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di Gianni Vicario

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racconto

Naufragio in una stanza

Io abito all'ultimo piano del condominio San Carlo, un fabbricato piuttosto vecchio situato alla fine di Via Masini, ai margini della campagna a Ovest della città. Sotto di me ci sono altri quattro piani, e in più lo scantinato. Ho anche l'uso della terrazza sovrastante il mio appartamento, dove ho sistemato antenne di vario tipo che servono al mio svago - sono radioamatore e CB - ed anche al mio lavoro. Quello che faccio è presto detto: riparo Tv, ricetrasmittenti, complessi hi-fi, minicalcolatori ed ogni altra sorta di marchingegni elettronici. In periodi di magra rimetto in sesto anche cineprese e programmi di lavabiancheria.
Il mio laboratorio è in tutto eguale agli altri cento o mille laboratori di radioriparazioni esistenti in città. E' abbastanza grande, abbastanza sporco (sono ancora scapolo) ingombro appena oltre il sopportabile di scatoloni di cartone, di pubblicazioni tecniche, di cavi, di apparecchi in sosta che attendono il giorno del giudizio, di minuterie metalliche, di costosissime novità, di vecchi giornali e di altre cose ancora. Io so di essere semplicemente disordinato, ma so anche che molti miei colleghi pensano di essere degli artisti dell'elettronica. Mi piace lavorare di notte e di solito me ne sto in cima al mio sgabello girevole, sotto il raggio della lampada da banco, mentre il resto del laboratorio è immerso in una tenue penombra, popolata dalle barbare musiche e dalle esotiche favelle che spirano sommesse dal mio ricevitore radio globale.
Quello che sto per raccontarvi mi accadde quasi un mese fa, nella notte fra il 28 e il 29. Stavo trafficando intorno a un grosso oscilloscopio. Il mio cliente voleva che modificassi certi circuiti, in modo tale che l'intero schermo fosse occupato da luce diffusa, per tempi ed intensità graduabili. Avevo fatto il buio per meglio valutare la fluorescenza del tubo, quando sentii l'impellente bisogno di un lungo e sottile cacciavite che doveva essere in qualche posto sul banco cui voltavo le spalle. Allungai un braccio senza girarmi e incominciai la mia ricerca a tastoni. Quando mi resi conto che a quel modo non avrei trovato mai il cacciavite, mi voltai con lo sgabello verso il banco, e fu allora che il mio sguardo colse un debole luccicore in alto nella stanza, vicino al soffitto. Mi fregai gli occhi, pensando che la lunga osservazione della fluorescenza mi avesse fatto male, ma l'immagine persisteva. Anzi, ora vedevo benissimo di che cosa si trattava: nell'aria c'era un oggetto lungo circa mezzo metro, di colore vagamente metallico, di cui potevo ormai discernere quasi tutti i particolari. Sembrava nascere direttamente dal soffitto, e pareva penzolare obliquamente nella stanza. Era inequivocabilmente una gamba d'uomo.

* * *

Rimasi attaccato allo sgabello, ma il cuore mi saltò in gola. Confesso che pensai subito ai fantasmi: di fronte all'imprevisto la mente si rifugia sempre nell'irrazionale. Pensai anche di avere delle allucinazioni, e mi alzai bruscamente in piedi per riacquistare con qualche movimento corporeo il giusto senso della realtà. Fu tutto inutile: la "gamba" era sempre al suo posto. Mi precipitai allora sull'interruttore della luce e accesi la lampada centrale della stanza, immaginando forse che, una volta fatto chiaro, l'allucinazione sarebbe svanita. Niente da fare, perché l'immagine appariva molto più debole, ma persisteva. Quella "gamba" nasceva direttamente dal soffitto, come un ramo dal tronco, e la si vedeva fin quasi al ginocchio.
Forse sbaglio a dire che era una gamba, perché quell'arto era calzato, come da una tuta metallizzata, e la scarpa faceva parte della tuta. Potevo distinguere ogni particolare della suola, e magari anche contare tutti i chiaroscuri prodotti dalle pieghe del tessuto. Questo mi fece bene, perché mi aiutò a riacquistare il senso della realtà. Quell'immagine non mi appariva più come una proiezione della mente, ma come una cosa solida, come un oggetto simile ai tanti che erano sparsi per la stanza. Desiderai subito osservare la "gamba" da vicino, e spinsi una sedia accanto al tavolo che stava sotto a quel pezzo di soffitto. Prima di arrampicarmi, però, mi venne in mente che l'emissione dell'oscilloscopio era al massimo, e che avrei potuto guastare la fluorescenza dello schermo. Così mi girai a spegnere l'apparecchio, e poi voltai di nuovo la testa verso il soffitto. La "gamba" non c'era più.
Mi ricordo che restai deluso, e che cominciai ad esplorare scioccamente quella ed altre parti del soffitto. Mi ero ormai abituato a quella inverosimile presenza, e mi vedevo sfuggire di sotto alle mani uno splendido giocattolo nuovo. Proprio non c'era più. Forse era stata davvero una allucinazione. Spensi ed accesi di nuovo la luce centrale, due o tre volte, ma senza risultato. Era sparita davvero.
Mi guardai intorno per un po' di tempo, fissando i consueti arnesi del mio mestiere e il lavoro da fare. Buttai via una lattina vuota, sbarazzai il portacenere e accesi una sigaretta, sforzandomi di non pensare. Arrivato a metà, mi tornò la voglia di lavorare, e così spensi la luce centrale e quella del banco, riattaccando con l'oscilloscopio. Ripresi i miei ragionamenti in merito alle modifiche che mi apprestavo a fare, e puntualmente sentii di nuovo il bisogno di quel tale cacciavite. Di nuovo mi capitò di girarmi e di nuovo vidi quello stivale argenteo pendere dal soffitto.
Questa volta feci un balzo. Ormai avevo considerato la cosa come uscita dalla mia realtà e non mi aspettavo certo di rivederla a così breve scadenza. E improvvisamente ebbi anche dei sospetti.

