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Delos: Quando e come è nato questo matrimonio tra fantascienza e diritti umani?
Enrica Zunic': Un matrimonio non combinato. Quando ho iniziato a scrivere e ho terminato il primo racconto era di fantascienza. E così gli altri. Non vorrei ferire i sentimenti di nessuno dei lettori di Delos ma non credo nell'esistenza dei generi. Ovvero condivido l'opinione di una mia amica di mailing list che anche la letteratura definita non di genere sia anch'essa un genere. Ad esempio (i nomi che farò sono a caso, leggo pressoché di tutto e, come capita a tanti, librerie e mensole cariche di libri coprono pareti anche in cucina e bagno a sfruttare ogni metro libero) come su altri ripiani Caravaggio viene dopo Bilal e prima di Druillet, negli scaffali di casa dedicati alla narrativa Bernhard, Borges, Calvino, Dick, Le Guin, Stout, Yourcenar non oserei inserirli se non nell'ordine in cui sono ora: l'alfabetico. La quantità di gratitudine che si prova verso molti libri non credo sia diversificabile.
Ho iniziato a scrivere nello stesso periodo in cui mi sono iscritta ad Amnesty International, alla fine del 1989. E senza decidere a priori né temi né genere. Penso che ad alimentare entrambe queste scelte sia il medesimo carburante. Tanto che quando per alcuni anni la vita mi ha reso difficile dedicarmi a tutto, per lasciare tempo all'attività in Amnesty International la scrittura è stata l'ultima a essere sacrificata.
Delos: Perché scrivere fantascienza sul tema dei diritti umani?
Enrica Zunic': Ho difficoltà a rispondere a questa domanda per eccesso di cose da dire e consapevolezza che non posso occupare tutta Delos con la risposta! Qui ci vorrebbe una faccina sorridente da posta elettronica. La fantascienza ha potenzialità emozionanti per non dire uniche per riflettere sul presente, analizzare aspetti del passato, fare ipotesi sul futuro.
Anni fa mi chiesi come mai in Amnesty International trovavo così tanti astrofisici. Mi risposi che evidentemente la consapevolezza acuta dell'essere su una minuscola palla appena velata d'atmosfera come una pesca lo è di peluria e rotolante nello spazio faceva apparire molto insensata e ridicola oltre che ogni definizione di Sud o Nord anche ogni discriminazione. Ridicolo almeno quanto l'odio razziale nei due avversari dal volto bicolore ma in posizione invertita in un episodio di Star Trek serie classica. A Kirk e agli altri che chiedono le ragioni dell'odio il rappresentante della "razza" dominante stupito e furibondo risponde che il perché e l'inferiorità dell'altro sono evidenti. E uno ha la guancia nera destra e l'altro quella sinistra...
Perché scrivo storie di questo tipo e non altre? Non posso sapere cosa mi accadrà e cosa perciò farò, ma almeno per ora (con le sole eccezioni di un paio di sceneggiature e del romanzo a cui sto lavorando in cui sono costretta a raccontare un pezzetto della mia vita per poter narrare di persone che ho incontrato e che non meritano silenzio ed oblio) se non scrivessi storie di spaventose violazioni dei diritti (umani e no) non scriverei fantascienza. E probabilmente viceversa.
La fantascienza influenza anche il mio vivere quotidiano.
In un convegno a cui ho assistito di recente su Fiction e Volontariato due partecipanti, uno d'essi era su una sedia a rotelle, che descrivevano i vari aspetti degli ostacoli e delle barriere anche psicologiche interposte dagli altri e che intralciano la vita dei disabili, dopo aver suggerito di abolire il termine "portatore d'handicap" perché in realtà è la società che è portatrice d'handicap verso chi ha solo modi e strumenti diversi di vivere, hanno parlato con calore di Blade Runner -- e il convegno non era sul cinema di fantascienza! -- come esempio di film contro la discriminazione. Questo ha fatto riaffiorare alla mia disastrata memoria un incontro d'aggiornamento sull'handicap di anni fa, dove a una terapeuta che alla fine del mio resoconto dell'anno d'insegnamento con in classe una bambina cieca dalla nascita, affermava entusiasta che mai aveva incontrato un rapporto più spontaneo e naturale fra un'insegnante e una non vedente, risposi che ero facilitata moltissimo dall'essere un'appassionata di fantascienza. Per me M. (la bambina) era una persona soltanto con sensori diversi, né superiori né inferiori, diversi, null'altro. Non stavo scherzando. E sono certa che chi legge Delos mi capirà meglio di parte dell'uditorio di allora.
