Ridendo e scherzando, cari perfidi lettori, la vostra rubrica preferita ha compiuto un anno di vita. E' stato (parafrasando una nota pellicola statunitense) un anno vissuto parodisticamente: in questi mesi abbiamo osato irridere e beffeggiare i mostri sacri della fantascienza internazionale, da Asimov a Clarke, da Gibson a Dick, da Heinlein alla LeGuin. Ma, naturalmente, non finisce qui: molte altre potenziali vittime attendono inconsapevoli gli artigli della nostra satira. Accendiamo dunque la candelina (il candelotto?) commemorativa aggiungendo alla collezione dei vasetti sotto spirito l'albionico profeta dell'inner space, l'inesausto cantore di scenari catastrofici, l'evocativo, poetico, intimista e metafisico James Graham Ballard.
Ancora una volta, nell'introdurre il VIP oggetto dell'articolo, ci troviamo in grande imbarazzo. Cosa si può dire infatti di nuovo e interessante di un artista come Ballard, autentico titano letterario, di cui si è già scritto, analizzato e criticato di tutto? Com'è possibile tentarne un'imitazione originale (ossimoro che in fondo è il
quid di "Sotto Spirito") se il VIP in questione è già uno degli scrittori più presi a modello (e diciamo pure plagiati) dell'intero mondo SF?
Ballard, del resto, è un autore che si presenta da solo, che si è sempre presentato da solo, che ha invariabilmente interpretato la scrittura come un nobile modo per raccontare se stesso, riversando sulle pagine stampate il succo della sua personalità e delle sue riflessioni, dalle drammatiche esperienze infantili (vedi
L'impero del Sole) alle bizzarre ossessioni psico-sessuali (vedi
Crash) dalle fobie e angosce metropolitane alle cupe riflessioni sull'avvenire (vedi il corposissimo ciclo di romanzi catastrofici). Il suo più grande merito (e coraggio) letterario, forse, è stato lo scegliere, tra la realtà e la propria sensibilità, di imporre la seconda alla prima, coniugando una passione e un'intelligenza non comune a una fantasia da sognatore.
Cosa aggiungere a tutto questo? Professare ancora una volta la smisurata ammirazione che nutriamo per il suo talento? Superfluo. Raccomandare la lettura/assimilazione/adorazione della sua opera omnia? Molte più autorevoli voci già lo fanno, in stato più o meno pronunciato di prostrazione ai piedi del maestro. Citare gli eredi letterari, i maggiori esponenti della corrente fondata da Ballard e irrobustitasi negli anni sulle sue orme? Per carità, esercizi del genere mi fanno pensare alla ricerca dei figli sparsi da
Maradona all'ombra del Vesuvio.
Abbiamo un unico messaggio da portare, un solo consiglio per gli occhi attenti dei lettori. Ed è questo: serbate sempre la capacità di ridere dei miti, anche di quelli più titanici e incorruttibili. E non con la piaggeria del giullare, ma con lo spirito libero e anarchico del satiro. Perché solo chi è capace di ridere dei giganti sarà capace, quando necessario, di ridere di se stesso. Perché niente come una risata disincanta e spazza via. Perché quando si è gridato troppo si ha la necessità, e il diritto, di ridere. Perché solo con le diottrie dell'umorismo è sempre possibile scorgere, dietro la superficie del marmo più spesso, l'uomo.
E dopo il consiglio, l'inevitabile apocrifo. Chiunque abbia dimestichezza con lo stile e i tormentoni di Ballard (o abbia visto la pellicola tratta da
Crash) non potrà non apprezzare questo
Sbrang!. Per gli altri, i lettori totalmente ignari dei temi ballardiani... be', riderete lo stesso, ve lo assicuriamo. E, in più, forse comincerete a guardare alle arterie congestionate delle vostre città con occhio diverso. Buona lettura.
Sbrang!
di James Ballard (?)
-- Laureen, svegliati!
La donna aprì gli occhi azzurri, di quella tonalità di colore che si può osservare nei quadri del surrealista Delveaux se si va al museo il mattino presto prima che arrivino i turisti giapponesi e ci si piazza tra il faretto alogeno e la tela.
-- Oh, James, mi ero addormentata? -- disse al marito, tra la sorpresa e l'imbarazzo -- Scusami.
L'uomo, ancora nudo, si mise a sedere sul cuscino color avana pelle d'Impala maschio adulto del Kalahari, di quell'avana così tipico delle stampe di Max Ernst nel periodo alto-tirolese.
