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Cavaliere
La prima notte di primavera i lupi mannari sono scesi in paese, bianchi come la luna, e hanno sgozzato il montone del vecchio Grieg. I nonni dei nonni di Grieg sono venuti dalla parte del tramonto più di cento anni fa, hanno tagliato i rami delle querce, ai limiti del bosco, e hanno costruito il primo steccato. I nonni dei nonni di Grieg sono i nonni di tutti noi. Per questo è stata una brutta alba, quella che è seguita.
In realtà i maschi delle nostre greggi daranno agnelli alle femmine di Grieg ancora per molti anni, e senza che lui sborsi una moneta, ma il motivo della nostra angoscia era un altro: per la prima volta i lupi mannari sono arrivati ai limiti del paese. Così Grieg ha riunito l'assemblea dei capifamiglia: abbiamo mangiato insieme gli avanzi del montone (non c'è pericolo di contagio, questo almeno lo sappiamo) e, quando il vento è diventato più fresco, le donne hanno portato gli scialli e le pelli d'orso, e i vecchi hanno acceso la pipa e si sono riuniti intorno al fuoco, in piazza. Nessuno è capace di fare i discorsi troppo lunghi, da noi. -- Una spada. -- Meglio le frecce. -- Comunque, che sia tutto d'argento. Certo l'argento li brucia, fa diventare grigio e poi nero il loro mantello di latte, ma chi ha abbastanza argento, al villaggio? Possiamo fondere l'icona di nonna Lara, qualche cornice, una manciata di anelli, un mestolo... e al massimo riusciremo ad armare un guerriero. E chi ha l'argento, nei paesi al di là delle montagne, se lo tiene ben caro. A mezzanotte i lupi hanno ululato ancora sui picchi. Ridevano di noi, che tornavamo a capo chino alle nostre capanne. * * * C'è un posto, proprio ai limiti del mondo (o meglio, a otto giorni di cammino verso l'alba) dove l'argento è nelle grondaie, nelle monete, nelle stoviglie, perfino nei denti della gente. Lo chiamano Paese del tempo, e ogni anno vi si disputa un grande torneo, e al vincitore tocca una grande armatura, con spadone, picca, scudo e pugnale, più qualcos'altro che io stesso ignoro. E tutto, si dice, è fatto con l'argento puro.Me ne ricordai all'improvviso, prima di prendere sonno, la sera dopo. Stava scritto in un libro vecchio, sepolto nella lanugine d'un baule ereditato da un altro scrivano. Così mi infilai le braghe di pelle di capra, schiusi la porta e il vento fischiò nel camino, ravvivando le braci e portando la cenere in tutta la stanza. Ma non avevo alcuna intenzione di farmi trovare per strada dai lupi: corsi nel viottolo buio e andai a battere all'uscio di Grieg. Una settimana più tardi Cavaliere partì. In effetti non si chiamava davvero Cavaliere, ma era l'unico di noi ad avere mai posseduto un cavallo. Era andata così: un mattino di vent'anni addietro nonna Lara s'era affacciata nella piazza prima dei raggi del sole (i vecchi, si sa, dormono poco) e aveva visto, vicino alle pietre del fuoco ormai spento, un grande cavallo bigio e un fagotto senza forma. Il fagotto era Cavaliere: qualcuno l'aveva portato di notte, ed era poi sparito nel buio. Il bambino venne chiamato da prima Benvenuto, poi Ehitù, quando giocava con gli altri ragazzini, nella terra. Il cavallo tirò a turno l'aratro di molti di noi, e si godette le giumente. Quando il ragazzo compì diciotto anni, e noi decidemmo di chiamarlo una volta per tutte Cavaliere, il cavallo morì. Così Cavaliere partì a piedi alla volta del Paese del tempo, ma con due capre al guinzaglio. Le ragazze gli avevano cucito una giacca verde, e il fabbro aveva smontato e fuso un aratro per fabbricargli lo spadone. Nonna Lara, che da giovane era stata strega (non tanto da finire bruciata, ma quanto bastava a far rinsavire gli ammattiti per amore e a far