Delos: Quanta sofferenza può esserci in queste opere?
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Enrica Zunic': Il prezzo emotivo quando guardo i telegiornali, leggo le notizie sui quotidiani o i rapporti di Amnesty International o quelli di altre associazioni è altissimo. Per preparare le azioni di Amnesty facevo lo slalom fra i brani più duri dei casi di cui occuparci per cercare di proteggermi un po', ma spesso per il dolore e il senso d'impotenza che l'attività non riusciva interamente a mitigare restavo insonne la notte successiva (il tempo verbale al passato è dovuto solo al cambiamento della mia attività in Amnesty). Se volessi iniziare veramente una dieta mi basterebbe tornare a guardare il telegiornale all'ora di cena... E ciò che arriva ai media è una quantità ridotta degli orrori che quotidianamente avvengono nel mondo. I pochi secondi della TV fra l'altro danno l'impressione dell'istantaneità mentre ogni atto avrà conseguenze per tempi lunghissimi se non infiniti. Penso alle bambine e ai bambini di oggi di un'intera popolazione dalle mani e braccia recise divenuti adulti. Alla bambina che ha assistito alla tortura dei genitori. Al neonato di vent'anni fa rubato e adottato dall'aguzzino che torturò a morte sua madre. All'uomo che non ha potuto far nulla mentre era sterminata la sua famiglia. A chi ha subito umiliazioni in un lager. E gli esempi potrebbero essere milioni. "Chi è stato torturato è torturato per sempre". E insieme a lui tutti coloro che lo amano. E gli aguzzini lo sanno, lo sanno tanto bene da usare nelle camere di tortura ogni volta che possono oggetti d'uso quotidiano affinché i sopravvissuti sussultino a ricordi indicibili anche girando per casa.
Sebbene sappia che è anche difesa dall'insopportabile non riesco a rassegnarmi alla nostra abitudine all'orrore.
Ma soprattutto sono ossessionata dalla ripetitività e prevedibilità dell'operare umano nella ferocia. Una ferocia in cui c'è pochissima se non nulla follia e molto calcolo e che ha caratteri simili in ogni continente. Anche nelle irruzioni apparentemente caotiche e incontrollate di uno squadrone della morte nelle casa di oppositori tutto è prestabilito. L'arbitrio negli arresti e a volte nelle scarcerazioni, il terrore guidato ad allargarsi a macchia d'olio sono strumenti di controllo e dominio di governi di colori di pelle e di fede assortiti. Come quando riesco a vedere in bianco e nero su un televisore di 7 pollici film che non sopporterei altrimenti, spostare in un altro mondo tutto questo riduce -- anche se non abbastanza -- la pressione dolorosa data dall'identificazione e, sfrondando di echi e contesti, mi pare rendere universali eventi e comportamenti che la dislocazione geografica o storica potrebbe fiaccare. E' paradossale ma allontanare di anni luce può far apparire più vicine a chi legge la Scuola di meccanica della Marina di Buenos Aires, Srebrenica o Tazmamert. E favorire la riflessione e l'acquisizione del senso di responsabilità. Tacere, pensare che tanto è cosa che non ci riguarda o che è al disopra delle nostre possibilità il far qualcosa è, sebbene sia consapevole di quanto suoni sgradevole e forse "cattedratico", complicità. Su Terra gli umani sono tutti responsabili. Capaci di far male, o permettere che venga fatto, ai totalmente simili e ai poco dissimili. (Sai già che sempre per i miei limiti nella capacità di vedere diversità nella sofferenza sono anche animalista).