* * *

Nel successivo quarto d'ora imparai moltissime cose, sulla "gamba". Innanzitutto, che era visibile soltanto quando era in funzione l'oscilloscopio: avrei dovuto capirlo subito, data la concomitanza dei fatti. Mi accorsi inoltre che se davo più corrente al tubo la gamba si vedeva meglio, e che se schermavo il frontale dell'oscilloscopio l'immagine parzialmente scompariva Mi ci volle poco per accertare una cosa evidente, e cioè che quella zona del soffitto era proprio sotto il tiro del "cannone" catodico Se muovevo l'apparecchio la gamba se ne andava: a volontà potevo far sparire il ginocchio o il piede o tutto il resto.
Naturalmente, nemmeno oggi so spiegare esattamente il perché i raggi catodici fuoriuscenti dall'oscilloscopio potessero rendere visibile la "gamba". Ma fin dal primo momento non dubitai minimamente che qualcosa pur vi fosse, in quel punto dello spazio sotto il soffitto, qualcosa di per sé invisibile, ma che colpito da un'energia ad altissima frequenza restituiva energia di frequenza minore, cioè luce, quella appunto che io riuscivo a "vedere".
E poi scoprii un'altra cosa. Salendo su una sedia e poi sul bancone, toccai a più riprese la "gamba" con oggetti di legno, di plastica e di metallo. La gamba era trasparente, penetrabile, ed io potevo benissimo agitare il cacciavite "dentro" di essa. Azzardai anche a ficcare le dita nel suo interno: non sentii nulla. Tastai a lungo il punto in cui scaturiva dal soffitto anche "dal di dentro": non avvertii nulla di insolito nella struttura dell'intonaco. Certamente la gamba doveva essere costituita di materia molto rarefatta.
Ma della cosa più importante mi accorsi soltanto dopo parecchi minuti.
Mi colpì all'improvviso perché già mi era sembrato che alla sua seconda apparizione l'oggetto fosse un po' diverso rispetto alla prima - anche se non ero riuscito ad analizzare la mia impressione. La "gamba'' cresceva, si muoveva, cambiava posizione! Il movimento era impercettibile, come quello della lancetta dei minuti di un orologio, della quale si può dire che si sposta ma che non si riesce mai a cogliere nell'atto di muoversi. Se però stavo attento al punto in cui la gamba usciva dal soffitto potevo constatare che venivano scoprendosi sempre nuovi particolari. Il pezzo dal ginocchio in su diventava sempre più lungo, a furia di mezzi millimetri. Con qualche colpo di cacciavite staccai un pezzo piuttosto grosso di intonaco: la "gamba" continuava anche oltre il soffitto.

* * *

L'uomo era ormai tutto nella mia stanza. Sembrava che cadesse da un'altezza infinita, e che sprofondasse in un abisso inimmaginabile. Ma la cosa sembrava accadere "altrove", in un altro spazio o in un altro mondo, perché l'uomo immobile cadeva obliquamente, verso il centro di chissà quale Terra. Precipitava a gambe divaricate, con la schiena arcuata, il capo buttato all'indietro, le braccia protese in avanti. Fotografato a mezz'aria, scendeva tanto impercettibilmente quanto irresistibilmente, in forte diagonale, verso il pavimento sul lato opposto del laboratorio.
L'avevo esaminato già da tutti i lati. Indossava proprio una tuta, come avevo immaginato. Un tessuto - ma era poi stoffa? - dal riflesso argenteo, con una sola lunga "cucitura" sul fianco sinistro. Sul petto aveva una piastrina, coperta di minutissimi segni. In piedi su una sedia, li avevo osservati con una lente: erano simboli grafici sconosciuti, e non erano né arabo, né cinese, né cirillico. Riuscii anche a identificare dei segni come numeri, ma ora non me li ricordo. Le calzature non avevano alcunché di speciale, e nemmeno i guanti. Non c'erano né cintura, né tasche, né cose che sembrassero armi. Anche il casco era argenteo, e sembrava di materiale rigido, più consistente del resto della tuta. Sul davanti c'era un "vetro" parzialmente trasparente, e dietro il vetro c'era Lui.
Era il terrore allo stato puro, quello. Guardandolo attraverso la visiera, avevo l'impressione di arrivargli sino in fondo all'anima. Aveva due occhi scuri, spalancati su un abisso che io non potevo vedere. Potevo invece contargli le gocce di sudore sulla fronte, potevo sentire la tensione del suo fiato sospeso, potevo immaginare il significato delle parole strane che la sua gola contratta stava articolando.
Lo spettacolo al quale assistevo era tanto straordinario da non sembrare più irreale, o sconvolgente. Quell'uomo stampato nell'aria, piovuto da chissà quale mondo, in corsa lentissima e tuttavia irrefrenabile verso il precipizio, mi appariva ormai vero, un mio simile, un'angoscia autentica che non potevo giustificare, ma che riuscivo benissimo a capire.
Ero diventato irrequieto. Siccome non sapevo che cosa fare, facevo di tutto. Spostavo arnesi e strumenti sul banco, salivo e scendevo dai tavoli e dalle casse, rimanevo a lungo a contemplare quell'uomo. Fra l'altro, feci anche una cosa utile: sistemai l'oscilloscopio sull'ampio ripiano superiore della mia scala pieghevole, in modo da "illuminare" per bene il viso di quel nuovo Fetonte. Continuavo a esaminarlo dappertutto, alla ricerca frenetica di una qualsiasi risposta ai mille interrogativi che mi venivano alla mente. E fu dopo affannosi e inutili tentativi di spiegarmi il problema tutto intero, che cominciai a riflettere in maniera concreta.

