infatti la versione robotica della coppia comica "tipo": Stan Laurel e Oliver Hardy, Topolino e Pippo e, tanto per restare a casa nostra, Cochi e Renato, Gigi e Andrea e tante altre coppie del cabaret, dove la precisione, la ragione e la consuetudine si scontrano in un meccanismo quasi matematico con la pazzia, l'irrazionalità e l'eccezione. Ed è proprio dal confronto continuo di queste radicali differenze di mentalità e comportamenti (e anche, badate bene, di caratteristiche fisiche!) che scaturisce la situazione comica. Se tale meccanismo era già assai noto nel cinema e nel teatro, a Lucas va il merito di aver avuto l'intuizione di trasporlo in chiave robotica creando due tra i personaggi più amati della sua saga. Ma Lucas ebbe anche un secondo, eccezionale colpo di genio: quello di far parlare uno dei due solo con bip e squittii, facendo intuire allo spettatore il suo parlato dalle reazioni, spesso inconsulte, della sua controparte. Se vi si aggiunge poi un design accattivante e dei dialoghi spumeggianti, il successo non poteva mancare. Successo dovuto anche alle affezionate "anime" di D3-B0 e C1-P8 ovvero rispettivamente Anthony Daniels e Kenny Baker, che a distanza di vent'anni hanno ripreso i metallici panni per la nuova trilogia.

I cloni di Star Wars

Vincent (The Black Hole)
Vincent (The Black Hole)
Era prevedibile: l'enorme successo, innovatività e incisività di Star Wars non potevano non influenzare più meno consciamente certe situazioni e atmosfere dei prodotti cinematografici fantascientifici e fantastici che vennero subito dopo e, dal punto di vista robotico, fu la Disney la prima a tentare, peraltro con scarsi risultati, la rilettura di una nuova, guarda caso, coppia di robot. Si tratta di V.I.N.CENT. (Vitali Informazioni Necessarie CENTralizzate), piccolo barilotto simpatico con la testa retrattile come una tartaruga e grandi occhi quadrati da cartone animato, e Maximillian, una specie di droide rosso supercorazzato dallo sguardo minaccioso. Sono loro i protagonisti meccanici di The Black Hole (1979, Il buco nero), film che la Disney volle fortissimamente e per il quale impiegò ingenti capitali sfruttati in maniera troppo scontata e poco coerente. La pellicola, infatti, pur possedendo idee e soluzioni scenografiche interessanti, non trovò né nella regia di Gary Nelson, né nella sceneggiatura di Jeb Rosebrook e Gerry Day, una sua identità precisa, restando estranea sia agli spettatori più giovani per certe situazioni "forti" e un finale dai tratti infernali decisamente troppo ossessivo e inquietante per un pubblico in erba, ma nemmeno abbastanza stuzzicante e interessante per un pubblico più adulto. Così, alla fine, malgrado gli innumerevoli sforzi anche economici, il film non impiegò molto a scivolare nel dimenticatoio. La storia è quella dell'astronave Palomino che, giunta nei pressi di un gigantesco buco nero, incontra la gigantesca nave spaziale Cygnus, della quale si erano perse le tracce da oltre vent'anni. A bordo della Cygnus l'equipaggio della Palomino accompagnato dal suo robot Vincent, trova Hans Reinhardt (Maximillian Shell) apparentemente unico superstite rimasto a bordo della nave, il quale vive con il suo fedele robot Maximillian, verso cui Vincent non impiegherà molto a manifestare una certa ostilità. Ma le cose sono molto peggiori di come sembrano a prima vista e il dottor Alex Durant (Anthony Perkins), il giornalista scientifico Harry Booth (Ernest Borgnine), il comandante Holland (Robert Forster), il suo vice Charles Pizer (Joseph Bottoms) e la dottoressa Kate McCrae (Yvette Mimieux) scopriranno a loro spese che l'equipaggio della Cygnus non ha abbandonato la nave come ha detto loro Reinhardt, bensì è stato reso schiavo e robotizzato dallo stesso Reinhardt, il quale lo utilizza per realizzare la sua ossessione di scoprire che cosa c'è al di là del buco nero. Nel finale, quando ormai le astronavi non sono più in grado di sostenere l'enorme forza gravitazionale del gigantesco oggetto cosmico, Reinhardt, Maximillian e i superstiti della Palomino finiscono tutti dentro il buco nero dove scoprono una dimensione infernale e inquietante, sospesa tra incubo, realtà e allucinazione e che li porterà infine in un altro spazio e un altro tempo.
Come s'è detto, il film non riscosse alcun successo di pubblico e i due anni di sforzi di Peter Ellenshaw e Bob McCall prima e di George McGinnis poi, impiegati nella progettazione dei robot che in questo caso non erano semplicemente costumi, ma veri e propri automi (basti pensare che, solo per Maximillian furono concepiti ben cinque modelli diversi prima di giungere alla versione finale, e almeno altrettanti per Vincent), non furono premiati e la pellicola purtroppo non fu altro che una buona occasione andata sprecata.