E l'universalità dei diritti umani non è ancora valore così scontato e consolidato come si vorrebbe. Un paio d'aneddoti. Un uomo che si mostrava preoccupatissimo per le sorti del Tibet e mi chiedeva con ansia notizie mostrò palese indifferenza per la Cecenia perché musulmana. Un altro che firmava con fervore contro un'esecuzione negli USA, al mio racconto degli ufficiali e soldati rinchiusi a morire nelle celle senza finestre nella fortezza di Tazmamert alzando le spalle sorrise e mi disse: "Sono militari". I primi per l'uno, i secondi per l'altro erano un po' meno umani. E né i primi né i secondi avevano la pelle verde, orecchi vulcaniani. Gli umani a volte sono strani, bravissimi a vedere differenze minuscole e ciechi alle prevalenti somiglianze. Per essere discriminati basta essere glabri come Naghel o dagli occhi bianchi come gli Shakti.
Tutto questo non lo calcolo o programmo mentre scrivo. Mi limito a scrivere e nella testa e nelle dita confluiscono spunti diversi. La tortura è distruzione della Bellezza. Non solo quella psichica e fisica delle vittime ma anche quella degli aguzzini, dei mandanti, degli spettatori, degli indifferenti. Degli umani comunque. Durante la dittatura dei colonnelli in Grecia uno dei torturatori aveva la fama di riuscire a far parlare anche le statue. Evidentemente insieme ad altre avevo queste cose dentro quando iniziavo a scrivere il mio secondo racconto in assoluto (il mio primo racconto è inedito e tale resterà se non riuscirò ad eliminare un difetto di fondo) e la prima storia con Shakti quali protagonisti: "Il dolore del marmo".
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Delos: E quanta speranza?
Enrica Zunic': Tutta la speranza per me (non pretendo che sia così per tutti) è nella quantità di responsabilità che ciascuno di noi si assume. E' in quanto ciascuno di noi vuol impegnarsi non per migliorare il mondo -- da molto tempo non credo in sorti universali magnificamente progressive né in premi ultraterreni -- ma, sempre secondo me, pragmatica e testarda come, fortunatamente, moltissimi altri e pessimista come altrettanto fortunatamente pochissimi altri, per "ridurre il danno", non rassegnarsi all'essere "troppo deboli" per fare qualcosa. Sono consapevole di non essere il presidente di uno Stato o un magnate della finanza (e qui ci vorrebbe un'altra faccina-smile) ma questo non mi trattiene dal tentare di fare ciò che posso. E sempre secondo me e per me, Enrica, per poter non disperare, per non ritrarmi lontano, la speranza è nella capacità di alcuni di mantenere le qualità migliori degli umani anche all'inferno fabbricato da altri umani. E' nel monaco tibetano dai denti strappati ma dall'intatta compassione, è nel comunista cileno con ancora nello sguardo il buio e il lutto degli anni della prigione e della tortura subita e veduta ma che chiede giustizia e non vendetta e riesce con fatica nascosta ad amare, è nella madre messicana dello "scomparso" che ha smesso di aspettare e manifesta senza arrendersi per i figli di altre e che mostra amorevolezza per un cane malato neppure suo (il mio). E' in questi e in altri. E' anche in tutti coloro che nonostante la comprensibile voglia di occuparsi solo dei casi propri compiono piccoli e quotidiani atti di coraggio non tacendo e facendo.
Delos: Parlare di diritti umani è una scelta consapevole di un percorso narrativo da seguire oppure non c'è alcuna scelta, e non puoi fare a meno di scrivere di quello che scrivi?
Enrica Zunic': La seconda che hai detto... Ho scritto anche un paio di racconti su altre mie ossessioni, quelle legate alla produzione artistica, ma il tema dominante di ciò che scrivo è quello per il quale mi conoscono i lettori di Delos. Anche la sceneggiatura per un cortometraggio ha quale soggetto la detenzione di un prigioniero di coscienza e le conseguenze d'essa sulla sua famiglia.*
Delos: Porsi un tema nello scrivere sembra un limite, può apparire un'autocastrazione. Invece in questo caso più che di un limite si tratta di una strada da percorrere? Una strada molto lunga sulla quale incamminarsi per imbattersi in tutta l'umanità? C'è dunque, sotto questo punto di vista, molto margine di lavoro un'infinita' di temi e storie da raccontare?
Enrica Zunic': Sicuramente e tristemente -- per l'infinito numero di storie -- si. Infinite storie da raccontare, ma anche meno tristemente infinite idee ed elementi di riflessione da proporre. E non ci sono soltanto i diritti elementari oggetto del mandato di Amnesty International (che come è noto agisce contro la pena di morte, contro la tortura e per la liberazione incondizionata dei prigionieri d'opinione) della libertà di stampa difesa da Reporters sans frontières ecc. ma anche tutti gli altri. Dei quali spero scrivano autori ed autrici forse con meno amarezza di me.