* * *

La cosa che impressionava di più era la lentezza della "caduta", e la mia prima decisione fu quella di misurarla. Con tre lunghe aste di antenna Tv e con un po' di nastro adesivo feci un treppiede, che sistemai vicino alla gamba dell'uomo. Presi poi una stecca da disegno e la fissai con dell'altro nastro al treppiede, in modo che la parte graduata corresse parallela al polpaccio, a qualche millimetro di distanza. Come punto di riferimento presi il bordo inferiore del tacco, mi slacciai il cronografo dal polso, e lo feci partire non appena il tacco superò una marca lunga della riga. Era un buon inizio.
Devo dire che la velocità di "caduta" dell'uomo, osservata così da vicino, non appariva affatto impercettibile, tanto che fui costretto a sospendere la misurazione per risistemare la stecca in modo da assicurarmi un percorso di confronto sufficientemente lungo e meglio orientato nella direzione della caduta. Feci ripartire il cronografo, e accertai così che il corpo "scendeva" di circa un millimetro e un quarto al secondo, cioè di circa sette centimetri e mezzo al minuto. A questa velocità, il piede sinistro avrebbe toccato il pavimento del laboratorio in capo a sedici minuti. Poiché il corpo era lungo quasi un metro e ottanta, in capo ad altri ventitré minuti e mezzo la sommità del casco sarebbe sparita, inghiottita dal pavimento.
Mi resi subito conto di non essere approdato a nulla, con questa misurazione, in quanto non potevo dire ancora con quale velocità stesse "cadendo" quell'uomo nella realtà, cioè nel suo mondo. Per qualche minuto me ne rimasi ozioso, riflettendo sull'insolubilità del problema. Avrei infatti potuto raggiungere il mio intento nel caso che l'uomo avesse avuto un orologio al polso, ed io avessi potuto confrontare la velocità di avanzamento del suo con quella del mio. Non potendo fare una comparazione fra ritmi, non avrei mai potuto valutare la velocità della caduta. Mi accinsi così ad esplorare minuziosamente la tuta, per vedere se c'era qualche apparecchio, qualche luce intermittente, qualche cosa insomma di cui potessi apprezzare il ritmo indipendentemente dal tempo.
Fu così che mi ritrovai di fronte alla visiera trasparente del casco, intento a scrutare quel viso terrorizzato, proteso a strappargli qualche indizio che mi permettesse di eseguire il calcolo. Guardandogli la fronte congestionata e gocciolante di sudore, mi si affacciò improvvisamente la soluzione del problema. Di ritmi apprezzabili indipendentemente dal tempo ce n'erano, e cioè i ritmi biologici di quell'individuo! Se aveva un cuore che batteva, dovevo pur vedere le pulsazioni delle arterie sulla fronte, o almeno quelle, perché il respiro - un'altra cosa che potevo eventualmente osservare - era di certo bloccato.
La tempia sinistra era in effetti molto ben visibile, ed anche turgida, ma dopo qualche minuto non ero riuscito a percepire alcun mutamento nel grado di gonfiore della pelle. E ricominciai a riflettere. Se quell'uomo stava cadendo nel vuoto, mettiamo a dieci metri al secondo, la tempia avrebbe dovuto pulsare ogni cinque metri, giacché lo spavento avrebbe accelerato il polso almeno a centoventi battiti al secondo. Ma la mia stanza, anche tenendo conto del fatto che la caduta avveniva in diagonale, non era sufficientemente lunga da permettermi di vedere almeno due pulsazioni, e quindi non avrei potuto calcolare in tal modo la velocità di caduta. Diventai subito nervoso, perché quella lentissima traslazione mi appariva ormai velocissima. Capivo che non avrei avuto modo di raggiungere il mio scopo, e che nel tempo richiesto dall'operazione l'uomo sarebbe stato irrimediabilmente inghiottito dal pavimento.

* * *

Non riuscivo a stare fermo, e cercavo frenetico un appiglio per la soluzione del caso, rovistando concitatamente il mio povero e confuso bagaglio di nozioni biologiche, alla ricerca di qualche altro fenomeno vitale che potesse essere osservato in quell'uomo. Fu guardandogli gli occhi che improvvisamente mi ricordai che i nostri globi oculari non possono eseguire movimenti che durino meno di un quinto di secondo - è una cosa che s'impara quando si studiano i fondamenti tecnici del cinescopio. Un quinto di secondo voleva dire che avrei potuto osservare un movimento degli occhi almeno ogni due metri di discesa del corpo. Però tutto questo valeva nell'ipotesi che la sua velocità di caduta fosse davvero di dieci metri al secondo, e che il disgraziato, per lo spavento, muovesse gli occhi all'impazzata.
Non sto a riferirvi tutti i calcoli che feci e che ho ancora fra le mani, su un foglio di carta sporco e spiegazzato, unico ricordo che mi è rimasto di quella meravigliosa e terribile notte. Vi dico soltanto che quegli occhi si muovevano in maniera chiaramente visibile, e che i movimenti cambiavano direzione abbastanza spesso. Dal momento in cui iniziavano al momento in cui si arrestavano passavano per lo più centocinquanta-centosessanta secondi. Questo voleva dire che i suoi secondi valevano circa ottocento dei miei, e di conseguenza che la sua "caduta" era ottocento volte più rapida della mia misurazione diretta. Se i conti erano giusti, quell'uomo "cadeva" a circa tre chilometri e mezzo all'ora.
Confesso che rimasi un po' sorpreso, perché fin dall'inizio avevo immaginato che il disgraziato stesse precipitando da un grattacielo o da un elicottero. La sua "postura" - come dicono i medici - e soprattutto la sua espressione di terrore, mi avevano evidentemente ingannato. Io so infatti che i paracadutisti vengono giù a circa quindici chilometri l'ora, e che è sufficiente cadere da un terzo o quarto piano per arrivare a terra a circa quaranta chilometri l'ora. Che cosa voleva dire tutto ciò? In quale posto mai è possibile cadere tanto lentamente, e tuttavia provare un'angoscia così totale?
Non voglio farvi credere di aver avuto delle idee luminose, quando chiunque avrebbe potuto trarre le giuste conclusioni dalla situazione. Era evidente che quell'uomo non si trovava sulla Terra, ma in qualche altro punto dello spazio - non indossava forse una tuta? - dove la gravità è assai minore. Ma nemmeno sulla Luna, per quanto ne sapevo, sarebbe caduto con tanta lentezza. E anche se fosse stato sulla Luna, non c'era bisogno di spaventarsi tanto, a patto che il salto non avvenisse da una altezza esagerata. La cosa più probabile era quindi che quell'uomo stesse cadendo su un corpo celeste a bassa gravità da grande altezza - e questo avrebbe giustificato la sua espressione di terrore - o che stesse "cadendo" in maniera del tutto speciale, come proiettato da un'esplosione fuori da un'astronave, o come se stesse andando alla deriva nello spazio esterno.
Ebbi l'immediata e contemporanea visione di innumerevoli scene consimili, vissute col fiato sospeso al cinema o alla televisione, o immaginate con inquietudine sulle pagine di tanti racconti. Il guasto imprevisto, corde di sicurezza che si rompono, scafandri che si allontanano nel buio dello spazio senza che nulla li trattenga, portelli che inesorabilmente si chiudono, luci che ammiccano sempre più debolmente, concitati scambi di messaggi radio, astronauti che si strappano la tuta per avere una morte più rapida. Soltanto che tutte quelle erano favole melodrammatiche, mentre la mia era una cosa vera! Il fatto stava accadendo davvero sotto i miei occhi, e io lo potevo osservare al rallentatore, e anatomizzare l'angoscia di quel disgraziato in tutte le sue sfumature, perché il dramma era reale!
Ed era anche all'epilogo, perché il corpo era già quasi completamente sprofondato nel pavimento. Se lui aveva mancato l'appiglio, io stavo per terminare il mio straordinario e allucinante appuntamento. Fra qualche minuto mi sarei trovato in ginocchio sul pavimento, a spazzar via carte, mozziconi e filo per non perdere l'attimo del distacco, incapace di afferrare la mano di quell'annegato, di tirarlo su a salvamento. E intanto il naufrago spariva sempre di più, alla spaventosa velocità di un millimetro ed un quarto ogni minuto secondo. Non avrei mai immaginato che tanta angoscia potesse accompagnarsi a tanta lentezza.
Affondava così il mio uomo, non su un mare chiazzato di nafta e cosparso di relitti galleggianti fra le onde, ma nell'angolo buio e immobile del laboratorio di un radioriparatore, fra scatole di cartone e bucce di fili, pezzi di plastica, bulloni senza dado e tanta polvere.

