"Niente donne né bambini" dichiarava l'ombroso e cazzuto Leon nell'omonimo film del transalpino Luc Besson. E forse, essendo giunti alla nona puntata di "Sotto spirito" senza aver visto neppure una vittima del gentil sesso, qualche lettore può aver pensato che tale massima sia stata fatta propria anche da chi vi scrive.
Nulla di più falso: la parità dei diritti, ormai, vale anche per la satira. Nonché per la perfidia. Ragion per cui, questo mese la vostra rubrica preferita, senza scrupoli né ipocrite cavallerie, inscatolerà nella confettura sotto spirito una delle più importanti esponenti femminili della fantascienza americana: la bravissima e fascinosa Ursula K. Le Guin.
La signora Le Guin (perdonate l'eufemismo) è notoriamente una scrittrice con due palle così. C'è gente (non so perché, mi viene in mente l'amato direttore) che vorrebbe avere tanti capelli in testa quanti premi
Hugo e
Nebula lei sfoggia sulla mensola buona del soggiorno. Evento piuttosto raro nel mondo SF, la brava Ursula raccoglie equamente il consenso di critici e del grande pubblico, mescola a pari dosi (da perfetta massaia, si direbbe) intrecci appetibili e profondi concetti filosofici, religiosi e politici, non scade mai nel commerciale, non si lascia tentare dalla serializzazione, colora e mantiene la sua narrativa in una rigorosa caratterizzazione, uno stile e una scelta di temi del tutto personale.
Ok, il cappello era doveroso. Ora passiamo alle cose serie...
La signora Le Guin (perdonate ancora) è notoriamente una scrittrice che
ci fa due palle così. Le sue opere sono universalmente note come la migliore cura per qualsiasi forma di insonnia, e anche per diverse sindromi intestinali. La Le Guin ha una narrazione introversa, autocompiaciuta, stagnante, che sembra non osare favorire il lettore, forse perché (come direbbe lei stessa) diminuirebbe il suo
shifgrethor. Di fronte al ritmo ipnotico (diciamo meglio "catalettico") della Le Guin, l'immagine che più viene in mente è quella della celeberrima striscia di
Peanuts in cui
Snoopy legge
Guerra e Pace una parola al giorno.
L'intimismo triste della Le Guin, il suo marxismo lento, il suo ambientalismo da vegetale militante, il suo buddismo da yogi in meditazione secolare sono stupende caratterizzazioni narrative, ma ci fanno due palle, signori, veramente due palle come l'Hindenburg.
Soprattutto, la carissima Ursula ci fa gonfiare le suddette appendici sferiche oltre il livello di guardia con il suo
femminismo. Per carità, si tratta di un tema più che legittimo, e lo era ancor di più ai tempi in cui la nostra componeva i suoi capolavori. Ma il troppo è troppo. La Le Guin sembra non voler permettere ai propri lettori di dimenticare che lei è una scrittrice-donna, anzi una donna-scrittrice. Da
I reietti dell'altro pianeta a
soprattutto La mano sinistra delle tenebre, l'accento femminista è calcato in modo sinceramente pesante. In tutti i sensi.
Però, poiché la cattiveria ha comunque un senso, confessiamolo: noi apprezziamo la grande Ursula proprio per le sue fissazioni. Una scrittrice che riesca a suscitare con le sue opere sensazioni vigorose (non necessariamente positive) è in ogni caso un'artista, questo lo abbiamo sempre pensato. E, non illudendoci di poter produrre nulla più di un'insulsa imitazione, speriamo di riuscire a evocare le tanto personali atmosfere leguiniane (tormentoni compresi) nel breve e irriguardoso racconto che andiamo a proporre.
Buona lettura.
Cosa fai con la mano sinistra, là nelle tenebre?
di Ursula K. Le Guin (?)
1
Giunsi in Karhide alla quinta ora del terzo giorno nel mese di Kurem, nell'anno uno. In Karhide è sempre l'anno uno, e questo permette agli sviluppatori di software di intascare miliardi agitando a ogni capodanno lo spettro del millennium bug. La nazione di Karhide, come le altre del pianeta Gethen, aveva aderito di recente all'Ecumene: io facevo parte della missione commerciale destinata a stabilirsi nella capitale per inaugurarvi gli scambi d'affari.