-- Non fa niente. -- brontolò offeso. -- Lasciamo perdere.
La donna gli carezzò un ginocchio, magro e affusolato come un soprammobile stile avanguardia middle-west, tentando di consolarlo.
-- Lo so che puoi farcela, James. -- azzardò -- Vuoi che apra i rubinetti del bagno e allaghi la casa, come facevamo una volta?
Lui scosse la testa. -- No.
-- Ma ti eccitava, ricordi? -- insistette lei, speranzosa -- Dicevi che le piastrelle sommerse ti riportavano al liquido mondo della tua infanzia uterina. Eri così poetico...
Lui si alzò e avvolse intorno ai fianchi magri un asciugamano di spugna giallina, di quel giallo paglierino che si può vedere nei tramonti polverosi della steppa ucraina, oppure in alcuni modelli pret-a-porter nelle collezioni autunno-inverno di Alphonse Chagal.
-- O vuoi che dia fuoco alla tappezzeria e sparga la cenere sul letto in un bello strato alto due dita? -- propose ancora Laureen -- L'anno scorso, con quel sistema, eri un martello pneumatico.
-- No, tesoro. -- tagliò corto lui, fissando depresso la propria flaccida appendice anteriore. -- Devo riconoscerlo: sto subendo un rallentamento del metabolismo. Dev'essere quel regresso biologico che si manifesta in tutte le forme di vita animale nei periodi immediatamente precedenti a fondamentali metamorfosi.
Lei si affrettò ad annuire. -- Ho capito, James: vado a farti il caffè.
Davanti alla tazza del liquido scuro, denso, di quella tonalità di nero che a volte hanno le notti indostane vissute a ridosso delle più alte vette del pianeta, quando neppure le stelle primigenie riescono a dar luce a quelle fantasmagoriche giungle autofaghe e contorte simili a sfoghi di inconsci impazziti, l'uomo si abbandonò a profonde considerazioni.
-- Sono tre giorni che non vado di corpo, Laureen.
Lei batté le palpebre, crucciata. -- Oh, povero caro. Vuoi che ti prepari una bella purghetta?
-- No. Credo che ci scriverò su un romanzo.
-- Un romanzo?
-- Sì. Ermetico e intimista. Sensazioni profonde suscitate da water di ceramica vuoti, chiavi esistenziali mutuate da bagni di marmo e stucchi abbandonati. Ho già il titolo... "Stronzi di cristallo". Ti piace?
La donna prese tempo aprendo nervosamente il barattolo della marmellata di castagne. Aveva unghie laccate, fiammanti, di un viola da olio su tela scuola fiamminga diciassettesimo secolo, di quella sfumatura di colore che rende unica al mondo la collezione al secondo piano del Museo del Prado, specie se l'osservate con gli occhi enfiati da una gagliarda ingestione di Manzanilla.
-- Ehm... -- disse titubante -- ne hai già parlato al tuo agente, James?
-- Non ancora. Pensavo di telefonargli...
-- Buona idea. Perché non lo fai?
L'uomo si morse il labbro. -- Be', credo di volerlo fare, ma non ho ancora trovato una giustificazione adeguata. Soddisfare i propri bisogni emotivi non è sufficiente: ci dev'essere una ragione più letterariamente valida.
Laureen gli lanciò uno sguardo gravido di ammirazione.
-- Come sei bravo, James. -- sussurrò rapita -- Come parli bene. Come sai disquisire sulla completa e obiettiva conoscenza dei motivi che determinano le tue azioni...
Lui guardò speranzoso sotto l'asciugamano, ma subito scosse la testa. -- Niente, Laureen: non funziona neppure questo.
-- Accidenti, James! -- esclamò lei, adesso decisamente indispettita -- Ma allora è proprio grave!
L'uomo sospirò. -- Temo di sì. A questo punto dobbiamo adottare un atteggiamento empirico.
-- Che vuoi dire?
-- Come ti permetti? -- ringhiò lui.
-- Scusami, scusami. -- balbettò Laureen, arrossendo.
L'uomo si alzò. La pelle del suo viso era abbronzata, la peluria sulle guance grigiastra, di quel colore dei campi di rucola a foglia stretta subito dopo le piogge, come si trova spesso nel mese di Marzo nelle vicinanze di fabbriche o stabilimenti industriali, soprattutto cementifici, meglio ancora se dotati di ciminiere difettose.
