Il canale sembra contenere migliaia di lucciole: qua e là bagliori incolori di cavi di fibre ottiche risaltano sotto la superficie marrone delle acque di reflusso. Periodicamente una scarica elettrica e delle bollicine segnalano che un pesce o più probabilmente un sorcio ha addentato un cavo ed è rimasto secco, cercando disperatamente qualcosa da mangiare.
Sono appoggiato alla ringhiera arrugginita, sentendo sotto gli avambracci l'umidità del metallo freddo. Ascoltando il muggito delle acque, mi chiedo sempre dove vanno a finire e cosa "vedono" i detriti trasportati da quella poltiglia maleodorante che si muove infinita sotto di me, sotto la strada. Laggiù, in profondità, le acque scendono in condotti di cemento scuro e fradicio, scorrendo e sciabordando contro paratie antiche e marce poste da uomini scomparsi da centinaia di anni.
Nel buio, nel freddo.
Non poche volte ho avuto la tentazione di andare a verificare di persona, con una pietra al collo.
Mi stringo intirizzito nella giacca lacera, sentendo la liscia consistenza della tessera della Sicurezza Sociale, e di conseguenza della lotteria, nella tasca destra.
Decido di andare a casa, per questa sera.
Tanto il canale non fugge: c'è sempre tempo per fare un tuffo fuori stagione.
Francesca è svaccata sopra il divano di velluto verde (ormai diventato praticamente bianco negli angoli, da quanto è consumato): vedo la matassa di riccioli biondi spuntare dal lato destro dello schienale e un cumulo di lattine di birra sul pavimento. La TV accesa illumina il pavimento con luce radente azzurra, rivelando tutte le imperfezioni delle mattonelle e i batuffoli lanuginosi di polvere che si muovono al mio passaggio.
A parte due brandine accostate al muro verde gonfio di umidità, non ci sono altri mobili. D'altronde la sanità pubblica di più non dà, limitandosi a queste stanze negli ospedali mai completati trasformati in residenze per i "non inseriti socialmente". La TV l'ho rubata, il divano lo trovai tre anni fa in una discarica, le brandine non ricordo.
Francesca saluta alzando il braccio sinistro sopra lo schienale. Non si degna di aprire bocca.
- Cia'. Hanno estratto? - dico.
- No. Ancora c'è 'sta roba, 'sto programma di intrattenimento. Estraggono domani.
Mi siedo sulla sinistra del divano, strusciandole le cosce cellulitiche con le mani fredde, tanto per romperle i coglioni.
- Aaaaahh! - Si accartoccia su se stessa, acida, rabbrividendo. Sghignazzo perfido, schivando agilmente i calci che tira alla mia faccia. Poi vedo il programma alla TV.
- 'zzo è questa merda? - Le chiedo. In uno studio televisivo un giornalista in giacca e cravatta e il pubblico si dilettano in un "Ballo del qua-qua", agitando i gomiti come alucce e facendo "il becco" con le mani. Tutti molto entusiasti. - Vomito... - mugolo serrandomi la gola con le mani e strabuzzando gli occhi.
- Devono aver fatto delle belle tirate di coca. - Fran sorride triste. Poi diviene proprio seria, ombrosa. - Cosa farai se vinciamo, Ken? A chi toccherà?
- Non lo so, Fran. Boh. Spero che il vincitore scelga qualche dittatore... che so... Tamhili Fadul della Confederazione Centro Africana. Io sceglierei quella testa di cazzo di Khiutov.
- Il capo della Russia?
- Il presidente della Neo-Russia. Non capisci un cazzo di politica.
- Già. Ed è bastato per fregarmi. - mormora a se stessa.
®[TM]ark non si pronuncia "ErreTiemmeArc", bensì, in americano, Art Mark. Ossia "Marchio", "Logo Aziendale". Si sa, noi americani abbiamo queste fisse: 2U per dire "to you", L8 per dire "late", B4 intendendo "before"... cazzate del genere.