Il notabile che ci accolse, un certo Pemmer Harge Kar Ith Yodel Ehmemens (all'inizio pensai che il mio ansible linguistico si fosse guastato, poi scoprii che il tizio si era semplicemente presentato) ci salameccò doverosamente, poi indirizzò ogni membro della nostra missione verso il relativo rappresentante della corporazione mercantile. A me, visto ciò di cui mi occupavo, consigliò di recarmi nel quartiere di Karhosh e di presentarmi con le mie credenziali al Focolare di Tuppeshem.
Io controllai la mappa della città, e vidi che Karhosh distava una dozzina di chilometri. La navetta ci aveva sbarcato ed era ritornata in orbita, per cui avrei dovuto servirmi di veicoli locali. All'angolo del palazzo vidi qualcosa che sembrava una fermata d'autobus. La raggiunsi e mi rivolsi al nativo che vi sostava.
- Scusate - dissi - C'è un mezzo che possa portarmi a Karhosh?
Il nativo si strinse nei suoi abiti pesanti. - Il tram che sto aspettando. Va precisamente a Karhosh.
- Ah. - commentai io, sollevata - E tra quanto arriverà?
Il karhidiano sollevò un sopracciglio. - Voi non siete di questo pianeta, vero?
Io trasalii. L'ansible linguistico mi dava una dizione perfetta, ma col mio aspetto non avrei potuto ingannare nessuno: i getheniani sono normalmente asessuati, mentre io vado in giro con un reggiseno Lovable di quinta misura e ho un fondoschiena di cui mio marito, su Hain, si è fatto un calco in gesso da tenere come posacenere sulla scrivania.
- Dite perché ho un aspetto da donna ma non sono in kemmer
(1), vero? - dissi.
- Niente affatto. - replicò il nativo - Il fatto è che nessun getheniano porrebbe una domanda come la vostra.
Rimasi sorpresa - E perché mai?
Lui (o lei?) strinse di nuovo le spalle. - Il nostro popolo non conosce la fretta: il tram arriverà quando arriverà. Non serve a nulla essere impazienti, in Karhide.
Aspettammo infatti alcune ore, durante le quali il nativo mi illustrò con straordinaria prolissità le qualità della neve e del ghiaccio che ricopriva il fondo stradale e le facciate degli edifici. La città, capii, aveva un clima orrendo, migliore solo di quello di Bologna sulla vecchia Terra. L'indigeno mi raccontò con impietosa dovizia un numero infinito di storie getheniane, quasi tutte riguardanti terribili vicende invernali sospese tra tempeste di neve e attacchi di lupi. Usava un tono strano, ambiguo, carico di doppi sensi e di sottintesi. Non avevo idea di cosa volesse concludere, di dove volesse andare a parare, ma ero certo che non intendeva quello che apparentemente intendeva. Mentre le ore passavano, si faceva sempre più oscuro, enigmatico, indecifrabile. Decisi che non avrei giocato il suo gioco contorto, che non mi sarei addentrata nel suo labirinto.
Non vi riferirò tutto ciò che mi disse (riporterò una sola delle sue storie, alla fine di questo capitolo), ma a un certo punto decisi di fare mia una delle massime locali favorite "
Quando l'azione non è più vantaggiosa, raccogli delle informazioni. Quando le informazioni non sono più vantaggiose, dormi". Così mi addormentai, risvegliandomi soltanto quando il tram, finalmente, ci raccolse per portarci a Karhosh.
Percorremmo la strada gelata a una velocità da ora di punta sul raccordo anulare di Roma, e giungemmo a destinazione quando il cielo era già di un nero pretenzioso.
- Devo presentarmi al Focolare di Tuppeshem. - dissi al nativo
Lui sorrise, ancora un gesto gravido di segreti. - E' troppo tardi: Il Focolare sarà chiuso. Dovrete aspettare sino a domattina.
Frustrata, presi alloggio in una taverna terribile, ove pagai un prezzo esorbitante per una camera agghiacciante. Mi alzai all'alba dopo incubi orrendi. Non che ne ricordassi molto: rammentavo solo una pentola ribollente di folli immaginazioni e nozioni, improvvise visioni e sensazioni tutte pervase da una violenta carica sessuale e grottescamente violente, un ribollire rosso e nero di rabbia, di furia erotica. Ero circondata da enormi pozzi spalancati, bocche d'inferno, ove perdevo l'equilibrio, e cadevo, cadevo...Le forze empatiche e paraverbali erano al lavoro, immensamente potenti e confuse, che sorgevano dalla perversione e dalla frustrazione del sesso. Non so se avete capito ciò che sto dicendo o se stiate già ronfando. Non che mi importi qualcosa, del resto...
