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di Lanfranco Fabriani

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Speciale Robot e AndroidiNARRATIVA


Il robot è probabilmente una delle figure cardine della fantascienza, per anni questo tema è stato variamente trattato, sviscerato in ogni minimo aspetto ma a parte questo, il robot assieme alle astronavi, è stato per lungo tempo "la fantascienza". Cosa sarebbero state le copertine delle riviste di fantascienza degli anni '30--'40 senza il robot che faceva capolino dalle loro copertine, con le mani a pinza protese verso la procace ragazza? Dagli anni '30 sino ad oggi il robot è stato una presenza incombente, a volte servo a volte dominatore, a volte creato a volte creatore, si è mostrato con una molteplicità di aspetti, dall'erede del servo sciocco del teatro cui era demandata la parte comica, all'eroe tragico. E' difficile, e probabilmente impossibile delineare uno sviluppo diacronico delle manifestazioni del robot o dell'androide, e forse a ben vedere una tale evoluzione di fatto non esiste; ciò che è possibile individuare però è sicuramente uno spartiacque: dopo Asimov, dopo i suoi robot positronici, dopo le 3 leggi della robotica nulla è stato più come prima. Uno scrittore, per quanto volesse far finta di ignorarle, non poteva non prenderle in considerazione per negarle in cuor suo o per portarle alle estreme conseguenze.

Ignorando volutamente la pletora di robot stolidamente al servizio del cattivo di turno o comicamente incapaci di comprendere con le loro menti ultra logiche le più normali manifestazioni del comportamento umano, cercheremo di isolare una serie di manifestazioni del robot (questo purtroppo lascerà fuori dalla nostra ricognizione alcune opere che non rientrano in nessuna delle categorie individuate, pensiamo ad esempio allo Splendido Helen O'Loy di Lester del Rey) e di seguirle in un percorso che a volte tornerà indietro, volgendosi su sé stesso, nel tentativo di risalire gli anni, visto che esse erano spesso intrecciate tra loro. A volte la nostra collocazione di un'opera in un settore oppure in un altro sarà arbitraria, visto che all'interno di uno stesso racconto potevano trovarsi intrecciate diverse tematiche. In alcuni casi è possibile identificare in un racconto una specie di gerarchia, e dire "questo va qui", in altri no.


Dopo gli inizi con Capek, la prima comparsa di un robot nella fantascienza americana è probabilmente nel romanzo The Metal Monster di Abraham Merrit (1920, Il Mostro di Metallo, Fanucci, Economica Tascabile n. 20, Roma, 1994), in questo caso però manca l'elemento fondamentale, questi mostri non sono creati dall'uomo, ma esistono in natura, sono una forma di vita a tutti gli effetti e quindi è improprio parlare per essi di robot. Nel 1926 il testimone passa ad Edmond Hamilton con il racconto Metal Giants, in questo caso la creazione è mediata: lo scienziato inventa un cervello metallico, sarà il cervello a costruire delle sue emanazioni telecomandate destinate alla conquista e distruzione del mondo. Con Automata di S. Fowler Wright (1930), un breve racconto in tre parti, cominciamo ad arrivare al punto: nella prima parte le macchine iniziano a liberare l'uomo dal bisogno del lavoro, nella seconda assistiamo a una visione del mondo perfetto, dove l'uomo non è più asservito alla necessità del lavoro, nella terza ambientata in un futuro lontanissimo troviamo l'ultimo uomo che lavora per le macchine, poiché le macchine, meglio adattate in un universo regolato da leggi meccaniche sono quelle che sopravviveranno alla specie umana. Ecco quindi un primo tema: il robot come stadio successivo nel processo dell'evoluzione.