Capitai per caso nel sito http://www.rtmark.com, nel 1999. Avevo diciassette anni, un lavoro di web designer e una gran voglia di fare casino. Al tempo le campagne di sabotaggio degli ®[TM]ark erano assolutamente non cruente, si trattava per lo più di beffe ai danni delle megacorporazioni che stavano nascendo e acquisendo sempre più potere. Per esempio un gruppo di attivisti "rapì" grossi quantitativi di due famosi pupazzi, Soldier Jim© e Debbie©, e invertì le rispettive vocine registrate, reimmettendoli poi sul mercato.
Io stesso realizzai un libretto a fumetti per danneggiare una catena di Fast-food. Scannerizzai la mascotte, un orribile e inquietante clown, e con un abile lavoro di fotoritocco lo inserii come guida per mostrare, in un fotoromanzo ambientato in un mattatoio, con quanto spargimento di sangue si facevano gli hamburger. Poi, con la complicità di una mia amica che lavorava come commessa, lo feci inserire come gadget nei pacchi-famiglia.
Beh, quelli della catena di Fast-food s'incazzarono parecchio. La mia amica, Francesca, fu licenziata e schedata come eco-terrorista... e invece di sputarmi in faccia mi sposò (valle a capire le donne).
Sono passati vent'anni ma non sono più un giovane sabotatore. Sono solo un disoccupato di mezz'età.
Alberi e cespugli contorti e rattrappiti infestano l'esterno dell'ex-ospedale, e per entrare nell'edificio bisogna scavalcare una rete di ferro arrugginito piegata e contorta. Tra i rami marci e il terreno unto dalle piogge oleose c'è qualche cadavere di ratto, gonfio e infestato da mosche verdi e lucide. E' più buia la notte, da queste parti, e dell'edificio rettangolare di cemento armato si notano solo alcune finestre illuminate da falò improvvisati nei corridoi. Sagome distorte dalla luce delle fiamme danzano sui muri verdi senza perdere la loro fisionomia disperata: sono gobbe e sgraziate, e dalle secche gole radunate intorno al fuoco si elevano mugolii e canti disperati.
Spero che Fran si sia chiusa dentro.
Arrivo davanti alla porta del mio appartamento, costituita da un'accozzaglia di assi e lamiere. Sul lato dello stipite c'è ancora il simbolo scrostato della radioattività: nella sfiga di essere un reietto, ho avuto anche la sfiga di beccarmi l'ex-laboratorio di radiologia come "casa popolare".
Dall'interno si sentono gli sproloqui della televisione, i commenti impersonali, le risate ipocrite.
Mi volto e da una delle finestre panoramiche del corridoio noto la pubblicità della Mithosoft, un enorme telone argentato dispiegato in orbita, visibile 24 ore su 24 nel cielo verde piombo, da ogni parte del globo.
Quasi quasi se vinco faccio fuori Jill Bates IV.
- Hanno estratto il vincitore?
Fran non risponde, acciambellata com'è sul logoro divano di fronte alla TV. Sta tremando... o forse è l'effetto della luce della televisione che m'inganna. Sulla sua guancia si riflettono innaturalmente i lampi azzurrini che provengono dallo schermo, e sono immagini liquide perché si riflettono sulle lacrime.
- Ma... stai piangendo?
- No. - Risponde, e tira su col naso. Poi si scosta i capelli biondi (abbastanza zozzi, mi pare) dietro l'orecchio, con nonchalance, ma in realtà perché io veda che sta effettivamente piangendo.
Improvviso una scenata, non si sa mai che si distragga o, intimorita, la smetta di ricattarmi con le lacrime... - Ma io dico, porco cazzo, uno si fa il culo tutto il giorno per trovare qualcosa... un lavoro...
- CE L'AVEVI UN CAZZO DI LAVORO! - grida esplodendo in singhiozzi. - E ANCH'IO!
Sono ammutolito, congelato dall'ansia e dall'impotenza, mi iniziano a tremare le mani mentre la mia coscienza inizia a ripetere incessantemente lo sapevo, lo sapevo, che sarebbe finita così lo sapevo che un giorno l'avrebbe rinfacciato lo sapevo lo sapevo.
Poi mugola una frase che mi uccide.
- VOGLIO ESSERE COME LORO! - indica lo schermo della TV. C'è la pubblicità di un aperitivo: una coppia bellissima, chirurgicamente ritoccata, sta facendo l'amore su una limpida spiaggia bianca delle Eco-Sfere di Cuba. - Non voglio vivere qui per altri cinque anni, se non troverai un lavoro entro il Termine! MI HAI ROVINATO LA VITA! HAI ROVINATO TUTTO!