* * *

Appena dieci secondi dopo queste riflessioni, stavo già mordendomi le mani e rimpiangendo il tempo sprecato. Per seguire gli ultimi istanti del "naufragio" avevo infatti ripetutamente spostato il grosso oscilloscopio, trascinandolo di qua e di là, alzandolo ed abbassandolo per illuminare tutti i lati della scena. Ed avevo fatto un'altra, ancora più incredibile scoperta. Imprecando contro l'ingombro e il peso dell'oscilloscopio, avevo fatto qualche movimento inconsulto, "illuminando" quello spazio retrostante alla testa dell'uomo in tuta che finora era rimasto "in ombra". Vidi allora balenare qualcosa, di un chiarore metallico che ormai conoscevo bene. Prontamente diressi il fascio dei raggi nel punto giusto, e improvvisamente apparve, tutto insieme, un grosso oggetto, come una valigetta di colore bianco, piena di protuberanze e di rientranze, e cosparsa di scritte.
Era un relitto o che altro mai? Dimenticai completamente l'uomo - di cui emergevano soltanto una parte del capo, ormai, e del braccio destro - e mi concentrai sul nuovo oggetto, tanto più che esso era giunto già molto in basso, e tra poco sarebbe egualmente sprofondato nel pavimento. E' difficile descriverlo con parole diverse da quelle che ho già usato: posso aggiungere soltanto che le scritte - come quelle della piastrina della tuta - erano per me indecifrabili. Ma sul lato più corto della "valigetta" c'era una robusta maniglia, e su tutti gli altri lati c'erano minuscoli coni rientranti che avevano l'aria di essere gli scarichi di minirazzi, e poi c'era tutta una serie di comandi sotto protezione di membrane apparentemente elastiche. Quello non poteva essere un relitto qualsiasi: aveva il tipico aspetto di un propulsore individuale per muoversi in condizioni di non gravità. Era un "salvagente", insomma!
La situazione era ormai chiara. L'uomo andava alla deriva nello spazio interplanetario, e a cinquanta centimetri da lui c'era la sua unica possibilità di salvezza. Quello che sorprendeva, nella faccenda, era la posizione stessa del salvagente: vicinissimo, ma irraggiungibile a meno di un preciso e fulmineo contorcimento. L'estremità inferiore della "valigetta" era infatti all'altezza della sommità del casco dell'uomo, ma la sua distanza era tutta dalla parte della schiena, ed era anche un po' spostata alla sua sinistra. L'uomo, per salvarsi, avrebbe dovuto rivoltarsi con prontezza e precisione dalla parte giusta, e afferrare il maniglione il più presto possibile.
Perché al più presto? Perché il sospetto che per primo mi era venuto alla mente corrispondeva sfortunatamente alla realtà. In capo a ottanta secondi, nel tempo del naufrago, quei cinquanta centimetri sarebbero diventati cento, e allora sì che nessuna acrobazia gli avrebbe consentito di riagguantare la vita.