sparire le verruche), aveva preparato per lui il più grande incantesimo della sua vita: un nastrino rosso, che fasciava in una coda di cavallo i suoi capelli. -- Finché li terrai così raccolti non potrà succederti niente di peggio di un raffreddore. -- In realtà non ci credeva nessuno, ma Cavaliere sorrise e ringraziò. Poi tirò il guinzaglio delle capre e partì, accompagnato fino al margine del bosco dagli schiamazzi dei ragazzini. Tutta la storia potrebbe, in effetti, finire qui, giacché non posso dire d'aver visto il resto con i miei occhi. Però nel libro del villaggio, che tengo aggiornato con le notizie portate dai viandanti, c'è scritto anche il seguito. E' il frutto dei racconti dei pellegrini, di frasi venute con il vento, e dei sogni verso l'alba, quando i sogni sono profetici. Quando qualcuno legge nel libro, o ascolta questa storia (come state facendo voi adesso), mi affretto sempre a precisare: fino a questo punto garantisco io di persona, per il resto... bene, bisogna avere fede nei pellegrini, nel vento e nei sogni mattutini. * * * Cavaliere scelse la strada giusta ai bivi, ignorò la visione delle fanciulle alla fonte, che l'attiravano con seni di falso alabastro, e si addentrò sempre più nella foresta, dove il cielo è color smeraldo e il terreno è coperto di muffa verde. Qui ammazzò la prima capra e l'arrostì.Al tramonto dell'ottavo giorno si arrampicò su un ramo, guardò verso l'orizzonte, dalla parte dell'alba, e non vide nulla. -- E' vero che sono otto giorni di cammino, ma è anche vero che nemmeno nelle favole i cavalieri vanno a piedi -- brontolò, calandosi al suolo. La mattina dopo, però, il sentiero cominciò a salire. Il pendio era emerso all'improvviso, in una bruma che il sole non aveva ancora sciolto, ma Cavaliere attese invano che i raggi dorati filtrassero attraverso la foschia: il cielo si rischiarò soltanto un poco, diventò grigio, poi bianco come nei mesi della neve. Il sole però rimase nascosto. -- E la strada sale, sale... dove mi porterai, accidenti? Quando la seconda capra non ne volle più sapere, capra balorda, ammazzò e arrostì anche quella. Infine la vetta della montagna si aprì davanti a lui, una gelida lama di ardesia. Nella nebbia il suo sguardo non andava oltre i dieci passi. Cavaliere sedette a riposare, appoggiò al suolo la bisaccia e piantò la spada nel tronco di un albero di alloro. Quando più tardi la ritirò, vide il taglio nella corteccia chiudersi come una ferita che si rimargina. Rabbrividì, si sentì per la prima volta davvero lontano da casa, e cominciò a scendere lungo il nuovo versante. Per farsi coraggio cercò di battezzare in qualche modo quel mondo così strano, pieno d'ombre che spuntavano all'improvviso dal nulla, e prendevano poi la forma di alberi secchi e di rocce. Non ci riuscì: gli venivano in mente solo nomi piuttosto lugubri. Scese per un giorno e una notte. All'alba del secondo giorno, finalmente, uscì dalla nebbia: in fondo al pendio, sulle rive di un mare chiaro e calmo, vide il Paese del tempo. E' difficile anche immaginarselo, un posto così, raccontano i pellegrini. Basse case di graniglia, strade dritte e piene di polvere di marmo, che portano tutte alla spiaggia. Vicino all'acqua, fra il borgo e i moli, il castello dei Signori del tempo è circondato da una muraglia opaca e da torri di vetro sottili, aggrappate al cielo con i merli aguzzi, e piene di cannoni di cristallo puntati verso il mare. Seduto su un sasso, Cavaliere deve aver guardato con stupore queste cose. Poi i corvi albini lo videro, e portarono la notizia al castello. Molti anni fa i Signori del tempo hanno insegnato a parlare ai loro corvi (non solo, ma anche alla balena e ai cani da caccia) e ne hanno fatto i