-- Vado a fare un giro. -- sbottò -- Forse andrò a trovare il mio agente.
-- Non hai neppure fatto colazione! -- protestò la moglie.
-- Non importa, Laureen. Il corpo ha bisogno di nutrirsi, ma l'animo ha ancora più bisogno di nutrire passioni.
-- La pianterà mai di dire cazzate? -- sussurrò tra sé Laureen, sospirando rassegnata mentre la porta si chiudeva.
Il motore della Toyota si mise in moto con un singhiozzo asmatico. Era un modello di qualche anno prima, ma James la manteneva in buone condizioni. Aveva fatto riverniciare la carrozzeria in verde metallizzato, una tonalità più brillante dell'originale, precisamente il colore numero V432 nel listino ricambi della casa automobilistica giapponese. Il parabrezza era leggermente azzurrato e picchiettato da lugubri carcasse di moscerini. James lo vedeva come un desolato cimitero d'insetti, e per questo non lo puliva mai: gli piaceva troppo.
La tappezzeria invece era totalmente rifatta: pagando uno sbrego di soldi, James aveva fatto rivestire i sedili con una tela raffigurante un grande dipinto surrealista, un affresco nel quale donne dai volti cinerei danzavano nude fino alla vita in compagnia di elegantissimi scheletri in smoking su uno sfondo di ossa calcinate. Era una visione che lo rilassava, durante i lunghi viaggi che si concedeva quando era liberale con il suo ego.
Uscì dal parcheggio e s'immise nel flusso del traffico. Dopo qualche minuto, imboccò la sua arteria preferita, la litoranea che correva accanto ai vecchi stabilimenti balneari abbandonati dagli Anni Settanta, con le insegne tronche di lettere cadute, le bandiere sdrucite che pencolavano dai monconi di corda come impiccati decomposti e le imposte che sbattevano desolatamente alla brezza marina evocando un senso di vuoto cosmico. Quei panorami, insieme ai campi di stoppie devastati dagli incendi estivi, erano l'unica cosa che normalmente riusciva a sollevarlo dalla depressione.
Ma quella volta non erano sufficienti. James decise di aver bisogno di un supporto chimico: aprì il cruscotto e trangugiò una dose extra-large di amilsupride, condendola con una scatola intera di ansiolitici a base di triciclici al gusto di lampone. Si sentì subito meglio.
SBRANG!
James inchiodò i freni, evitando per un soffio di essere coinvolto nel catastrofico tamponamento che aveva improvvisamente bloccato la corsia. Una Ford decappottabile color prugna appassita, più precisamente prugna gigante delle piantagioni Donnelly concimata con letame di cavallo baio e lasciata passire in area ventilata per dodici giorni e sei ore, aveva colpito e frantumato il vano posteriore di una Volkswagen blu di prussia, di quel blu quale si può vedere nelle tempere di Caravaggio esposte al museo comunale di Perugia, oppure impostando il valore #1102FF nella scala RGB di una scheda VGA a 24 bit per pixel.
I guidatori delle due vetture scesero con qualche difficoltà dalle lamiere contorte dall'urto. Il pilota della Ford era un uomo di colore di mezza età, l'autista della Volkswagen una giovane donna formosa come un'anfora di stile tardo-ellenico. Nonostante la violenza dell'impatto, presentavano soltanto qualche graffio.
James pensò che si sarebbero picchiati davanti ai suoi occhi. Invece i due, senza dire una parola, si presero per mano, scavalcarono il guardrail e s'imboscarono dietro i cespugli spinosi che crescevano su una cunetta di sabbia a poca distanza dalla carreggiata.
Stupefatto, James scese dalla Toyota e li seguì. Ciò che vide, quando fu alla sommità del dosso, lo colpì violentemente, come una visione onirica che urlasse silenziosamente a se stessa: un curioso senso di riconoscimento si fece strada nel suo cervello; l'immagine di un rito arcaico gli bruciò nella mente, illuminando le ombre galleggianti che vagavano lugubri nelle più oscure profondità della sua immaginazione.
La donna era a quattro zampe sulla rena, col vestito arrotolato sui fianchi, e ansimava "
Tamponami ancora! Tamponami più forte!" L'uomo, inginocchiato dietro di lei, eseguiva docilmente, dando colpi ritmati, e sbuffando al contempo come un mantice da camino di qualche solitaria baita alpina perduta tra monti romiti e desolati.