Il robot come evoluzione

Troviamo in questo tema una delle maggiori preoccupazioni dell'uomo, se non la propria immortalità come individuo, l'immortalità come specie. Dopotutto è insito stesso nella creazione del robot, un tentativo anche inconscio di raggiungere l'immortalità, sia pure mediata dalla macchina. Ma come si concilia una supposta immortalità della specie con la teoria evoluzionistica che nella prima metà del secolo stava diffondendosi, come volgarizzazione beninteso, in vasti strati della popolazione? Questi racconti hanno per oggetto la fine dell'uomo e il passaggio del testimone al robot: può trattarsi di un individuo ormai corroso dalla ruggine che seppellisce l'uomo e lo ricorda teneramente guaendo come un cane nel nostalgico ricordo del padrone oppure di una specie ormai dominante sul pianeta, che prende il posto, benevolmente o minacciosamente, dell'uomo. Il risultato è sempre lo stesso, noi andiamo, loro restano.
La fantascienza ha sempre voluto vedere ciò che veniva dopo e in questo caso il dopo si spinge oltre la fine della specie, quasi a ricordare la visione del futuro remoto che ha il Viaggiatore del Tempo di Wells. In Though Dreamers Die di Del Rey (1944) il robot viene visto come prosecuzione cosciente del sogno dell'uomo, e l'ultimo uomo rimasto nell'universo, programma i robot perché possano riprodursi e cancella dalle loro menti il ricordo dell'umanità, così che possano svilupparsi liberi da qualsiasi vincolo e da nostalgici ricordi, poi lascia una mappa del sistema solare e parte con un'astronave per morire in solitudine. Questo racconto costituisce l'antefatto, scritto a posteriori, di Robot's Return di Robert Moore Williams (1938, Il ritorno dei robot, Nova SF* a. V (XXIII) n. 17 (59), Perseo Libri, Bologna, 1989), dove troviamo i robot, già tornati sulla Terra alla ricerca dei loro antenati, che di fronte alle evidenze archeologiche si chiedono come e se sia possibile che loro discendano da una forma di vita organica.
Ennesimo caso di scomparsa dell'uomo lo ritroviamo nella serie di racconti poi confluiti nel romanzo City (City, Opere di Clifford D. Simak 7, Perseo Libri, Bologna, 1995) di Clifford Simak dove, testimoni della sua fine troviamo un robot, servitore della famiglia da generazioni (Franco Ferrini, in Cosa è la fantascienza, Ubaldini editore 1970 fa notare come spesso i robot di Simak ricordino i fedelissimi servitori negri del profondo sud) e una nuova specie di cani intelligenti.
Particolarmente interessante To Avenge Man di del Rey (1964, Per vendicare l'uomo, Millemondi 30, Arnoldo Mondadori, Milano, 1986) un autore che si è spesso dedicato a storie di robot. In questo caso i robot indagano su chi sia il responsabile della distruzione dell'umanità, allo scopo di vendicarla, finiranno per scoprire che essa stessa si è auto distrutta. E per rispetto, decideranno di mantenere il segreto su tale scoperta.