loro messaggeri: così quando Cavaliere, pur pieno di dubbi com'era, si allacciò la spada al fianco e riprese a scendere, gli uccelli tornarono strepitando alle loro gabbie. Arrivò presto in paese. Vestito di verde, con quelle armi pesanti che gli spenzolavano addosso, percorse piano le strade, guardandosi intorno. I colori, nel Paese del tempo, sono in effetti soltanto sfumature in un mare di bianco, bianco ghiaccio e bianco neve, bianco nebbia e bianco sporco, bianco chiaro e bianco scuro, e la giubba di Cavaliere sembrava proprio venire da un altro mondo. Alla fine un corvo scese dal cielo, e si acquattò sulla sua spalla destra. -- La regina ti aspetta -- gracidò. * * * Lo aspettava davvero? In realtà quando Cavaliere entrò nel salone, le donne, i maghi e i Signori risero di cuore.-- Vieni più vicino -- disse la regina. Come ci si comporta davanti a una regina? L'unica persona importante, al nostro villaggio, è Grieg, e un po' importante lo è anche nonna Lara. Ma questa regina? Cavaliere restò immobile a guardare la donna, che aveva i capelli colore dell'oro chiaro, e sedeva su un trono d'avorio. Poi chinò il capo, depose la propria spada sul pavimento e disse: -- Sono venuto per il torneo. Le risate dei cortigiani si persero nei corridoi e nelle segrete. Un vecchio dalla faccia vacua e l'aspetto da mago Merlino venne con una pergamena in mano: -- Come ti chiami? -- disse. -- Cavaliere. Un'altra risata. -- E basta? -- C'è qualcun altro con lo stesso nome? Merlino sbuffò. -- Effettivamente, no... comunque sei il tredicesimo. Che questo numero ti porti fortuna. Ancora un giorno e non ci sarebbe più stato posto, per te. Torna domani, ancora al tramonto. * * * Quando seppe qual era il vero premio per il vincitore (altro che armatura d'argento!) Cavaliere impallidì.Le stanze del castello avevano le pareti alte e i soffitti d'onice. La regina lo guardò con gli occhi che ridevano: seduta su una gran pelliccia d'orso bianco, lo eccitava e lo imbarazzava, insieme. -- Vuoi proprio dire che non lo sapevi? -- fece lei. -- Credevo che un marito tu l'avessi già -- disse Cavaliere. La regina sospirò (ma era divertita, in realtà) e cominciò a spiegare. Così Cavaliere seppe che i Signori del tempo sono eterni (altrimenti, che razza di signori sarebbero?), che la noia è la loro malattia più feroce, e che a malapena riescono a combatterla con le scorrerie in mare aperto. -- Ma è proprio la regina, la più ammalata -- aggiunse lei. -- Così ogni anno metto in palio me stessa, la mia compagnia... l'armatura d'argento non è che la veste dell'uomo della regina, il re, insomma. Qui il re si fa a turno... almeno in teoria. Cavaliere dormì un sonno agitato, in un angolo dell'anticamera del castello. Sognò di combattere contro la grande armatura, ma i colpi del suo spadone di ferro si abbattevano invano sulla corazza d'argento, che suonava sorda, come se nessuno fosse dentro di essa. Poi si risvegliò, e scese nel cortile. La notte, nel Paese del tempo, era senza stelle, come se un immenso mantello nero fosse stato gettato sul cielo, e da esso pendesse solo una luna piccola e fiacca. All'alba, poi, un tuono scosse le case del borgo. La gente corse sul molo: all'orizzonte, sull'oceano denso come latte di capra, la caravella di cristallo ingrandiva rapidamente, portata dal vento. Mentre si avvicinava, Cavaliere poté distinguere sempre più nettamente le travi e il fasciame, l'albero maestro esile e alto, le ampolle delle coffe, i volti dei guerrieri affacciati sulla murata. La nave approdò in silenzio. Nel suo ventre, attraverso le fiancate appena appannate, si vedevano le prede di una caccia fruttuosa. I marinai scesero, uno ad uno fino all'ultimo, quando l'armatura