-- Ma... ma cosa...? -- balbettò James.
I due si accorsero della sua presenza. Sorrisero, solo lievemente imbarazzati.
-- Vuole unirsi a noi? -- propose il nero.
-- Ma certo. -- approvò la giovane -- Preferisce tamponare o essere tamponato?
James avvertì un insolito formicolio provenire dalle sue parti basse. Chinò lo sguardo, e si rese conto con stupore che gli era diventato duro come un paracarro. Era una visione come non contemplava ormai da mesi, e ciò lo pervase di una gioia addirittura archeopsichica.
-- Be', perché no? -- disse in tono da regressione primigenia.
...
Molto più tardi, James fumava soddisfatto, fissando la nebbia leggera partorita dalla sigaretta. Le volute di fumo avvolgevano la nuda lampadina che pendeva dal soffitto della cabina dello stabilimento balneare abbandonato in cui si erano rifugiati. Le pareti di legno, da cui la vernice di un bianco matrimoniale/perlaceo/albeggiante si staccava come foglie morte da rami settembrini, comunicavano un senso di pace e di magica malinconia. Era facile pensare che oltre la barriera di legno ci fosse il nulla. James, come faceva spesso, considerò che il passato era un ritorno all'animalità, e che il futuro era sterile: l'unica speranza era prolungare il presente fermandolo in un istante infinito.
Aveva bisogno di altro amilsupride.
-- Mi sembra un sogno. -- sospirò, sentendo felice che una parte di sé era ancora turgida e instancabilmente zompettante.
-- Non lo è. -- assicurò il nero, che si era presentato come Dexter -- Sei sveglio e cosciente, te lo assicuro.
James scosse la testa. -- Be', quanto a questo, io sono sempre stato convinto che la coscienza sia solo una particolare categoria di coma citoplastico, e che le capacità del sistema nervoso centrale siano sviluppate e pienamente sfruttate dalla vita onirica come durante quello che chiamiamo stato di veglia.
-- Era da molto tempo che non ti facevi una bella ingroppata, vero? -- commentò saggiamente la donna, che si era presentata come Rosette.
-- Voi lo fate spesso? -- chiese James -- Voglio dire, un bell'incidente per innalzare il livello ormonale...
-- Naturale, che domande. -- rispose Dexter, sorpreso -- Perché, tu non lo fai mai?
James rimase colpito. -- A dire il vero, non sapevo che gli scontri automobilistici fossero così eccitanti.
Il nero si accese una sigaretta. -- Strano. Lo sanno tutti.
-- Dici?
-- Certo. Non hai mai notato che intorno agli incidenti più gravi si riuniscono subito moltitudini di curiosi? Gli scontri automobilistici interrompono la viabilità non perché le macchine incidentate blocchino la strada, ma perché chi sopraggiunge, inevitabilmente, si ferma a guardare. E a sfogare la libido.
-- Proprio così. -- confermò Rosette, accarezzandosi con voluttà -- Un groviglio di lamiere contorte e bruciate è un irresistibile richiamo sessuale. Solo a pensarci, mi vengono brividi di piacere.
-- Magari potessi farlo più spesso. -- aggiunse Dexter, sospirando -- Ma è troppo costoso... Beati quelli che lavorano nel campo... Loro sì che se la godono.
-- Questo spiega come mai i concorsi per posti da vigile urbano richiamino migliaia di candidati. -- commentò Rosette.
-- E anche perché i conducenti dei carri attrezzi abbiano fattezze così priapiche.
-- Non... non ci posso credere. -- balbettò James, mentre quei nuovi concetti si districavano nella sua rete mentale fatta da migliaia di ancestrali cautele e psicologiche limitazioni.
-- Sei difficile da convincere, eh? D'accordo, ti faremo vedere. Vieni con noi...
Le vetture di Dexter e di Rosette non erano in condizione di muoversi. La coppa dell'olio della Ford, squarciata, colava silenziosamente stille di traslucido lubrificante, del colore di certi paesaggi impressionisti di Monet, sull'asfalto scabro e evocativo di lunghi abbandoni; la marmitta della Volkswagen, scura di cenere, pendeva mollemente dal fondo dell'utilitaria come il braccio insanguinato di un cadavere in una composizione di Delacroix. James fece salire i suoi due compagni sulla Toyota, poi guidò seguendo le loro indicazioni.
-- Ferma qui. -- ordinò Dexter.