Il triangolo no!

Saturn 3
E, benché il film avesse un soggetto insolito e interessante, nonché attori di grande richiamo, il pubblico e la critica non apprezzarono granché nemmeno Saturn 3 (1980, idem), di Stanley Donen, con un Kirk Douglas già sessantaquattrenne ma ancora in perfetta forma nella parte del maggiore Adam, una splendida Farrah Fawcett allora più che mai sulla cresta della popolarità con il serial TV Charlie's Angels, nelle vesti della sua seducente assistente e amante Alex, e un giovane ma promettente Harvey Keitel nella parte dell'inquietante capitano Benson. Il robot del film si chiama Hector, ed è un bestione di metallo vagamente antropomorfo, con al posto della testa uno sproporzionato piccolo sistema visivo montato su un esile braccio snodabile, mentre un grosso e bislungo cervello artificiale trova alloggiamento all'interno del tronco massiccio. La vicenda prende spunto quando l'ambiguo e mentalmente instabile capitano Benson, dopo aver ucciso un collega pilota e averne preso il posto senza troppe spiegazioni, si avvia verso la terza luna di Saturno, portando con sé il kit di montaggio della macchina. Una volta assemblato e attivato, Hector dovrebbe coadiuvare i due abitanti del desolato satellite nelle loro ricerche sulle culture alimentari in grado di fornire cibo a una Terra affamata. Ma Benson si invaghisce di Alex e cerca di strapparla al vecchio compagno, trascinando nella sua ossessione psicopatica anche il robot, al quale Benson è mentalmente collegato per completare la sua inizializzazione. Così, a un certo punto, lo stesso Hector sviluppa un'esagerata simpatia per la ragazza, che sfocia in una sorta di cieca gelosia che lo porta voler eliminare fisicamente i suoi concorrenti maschi. Alla fine, dopo che Benson non sopravvive alla sua creatura, Adam-Douglas si trova costretto a sacrificarsi per salvare la sua amata, permettendole così di vedere per la prima volta la Terra.
Se da un lato la pellicola non decolla e suscita più sbadigli che batticuori, dall'altro si nota che la produzione concentrò tutti i suoi sforzi nella realizzazione di Hector che:

"Donen desiderava credibile non artefatto e senza lucine e lucette che lo rendessero ridicolo: doveva essere un vero robot nell'era dei viaggi interplanetari! E' stato costosissimo realizzare Hector, sia per le ore di lavoro che per i materiali utilizzati; ne sono stati costruiti diversi in modo da poterli utilizzare in varie situazioni, ognuno con un braccio diverso. [...] Quando Douglas gioca a scacchi con lui, infatti, il corpo utilizzato è quello statico, ovvero quello che non prevede più di cinque movimenti, mentre per le altre scene si utilizzano corpi con un minimo di venti azioni. Tutti i robot sono radiocontrollati tramite cavi e fili e solo raramente veniva utilizzata una persona da inserire all'interno per farlo camminare. [...] I cavi rossi e blu che si possono vedere all'esterno di Hector non sono lì solo per bellezza, ma il settanta per cento di essi sono reali [...]: quelli blu sono stati utilizzati per le articolazioni (mani e braccia, piedi e gambe), quelli rossi sottili e corti servivano per i controlli interni (pendolo di bilanciamento e movimento degli occhi), mentre quelli rossi grossi e lunghi sono serviti per i condensatori e i trasformatori.
Donen sforò nel budget per la costruzione del robot, ma la produzione decise di accordargli ancora un po' di dollari, a patto che non decidesse di diventare socio di un'impresa per la costruzione di robot!" [9]