Delos: Che problemi stilistici pone scrivere di diritti umani nella fantascienza?
Enrica Zunic': E' la prima volta che narro in pubblico del processo del mio scrivere e mi sento un po' buffa. Date le dimensioni riesco male come pallone gonfiato. Mi faccio coraggio e ti rispondo. I racconti nascevano, nascono come in un processo organico. Si forma un'immagine, poi ne nasce un'altra che si aggrega alla prima -- a volte non è un'immagine ma una breve frase che spesso pretende poi un intero contesto o blocco narrativo -- finché alla fine, componendole, sono una storia. E spesso mi stupisco io stessa di alcune delle connessioni logiche interne che si sono stabilite oltre a quelle da me definite. Poi inizia la riscrittura, il lavoro di pulizia, potatura che soprattutto le prime volte era tanto brutale che la prima versione in alcune parti è irriconoscibile rispetto all'ultima. Nel tentativo di mettere ordine nella marea di carta mi sono capitati fra le mani fogli ancora scritti con la mia Olivetti L32 e non al computer. I "cadaveri" (o non definitive versioni) del "Dolore del Marmo" o di "Cronaca manichea". Sono rimasta stupefatta delle differenze rispetto al testo definitivo. Come sai non ti racconto questo perché voglio darmi arie da grande artista ma solo perché non mento mai e cerco di rispondere il più precisamente possibile alle domande che mi vengono poste. Del resto è come quando trascorrevo mesi su una lastra di una calcografia scegliendo la durata della morsura, la soluzione dell'acido, la mestica di inchiostri. Tempo dedicato e passione non sono garanzia di qualità. Si possono produrre ciofeche ugualmente. I miei dipinti ad olio erano a parer mio croste orrende e i risultati delle mie acqueforti-acquetinte mi sembravano di una qualità non adeguata al tempo utilizzato per realizzarle. Vorrei saper scrivere infinitamente meglio di così e quando sono ottimista verso la mia produzione mi consolo allo stesso modo di Hokusai, cioè pensando che è solo questione di tempo e che se arriverò ai centovent'anni...
Sebbene non scriva con intenti didattici o didascalici sono sempre contenta quando lettori quasi sempre a me sconosciuti mi scrivono "I tuoi racconti mi hanno fatto venir voglia di far qualcosa per i veri Kalis o Friedrich". Sicuramente però erano persone già sensibili se la sola lettura dei miei racconti ha sortito un così meraviglioso risultato. Vorrei saper scrivere tanto bene da spingere a riflettere anche chi è indifferente o avere la fantastica sorpresa di scoprire in un racconto fra i partecipanti al Premio Omelas che un autore o un'autrice sono capaci di farlo.
Delos: Che soluzioni hai adottato? Il tuo stile sembra asciutto e non lascia spazio a descrizioni superflue.
Enrica Zunic': Immagina che un amico ti dica "Questa notte è morto mio padre". T'accorgeresti di colpo di quante poche parole tu abbia da dirgli e quante poche parole lui dirà. E di quanto poche saranno anche le parole con cui tenterai di raccontare il suo dolore ad altri. E se tentassi forse annaspando di fare discorsi lunghi accumuleresti frasi senza aggiungere nulla che valga o serva di più. Ciò che vorrai fare e farai se potrai sarà abbracciarlo forte in silenzio e poi trasmettere come sai e puoi agli altri il dolore che hai per lui.
Quante e quali parole possono descrivere cosa sente la madre o la compagna o il compagno di una persona "scomparsa", rapita da uno squadrone della morte? Cosa prova una persona catapultata da una vita normale di lavoro e affetti al caos in un centro di tortura e alla solitudine di una cella?