* * *

Naufrago e salvagente erano ormai tramontati all'orizzonte del mio pavimento, e mai mi ero sentito tanto solo. Avevo riacceso la luce centrale, e stavo pensando alla facilità con cui si può passare da una situazione piena di straordinari interessi e incredibili possibilità, a una situazione che per essere buoni possiamo definire banale. Ma questa mia fase di depressione non durò molto perché a poco a poco s'impose alla mia attenzione quella che era la vera sostanza del dramma cui avevo assistito, in posizione tanto privilegiata.
Ridotta all'osso, la cosa si poneva in questi termini. C'era un uomo in pericolo di vita, alla deriva nello spazio, e questo lo si desumeva dall'espressione terrificata del suo volto. C'era per lui la possibilità di cavarsela, perché la valigetta salvagente con la quale avrebbe potuto magari ritornare all'astronave era appena a cinquanta centimetri da lui. Ciò nonostante, l'uomo non faceva alcun tentativo per raggiungerla, o almeno non sembrava aver iniziato alcun movimento per agguantare la maniglia di salvezza. Con i propulsori della valigetta avrebbe potuto probabilmente tornare a bordo. Perché mai non faceva qualcosa?
A questa domanda si poteva rispondere in molti modi, ed io li esaminai uno alla volta. Era possibile che la drammatica deriva fosse appena iniziata - la vicinanza della valigetta stava a testimoniarlo - e che pertanto l'uomo non avesse avuto ancora il tempo di pensare alla sua salvezza. Era possibile che il naufrago non si aspettasse aiuto alcuno dalla valigetta, perché sapeva che era guasta, oppure già esaurita. Poteva essere anche stato lui, ad abbandonarla. Poteva pensare infine che fosse tuttora efficiente, ma giudicarla troppo lontana per recuperarla. Ma, forse... ecco qual era la soluzione! Semplicemente, il naufrago non sapeva di avere il "salvagente" alle spalle! La posizione di esso dietro il capo avvalorava in un certo senso l'ipotesi.
Cominciai ad andare su e giù per il laboratorio: come tutti sanno, il camminare aiuta il pensare. Dentro di me veniva formandosi un proposito incredibile, un debole alito di vento che in poco tempo si sarebbe trasformato in un uragano di attività. Io dovevo salvare quel naufrago. Ma come? Non potevo certo arrestarne la caduta, perché il suo corpo era penetrabile, e mi sarebbe sfuggito di tra le dita come aria. Non potevo nemmeno afferrare la valigetta per avvicinargliela alle mani, e questo per la stessa ragione. Mi pareva di avere la febbre, perché mi sentivo vicino alla soluzione del problema, ma non riuscivo a capire qual era. Mi bastò chiudere un attimo gli occhi per vederci chiaro. Quello che dovevo fare, l'unica cosa che potevo fare, era di informare l'uomo che la valigetta-salvagente era dietro di lui.
Si fa presto, a dire. Comunicare un informazione è una cosa semplicissima, ma con che mezzo? In quel momento, non mi passò nemmeno per il capo il pensiero che il naufrago avrebbe potuto non intendermi affatto. La situazione era talmente chiara, che qualsiasi voce o gesto sarebbero stati sufficienti a metterlo sulla strada giusta. Ma l'informazione vitale non potevo certo gridargliela nelle orecchie, perché non mi avrebbe udito. Non avrei potuto tirarlo per la manica della tuta, nemmeno per un angolino, perché non riuscivo ad afferrarlo. Non avrei potuto trasmettergli la cosa via radio, perché non sapevo su quali frequenze fosse sintonizzato il suo ricevitore, né avrei saputo in quale lingua parlare, né sarei riuscito ad inventare su due piedi un codice abbastanza universale ed evidente per trasmettergli in punti e linee un messaggio come questo: "Subito, dietro e sotto di te". Ahimé, la cosa non era semplice. Lui sì, avrebbe potuto comunicarmi qualcosa a gesti, ed io lo avrei capito benissimo. Quasi quasi, avrei potuto fargli dei gesti anche io: mi avrebbe però visto?
Lo immaginai di nuovo in mezzo alla stanza, e immaginai me in piedi sulla scaletta, intento a roteare le dita davanti al suo viso. Niente da fare. Io lo vedevo perché avevo l'oscilloscopio in funzione, altrimenti per me l'uomo non sarebbe nemmeno esistito. Lui, una sorgente di energia paragonabile non l'aveva, e pertanto io per lui non esistevo. Affinché io potessi rivelare la mia presenza, il naufrago doveva illuminarmi con un fascio di raggi catodici, come io facevo con lui. A questo punto, capii che non era necessario che lui avesse la sua sorgente di energia. Molto più semplicemente, io avrei ruotato l'oscilloscopio in modo da illuminare il mio viso e le mie mani, e lui mi avrebbe visto. Sarebbe bastato puntare l'indice verso la valigetta, ed il naufrago avrebbe capito.
Purtroppo tutto questo era un ragionare a vuoto, perché l'uomo era già sparito inghiottito dal pavimento, lui ed il suo "salvagente". Per me era come se fosse già annegato. Ma in realtà - mi dissi - non era definitivamente sparito: in quel momento stava ancora proseguendo la corsa nel suo spazio. Che per qualche incomprensibile ragione corrispondeva allo spazio della mia stanza, inserita nel mio condominio, inserita su questa Terra. In quel preciso momento l'uomo stava attraversando, in lenta diagonale, il soggiorno dei Lorenzi, al piano di sotto. Battei i tasti della mia calcolatrice, e trovai che ci sarebbe rimasto per tre quarti d'ora circa. Più sotto c'era l'appartamento dell'avvocato, più sotto ancora quello della vecchia Sereni, e al pianoterra il negozio del signor Giulio. Dopo tre ore il naufrago sarebbe comparso al soffitto dello scantinato, nei pressi della centrale termica. Siccome questo locale è alto circa quattro metri, tenendo conto della diagonale il mio uomo sarebbe sprofondato in maniera realmente definitiva dopo un'altra ora e tre minuti.
Non era tutto perduto, dunque, ed era molto chiaro che cosa dovevo fare. Dovevo trasportare tutta la mia attrezzatura nello scantinato, piazzarla sulla traiettoria della caduta in modo che l'oscilloscopio potesse illuminarmi, e quindi farmi vedere anche dal naufrago, e aspettare con pazienza che emergesse dal soffitto per potergli fare il gesto rivelatore. Sarebbe così venuto a sapere che il "salvagente" era immediatamente dietro alle sue spalle, e avrebbe potuto girarsi subito di quel tanto che era sufficiente per afferrare la sua unità di salvataggio.