E alla fine infatti tutti furono soddisfatti di Hector, che resta un buon esempio di essere interamente meccanico, un po' meno per il film, che comunque vale la pena di essere visto, se non per il bieco Hector, almeno per Farrah Fawcett, che durante tutto il film sfoggia un notevole campionario di sottovesti e biancheria intima bianca con una disinvoltura tale che nemmeno il robot, in fondo, può essere biasimato per il suo comportamento!

Quando il robot incorpora la carne

Giungiamo così ai primi anni '80, nei quali la ribalta dei replicanti di Blade Runner (1982, idem) inaugura e consolida definitivamente la figura del cyborg, l'organismo cibernetico dove la carne si integra indissolubilmente con il metallo e il confine tra ciò che è artificiale e ciò che non lo è si fa sottile e indistinto e inquietante. Roy Batty (Rutger Hauer), Pris (Daryl Hannah) e Zhora (Joanna Cassidy) sono gli evoluti epigoni dei vari Tobor, Gort e Robby the Robot, mentre Harrison Ford (Rick Deckard) nella parte di un moderno e disilluso cacciatore di taglie, iscrive una volta per tutte il suo nome nell'olimpo del cinema hollywoodiano, con buona pace di Dustin Hoffman al quale, inizialmente, era stato offerto il ruolo.
Di Blade Runner si è detto e scritto moltissimo, per cui non ci dilungheremo se non per citare due aneddoti non troppo conosciuti che riguardano proprio i replicanti. Il primo è quello per cui il famoso monologo finale ("Ho visto cose voi umani... ecc.") recitato da Roy Batty prima di morire non era nel copione del film, ma fu scritto dallo stesso Rutger Hauer e proposto a Ridley Scott la notte in cui dovevano girare l'ultima scena del film. Considerato che quel monologo divenne in seguito l'emblema del film, è quasi sconcertante sapere che il regista avrebbe acconsentito a Rutger Hauer di recitarlo giusto perché non aveva voglia di perdere inutilmente tempo in discussioni! La seconda curiosità riguarda l'origami a forma di unicorno che l'inquietante Gaff (M. Emmett Walsh) alla fine lascia sul pianerottolo dell'appartamento di Deckard. Poiché ad un certo punto del film Deckard sogna proprio un unicorno, c'è chi ritiene che quel gesto enigmatico di Gaff sia la prova che anche Deckard è un replicante inconsapevole come Rachel, poiché questo è l'unico modo in cui Gaff sarebbe potuto venire a conoscenza dei falsi ricordi che gli sono stati impiantati a priori, tra cui appunto quello dell'unicorno che emerge durante il sogno. Lasciamo ai lettori-spettatori l'ardua sentenza!

Gli altri androidi

Android
Android (1983, idem) e Terminator (1984) sono gli altri due film che, insieme a Blade Runner, completano un'ideale trilogia cyborg-robotica dei primi anni '80, anche se il film di Aaron Lipstadt non riesce a stare al passo con gli altri due colossi. La storia di Android è ambientata in una base spaziale abbandonata da molto tempo, in cui il dottor Daniel (Klaus Kinski) vive e lavora solo in compagnia dell'androide Max 404 (Don Opper) che lo aiuta nei suoi studi sulla vita artificiale, scopo dei quali è creare Cassandra (Kendra Kirchner), un androide femmina sinonimo di perfezione in tutta la galassia. Ma l'arrivo di tre criminali evasi da un carcere terrestre tra cui Maggie (Brie Howard), una donna che mette in subbuglio la programmazione di Max, sconvolge i piani di Daniel, che alla fine rimarrà vittima proprio dei suoi stessi robot. Benché a basso costo, ma fortunatamente senza grandi presunzioni artistiche, il film riuscì a risultare un dignitoso anche se tutt'altro che memorabile intrattenimento, quale invece fu The Terminator (1984, Terminator), di James Cameron, che introdusse alla grande gli effetti speciali digitali nella storia del cinema. Ricordiamo in particolare la sequenza in cui il robot-Arnold Schwarzenegger si aggiusta la telecamera oculare in un effetto davvero strabiliante. Ecco come venne realizzata:

Terminator
"Per approntare il pupazzo si è provveduto a realizzare un calco in lattice della faccia di Schwarzy, opportunamente montato su un'intelaiatura di ferro leggero; come si potrà notare, la colorazione della pelle è molto più scura e lucida di quella vera, e ciò si deve al fatto che i colori utilizzati, generalmente acrilici, vengono assorbiti dal lattice e tendono a scolorire, per cui bisogna fissarli con un particolare prodotto chimico. All'interno dell'intelaiatura è stata sistemata la micro apparecchiatura che funge da telecamera, i fili di collegamento passano tutti all'interno del collo e del busto del pupazzo e il movimento del resto della faccia (chiaramente meccanico) è stato ottenuto con delle piccole pompe idrauliche. Questo sistema è stato chiamato Animatronix, ovvero Animation Electronics (Animazione Elettronica) e sarà molto usato da questo momento in poi nella realizzazione di film sci-fi". [10]

Schwarzenegger, che a posteriori ebbe la conferma di avere avuto ragione a rifiutare il ruolo di Kyle (l'inviato dal futuro che deve fermare il terminator) che gli era stato offerto in un primo momento, per optare invece per quello dello spietato robot proveniente dal futuro, dovette a questo film l'ascesa definitiva della sua popolarità a dispetto della critica che non fu certo tenera con lui, e riprese il ruolo questa volta del terminator dalla parte dei "buoni" nel secondo ottimo episodio della saga, Terminator 2: Judgement Day (1991, Terminator 2: Il giorno del giudizio), sempre scritto e diretto da James Cameron. Terminator 3 invece non è ancora stato realizzato, ma il regista americano lo avrebbe attualmente in cantiere per un'uscita che potrebbe verificarsi già nel 2001.

Scuola di robotica

Corto Circuito
Corto Circuito
Discorso completamente a parte merita invece Short Circuit (1986, Corto Circuito), essendo una pellicola che si colloca più sul fronte della commedia che su quello dell'avventura, come conferma anche la presenza di un protagonista come il simpatico Steve Guttenberg, allora fresco reduce del successo dei primi due episodi della serie Police Academy (1984, Scuola di polizia). In questa pellicola diretta da John Badham, Numero 5 è un robot altamente sofisticato messo a punto dalla Nuova Robotics, ma durante un temporale un fulmine lo colpisce e lo manda in tilt, alterandone il comportamento e facendogli sviluppare spiccate doti di autonomia e di curiosità. Attraverso tutti gli "input, input!" di cui non è mai sazio, Numero 5 finisce per prendere coscienza di sé, e di quanto è bello vivere, cosa che lo porta a fuggire rocambolescamente dai suoi innumerevoli inseguitori insieme con il suo creatore. Come ormai accade sempre più spesso, il successo della pellicola indusse a sfruttarne il soggetto per un secondo episodio, intitolato assai poco originalmente Short Circuit 2 (1988, Corto circuito 2) e diretto da Kenneth Johnson, che però, forse anche per la mancanza di Guttenberg sostituito da un cast di facce sconosciute, e per l'assoluta penuria di situazioni originali, passò completamente inosservato.