Il robot e la religione

Accanto alla tematica più strettamente evoluzionistica, si può trovare associata quella religiosa, di fatto, tutto nell'esistenza del robot ha un che di religioso. Con il robot, l'uomo si erge a creatore, per la prima volta genera qualcosa che potremmo definire a sua immagine e somiglianza (da qui l'antropomorfismo delle prime rappresentazioni dell'automa nella fantascienza). In fin dei conti il succo del Frankenstein è l'incapacità e quindi inadeguatezza dell'orgoglioso creatore di controllare la creatura. Tutti i racconti in cui viene trattata la rivolta dei robot non sono altro che dei moniti più o meno espliciti e consapevoli rivolti alla scienza a rispettare i confini della creazione. L'uomo non è Dio e non può pensare di usurparne il ruolo.
Con Into Thy Hands di Lester del Rey (1945, Nelle tue mani, I Grandi Tascabili Bompiani 200, Bompiani, Milano, 1992) assistiamo ad un rovesciamento della situazione. In questo caso troviamo strettamente associati tra loro il motivo religioso e quello evoluzionista: l'uomo è scomparso da oltre diecimila anni, auto distruttosi in un immane cataclisma naturale. In questa situazione un robot è riuscito finalmente a ricreare l'uomo e decide quindi di spegnersi, per lasciare il pianeta al nuovo genere umano. (Come fa notare Patricia S. Warrick nel libro Il romanzo del futuro, computer e robot nella letteratura di fantascienza, Dedalo 1984: "Questo romanzo è un'altra variante del processo creativo; in luogo di una creazione lineare, non reversibile, del Rey propone un processo ciclico; in una fase l'uomo crea la macchina, nella fase alternata la macchina crea l'uomo".)
Anche in Istinct, ancora di Del Rey (1951, Istinto, Galassia 108, Casa Editrice La Tribuna, Piacenza, 1969), abbiamo una seconda creazione dell'umanità. In questo racconto ambientato in un futuro remoto, dove l'uomo ha cessato di esistere, alcuni robot si interrogano appunto sulla sua scomparsa e su cosa lo rendesse differente dalle macchine. Nel tentativo di darsi una risposta creano un uomo e una donna. I due esseri umani, basati sull'istinto contro la logica della macchina, immediatamente si accoppiano e poi chiedono del cibo e i robot subito si affrettano ad eseguire quanto ordinato. (Questa coazione ad obbedire compare anche in But who can replace a Man, di Bian Aldiss (1958). L'umanità è stata soppiantata dai robot, rimangono solamente pochi esseri umani, ma quando uno di essi quasi in punto di morte chiede del cibo, i robot lasciano i loro incarichi per obbedire.)
Ancora un mito della creazione rovesciato lo troviamo nel poetico For a Breath I Tarry di Roger Zelazny (1966, Per un respiro io indugio, Grandi Opere Nord [6], Editrice Nord, Milano, 1980). In questo caso parliamo di mito perché non c'è unicamente un robot che crea l'uomo, ma un vero pantheon di computers e robot, che si muovono in una terra desolata, quasi rappresentanti del bene e del male in conflitto tra loro sino a che Frost e Beta Machine, due computer--robot sussidiari decidono di incarnarsi rispettivamente in un uomo e una donna.
In Second Ending, di James White (1961, Vita con gli automi, Urania 651, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1974), la superficie della Terra è stata resa inabitabile da una guerra nucleare e c'è un unico sopravvissuto, ibernato in un rifugio sotterraneo. Al suo risveglio, dopo anni, si trova circondato dai robot in una situazione ambigua: i robot sono soggetti al suo comando, in quanto uomo, ma si rendono anche conto che egli è malato e vista la sua situazione, instabile dal punto di vista psichico, sentono quindi il dovere di sostituirsi a lui nel comando. Dopo una lunga serie di nuove ibernazioni e risvegli l'uomo si ritrova circondato da altri uomini tra i quali potrà trovare una nuova vita; sono stati i robot a ricreare il mondo per guarirlo dalla solitudine.