Quando il cielo fu chiaro indossai l'uniforme termica, lasciai la taverna e mi diressi al Focolare. Questa volta l'edificio era aperto. Presentai le mie credenziali e chiesi di parlare con il rappresentante della corporazione dei mercanti. Mi condussero in una stanza spoglia, con una certa aria di sfiducia e malinconia aggrappate alle pietre e alle ombre. Attesi in piedi un tempo spaventosamente lungo, e quando stavo già per dare fuoco alle tende finalmente giunse il rappresentante.
Era il nativo del tram. E sorrideva.
Una storia, come narrata dal rappresentante del Focolare di Tuppeshem e raccolta da G.A.
Il settimo giorno del mese di Sheney un povero della provincia di Tuerresh partì per chiedere una grazia ai monaci dell'Handdara. Sui suoi logori calzari percorse per intero la valle fangosa di Thangering, le arse petraie di Stok e gli orridi abissi di Herbor. Il suo viaggio fu lungo e periglioso, ma egli giunse infine, lacero e affamato, di fronte ai monaci. Qui egli stracciò le proprie vesti e si gettò in ginocchio.
- Sommo Tessitore! - implorò - Sono povero, i miei figli soffrono la fame, la parete nord della mia casa sta crollando, mia moglie mi cornifica col venditore di succo di Jorshoth, la siccità devasta il mio campo, e le mie emorroidi sono grosse come la santità del glorioso profeta Meshe. Aiutami!
Il Sommo Tessitore dell'Handdara, il cui nome era Grenden, e il cui cuore era buono come la polpa dell'albero di Rer, prese le mani callose del povero di Tuerresh tra le sue e lo confortò.
- Non temere, mio sfortunato amico. - disse - Io vedo il tuo dolore, che è rotondo e nitido come le perle del greto del sassoso fiume di Geganner. Vedo la tua disperazione, che è calda e setosa come la flatulenza dello Yak Peloso delle alte montagne di Onnertherad. Le vedo come fossero mie... Ma non temere, perché la tua fortuna girerà come il fragile fiore di Argaven di fronte al vento impetuoso del Gobrin... - il tessitore indicò al povero la strada per Tuerresh - Ora va' a casa, amico mio. Raggiungi i tuoi, e vedrai come tutto sarà cambiato.
Il povero, con l'animo colmo di gratitudine, riprese la via del ritorno, verso gli abissi scoscesi di Herbor, i campi pietrosi di Stok, i torrenti di fango del gelido Thangering, e infine la misera Tuerresh. Grenden il Tessitore, il cui cuore era buono come la polpa di Rer, lo guardò allontanarsi con serenità.
Poi si immerse nella meditazione. Stava meditando da appena due mesi quando sentì che qualcuno scuoteva la sua tunica. Egli si destò, e vide con sorpresa che il povero di Tuerresh era di nuovo di fronte a lui. E fu doppiamente sorpreso, perché il povero di Tuerresh appariva incazzato come una biscia.
- Cosa ti porta di nuovo nell'Handdara, amico mio? - chiese Grenden il Tessitore.
- E me lo chiedi? - gridò il povero - Tu ti sei preso gioco di me!
Grenden, il cui cuore era buono come la polpa eccetera eccetera, sorrise.
- Perdonami, amico mio, ma non capisco. - disse - Forse che a Tuerresh non hai trovato tutto cambiato?
- Cambiato un paio di palle! - replicò il povero - In mia assenza i miei figli hanno fatto sei al Superenalotto e sono scappati con i soldi; la mia casa adesso è pericolante sulla parete sud; mia moglie mi cornifica con l'accomodatore di stufe; il mio campo è stato allagato dalla piena del fiume e adesso sta sotto due metri d'acqua; le emorroidi sono scomparse, in compenso mi sono venute la forfora, l'ernia al disco e le piattole.