La divisa di metallo

Robocop
Il decennio si conclude con RoboCop (1987, idem) diretto da Paul Veroheven che nel campo fantascientifico avrebbe da lì a poco firmato anche il buon Total Recall (1990, Atto di forza), e roboticamente interpetato da Peter Weller nella parte dell'agente di polizia che, crivellato di colpi durante una sparatoria in una Detroit violenta e sanguinaria, viene ricostruito e "bionizzato", per contribuire a formare un agente-cyborg senza sentimenti, ma dedito interamente a obbedire alle direttive impartitegli per combattere il crimine dilagante. Anche il considerevole successo di questa pellicola persuase la produzione a realizzare due seguiti, il mediocre RoboCop 2 (1990, idem), ancora con Peter Weller e diretto dallo stesso Irvin Kershner de L'impero colpisce ancora, che in tema di secondi episodi ebbe certo miglior fortuna con quello della saga lucasiana, e RoboCop 3 (1993, idem) che, grazie anche al tonfo del precedente capitolo, ebbe per sua fortuna pochissime attenzioni.

Gli ultimi robot?

L'uomo bicentenario
L'uomo bicentenario
Malgrado gli enormi progressi tecnici nel campo degli effetti speciali che potrebbero giustificare nuove e sempre più sofisticate e realistiche soluzioni tecnologiche, come si vede, gli ultimi dieci anni di cinema non sono stati poi così generosi di invenzioni originali roboticamente parlando. Tolti i vari seguiti di Robocop e Terminator, non rimane che un'apparizione da comprimario in Lost in space (1998, idem), in cui il robot sabotato ha una parte fondamentale nel far perdere la famiglia Robinson nello spazio, e il recentissimo The Bicentennial Man (1999, L'uomo bicentenario), diretto da Chris Columbus con Robin Williams, di cui abbiamo parlato nel numero scorso, peraltro melensa e menzognera trasposizione della visione asimoviana del robot, in cui l'onta suprema è il tradimento finale e impunito delle Tre Leggi della Robotica!
Un dato di fatto è che forse la tecnologia reale ha fatto del robot fantastico una figura tutto sommato obsoleta, sottraendogli fascino e attrattiva nei riguardi di un pubblico sempre più smaliziato, e rendendolo un soggetto cinematografico degno di sempre minor attenzione, un po' come un vecchio cow-boy di frontiera mandato in pensione insieme con la sua Colt 45 e i suoi saloon fumosi. Ma forse neanche questo è del tutto vero, e il futuro darà ragione a chi crede che la figura del robot non morirà mai, perché in fondo, dietro (o dentro!) al robot ci sarà sempre un essere umano.

Note, link e riferimenti bibliografici:

[1], [3], [5] Storia del Cinema di Fantascienza (vol. 1 - fino al 1955), di Claudia e Giovanni Mongini -- Ed. Fanucci
[2] Fritz Lang, di Lotte Eisner -- Ed. Capo Press 1976
[4] Lock Martin, Man of Steel: http://members.yourlink.net/jgerard/gort/Locks.html
Gort, Behind the Scenes: http://members.yourlink.net/jgerard/gort/suits.html
[6] Robby the Robot, Star of "Forbidden Planet": http://chicken--skin.com/CSImages/Cgrant.html
[7], [8] Storia del Cinema di Fantascienza (vol. 2 - dal 1956 al 1960), di Claudia e Giovanni Mongini -- Ed. Fanucci
Storia del Cinema di Fantascienza (vol. 3 - dal 1961 al 1968), di Claudia e Giovanni Mongini -- Ed. Fanucci
Storia del Cinema di Fantascienza (vol. 4 - dal 1969 al 1975), di Claudia e Giovanni Mongini -- Ed. Fanucci
[9] Storia del Cinema di Fantascienza (vol. 5 - dal 1976 al 1980), di Claudia e Giovanni Mongini -- Ed. Fanucci
[10] Storia del Cinema di Fantascienza (vol. 6 - dal 1981 al 1985), di Claudia e Giovanni Mongini -- Ed. Fanucci
Un secolo di grande cinema, 100 capolavori - Suppl. Ciak n 3, Marzo 2000
Ritorno al futuro -- La fantascienza in 201 film, a cura di Moreno Fabbrica -- Ed. Demetra
IMDB (Internet Movie DataBase): http://us.imdb.com

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