In Burning Bright di Robert Moore Williams (1948) troviamo un gruppo di robot alla ricerca del loro creatore. L'invenzione di una religione destinata ai robot è invece un evento obbligato in Logic di E. C. Tubb, del 1954, dove viene esposta l'idea che i robot hanno bisogno di qualcosa da venerare se vogliono mantenere la propria sanità mentale. Nel 1959 in Robot Son di Robert F. Young troviamo un robot dio che cerca di costruire un robot Cristo, mentre nel 1967 con Judas (Giuda, Varia Fantascienza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1991) John Brunner ci presenta un robot che crede di essere Dio e una nuova religione. E nel 1969 in The Last True God (L'Ultimo vero dio, Tascabili Mursia 30, Mursia, Milano, 1980) del Rey ci descrive un lontano pianeta in cui un vecchio robot terrestre viene adorato come dio.
Da un punto di vista religioso, che non investe la creazione, è particolarmente interessante The Quest for St. Aquin di Antony Boucher (1951, La cerca di S. Aquino, I Grandi Tascabili Bompiani 405, Bompiani, Milano, 1994). Nel mondo impera la scienza e la tecnica ed i cattolici come gli esponenti di tutte le religioni sono perseguitati. Avuta notizia dell'esistenza di un religioso in grado di compiere miracoli, il Papa invia il monaco Thomas, accompagnato da un robo--asino parlante cui è affidata la parte dello scettico, alla sua ricerca. Thomas trova al termine del suo viaggio il corpo incorrotto di un uomo, ma il robo--asino, con un calcio ne svela i circuiti di robot. L'asino propone a Thomas di tornare indietro e di comunicare di aver trovato il corpo di un santo, fingendo che non sia un robot, verrà fatto Papa per questo. Thomas però non lo ascolta, sa che se si sparge la voce che un robot, l'essere logico per eccellenza, ha abbracciato la religione cattolica, ciò sarà molto più efficace di un qualsiasi santo umano.
Sarà in Good News from the Vatican (1971, Buone notizie dal Vaticano, Arnoldo Mondadori, Milano 1989) di Robert Silverberg che avverrà l'integrazione definitiva, con l'elezione del primo papa robotico della storia.


Il robot come minaccia

Fin dai primissimi passi del robot la sua figura è ammantata da un'aura di minaccia. Nel momento stesso in cui l'uomo inventa la macchina, automaticamente la associa al peccato di orgoglio commesso nell'inventarla. L'uomo non può sostituirsi alla divinità e quindi la sua creazione finirà per essere incontrollabile e gli si rivolterà contro. Questo può avvenire in due modi: con la minaccia, il robot cerca di dominare il mondo e soggiogare il genere umano con la violenza, oppure con la ragionevolezza, il robot, pura logica cerca di piegare la vita umana per incasellarla nei suoi schemi di pensiero. E' quanto appare in With Folded Hands di Jack Williamson (1947) poi ampliato in romanzo come The Humanoids (1963, Gli umanoidi, Editrice Nord, Milano, 1974): i robot, perfezionatissimi, antropomorfi, incaricati di sollevare l'uomo dalle necessità del lavoro perché possa dedicarsi alla ricerca della felicità, e soprattutto per salvarlo dai pericoli, finiscono per divenire un incubo agghiacciante. Tutti perdono il loro lavoro, sostituiti da essi, ma i robot impediscono il giardinaggio, poiché gli attrezzi sono pericolosi, e così via, e se proprio qualcuno rifiuta di lasciarsi imprigionare in una vita stagnante dove non può accadergli nulla di male, allora una piccola operazione di lobotomia favorirà la sua ricerca della felicità. Sembra quasi di sentire una rigida e meccanica applicazione delle tre leggi della robotica portata alle estreme conseguenze.
Qualcosa di simile anche se trattato in modo profondamente diverso lo troviamo in Watchbird (Uccello da guardia, Millemondi 18, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1998) di Robert Sheckley. In questo caso non abbiamo l'esempio di un robot antropomorfo bensì di uccelli meccanici che volano incessantemente per impedire il reato di omicidio. Ma gli uccelli hanno capacità di auto apprendimento e cominciano a considerare omicidio qualsiasi atto compiuto nei confronti di un essere vivente. Ecco quindi che l'uomo si troverà sull'orlo dell'estinzione poiché gli uccelli intervengono non appena si cerca di macellare un capo di bestiame o di rivoltare una zolla. La soluzione è ambigua, l'uomo, che sembra non aver imparato dai propri errori, costruisce dei falchi meccanici per distruggere gli uccelli. All'opposto, un tentativo di conquista vero e proprio lo troviamo in Rex, di Hal Vincent, di cui tratteremo più avanti.