Grenden il Tessitore, che aveva sempre il cuore buono come la polpa di Rer, ma che soprattutto era un bastardo dentro, allargò le esili braccia.
- Vedi, amico mio? - disse - Tu incolpavi della tua infelicità situazioni che invece erano innocenti. Esse sono cambiate, ma la tua infelicità è rimasta. E sai perché? Perché essa era dentro di te, e non fuori. Nulla è invisibile. Nulla è celato. Tutto è sensibile. Come tutte le stelle possono essere riflesse in una goccia di pioggia rotonda che cade nella notte, così pure tutte le stelle riflettono la goccia di pioggia. La verità è una questione d'immaginazione. Comprendi adesso?
Il povero di Tuerresh commentò la profonda rivelazione di Grenden prendendo il Tessitore a calci nel culo per tutto il monastero.
Era il sesto giorno di Orgoth, il terzo mese dell'anno. L'inverno iniziò l'indomani. E fu molto freddo.
2
Il rappresentante della corporazione mercantile del Focolare di Tuppeshem si presentò come Forseth Jar Mathumi Hot Dog Estralargen. Io dissi il mio nome, Genny Air. Lui sembrò considerarlo per un tempo spaventosamente lungo. Alla fine aggrottò la fronte sfuggente.
- Cosa vi porta al nostro Focolare, Genny Air? - chiese.
- Pemmer Harge Kar Ith Yodel Ehmemens - dovetti fermarmi per riprendere fiato - dice che voi siete i migliori pellicciai della capitale.
Forseth annuì compiaciuto. - Confezioniamo gli abiti più caldi e morbidi di tutta Erhenrang, e anche di Gorinhering
e Hoeringhen.
- Chiedo perdono, nobile Estralargen... - interloquii.
- Chiamatemi pure XXL. - concesse graziosamente lui.
- Sapete dirmi perché i vostri nomi di città sembrano tutti dei gargarismi?
Lui ridacchiò. - Ah, il profeta Meshe direbbe che il più solido degli oggetti può soccombere o prevalere, a seconda del nome che lo accompagna. Gli oggetti non sono più solidi, coerenti e reali, di quanto non lo siano i loro appellativi.
- E significa...?
- Non ne ho la più pallida idea.
Decisi di lasciar perdere. - Nobile XXL, sono qui per mettervi in affari con voi. Sono anch'io nel vostro ramo, sul mio pianeta. E credo che la mercanzia che tratto possa interessarvi.
- Di che mercanzia parlate, Genny Air?
- Abiti termici, come quello che indosso. Leggeri e nel contempo caldi, pratici e funzionali. Su Gethen avrebbero un successone.
Forseth inarcò un sopracciglio con aria scettica. - Perdonatemi, Genny Air, ma non capisco. Perché noi getheniani dovremmo indossare vesti cucite su un altro pianeta?
Scossi la testa. - Non mi sono spiegato, nobile XXL. Non propongo di importare abiti termici da Hain o dalla Terra: non sarebbe economicamente conveniente. Ciò che vi offro è di produrli voi, secondo i modelli e i progetti che io vi fornirò. Una società al cinquanta per cento. - decisi di imbonirlo con una delle frasi karhidiane che avevo imparato - Come dite voi, possiamo tirare insieme la slitta anche senza essere kemmeri
(2).
Lui meditò a lungo. Alla fine capii che si era addormentato. Lo scossi. Sussultò, svegliandosi.
- Allora, nobile XXL? Cosa ne pensate?
- Il mio Focolare lavora pellicce con gli stessi metodi da ottocento anni. - considerò pacatamente lui - Perché, d'un tratto, dovremmo cambiare?
- Con i miei sistemi - replicai - potrete confezionare abiti risparmiando materiale e manodopera, e soprattutto impiegandoci metà del tempo.
- E allora?
Battei le palpebre, sconcertata. - Allora cosa? Non vedete il vantaggio?
Lui sorrise con sguardo insinuante. - Considerate il torrente e il ghiacciaio, Genny Air. L'uno e l'altro giungono dove stanno andando.
- Sì, però quando arriva, il ghiacciaio ha le palle come due Zeppelin. - replicai stizzita.
- Ah, Genny Air, - sospirò lui - voi non capite me, e io non capisco voi.
- Insomma, rifiutate di mettervi in società?