Non so proprio cosa dire, mi guardo un po' tra i piedi e in giro, come se tra le macchie d'umidità e le feci dei topi ci fosse un cartello con scritte le soluzioni. Ora Fran è esplosa in un pianto dirotto, e io mi sdraio sulla mia brandina, sentendo il solito stronzo bozzo sotto la schiena.
Il mio difetto è questo: quando è tutto ok sono una persona brillantissima, quando tutto va a puttane divento insensibile e il cervello disattiva l'output vocale.
L'Ufficio di Collocamento dell'ASM (Assistenza Sociale Mondiale) non è altro che uno sterminato capannone metallico senza mura. Tra gli enormi pilastri d'acciaio scuro s'intravedono fette del grigio cielo mattutino, una tela neutra in cui s'inseguono nauseanti volute di fumi nocivi neri.
L' "Ufficio", come in tutte le altre metropoli, è in periferia, quindi deve essere guardato a vista dalle Milizie dell'Assistenza Sociale Mondiale, per evitare risse e tafferugli.
Visto dal tetto, un'immane lastra di eternit consumato dalle piogge acide e percorso da migliaia di tubazioni e cavi ritorti, l'Ufficio non sembrerebbe altro che una distesa di diecimila terminali computerizzati collegati tra loro in rete e con la Banca Dati Lavorativa Globale.
Mi avvicino ad uno dei terminali liberi, mentre un Miliziano mi squadra con disprezzo da sotto il suo elmetto nero. Vedo caratteri verdi fosforescenti scorrergli sulla visiera di vetro scuro: probabilmente sta cercando informazioni su di me...
Il terminale, detto "cubo", è dotato di uno schermo di vetro silicato infrangibile, come quello che era usato trent'anni fa per Stazione Spaziale Internazionale, montato in un alloggiamento di acciaio ricoperto di cemento armato. Praticamente è un parallelepipedo di mezzo metro di lato, alto un metro. Se ti ci schianti contro con un'automobile, dì pure addio al motore.
Ci sono diecimila "cubi" in una superficie vasta come dieci campi da football, e davanti ad ognuno c'è un disperato con gli occhi acquosi e trepidanti di speranza, curvo e dolorante per la mancanza di vitamine.
Accedo al Database Lavorativo digitando il mio codice di Sicurezza Sociale. Cercando in tasca trovo solo molliche e una penna: non trovo più la Tessera.
Forza, a memoria: LOL21175.
Il sistema si avvia. Ovviamente è marchiato Mithosoft.
L'Assistenza Sociale Mondiale fornisce due cose sicure agli emarginati dalla società: un'assicurazione sulla vita gratuita anche in caso di suicidio (probabilmente per favorire lo "sfoltimento" della feccia e l' "inserimento" degli eredi in una società "normale") e l'alloggio gratuito obbligatorio per cinque anni in fottuti edifici fatiscenti gentilmente concessi dallo Stato (per evitare il vagabondaggio e "ripulire" le strade del centro che appartengono alla gente "perbene").
E poi c'è la lotteria. Non so chi l'ha inventata.
Ogni anno, a capodanno, l'ASM estrae un numero di Sicurezza Sociale. Si vincono miliardi? No.
La ricerca è terminata, una voce femminile mi comunica il responso: se c'è un lavoro adatto mi sarà assegnato e io e Fran potremo lasciare quella fogna di ospedale abbandonato. - Siamo spiacenti di comunicarle che la sua richiesta di lavoro non può essere accolta. - Dice il terminale.
Panico. Il respiro mi si blocca e una mano gelida mi colpisce con un pugno allo stomaco. - A... avanti! - farfuglio.
- Da recenti ricerche sul suo curriculum - continua la voce della troia computerizzata - risultano atti terroristici contro una Compagnia controllata dal Nostro Gruppo. Il suo file sarà cancellato definitivamente dai nostri archivi. Grazie e arrivederci.
Fine. E' finita. Non esisto più. Nella mente mi si prefigura l'atto estremo: prendo a calci in culo questo bidone di cemento e acciaio finché un Miliziano non mi sega in due con una raffica di mitra.