Il robot in cerca di diritti e di umanità

In questo caso il problema è duplice. Da una parte il robot (e gli autori per loro) chiedono la pura e semplice cittadinanza. Oppressi, schiavizzati, ignorati e temuti, i robot non vogliono altro che divenire cittadini sia per essere protetti dalle leggi che per sentirsi parte di una comunità. E' fin troppo evidente l'uso da parte dell'autore, in alcuni casi forse inconsapevolmente, del robot come metafora della situazione sociale degli Stati Uniti. Il robot, meccanico o androide che sia, come per altri versi l'alieno, incarna nelle sue valvole l'"altro" che vive fianco a fianco, che si tratti degli afro americani o degli immigrati di lingua ispanica. Ma questo è un elemento tutto americano, il robot vuole non tanto essere riconosciuto come uomo quanto come "cittadino americano".
A parte The Bicentennial Man di Asimov, possiamo trovare sin dagli inizi della storia dei robot il ciclo di racconti I, Robot, scritti tra il '39 ed il '40 da Earl e Otto Binder, sotto il nome Eando Binder e successivamente parzialmente raccolti e ripubblicati sotto forma di romanzo nel 1965 con il titolo Adam Link-Robot (Adam Link-Robot, Fantapocket 21, Longanesi, Milano, 1978). In questo romanzo è particolarmente evidente quanto dicevamo sopra: Adam Link sente sino ad un certo punto il rimpianto di non essere uomo, la costruzione di una compagna sembra risolvere la maggior parte dei suoi problemi esistenziali, quello che in realtà vuole è il pezzo di carta datogli dal Presidente degli Stati Uniti e il giuramento di fronte alla bandiera.
Spesso in questa tematica la palla passa agli androidi, visto che, in quanto entità organiche è più facile mostrare l'ingiustizia del loro stato. A Simak si deve Time and Again (1951, Oltre l'invisibile, Perseo Libri, Bologna, 1995); questo è il primo esempio in cui assistiamo al tentativo degli androidi di liberarsi della schiavitù. Questo è anche uno dei temi cardine del ciclo della Strumentalità di Cordwainer Smith.
Particolarmente incentrato sulla tematica della fine della schiavitù e del riconoscimento dei diritti è il romanzo Tower of Glass di Robert Silverberg (1970, Torre di cristallo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1994) in cui ritroviamo anche l'elemento religioso: gli androidi, in cerca di libertà fondano un culto religioso deificando il loro creatore, nella speranza che egli conceda loro la fine della schiavitù
Nel secondo caso, quello in cui un robot vuole divenire umano, entra a buon diritto Rex di Harl Vincent (1934) malgrado questo sia un caso limite. Rex è un robot particolarmente perfezionato e avendo acquistato casualmente la capacità di ragionare autonomamente si mette alla testa di una schiera di robot, divenendone il re. Il suo desiderio di umanità però non è allo scopo di confondersi con l'uomo, ma perché ritiene che con la sua logica superiore, aggiungendovi dei sentimenti umani diverrebbe invincibile. Dopo alcuni tentativi a vuoto, per disperazione si suicida, non accorgendosi di essere proprio per questo arrivato al suo scopo.
Ben diverso il caso di Mockinbird di Walter Tevis (1981, Futuro in Trance, Classici Urania 240, Arnoldo Mondadori Editore, 1997). In questo caso il robot protagonista anela a condurre una vita umana, malgrado questa sia in contrasto con i tempi. Spofforth il robot più perfezionato costruito dall'uomo, il cui cervello è stato generato dal calco della mente di un uomo reale, cui sono stati cancellati imperfettamente i ricordi, ha due soli desideri: vivere la vita di un uomo di cui ha una nebulosa memoria, anche se è una vita che non esiste più da anni, il rapporto di coppia infatti non è più consentito. E morire. Ma Spofforth non può suicidarsi prima che la razza umana si sia estinta, ed allora, perché non aiutarla in questo? (Il riassunto frettoloso non rende sicuramente giustizia a quello che è sicuramente uno dei più belli e profondi romanzi della fantascienza moderna.)