Il getheniano sorrise di nuovo. - Vi prego, Genny Air: io non so chi voi siate, né quel che volete. Non ho rifiutato. Semplicemente, non ho acconsentito. Dovete concedermi il diritto di usare una ragionevole prudenza.
Con estremo rispetto, mi chiesi che cazzo stesse dicendo. Pure, mi costrinsi alla calma: aveva ragione lui. Il popolo di Gethen, lo sapevo bene, era prudente sino all'esasperazione. Non serviva a nulla spronarli: con loro si doveva avanzare a piccoli passi. Lentamente, molto lentamente.
Mi sedetti su un gelido sedile in pietra, su cui le chiappe mi si congelarono all'istante, e ripartii dall'inizio, spiegando la mia proposta a Estralargen con parole semplici e tranquille, come se il getheniano fosse un bambino sospettoso. Dopo le prime due ore, ero esausta come una capra karhidiana. Vedevo i miei sforzi prendere la forma di una visione innaturale, quasi una morbosa coscienza di sé. Lui era un monumento alla placidità, e mi chiesi a quale livello di torpore i mammiferi di quel pianeta potessero giungere prima di perdere le funzioni respiratorie.
- Consentitemi, nobile XXL. - dissi alla fine, esasperata - Prendete il mio abito. Indossatelo, rendetevi conto di persona.
Tirai giù la cerniera lampo e mi sfilai il vestito. Lo porsi a Estralargen, ma lui non fece alcun tentativo di afferrarlo.
Con stupore, mi resi conto che era arrossito violentemente.
- Che succede? - chiesi.
Poi abbassai lo sguardo, e vidi l'inequivocabile rigonfiamento che sorgeva impetuoso nelle parti basse del mio ospite.
- Nobile XXL, voi... tu... stai entrando in kemmer?
- Non è possibile. - balbettò lui, incredulo - Mancano molti giorni al mio periodo. Forse... cos'è quello?
Seguii il suo sguardo. Estralargen stava inequivocabilmente fissando la mia sottoveste di seta nera e le mie mutandine di pizzo. In effetti, so quanto siano provocanti: io ho una pelle bianchissima, e mio marito dice sempre che vedermi addosso lingerie nera lo fa arrapare come un mandrillo gigante del pianeta Hain.
- Non... non ho mai visto niente del genere. - ansimò il getheniano, il viso rosso peperone.
- Mi è appena venuta un'idea. - commentai.
Una storia, come inventata da G.A. e usata in seguito nel Focolare di Tuppeshem come spot pubblicitario.
Nel sesto giorno del mese di Sohnasegar il primogenito del signore di Tassinoth di Sopra, seguendo le orme di un grande Yak Peloso, si perse nella tormenta. A nulla valsero i richiami disperati dei suoi compagni di caccia: la tempesta separò il figlio del signore di Tassinoth di Sopra dal gruppo, e lo sospinse verso sud, nelle terre ostili di Tassinoth di Sotto.
Il giovane vagò a lungo nella neve ganner
(3) alta fino alle ginocchia. Il vento del Gobrin gli soffiava cristalli di ghiaccio bhassin
(4) negli occhi, egli soffriva il freddo e la fame, e nulla in quella distesa bianca sembrava dargli un po' di conforto.
Il figlio del signore di Tassinoth di Sopra tentò di costruirsi un rifugio e di accendersi un fuoco, ma non poteva usare i tronchi degli alberi perché era un ambientalista militante, e il vento portava via i rami secchi più velocemente di quanto egli riuscisse a raccoglierli. Disperato, il figlio del signore di eccetera eccetera cominciò ad avere orribili visioni. Scorse nel biancore la figura di un omone barbuto dallo sguardo ebete che inseguiva una bottiglia d'acqua minerale gridando "La mia Levissima!!!". Vide persino un tizio a cavallo di uno strano animale bipede che andava in giro nella tormenta urlando "Luke! Luke! Dove sei?".
Il figlio del signore di Tassinoth di Sopra capì che era veramente nei guai, e implorò Meshe di dargli un segno, di fargli capire se non era ancora giunto il suo momento oppure se quella volta era proprio fottuto. In risposta alle sue preghiere, la nebbia si diradò all'improvviso, e il giovane vide una capanna col camino che fumava.