* * *

Dieci minuti dopo avevo ammucchiato già tutto il materiale necessario - oscilloscopio, scaletta, prolunghe, eccetera - davanti alla porta d'ingresso del mio appartamento, pronto a trasferire tutto nell'ascensore e a scendere nella sala termica. Avevo già la chiave dello scantinato in mano, quando mi balenò un pensiero che mi fece sedere scoraggiato sull'oscilloscopio che avevo posato in terra. Quel pensiero avrebbe dovuto venirmi prima, così avrei risparmiato tanta fatica e tante illusioni.
Era una cosa banale, che come tutte le cose banali difficilmente attira l'attenzione. Come vi ho detto, il tempo di un secondo, per quell'uomo, valeva ottocento dei nostri. Alla sua velocità di caduta, ottocento secondi dei nostri volevano dire poco più di un metro di percorso nel nostro spazio. Potevo valutare il percorso effettivo nella sala termica in circa cinque metri, e questo significava che il naufrago mi avrebbe visto per circa cinque secondi - se pure in quel momento guardava nella mia direzione. Come si fa a trasmettere un messaggio in cinque secondi? Come utilizzare cinque secondi, in parte per superare lo sgomento e la perplessità di un uomo alla deriva nello spazio che si vede apparire di fronte un fantasma che gli fa dei gesti, e poi dire la cosa importante, cruciale? E tutto questo nell'ipotesi migliore, e cioè che l'intero percorso nella sala termica fosse libero, e non che invece parte di esso si effettuasse nello spazio inaccessibile dietro qualche trave, o addirittura dentro il serbatoio del gasolio.
Tornai scoraggiato nel mio laboratorio, ma con una idea di riserva. Persi qualche tempo a sfogliare le pratiche condominiali, ma dopo un po' ne uscii con una vecchia eliografia raffigurante lo spaccato del fabbricato. Mi era servita al tempo in cui avevo fatto l'impianto dell'antenna Tv centralizzata. Su questo foglio misi a punto il mio piano di battaglia. Rappresentai con una linea la traiettoria stimata del naufrago attraverso tutti i piani dello stabile, e mi misi a considerare le diverse possibilità. Quello che avevo in mente di fare, lo avrete certamente capito: tentare di guadagnare preziosi secondi di comunicazione intercettando il mio uomo non soltanto nella sala termica, ma anche in qualche piano intermedio.
Ma non potevo certo attaccarmi al campanello dei Lorenzi, quelli che stanno sotto di me, ad un'ora così tarda, con tutto il mio bagaglio, spiegando che dovevo comunicare qualcosa ad un naufrago dello spazio. E poi era già passato troppo tempo: l'uomo era probabilmente a metà del loro soggiorno, con un percorso utile ridottissimo. Più sotto l'avvocato era in ferie, e pertanto il suo appartamento era praticamente inaccessibile. Né potevo pensare di invitare la vecchia Sereni ad uno spettacolo di fantasmi, ché altro non avrebbe potuto immaginare, anche nell'ipotesi che mi avesse lasciato entrare. Ero abbastanza simpatico al signor Giulio, ma avrei dovuto tirarlo fuori dal letto di casa sua - e con che scusa? - per farlo venire al negozio.
Già, pensandoci bene, l'appartamento dell'avvocato era vuoto. E le chiavi le aveva il custode, nell'altra scala. E il custode ritornava tardi, a casa. E quando gli chiesi di poter fare a quell'ora un lavoretto che l'avvocato mi aveva commissionato prima di partire per le ferie, mi guardò storto. Per persuaderlo dovetti inventare un sacco di storie: domani dovevo partire, mi ero ricordato improvvisamente di quel lavoro, non potevo deludere l'avvocato. Il custode non mi credette affatto, ne sono sicuro, perché venne con me fin sull'uscio. Soltanto quando vide i miei arnesi sembrò pensare che facessi sul serio. Entrò, ispezionò la stanza dove avevo detto di dover lavorare, chiuse tutte le altre, mi consegnò la chiave dell'ingresso con uno sguardo ostile e mi lasciò solo. Siccome mi teneva già per stravagante, non avevo paura di diminuirmi ai suoi occhi. Fortuna che anche i televisori dei custodi si guastano, di tanto in tanto.
Secondo i miei calcoli, il naufrago avrebbe dovuto apparire al soffitto della stanza da letto dell'avvocato di lì ad un quarto d'ora, dieci minuti dopo la mezzanotte. Stabilii approssimativamente il punto di apparizione sul soffitto, e vi collocai sotto la scaletta sulla quale mettere l'oscilloscopio. Io sarei potuto salire sul grosso cassettone, e pertanto stesi su di esso una coperta. Stavo arrampicandomi con l'oscilloscopio sulla scaletta, quando fui afferrato da un'ultima, disastrosa intuizione.

* * *

Penso che fu proprio il peso dell'oscilloscopio a farmi riflettere quanto quell'arnese fosse inutile alla bisogna. Perché infatti io riuscivo a vedere il naufrago? La spiegazione che mi ero dato - come ricorderete - era che l'energia ad alta frequenza del cannone catodico, incontrando qualcosa nello spazio, veniva restituita ai miei occhi con una frequenza minore, che per puro caso era visibile. Confusamente mi dicevo che, poiché l'uomo andava lento, anche le radiazioni erano rallentate.
Mettiamoci ora dal punto di vista del naufrago. Io sono velocissimo - ottocento volte più veloce di lui - e pertanto qualsiasi radiazione mi colpisca, viene riflessa verso di lui con una frequenza ottocento volte maggiore Se io vengo illuminato da radiazioni visibili, queste giungono a lui già trapassate nell'ultravioletto, e perciò sono invisibili. Se vengo illuminato dalle radiazioni dell'oscilloscopio già di per sé invisibili perché la loro lunghezza d'onda è troppo piccola, non ho alcuna speranza di essere visto Anzi, aggravo la situazione. L'oscilloscopio era letteralmente inutile.
Dovevo trovare immediatamente una qualche sorgente di energia a frequenza minore di quella visibile con la quale illuminarmi - e per la precisione, di ottocento volte minore. In altre parole, una sorgente di raggi infrarossi, ma dove trovarla? Qualche istante dopo ero di nuovo nel mio laboratorio a cercare freneticamente certe vecchie stufe a riflettore con le quali qualche anno prima mi ero illuso di fare un po' di caldo supplementare in bagno. Fortunatamente ne trovai subito due che funzionavano ancora, una di due kilowatt e l'altra di tre quarti. Pulii gli specchi - perché nemmeno un briciolo di energia andasse disperso - afferrai altri cavi e una stecca di spine triple, e ridiscesi precipitosamente nell'appartamento dell'avvocato.
La messa in scena fu assai laboriosa. Avevo una fretta tremenda, perché l'oscilloscopio, già in funzione sul cassettone e tenuto in posizione con qualche libro verso il soffitto, mi aveva rivelato la presenza della gamba sinistra dell'uomo. I miei calcoli erano stati un po' imprecisi: il piede era comparso un po' troppo verso il centro della stanza, e quindi la traiettoria sarebbe stata un po' più sfavorevole, finendo essa in un punto del pavimento assai vicino alla parete. Per farmi vedere dal naufrago fino all'ultimo momento utile, avrei dovuto stringermi fra la parete e la traiettoria del corpo, perdendo un notevole intervallo di tempo destinato alla trasmissione del messaggio.
Su un mobiletto che avevo trascinato dall'atrio in camera da letto collocai le due stufe, orientandole verso il soffitto. Io mi appollaiai sulla scala, più in alto che potei, fin presso alla gamba che stava scendendo, e facendo in modo che la traiettoria del naufrago mi passasse fra i piedi. Stimavo così di essere sufficientemente vicino da essere visto bene, e sufficientemente lontano da non causare troppo spavento. Discesi dalla scaletta e risistemai le stufe, ponendole un po' di lato rispetto alla traiettoria, affinché il mio viso fosse investito in pieno dal loro calore, ma non fosse eventualmente messo in ombra dal passaggio del corpo del naufrago. Accesi tutte le luci della stanza - anche le lampadine comuni sono sorgenti di infrarossi - e azionai il condizionatore della camera da letto, ma nel senso di aumentare ancora la temperatura della stanza. Erano tutte radiazioni infrarosse che dovevano favorire in qualche modo la mia visibilità.
Mi arrampicai di nuovo sulla scala, mentre ormai il corpo era visibile già fino alla cintura.