d'argento scintillò sulla passerella. La folla si aprì, e la regina andò incontro all'armatura. Il re si tolse l'elmo, con un gesto carico di fatica, i suoi capelli canuti si sciolsero, s'inchinò e baciò le mani della donna. Le diede il braccio, ma fu lei che parve sorreggerlo mentre si avviavano al castello, davanti ai portatori con i fagotti e le ceste del bottino. Più tardi, quando il cielo cominciò a diventare grigio (il segno del tramonto), i corvi albini volarono starnazzando nelle strade e sui campi: era l'avviso che il torneo stava per cominciare. I nani accesero i fuochi nel cortile del castello, il trono d'avorio fu portato all'aperto e la regina sedette di fronte ai guerrieri. Merlino lesse sulla pergamena i tredici nomi. Quando disse semplicemente: -- Cavaliere -, senza altri titoli né orpelli, i volti dei Signori si atteggiarono al sorriso, e i loro sguardi corsero alla giubba verde, così vistosa, e allo spadone di ferro. Non durò molto, la prima prova. -- Più bruciante del fuoco, più tagliente di un coltello, più pungente di uno spillo di ghiaccio. Che cos'è? -- disse la regina. Ad uno ad uno i concorrenti sussurrarono una risposta, all'orecchio prudente di Merlino. Cavaliere sorrise: certi indovinelli li faceva già nonna Lara, tanti anni addietro. -- La lingua -- disse. Furono in pochi, a superare la prova. Eppure il marito della regina dovrebbe essere anche arguto, non soltanto forte. * * * Quello che viene adesso non si può trovare nemmeno nel libro del villaggio.Non l'ho messo per iscritto. E' un episodio da raccontare solo agli amici fidati, e non per amore di mistero ma, come dire?, per delicatezza. Tuttavia si tratta dell'episodio che più di ogni altro consente di comprendere il seguito della storia. -- Ha la morte addosso. Se no avrebbe certo partecipato al torneo... e magari mi avrebbe conservata per lui, di nuovo -- disse la regina, guardando verso l'orizzonte. Cavaliere sedeva con lei sulla spiaggia di gesso, sotto le mura del castello. -- Fa freddo -- aggiunse la regina, e un nano venne reggendo un vaso di bronzo e una fiamma blu. Anche Cavaliere tese le mani verso quel calore. -- C'è stato uno scontro, da qualche parte, nel domani -- spiegò lei. --- Ogni tanto succede. Il re è stato colpito da un archibugio che sparava frecce di fuoco, e da allora si sente la morte addosso. Cavaliere continuò a guardare il suo volto pallido, senza dir nulla. -- C'è solo un Signore del tempo. O dovrei dire una Signora? Nel castello vivono cavalieri, principi e maghi, ma la maggior parte della gente di questo Paese non è padrona di niente. Vive nelle case qui intorno solo perché c'è bisogno di gambe e braccia robuste, per costruire i palazzi, curare i campi o governare la caravella che viaggia nel mare dell'eternità. Cavaliere faceva cenni con la testa, ma non riusciva a comprendere fino in fondo quelle parole. -- In effetti si va più nel passato che nel futuro. Perché è vero che nel domani ci sono più meraviglie da scoprire: però la gente è più pericolosa, i popoli sono più crudeli e le armi più micidiali. Cavaliere guardò il suo viso pallido, gli occhi grandi e pieni di febbre, e la pelle che sembrava seta di ragno. -- Ti dispiace molto, per il re? Lei scosse il capo. -- Lo invidio. Essere Signori del tempo non è una benedizione... anzi, l'eternità è una specie di mantello di spine che ci portiamo addosso. Il re, in realtà, sta per diventare uno di quei privilegiati che possono uscirne. Gli voglio bene, ma non lo amo... non si può amare chi si conosce per l'Eternità... l'amore è anche sorpresa, mi capisci? Gli amori di Cavaliere erano sempre stati brevi, e rubati ai limiti del bosco alle ragazze più giovani, giumente piene d'entusiasmo