Poi vedo qualcosa che lampeggia sullo schermo. Un numero, LOL21175 e una scritta: Vincitore della Lotteria Nazionale. Lo rileggo.
Lo rileggo.
Lo rileggo.
Sto per urlare - Ho v... - poi mi freno, mordendomi il labbro a sangue: sento il ruggito di disperazione degli altri diecimila disoccupati che mi stanno intorno, che mano a mano si sono accorti di aver perso anche questo treno.
Ho vinto! Non ci credo! Ho vinto alla Lotteria di capodanno! Oddio, avrò digitato il numero di Sicurezza Sociale giusto? La tessera! Non la trovo. Deve essere a casa. Comunque... si, mi ricordo di aver letto quel numero.
Corro fuori dal capannone dell'Ufficio di Collocamento, urtando malamente due o tre disgraziati che sono in fila davanti ad un terminale. Mi maledicono, ma non sanno che se volessi potrei farli uccidere.
Ora mi si aprono tutte le porte del successo. Mentre corro lungo la strada sterrata arrampicandomi su cumuli di macerie e lamiere accartocciate, vedo in ogni dove i volti delle mie potenziali vittime.
In ogni caso sarà qualcuno odiato da tutto il mondo. Non posso sbagliare bersaglio: devo ottenere interviste, special televisivi, libri... magari un film sulla mia vita. Sono ricco! Io e Fran siamo salvi, lasceremo questa merda!
Davanti all'ingresso del mio "residence" c'è una berlina nera con i vetri oscurati. E' una cosa molto strana, visto che di solito le uniche auto dei dintorni sono carcasse arrugginite distrutte da saccheggi e vandalismo.
Mentre cammino per i corridoi calpestando polvere e vetri rotti, gli abitanti degli altri appartamenti si affacciano alle porte, smunti e sporchi come i ratti di cui si cibano. Nei loro occhi c'è un po' di paura e molto disprezzo, ma non invidia. Una bambina senza un occhio, vestita solo di carta di giornale, esce da un angolo buio e ignorando l'ordine della madre - Vieni qui! - mi si avvicina e mi sputa sui pantaloni.
D'improvviso la folla si mette ad urlare ritmicamente - Dead man walkin'! Dead man walkin'! - accompagnandosi con le mani o sbattendo pietre contro i muri.
- Che cazzo dite? - mormoro incerto, poi ringhio - Ho vinto io! Avete capito, merde? Ho vinto io!
Ma è inutile, il coro sovrasta le mie proteste.
- Potrei ammazzare te! - grido a qualcuno - O te! Te!
Arrivo al mio appartamento e mi chiudo dentro.
Fran è seduta sul divano e mi guarda fredda e avida. La TV è spenta. Ci sono due uomini in piedi di fianco a lei, entrambi vestiti di nero, con occhiali scuri che avvolgono il cranio completamente glabro. Sembrano cloni.
Uno è voltato verso di me, l'altro sta controllando dei moduli che mi sono familiari. Poi guarda Fran e dice con voce atona: - E' tutto ok, signora. Copre anche questo tipo di... infortunio. Non dico che noi dell'Assistenza Sociale Mondiale l'abbiamo fatto apposta ma... la soluzione da lei scelta rappresenta una di quelle statisticamente più frequenti al vostro... livello. - sorride, corrisposto da Fran.
Il primo estrae una pistola e me la punta addosso.
Noto che Fran ha in mano una tessera di Sicurezza Sociale. Vedo anche il numero... LOL21175.
Ah, è la sua.
Mi frugo bene in tasca, questa volta con un'assurda calma, mentre con la coda dell'occhio vedo il foro nero della pistola che mi fissa.
Trovo la mia tessera. LOL21165.
La memoria gioca brutti scherzi.
Fran firma il modulo di riscossione del Premio. Nei suoi occhi vedo che già pregusta una nuova vita.
So già la risposta, ma non so proprio cosa altro dire: è il mio difetto che quando la situazione è una merda... mi blocco.
Mi esce solo una domanda: - Fran, perché?
Mentre sento lo scatto delle sicure, mi rendo conto che sapevo già la risposta.
- Sei assicurato, no? - ghigna Fran.