* * *

Mentre attendevo che comparisse il viso dell'uomo, pensavo a quanto avevo già visto su nel laboratorio, e all'effetto che avrebbe prodotto sul naufrago la mia improvvisa apparizione. Ma il mio castello di ipotesi era almeno abbastanza fondato? Avrei potuto effettuare la mia comunicazione, tanto vitale per quel disgraziato?
Una cosa, almeno, era evidente: per quell'uomo il tempo scorreva a una velocità molto inferiore al nostro - circa ottocento volte minore, se i miei conti erano giusti. Su questa evidenza, della cui plausibilità non ero affatto sicuro, si basava tutta la mia strategia di salvataggio. E per rincuorarmi, andavo ripetendomi che i movimenti del naufrago quasi non erano osservabili, tanto erano lenti, tanto procedevano per spostamenti infinitesimi. Eppure un uomo in quella situazione si agita, scalcia, tenta di rigirarsi, rotea gli occhi convulsamente. Tutte cose che invece non si potevano constatare. Ora che osservavo la parte inferiore del corpo che scendeva lentamente nella stanza, potevo dire di notare qualche mutamento nella posizione delle gambe, che apparivano spostate una in su e l'altra in giù, come quelle di chi cammina. Ed anche il busto mi appariva sensibilmente ruotato in senso antiorario.
Ne risultava che, se l'uomo avesse potuto vedermi, io sarei apparso in moto ad una velocità vertiginosa. Il tempo che io avrei preso, poniamo, per scendere dalla scaletta, andare alla porta, ritornare e risalire sulla scaletta - in tutto non più di venti secondi - sarebbe rimasto contratto in appena venticinque millesimi di secondo, una durata abbastanza breve perché non si potesse vedere nulla. Per poter essere notato, dunque, avrei dovuto rimanere fermissimo per un'intera mezz'ora, appena due secondi e mezzo del suo tempo. E siccome il corpo si spostava lungo la stanza, avrei dovuto anche assecondarne il moto, cambiando di posto alla scala senza farmi notare, accompagnando l'uomo in volo attraverso la stanza fino al pavimento dall'altra parte.
E poi, come avrei fatto a farmi capire? Provai a mettermi nella posizione di uno che indica con il braccio un pericolo. Puntai l'indice verso il luogo dove sarebbe apparso il "salvagente", e mi studiai di assumere un'espressione inequivocabile di sorpresa, di urgenza estrema, e poi un'espressione imperiosa, badando bene di allontanare qualsiasi sfumatura minacciosa. Questo era veramente difficile. A un certo punto scesi dalla scaletta, andai di fronte allo specchio grande del guardaroba, e passai in rassegna tutti gli atteggiamenti che avevo escogitato. Nessuno di essi mi soddisfaceva veramente, ma non riuscivo a trovare di meglio. Dovevo mettermi di fronte o di lato? Dovevo apparire sicuro e benevolo, oppure spaventoso e impellente?
Nel frattempo era emersa dal soffitto la visiera del casco. Si era alzato il sipario.

* * *

Era trascorsa già quasi mezz'ora. Il braccio teso mi doleva, e l'indice con il quale segnalavo il "salvagente" mi tremava. Ero ormai sull'ultimo gradino in basso della scaletta con le gambe contratte fino allo spasimo e la schiena irrigidita. Respiravo malamente ma soprattutto ero disfatto dal caldo. Le due stufe mi ardevano in faccia, e il sudore mi correva giù dappertutto. Nella stanza c'erano almeno trentacinque gradi e io cominciavo a pensare che avrei potuto anche spogliarmi Ma che effetto avrebbe avuto sul naufrago quel mio cambiamento di aspetto? Andavo dicendomi che avrei potuto vestirmi di bianco o mettermi addosso un lenzuolo o ricoprirmi di stagnola, magari di quella in rotoli che c'era in cucina. Nessun sacrificio mi sembrava grande, nessun espediente insignificante allo scopo di rendere visibile il mio segnale.
Di fronte a me c'era lui, come disteso su un invisibile supporto. Illuminata dal vicinissimo oscilloscopio adesso la tuta brillava più che mai, mostrandomi numerosi particolari che prima non avevo notato e che ora la lunghissima e penosa osservazione metteva in risalto. Le braccia dell'uomo stavano ripiegandosi e anche il ginocchio destro saliva visibilmente. Non riuscivo però a capire se questo era un effetto del mio messaggio o soltanto una serie di movimenti istintivi e non coordinati. Da dietro la visiera due occhi profondi mi fissavano con una fermezza che io sapevo dovuta al lento scorrere del tempo del naufrago, ma che tuttavia mi incuteva un sentimento molto vicino alla paura. Confondendosi con le ombre all'interno del casco, le sue tempie mi sembravano affilate, e alle volte la sua testa mi pareva un teschio. Avevo l'impressione di essere proteso su un sarcofago, e che il morto volesse dirmi qualcosa, o proferire una minaccia.
Stavamo a guardarci come le statue di un gruppo marmoreo, e dentro di me scorrevano velocissimi i pensieri più fantastici. Mi stava davvero guardando? O non era la sua occhiata come quella di certi personaggi seicenteschi che ti fissano dalla tela, che ti osservano con muto disprezzo, e dietro il quadro non c'è niente?
Altre volte avevo l'impressione di essere in un teatro di posa cinematografico, sotto il calore torrentizio dei riflettori, e di stare interpretando una scena di qualche tragedia classica. Immobilizzato e proteso com'ero in quel mio gesto archetipico, non potevo fare a meno d'interrogarmi sui sentimenti che provavo per quell'uomo in balia della deriva spaziale. E' indubbio che sentissi per lui una profonda pietà, ed entro certi limiti anche un'autentica angoscia. Ma con me stesso cerco di non fare mai l'ipocrita, e capivo benissimo che in quella straordinaria situazione io ero mosso soprattutto dal desiderio dell'ignoto e dell'avventura, dall'impulso a compiere un gesto tecnologico senza eguali, dall'insopprimibile convincimento che non ci sono frontiere - né spaziali, né temporali, né d'altro genere - all'astuzia dell'uomo che contrabbanda i suoi scopi fra le pieghe di tutte le leggi della natura.
Mi scossi dalle mie fantasticherie soltanto quando mi accorsi che la visiera dell'uomo era completamente sprofondata nel pavimento, e che pertanto ora non mi poteva vedere più. Nel buio dello spazio dovevo essere apparso a lui come l'ombra di un trapassato - forse rossa o forse blu, a seconda del fattore di moltiplicazione dell'energia che avevo impiegato. Per due brevissimi secondi il mio uomo doveva aver avuto la visione di uno spettro ghignante sullo sfondo nero delle stelle, e doveva essersi senz'altro chiesto quale dio volesse rendergli più penosa l'agonia con simili allucinazioni. Questo però se era un pusillanime: perché se era un duro, non avrebbe badato all'origine od alla forma del messaggio, ma avrebbe afferrato soltanto e subito il suo contenuto di salvezza.
Per un po' stetti ad osservare la valigetta di soccorso, che però non m'interessava più. Urgeva il secondo appuntamento, quello dello scantinato. Meticolosamente raccolsi tutte le mie robe e le portai sul pianerottolo, poi rimisi in perfetto ordine la stanza da letto dell'avvocato, ripulendola ed arieggiandola. Di tempo ne avevo.