e di smarrimenti improvvisi. Accarezzò una mano della regina. -- Scusami -- disse. -- Ma non posso capire. La mia vita è diversa: scorre come l'acqua di un torrente, e passa in fretta. Altro che eternità. La regina guardò verso l'orizzonte scuro. -- Già. Quando il cielo si addormenta, ed è come se si stirasse e si allungasse sull'orizzonte, penso anch'io alla vita del mondo di fuori... Ricorda, però: nessuno, fra quelli che come te sono arrivati fin qui, è mai tornato indietro. Le loro ossa segnano i sentieri sulla montagna. Dal Paese del tempo non si scappa. -- I cavalieri che incontrerò domattina... che cosa sarà di loro? -- Alcuni sono già stati miei, tempo fa. Altri non sono mai riusciti a vincere il torneo, e ritornano ogni volta, pieni di fregola. Sai chi sono i più fortunati? Quelli che vincono per un anno soltanto, e mi possiedono, e poi muoiono durante le gare dall'anno dopo. Riescono a possedere tutto, in un periodo di tempo molto breve. Tu non sai, invece, qual è la tristezza di essere una specie di sgualdrina dell'eternità... ma domani tocca a te vincere. Ti voglio. * * * La gente del borgo (che non era di gusti raffinati) applaudì quando Cavaliere piantò lo spadone nel petto dell'avversario. Era stato facile, in realtà: Polidoro aveva impugnato con eleganza il fioretto, deriso la lama male temprata di Cavaliere, e mimato una finta per sbilanciare la sua guardia. Cavaliere si era limitato a scagliare lo spadone, incurante difinte e controfinte, e la corazza e il petto di Polidoro si erano aperti come il guscio di una noce fresca. E' fragile questa gente, Cavaliere! Attento però, domani la prova sarà combattuta anche a colpi di magia. E infatti le armi di Cavaliere scomparvero durante il funerale del re. I corvi avevano portato ovunque la notizia della sua morte, strepitando, al termine dei duelli. -- E' stata una morte dolce, malgrado tutto -- aveva detto la regina. Merlino aveva spogliato dell'armatura d'argento il gran corpo, l'aveva vestito di lino e composto in una scialuppa di vetro, con gli occhi ciechi rivolti a prua. Poi la piccola vela si era gonfiata d'un vento che non sembrava nemmeno esserci, e la scialuppa s'era persa in mare, verso il passato. E Cavaliere si era accorto del furto delle armi. In realtà in un angolo dell'anticamera del castello, dove di notte lui aveva continuato a dormire appoggiato alla bisaccia, c'era ancora il cinturone. Ma il fodero della spada e la guaina del pugnale erano vuoti. Ladri, dunque! -- Eh no, non ci sono ladri, in questo paese -- aveva spiegato Merlino, quando Cavaliere era andato a cercarlo, furibondo. Ah, no? Senza armi e senza magia, quale duello potrai mai sostenere domani, Cavaliere? I corvi albini gracchiarono e girarono in tondo sul castello, sul borgo e sui campi, senza trovare nulla. -- Non ci sono ladri, qui da noi, -- ripeterono. -- E poi, a chi mai potrebbe servire quell'arnese di ferro, Cavaliere? La regina sorrise e lo consolò. -- Che importa? -- disse spogliandolo lentamente, nella sua stanza d'onice. -- Resta al castello. I miei fabbri prepareranno per te armi nuove, e vincerai il torneo che verrà.... te lo meriti, e un anno fa presto a passare qui, per uno straniero. E chissà, forse ti porteremo anche a caccia con noi, nel tempo. -- Macché, -- disse Cavaliere. Il corpo della regina era morbido e bianco, e i suoi seni sembravano gonfi di latte, quando Cavaliere li accarezzò. Lei gli sciolse i capelli, e l'abbracciò. -- Perché? -- Non posso aspettare. Non posso permettermelo. La mia gente ha bisogno di me e di quelle armi. I lupi... -- I lupi scendono anche qui, ogni tanto. Qualche povero maschio che si è perso nella nebbia... sono povere bestie impaurite. E poi, lo