Raccolte le ultime energie, il figlio del signore... (cheppalle, facciamo così, d'ora in avanti chiamiamolo semplicemente Pippo) raggiunse quell'insperata oasi di salvezza e picchiò sulle assi della porta.
L'uscio si aprì, e il giovane vide di fronte a sé il primogenito del signore di Tassinoth di Sotto, il suo peggior nemico.
- Ti prego. - disse - Fammi entrare.
- Perché dovrei? - replicò l'altro - Tu sei mio nemico, e io sono tuo nemico. La faida tra le nostre famiglie va avanti da quattro secoli, da quando il tuo tris-tris-trisavolo Dhotor Pepper Sev Ehn Up rubò la figurina di Pizzaballa dall'albo del mio bis-bis-bis-bisnonno Shel Upeschu Glifoh Uhn Mazzotant.
- So che sei mio nemico. - assentì Pippo - Ma tu sei solo, e io sono solo. Tra noi e il mondo degli uomini c'è la tempesta. Tu puoi uccidermi e seppellirmi nel ghiaccio, perpetuando così la faida tra le nostre stirpi per altri mille anni. Oppure puoi accogliermi e scacciare dalle mie fredde membra il morso del gelo: insieme cancelleremo l'odio unendoci in un vortice di sesso perverso mentre fuori da questa capanna ove si cambia la Storia cade la neve.
Il primogenito del signore di Tassinoth di Sotto valutò la possibilità. Alla fine sorrise tristemente. - Tutto ciò sarebbe molto bello, mio caro nemico. Ma, purtroppo, né io né tu siamo in kemmer. Così, come vedi, non ho altra possibilità che strangolarti, spararti, pugnalarti, eviscerarti e dare poi le tue spoglie in pasto ai lupi. Sorry.
E tirò fuori un coltello al cui confronto il pugnale di mister Crocodile Dundee era un nettaunghie.
Ma Pippo non sembrò spaventato. - Fino a ieri ti avrei dato ragione, nemico mio. - ribatté - Ma oggi, grazie al Focolare di Tuppeshem, queste simpatiche situazioni possono essere risolte. Indossa un po' questo.
Il primogenito di Tassinoth di Sotto osservò con sospetto il collant di seta con reggicalze rosso che l'altro gli porgeva. Quando però lo sfiorò e avvertì la straordinaria morbidezza del tessuto, sentì un calore incontenibile diffondersi nel suo corpo.
- Ma... cosa mi succede? - disse, mentre il tono della sua voce saliva già di un'ottava.
- Mettiti anche questo, baby. - rilanciò Pippo, tirando fuori dallo zaino un reggiseno di trine trasparente.
- Per il latte di Meshe! - balbettò il primogenito di Tassinoth di Sotto, vedendosi spuntare sul petto due poppe da paginone centrale di Playboy.
- Sei uno schianto, baby. - sbavò Pippo, infoiato - Sdraiati un po' su quel lettone.
Così i due rampolli delle famiglie rivali cancellarono per sempre la faida millenaria unendosi in una folle notte di sesso perverso. Per tutti i particolari, vi rimandiamo alla videocassetta simpaticamente fornita come omaggio a tutti i nostri clienti. E ricordate: Lingerie Tuppeshem, l'unica che ve lo fa venire duro come il ghiaccio bhasser.
3
- Sono impressionata. - ammisi - Non credevo che i vostri sarti lavorassero a questi ritmi.
- Sono tutti in dothe. - spiegò Estralargen.
- In dothe?
Lui annuì. - Una particolare condizione fisica autoindotta, durante la quale si hanno incredibili capacità di resistenza e sopportazione. Utilissima in situazioni di pericolo, e anche l'unica possibilità per reggere sino alla fine i pallosissimi romanzi di certe scrittrici.
- Favoloso.
- Non credevo che un semplice vestito potesse far venire il kemmer. - osservò oziosamente Estralargen.
Scrollai le spalle. - Be', i biologi dell'Ecumene parlavano di risultato dell'evoluzione eso-umana, di adattamento ad ambienti alieni, ma credo che nessuno di loro abbia mai portato il pisello quaggiù, a farselo congelare dal freddo della madonna che avete su questo pianeta. Secondo me, dopo qualche inverno getheniano, qualsiasi terrestre sarebbe piatto come una Barbie, laggiù tra le gambe.