Quando del prigioniero del quale come Gruppo Amnesty ci stavamo occupando -- di un Paese dove allora la tortura in centri segreti di detenzione era routine - non avemmo più notizie se non il trasferimento da una prigione a un'altra della quale però per un paio di giorni ignorammo il nome, come un fiume sotterraneo e costante il pensiero di dove poteva essere, di cosa gli stavano facendo, se era ancora vivo scorreva ogni istante della mia giornata. Era un mese d'inverno, così quando sentii un dolore al centro del petto all'inizio pensai che fosse il freddo, ma continuava anche nel calore delle case, così anche una zuccona come me capì, era dolore. Sordo e intenso. Continuo. E non conoscevo quel ragazzo, di lui non sapevo allora altro che non il suo essere prigioniero d'opinione. Ignoravo perfino per quali opinioni era stato imprigionato.
Non ero la fidanzata, la sorella, la madre che sapevo esistere davvero. Tentai invano di non pensare a ciò che stavano provando loro.
Ho letto testi che tentavano volonterosamente di narrare vicende di persone imprigionate ingiustamente o torturate. Gli autori e le autrici che immagino ricchi di sensibilità ma probabilmente timorosi di non riuscire a comunicare abbastanza, aggiungevano parole a cercare di spiegare, descrivere. E a ogni parola in più il racconto s'indeboliva, i sentimenti di chi scriveva mi pareva s'impantanassero.
Non ho potuto seguire corsi di scrittura creativa d'alcun genere ma forse nell'inconscio desiderio di rispettare il tempo prezioso del lettore, forse ispirata dalla frase da me prediletta di Baudelaire: "Le parti migliori di un racconto sono le spiegazioni omesse" dopo la prima stesura riscrivo e riscrivere per me è soprattutto "togliere".
Delos: Come ha reagito il mondo della fantascienza a questo nuovo tipo di fantascienza?
Enrica Zunic': Bene, direi.
Nella mia ricerca di strumenti per l'educazione ai diritti umani trovai già tempo fa racconti con spunti interessanti di autori molto bravi che il pubblico giustamente apprezza da tempo e perciò non ho la sensazione di "nuovo" che hanno molti nei confronti dei miei racconti. Le reazioni dei lettori e delle giurie dei premi ai quali i miei racconti hanno partecipato sono positive. Ho udito spesso opinioni incoraggianti.
Ti chiedo scusa ma approfitto di questa domanda per poter finalmente esprimere la mia riconoscenza almeno (l'elenco sarebbe lungo, ho conosciuto in questo poco tempo in cui sono nella SF persone meravigliose e gentili) alle due persone a cui devo di più l'aver ripreso a scrivere: Franco Forte che, con mio infinito stupore per tanta memoria, ricordandosi di un mio racconto letto sei anni prima, senza conoscermi affatto mi ha scritto mail, le più giuste e incoraggianti a riprendere la scrittura in un momento particolarmente disperante e disperato della mia esistenza e che perciò ai miei occhi appare uno che nel vedere una persona sconosciuta affogare si getti dal ponte senza esitare e la riporti a riva trascinandola per la collottola e a Delos che ho antropomorfizzato subito e che ha accolto i miei racconti.
Delos: Che ne pensi del Premio Omelas?
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Enrica Zunic': Quello che ho pensato quando me ne hai parlato la prima volta, cioè che è l'incarnazione di un mio vecchio sogno che non avevo realizzato e che sono entusiasta che ci sia e riconoscente verso chi si è impegnato perché si concretizzasse. L'Educazione ai diritti umani è un aspetto fondamentale dell'attività a difesa dei diritti stessi e non riguarda soltanto i diritti oggetto del mandato d'azione di Amnesty. Ha implicazioni sconfinate che appaiono evidenti riflettendo sulla frase apparentemente banale "Prevenire è meglio di curare". Molto è accettato o consentito dalla "gente comune" per una consapevolezza frammentata dei diritti e della loro universalità. E' un'occasione unica per autori e autrici che hanno a cuore la difesa dei diritti umani e desidererebbero maggiore comprensione e coscienza d'essi in Italia. Di certo gli intenti didascalici sono pericolose fabbriche di "mattoni" letterari ma l'autentica passione verso certi temi, che è anche il modo migliore per trasmettere uguali interessi ad altri, vale la pena che abbia spazio. C'è una frase che mi piace molto e che credo importante non solo per gli insegnanti: "Non si insegna cosa si sa ma cosa si è".
Spero inoltre ardentemente che la partecipazione sia numerosa e di buon livello affinché si formi un'autentica "corrente" di narrativa (di SF e non solo) in Italia che abbia come temi non superficiali quelli legati all'educazione ai diritti umani.