hai imparato, non si scappa, dal Paese del tempo. -- Noi non abbiamo armi d'argento -- brontolò Cavaliere. Sentiva, e quasi se ne scandalizzava, che la propria volontà di tornare veniva meno. -- Però domani devo combattere lo stesso. -- Mmh. L'Orso è grande e forte. Ed è uno dei migliori, fra i nostri maghi -- disse la regina. -- Qualcuno mi aiuterà -- disse Cavaliere. Si addormentarono, e Cavaliere sognò una caravella carica d'armi (e c'erano anche le sue armi) che se ne andava nel mare del tempo, malgrado lui fosse lì, sul molo, a protestare e ad agitare le braccia. E portava la sua spada e il suo pugnale nel passato. O nel futuro... Si risvegliò con la faccia in fiamme, e una strana sensazione dentro. -- Non combattere. Resta ancora un po' qui -- disse la regina. -- Proprio adesso, che ho capito cos'è successo? Mi dispiace. Ma tornerò, oh se tornerò. * * * L'Orso era davvero alto e forte: un guerriero con i capelli fluenti e le guance che sembravano gonfie di aria e di boria. La sua spada era lunga e dritta come un ramo di pioppo, e dava colpi violenti.Cavaliere scappò, correndo in tondo nel grande cortile. La gente rise: non si era mai visto un tale finale di torneo (e, a dire il vero, nemmeno al nostro paese i duelli si combattono con le gambe in spalla). L'Orso era troppo grosso per correre a lungo, mentre Cavaliere era sottile e leggero: si fermò all'improvviso e gettò una manciata di terra in faccia all'avversario. Allora l'Orso fece la sua prima magia (come da regolamento), e il fioretto continuò a combattere da solo, librato a mezz'aria, mentre lui si strofinava gli occhi, fermo in mezzo all'arena. Cavaliere appoggiò le spalle a una porta. La lama si avventò su di lui, ed egli si fece da parte. Il fioretto si piantò nel legno con forza e, quando cercò di trarsi fuori, Cavaliere l'aveva già saldo nel pugno. Ma non è facile combattere con una spada che si ribella, e l'Orso fece la sua seconda magia (come da regolamento): il fioretto si trasformò in un serpente. Cavaliere glielo lanciò fra le gambe. L'Orso ansimava e Cavaliere cominciò di nuovo a correre. Se costui avesse buone gambe il duello sarebbe finito già da un pezzo, e le mie armi non servirebbero proprio più, pensò. Ecco. Sei proprio sicuro che il tempo sia già scaduto? Sei proprio sicuro che, se non ti fossi messo a correre come una lepre, il tuo avversario ti avrebbe già fatto a pezzi? Cavaliere guardò il volto cupo della regina, nell'ombra di un baldacchino. Sorrise. Quell'idea balzana gli era venuta in mente mentre dormiva accanto a lei. Che i sogni, a volte, siano davvero profetici? Continuò a correre a perdifiato, sperando d'aver intuito il giusto, e l'Orso non fece in tempo a lanciare la terza e ultima magia (come da regolamento). Cavaliere s'infilò nel portone del castello, saltando i gradini quattro a quattro. E, alla fine, esultò: accanto alla bisaccia, nella grande anticamera, gettando tutto intorno uno sbuffo di polvere e di tempo, la sua spada era ricomparsa nel suo fodero. Era stata una buona idea, dunque: un Signore del tempo può ben nascondere qualcosa nel futuro, ma basta aspettare quel tanto che basta, e prima o poi il bottino ricompare, raggiunto com'è dal tempo presente che scorre senza sosta. Il ladro aveva spedito le sue armi nel domani, ma non aveva certo immaginato che il duello sarebbe andato tanto per le lunghe! Il ladro, eh? Cavaliere scivolò nella stanza della regina. Sul pavimento, accanto alla grande pelliccia, c'era il suo nastrino. L'allacciò in fretta ai capelli. Tornò fuori, e l'Orso gridò, pieno di furia. Lanciò la sua terza magia, e una gabbia di cristallo eresse all'improvviso le sue sbarre intorno al corpo di Cavaliere. Una cella