Il robot ed il doppio

In questo ultimo caso il robot viene visto in rapporto con l'essere umano, ma non come minaccia o come ausilio, come creato o creatore, ma come confusione di ruoli: cos'è che rende uomo l'uomo e macchina la macchina? In questo caso la presenza del robot serve a scandagliare i rapporti sociali, spesso congelati in qualcosa di meccanico e la psiche umana. Il robot diviene quindi il tramite del dubbio esistenziale.
In The Robot Who Looked Me di Robert Sheckley (1978, Il robot che sembrava me, Urania 768 Arnoldo Mondadori Editore, 1979) troviamo una coppia che non ha tempo da perdere per il normale corteggiamento e lo affida a due robot indistinguibili dai loro padroni, e i robot eseguiranno alla perfezione il loro compito, innamorandosi e fuggendo insieme. Questa sembra essere una ripresa ironica del racconto di Ray Bradbury Marionettes Inc. (1951, Marionette Spa, in TeaDue 318, Editori Associati, Milano, 1995) in cui un uomo compra un robot a propria immagine e somiglianza per lasciarlo con la moglie durante le sue scappatelle. Solamente che il robot si innamorerà della moglie del padrone e finirà per sopprimerlo per rimanere solo con lei. Il robot può essere quindi migliore dell'uomo, provare dei sentimenti più profondi? Sempre Bradbury in Punishment Without Crime (1950, Castigo senza delitto, L'ABC Della Fantascienza, Editrice l'Unità, Roma, 1993) ci presenta il caso di un uomo condannato per aver ucciso la copia meccanica della moglie, appositamente acquistata. In Deux Ex Machina (Deus ex Machina, Oscar 1778 Arnoldo Mondadori Editore, 1984) di Richard Matheson, un uomo, radendosi si taglia e scopre di perdere olio, ma i familiari vedono sangue, un barista cui aveva ordinato un liquore gli da un bicchiere d'olio, e ciò lo porta a scoprire che tutti sono robot, l'uomo non esiste.
Ma se proprio vogliamo trovare la confusione dei ruoli tra uomo e robot, dobbiamo cercarla nell'opera di Philip Dick, dove è stata portata alle sue estreme conseguenze.
In Dick tutto ruota intorno alle opposizioni realtà--allucinazione, verità--menzogna; uomo--macchina è una delle manifestazioni di queste opposizioni. E' da manuale il racconto Impostor (1953, Impostore, Millemondi 18 Arnoldo Mondadori Editore, 1998) in cui un uomo viene accusato di essere un androide nemico, il lettore viene trascinato a parteggiare per la vittima dell'equivoco, sino al finale in cui si scopre che il protagonista è realmente a sua insaputa un androide, e proprio questa coscienza innescherà la bomba che porta dentro di sé. In Second Variety (1953, Modello Due, Oscar Varia 1967 Arnoldo Mondadori Editore, 1998) l'umanità si è quasi distrutta nel corso di una guerra, ma i robot sono rimasti, pericolosi come mine antiuomo lasciate sepolte. Si presentano sotto le spoglie di soldati feriti, di donne, e bambini e continuano ad uccidere; anche in questo caso abbiamo quindi la macchina indistinguibile dall'uomo. Sempre del 1953 è The Difenders (I difensori della Terra, Oscar Narrativa 1604 Arnoldo Mondadori editore, 1996) dove i robot, lasciati in superficie a combattere una immane guerra, malgrado abbiano cessato le ostilità quasi immediatamente, continuano a mandare messaggi e scene di distruzione agli uomini che si sono nascosti sotto terra.
In The Electric Ant (1969, Le formiche elettriche, Arnoldo Mondadori Editore, 1997) non solo l'uomo comune protagonista del racconto scopre di essere un robot, ma persino che tutta la sua percezione del mondo, e forse il mondo stesso, deriva dal nastro perforato che si sta lentamente svolgendo dentro di lui.
Per Dick la macchina, il confronto con essa, è ciò che dovrebbe servire ad indicare cosa è o dovrebbe essere in realtà l'uomo, e non un caso che molti dei suoi protagonisti siano personaggi dall'emotività in qualche modo bloccata. Nel suo saggio The Android and the Human (1973) scrive: "Un giorno un uomo potrebbe sparare ad un robot uscito da una fabbrica della General Electric e con sua sorpresa vederlo piangere e sanguinare. Ed il robot morente potrebbe sparare a sua volta e con sorpresa vedere un filo di fumo grigio scaturire dalla pompa elettrica posta dove si supponeva essere il cuore pulsante dell'umano. Ciò sarebbe un grande momento di verità per entrambi." (Citato alla voce robots in The Multimedia Encyclopedia of Science Fiction, Grolier.) In Do Androids dream of Electric Sheep (Blade Runner, Fanucci Editore, Roma, 1996) arriviamo ad un punto cruciale, il cacciatore di androidi, il cui compito è distruggere gli androidi fuggitivi ha come unico strumento per accertarne l'identità la psicologia, ma con l'avvento di androidi dai cervelli sempre più perfezionati si arriva al punto in cui forse essi risultano più umani degli umani. Anzi, l'uomo dimostra nel corso del romanzo di essere scarsamente "umano" dal punto di vista emotivo e le motivazioni dell'androide risultano essere più forti delle sue.