- Che devo dirti, Genny Air? Sarà così.
Tacque. Io osservai ammirata l'agitarsi frenetico dei cucitori intorno ai telai. Sembravano formiche. Peggio, sembravano tanti piccoli giapponesi al lavoro.
- Sono io, piuttosto, a non capire, nobile XXL. - esclamai - Dove sono andate a finire tutte quelle vostre teorie sulla pazienza, sulla lentezza, sui piccoli passi, sulla Presenza piuttosto che sul Progresso? Che ne è stato della parabola del ghiacciaio?
Lui sorrise, ma questa volta il doppio senso era plateale. - In Karhide noi diciamo: l'odore di un kemmer tira la slitta più di una quadriglia di Yak.
Risi. Tradotto e volgarizzato, anche su Hain avevamo un detto simile. E anche sulla vecchia Terra. Anche se si parlava di peli piuttosto che di odori.
Scoprire queste strane assonanze e comunioni, tra mondi distanti anni luce, avrebbe fatto felice il vecchio Shevek, il fisico inventore dell'Ansible. Come diceva lui, nell'universo non c'è alterità di Spazio. Non c'è tempo passato, non c'è futuro. In tutto il Tempo esso
è. In tutto il tempo a venire esso è. Non è stato né sarà ancora. Esso è. E' tutto. Le onde della coscienza rifrangono le distanze. Le annullano. Comunicare vuol dire comprendersi. Senza varcare la porta del corpo. Accordare la anime attraverso lo Spazio. L'illuminazione. La sofferenza è figlia del desiderio. La verità sta nel mezzo. Il Tao. Le mani che restano vuote. Sollevarsi e fluttuare. Il corpo ha bisogno di nutrirsi, l'animo di nutrire passione. E potrei continuare a dire cazzate buddiste per altri otto capitoli, ma tanto a questo punto state tutti dormendo, quindi perché sprecare fiato? Mi basterà una semplice parola di quattro lettere.
FINE
(1) Kemmer: gli indigeni di Gethen trascorrono la maggior parte della loro esistenza in una condizione asessuata, denominata sommer, ed entrano periodicamente (con cicli di 28 giorni) in uno stato sessualmente attivo denominato kemmer, durante il quale scopano come ricci. Alcuni esobiologi hanno formulato l'ipotesi che tale bizzarria sessuale sia favorevole alla procreazione in condizioni ambientali difficili. Altri hanno obiettato che, se tale ipotesi fosse vera, poiché sulla Terra siamo sempre in kemmer, dovremmo scopare dalla mattina alla sera, mentre invece normalmente non si batte chiodo. La questione rimane aperta a ogni discussione, e ove ci fossero giovani donne in kemmer desiderose di approfondire, il mio indirizzo è in testa alla pagina.
(2) Kemmeri: nel linguaggio colloquiale, due amanti nello stato di kemmer. La frase fatta, che allude alla solidarietà e alla confidenza tra partner, sembra comunque una stronzata. Si suppone infatti che due kemmeri, che debbano sfruttare al massimo le poche ore di sessualità attiva di cui dispongono, abbiano altro da fare che spingere slitte. In alternativa, si suppone che su Gethen esista un particolare kamasutra della neve comprendente la Posizione della Slitta, la Posizione dell'Igloo, la Posizione della Racchetta da Neve, la Posizione della Marmolada e la Posizione dello Snowboard. Ove ci fossero giovani donne vogliose di sviscerare l'argomento, si rimanda alla nota precedente.
(3) Neve ganner: il linguaggio getheniano conta ottocento vocaboli per definire la neve. Si tratta del più grande numero di sfaccettature linguistiche esistenti su un unico concetto in tutto l'universo, superato solo dal numero di vocaboli del vernacolo romanesco per definire l'ozio. In particolare, la neve ganner è quella gelida e bastarda che vi entra nel colletto mentre siete sugli sci, vi cola sulla schiena e non si asciuga finché non siete tornati a casa
(4) ghiaccio bhasser: si veda la nota precedente. Il ghiaccio bhasser è quello duro, stronzo e sdrucciolevole che vi fa schizzare gli sci da sotto i piedi e cadere culo a terra come imbecilli proprio mentre la tipa morbidosa che avete portato in montagna al precipuo scopo di porchizzarla vi sta guardando.