luccicante. Cavaliere sciolse il nastrino e la gabbia scomparve. Per una volta l'incantesimo di nonna Lara aveva funzionato. Avrebbe dovuto fidarsi di più, in futuro. La testa dell'Orso volò lontana, troncata di netto dallo spadone. * * * -- Non pensavo che fossi così bravo -- disse la regina, accarezzandolo. Aveva gli occhi pieni d'ombra, troppa ombra, dov'era il piacere d'aver trovato un marito così giovane? -- Ora comunque dovrai essere il mio sposo.Cavaliere sorrise, con un po' di tristezza. -- Non lo sono già stato, ieri? Credeva d'avere anche l'ultima risposta ai suoi dubbi, ormai. Chi aveva rubato le sue armi, e le aveva nascoste nel futuro? Diamine, nonna Lara gli aveva insegnato a risolvere gli indovinelli fin da piccolo, e a tirare le somme anche nelle cose della vita. Così prese a schiaffi la regina. Soltanto nelle favole non si picchiano le regine e Cavaliere la picchiò proprio con forza. Poi, però, la baciò piano sugli occhi e sulle guance rigate dalle lacrime. -- Non dovevi farlo -- disse. -- Sapevi che, in un modo o nell'altro, non sarei rimasto, né avrei aspettato un altro anno. A volte i re e i Signori credono di poter giocare con chi Signore non è. Ma capita, a volte, che abbiano la peggio. E la regina perdette marito e regno nello stesso giorno, a causa di un incantesimo preparato senza cautela, e per troppo desiderio. Dice un'altra leggenda (scritta nel libro del villaggio da uno che è venuto molto prima di me) che se un mortale entra nel Paese del tempo e, per avventura, torna a uscirne, anche il Paese del tempo torna ad essere mortale, com'era in principio. Cavaliere smontò piano l'armatura e ne fece un grande fagotto. Mise il fagotto e la bisaccia su un cavallo bigio, e partì verso le montagne. Piano piano, la leggenda si avverò. Le torri sottili diventarono opache e il vetro scurì come marmo di cimitero. Le mura del castello si coprirono piano d'una edera verde cupo. La caravella si trasformò in pietra, e s'inabissò, ma il fondale era basso, e la nave diventò uno scoglio sghembo, dove si arrampicarono i granchi. Come un'onda più lunga delle altre scioglie i castelli di sabbia costruiti sulla battigia, e in fretta i merli e le torri perdono la loro forma, tanto che l'onda successiva spiana la rena, così il tempo arrivò nel paese dei Signori. Gli alberi diventarono bruni, il molo marcì, e l'edera sulle mura seccò. La gente morì di vecchiaia, semplicemente. Quando Cavaliere raggiunse la vetta della montagna e si voltò, c'era soltanto un grumo di rocce nere, sulla riva del mare. C'è mai stato un Paese del tempo, Cavaliere? Un corvo volò fin lassù: le sue piume erano grigie, e la sua voce perduta. Con il cavallo al fianco, e il corvo sulla spalla, Cavaliere entrò nelle nuvole. * * * Cavaliere non è ancora tornato al nostro paese. E' trascorso molto tempo, dai fatti che ho raccontato, e i lupi mannari si sono fatti più audaci, le loro tane sono adesso proprio in mezzo al bosco, e ogni tanto sbucano nel crepuscolo per rapire un agnello. E noi? Speriamo sempre che Cavaliere appaia lungo il sentiero, con la spada e l'armatura d'argento.Ma forse un'ora nel Paese del tempo vale mille dei nostri anni, e Cavaliere tornerà solo fra cento secoli, quando di noi non resterà nemmeno il ricordo. O forse vale solo un battito di ciglia, e Cavaliere è tornato ancor prima d'essere partito (queste, in effetti, non sono questioni da proporre a uno scrivano), magari tanti anni fa, e ringiovanito, sul suo cavallone bigio. Chissà? Ma allora: dove è finita l'armatura? Nessuno ci aveva mai posto problemi del genere. Io intanto scrivo questa storia. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |
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