Delos: Perché chi scrive dovrebbe essere interessato a parlare di fantascienza e diritti umani?
Enrica Zunic': E' una domanda molto difficile per me. Non riesco, perché non mi sembra giusto, suggerire motivazioni agli altri, posso solo cercare di spiegare le mie. L'ho fatto nelle risposte precedenti.
Delos: Il premio Omelas si ispira direttamente a un famoso racconto di Ursula Le Guin, Quelli che si allontanano da Omelas. La domanda che pone il racconto e' chiara: può la nostra felicità dipendere dalla sofferenza di qualcuno, una società può basarsi sulla sistematica violazione dei diritti di qualche individuo? Qual è la tua risposta?
Enrica Zunic': Davvero hai bisogno di sentirla? Ovviamente e assolutamente è NO. Mai. Mesi fa vidi un'intervista in TV che non riesco a dimenticare. La domanda era: "Comprerebbe un prodotto se lo sapesse fabbricato da un bambino schiavo?" La risposta di un vecchio dall'aria tranquilla fu: " Se fosse un buon affare." Sono ancora molti quelli che restano placidamente ad Omelas...
Delos: In ultimo: Amnesty International ha un motto, "E' meglio accendere una candela che maledire l'oscurità". Perché questa fiamma vale la pena di accenderla anche tra il filo spinato?
Enrica Zunic': Perché serve. Ne sono certa. Sia nell'azione a favore delle vittime sia nell'educazione ai diritti umani. Spesso si ha l'impressione che non ci sia nulla da fare, che si è troppo "piccoli" e sconosciuti e che le autorità ignoreranno appelli e richieste. Ma i risultati di associazioni internazionali quali Amnesty e non solo, delle molte associazioni che si occupano di aree geografiche limitate ma il cui impegno è essenziale, smentiscono tale timore. Posso farti esempi a me noti e cari? Nel dicembre del 91 uno studente in prigione per le proprie opinioni entrò in coma in una cella sotterranea. Era in sciopero della fame. Era stato picchiato. Centinaia, centinaia di telex, telegrammi, lettere in pochi giorni chiesero cure mediche. Fu portato in ospedale. Riprese conoscenza. Un anno prima un bambino di strada era stato ucciso a calci da quattro militari. Migliaia di lettere di persone qualunque di molti Paesi chiesero un processo equo che facesse giustizia. E per la prima volta in quel paese dell'America Centrale alcuni militari furono processati e condannati per qualcosa che per loro era routine. Nel 1993 Abraham Serfaty, ex prigioniero d'opinione, venne a Torino in occasione di una conferenza di più esperti sul Marocco. Andai ad ascoltare e poiché sono piccolina cercai come sempre un posto nella prima fila. Aveva bisogno delle stampelle per muoversi. Le torture ripetute e selvagge (la falaka cioè la bastonatura delle piante dei piedi, le scariche elettriche e tutto il solito noto armamentario d'orrori) di vent'anni prima avevano lasciato conseguenze non cancellabili. Serfaty a conclusione del suo intervento impersonale e dettagliato sulla situazione politica ed economica del Paese raccontò un poco di lui e dei suoi compagni, tutti prigionieri d'opinione "adottati" da Amnesty e di quanto il non essere più soli ma oggetto d'attenzione costante internazionale avesse migliorato in maniera sbalorditiva le loro condizioni in prigione. Verso la fine della conferenza, non so se perché s'accorse del logo di Amnesty sul taschino della mia felpa o perché qualcuno gli aveva bisbigliato qualcosa (all'epoca in Amnesty a Torino mi occupavo del Marocco e molti ormai lo sapevano) si alzò e, altissimo, si volle piegare per abbracciarmi. Non mi conosceva. Aveva gli occhi lucidi. Io non ero niente e nessuno e lui una leggenda vivente. Credo che stesse abbracciando Amnesty.
Sì, penso che valga la pena accendere una candela invece di maledire il buio.
* La sceneggiatura La memoria di Eren che ha vinto ex aequo con altra la V Edizione del Premio "I Girasoli" è stata pubblicata sul numero 23/24 della rivista Script Scrittori e scrittura per il cinema e lo spettacolo.