James accostò e spense il motore. Si trovavano sul cavalcavia della tangenziale est, l'arteria più trafficata della metropoli, in corrispondenza degli svincoli per l'autostrada e i quartieri residenziali. Da quel privilegiato punto d'osservazione, il loro sguardo poteva spaziare su tutte le grottesche forme dell'ecologia stradale: delicate rampe d'ascensione, armoniosi quadrifogli, sopraelevate d'ossessiva bellezza, svettanti raccordi a senso unico, eleganti corsie a spartitraffico, panciute rotatorie e poetici caselli a pagamento. Le lamiere delle automobili, scintillanti al sole pomeridiano, sembravano pezzi cromati degli scacchi nelle mani di un gigante di qualche novella di Oscar Wilde.
In lontananza, sullo sfondo, sorgevano le forme turrite dei palazzi del centro cittadino. Quelle sagome compatte, sgraziate eppure maestose come antichi diplodochi di una laguna pleistocenica, erano scure di cremosa ardesia contro il cielo color caramello, d'una tonalità che ricordava i graffiti pubblicitari di Andy Warhol del periodo newyorkese, e comunicavano un senso di quiete epistassiale.
-- Siamo nel posto migliore per i voyeur. -- spiegò Rosette, sussurrando ieratica -- Qui in media si può assistere a uno scontro ogni due minuti.
SBRANG!
L'urto echeggiò quasi a conferma. James si voltò d'istinto, scorgendo le due vetture che si erano incastrate in un furibondo scontro frontale. Il muso della prima, una Renault d'importazione, si era profondamente conficcato entro il cofano della seconda, una giardinetta che esibiva sul tettuccio portasci rugginosi come vestigia di archeologia ludico-sportiva.
-- Posizione del missionario. -- commentò Rosette, un po' delusa. -- I soliti borghesi...
Rimasero a guardare la scena fino all'arrivo dell'ambulanza. I conducenti delle due auto distrutte, che erano già intenti ai preliminari, si assicurarono che la barella fosse matrimoniale, poi salirono insieme e abbassarono le tendine. L'ambulanza accese la luce rossa e partì, molleggiando sugli ammortizzatori.
SBRANG!
Sull'altro versante del cavalcavia, un camion con rimorchio aveva investito un furgoncino da idraulico, sollevandolo sull'avantreno e facendolo ribaltare su un fianco.
-- Posizione della gru. -- valutò Dexter, in tono già eccitato -- Non eccessivamente fantasiosa, ma indice di un buon rapporto con l'Eros. Stimolante per entrambi i partner.
-- Mmmhhh. -- fece Rosette -- Questo mi piace... Se però ci fosse anche qualche amplesso misto quattro-due ruote.
SBRANG!
-- Ecco, proprio quello che ci voleva.
James si voltò di nuovo verso la sopraelevata. Un centauro in tuta argentea, di quel colore brillante che caratterizza tutta la produzione artistica degli acquarellai danesi del primo novecento, aveva appena cozzato contro la portiera lato passeggero di una Land Rover 4x4. La moto si era accartocciata contro i tubolari rinforzati del fuoristrada, e il centauro era schizzato via trascinato dalla sua stessa velocità, per poi stamparsi clamorosamente su un cartellone pubblicitario semicancellato dagli agenti atmosferici.
-- Ohhh! -- mugghiò Rosette, avvinghiandosi a Dexter e conficcandogli le unghie viola nella carne della schiena -- Fallo anche a me, presto!
I due cominciarono a darsi da fare contro un cartello indicatore sbiadito che consigliava di accendere i fari in caso di nebbia. James, piacevolmente sorpreso ed eccitato, continuò a lungo ad annotare tutte le posizioni di quel kamasutra da autoscontro. Ne contò quarantasei distinte prima che facesse buio.
Controllò l'orologio. Le sette e trenta. Pensò di proporre a Dexter e Rosette, appiedati, un passaggio in città, ma i due erano ancora avviluppati tra loro come polipi in una composizione di Philip Schooner. James aveva sempre pensato che nulla durasse più a lungo delle paure, ma in quel frangente capì di essersi sbagliato.
Decise di lasciare quel incongruo ruolo da terzo incomodo, e rimontò sulla Toyota. Prese la strada di casa, accese il cellulare e compose il numero della moglie.
-- Laureen?
-- James? -- rispose la moglie con voce irritata -- Dove diavolo sei? E' tutto il giorno che ti aspetto! E non dirmi che sei stato dal tuo agente, perché gli ho telefonato e non ti ha mai visto.