Alla fine di questa cavalcata cosa ci è rimasto? L'argomento robot-androide è stato visto dalla fantascienza sotto ogni angolazione possibile, tanto che oggi è quasi impossibile scrivere di robot dicendo qualcosa che non sia insopportabilmente vecchia, l'interesse si è andato spostando prima verso i cyborg, in cui il binomio uomo--macchina poteva essere studiato più concretamente, poi verso i calcolatori, quasi ignorati dalla prima fantascienza, dove, soprattutto con l'avvento del cyberpunk l'uomo tende a perdersi nel rapporto uomo-macchina fondendosi con essa in complesse realtà virtuali. Il robot, inutilmente antropomorfo, a volte sferragliante o cigolante, persino a vapore, sembra ormai destinato al ruolo di stanca ballerina di fila e anche l'androide compare ormai quasi esclusivamente sullo sfondo nel ruolo di clone. Abbiamo cercato di fornire una panoramica veloce e molto è rimasto fuori, per ulteriori informazioni il lettore potrà utilmente consultare: The Multimedia Encyclopedia of Science Fiction, Grolier alle voci ROBOT e ANDROIDE. Sicuramente interessante ma di difficile reperibilità il testo di Patricia S. Warrick Il romanzo del futuro: computer e robot nella narrativa di fantascienza, Dedalo, Bari, 1984. Informata, come al solito l'introduzione di Sandro Pergameno al libro Robotica, Grandi Opere Nord, che contiene anche alcune delle opere citate. Una rassegna interessante, anche se breve, può essere rintracciata in Franco Ferrini, Che cosa è la fantascienza, Ubaldini editore 1970.

Per le citazioni si ringrazia Ernesto Vegetti per l'uso del suo Catalogo della fantascienza pubblicata in Italia, per scelta si è deciso di indicare esclusivamente l'ultima edizione, anche se di difficile reperibilità. Gli errori sono miei e le omissioni sono nostre.

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Le illustrazioni di Marco Patrito, Maurizio Manzieri, Donato Giancola e Frank Kelly Freas, riprodotte in questo articolo, sono pubblicate con il permesso dei rispettivi autori e non possono essere ristampate o riprodotte elettronicamente in alcun modo senza autorizzazione scritta degli artisti. In particolare l'illustrazione "Earth, do you read?" by Donato Giancola, è di proprietà esclusiva di Playboy Magazine ed è pubblicata all'interno di questo articolo per speciale concessione dell'autore.


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