-- Oh, Laureen, non crederai a quanto sto per raccontarti.
-- Se è per questo non ci credo mai... -- brontolò la donna -- Cosa c'è, qualche altro delirio catastrofico? Cos'è questa volta? Vulcani? Meteoriti? Uragani?
Lui ridacchiò. -- Nooo, tutta roba superata. Questa volta ho trovato una perversione veramente fantastica. Bella, assurda e ossessionante. Insanità allo stato esiziale.
-- James, voglio che tu torni a casa. -- intimò Laureen -- Adesso.
-- Ma certo, cara. Tornerò, com'è vero che l'immaginazione ha il potere di ricostruire il mondo e di dare libertà alle verità che sono dentro di noi. Ma prima devo distruggere la Toyota schiantandomi in derapata contro un autotreno a otto ruote motrici. Vedrai, questo farà di me uno stallone. Stanotte ti stupirò.
Il cellulare emise un click, poi dal ricevitore venne il segnale di linea occupata. Stupito, James compose di nuovo il numero, ma senza successo.
Scrollò le spalle. Ci avrebbe pensato dopo: ora doveva concentrarsi nel predisporre uno scontro stradale artisticamente e eroticamente perfetto.
...
Aprì la porta di casa mentre il cielo si colorava della tinta dell'aurora, una tonalità rosea e fibrosa come una stampa cinese del periodo Han su carta di riso Shantung e canna di bambù. Il suo braccio sinistro, bendato malamente, stillava gocce vermiglie che si spandevano sullo zerbino in macchie color fragola matura ma non ancora andata a male, e magari insaporite con Cointreau e una scorzetta di limone. Gli ematomi sulla fronte e sulle spalle non gli dolevano più, ma la costola incrinata protestava a ogni respiro. In compenso, la sua attrezzatura inguinale era tosta e baldanzosa: James non ricordava di averlo avuto così duro dai tempi del liceo, quando riusciva a godere ore di intensa passione sessuale senza bisogno dell'intervento di altre forme di vita.
-- Laureen? -- mugolò -- Scusa il ritardo, tesoro. Ho qui una bella sorpresa per te...
L'appartamento era silenzioso e oscuro. James avanzò cautamente tra le ombre.
-- Dove sei, tesoro? Sei in collera con me, forse?
Entrò in camera da letto. La stanza era illuminata debolmente. Il letto era sfatto, le persiane socchiuse. Sottili mulinelli di polvere, illuminati dai raggi dell'aurora, sembravano comporre figure geometriche come graffiti novelle vague nell'aria immota.
C'era un biglietto sul cuscino. James lo lesse con stupore.
Caro James Ballard,
adesso mi hai veramente rotto le balle. Non ne posso più delle tue perversioni. Scappo con il droghiere, che al massimo mi chiede di legarlo al letto e di spalmargli la salsa tartara sull'ombelico. Porto via le mie cose. Tu resta con i tuoi libri per pazzi e non cercarmi più.
Laureen.
James si guardò attorno. I cassetti erano aperti come bocche fameliche, e vuoti come giorni solitari sulla riva di lagune triassiche. I suoi vestiti erano sparsi sul pavimento come ballerini in una rappresentazione post-moderna e crepuscolare. Sul ripiano della specchiera, piccoli cerchi nella polvere evocavano come fantasmi le suppellettili portate via. Sulla superficie traslucida l'uomo vide il suo riflesso, la camicia strappata, i lividi violacei, gli occhi iniettati di una totale insanità.
Vagò per la casa vuota in compagnia dei suoi tetri pensieri che, lentamente, sembravano mutare la sua stessa fisionomia interiore. Le tende si agitavano al vento leggero. Il silenzio era una presenza palpabile. Dal frigorifero, spento, gocciolavano liquidi come da ghiacciai in evoluzione geologica. Dallo sgabuzzino, rovistato confusamente, cumuli di riviste di moda di anni prima sporgevano sfoggiando orgogliose copertine prezzolate e coperte di polvere. Mozziconi di sigaretta macchiati di rossetto si ergevano su portaceneri art-decò come tracce carsiche di risentimento popolare.
-- Be' -- disse alla fine l'uomo, scrollando le spalle -- Credo che potrei scriverci un romanzo... Come potrei titolarlo? "Corna dal nulla"?... Sono certo che sarà un successo.
FINE