* * *

L'installazione dei miei arnesi nella sala termica del condominio fu una cosa assai laboriosa, e per un po' temetti di non riuscire a prepararmi per il secondo appuntamento. Ero quasi certo che due secondi di apparizione, per il naufrago, fossero un tempo troppo breve perché riuscisse ad afferrare il messaggio e ad agire di conseguenza. Bisognava confermare il significato della prima apparizione con un'altra perentoria indicazione, additando magari da un'altra posizione il luogo dove stava il salvagente, e precisando così fuori di ogni dubbio da che parte il naufrago avrebbe dovuto voltarsi per afferrare il maniglione senza gesti inutili che potessero aumentare la sua deriva nei confronti della valigetta.
Dicevo che i miei preparativi furono laboriosi, ed è facile capire il perché. La sala termica era tanto alta da sembrare una cattedrale, immersa nella penombra cui era stata condannata dalla parsimonia condominiale. Trovare delle scale lunghe fu un affare serio, e anche scegliere le prese di corrente cui attaccare il mio parco lampade. Non mi decidevo poi a montare e a mettere in funzione il tutto perché ero francamente incerto sul punto del soffitto dal quale sarebbe uscito il mio uomo. Tenevo perciò tutti gli attrezzi in formazione di pronto impiego flessibile, preparandomi sia a montare il mio castello nel vuoto, che ad arrampicarmi fra i serbatoi e i tubi della centrale. Per quanto riguarda le radiazioni infrarosse d'ambiente nella sala termica il caldo certo non mancava perché era in funzione il bruciatore dell'acqua calda, il cui brontolio era a tratti insopportabile.
Alle tre e venti - all'ora cioè in cui stimavo dovesse ricomparire l'uomo - accesi l'oscilloscopio e cominciai a spazzare il volume della sala. Nulla. Non potendo reggere lo strumento a braccia, lo collocai in piedi su un bidone, puntando il fascio di raggi sul soffitto. Passarono dieci minuti e non vidi ancora nulla. Dopo altri dieci minuti cominciai a chiedermi se per caso il naufrago non l'avrei visto più. Mentre era in volo attraverso il negozio del signor Giulio poteva aver afferrato la valigetta, averla messa in funzione ed essere ormai su una nuova traiettoria. Poco più tardi conclusi che la cosa era impensabile, anche tenendo conto del fatto che il negozio del pianterreno era più alto degli altri appartamenti. Ritenevo improbabile che il mio uomo - nei tre o quattro secondi che nel suo tempo soggettivo lo separavano dal momento in cui l'avevo lasciato sul pavimento dell'avvocato al momento in cui sarebbe emerso dal soffitto dello scantinato - avesse potuto vedermi, capire il messaggio e mettere in esecuzione la manovra di salvataggio. Anche accreditandolo di nervi d'acciaio.
Più il tempo passava più diventavo nervoso. Non c'era che da esplorare sistematicamente con l'oscilloscopio l'intera sala termica. Com'era naturale, la ricerca diede il suo frutto e scoprii che il mio uomo non fuoriusciva dal soffitto, ma da una parete laterale tutta ingombra di tubi. Il corpo era già tutto fuori e aveva compiuto una rotazione sull'asse longitudinale di almeno centoquaranta gradi, cosicché ora gli si vedeva la schiena. La gamba sinistra era diritta, quella destra piegata, nella posizione tipica dei saltatori in alto con il sistema ventrale. Il braccio destro era tutto teso all'indietro e non vi si vedeva nemmeno il gomito perché ancora immerso nella parete. Della testa si vedeva soltanto la gola, perché anche il capo era buttato all'indietro a seguire il movimento del braccio, e si confondeva coi tubi.
Era fatta, dunque! L'astronauta aveva capito il messaggio ed era già in piena attività per recuperare la valigetta salvagente. Ai miei tempi, un uomo così lo si definiva "un osso". Malgrado l'euforia del momento, non persi tempo a festeggiare. Prima di tutto, non sapevo ancora se avesse realmente raggiunto il maniglione. Non che lo potessi aiutare ancora, ma sarebbe stato abbastanza amaro per me scoprire che la cosa non era riuscita. Secondo, visto che ormai tutta l'attrezzatura era nello scantinato, volevo concedermi una specie di bicchiere della staffa.

* * *

Per poter guardare in faccia l'astronauta, e potermi far vedere da lui, ero seduto sul pavimento della sala termica, con le spalle appoggiate ai tubi che correvano sulla parete. Ai miei piedi le stufe roventi, alla mia sinistra l'oscilloscopio con lo schermo rivolto verso l'alto. A un metro e mezzo sopra di me, pancia in giù, volava l'astronauta, con la mano destra saldamente avvinghiata al maniglione della valigetta di salvataggio. I minuti scorrevano veloci, e la sua testa ruotava silenziosamente verso il basso, abbandonando la vista della valigetta, quasi a portarsi nella mia direzione. Ero in preda ad una vivissima emozione: mi alzai di scatto, e corsi a prendere un rotolo di cartone catramato che stava poco distante. Lo srotolai, lo misi a cavalcioni dei tubi che stavano dietro alla mia schiena, ad evitare che la mia immagine fosse guastata dalle luci e dalle ombre provenienti dalle strutture calde e fredde che stavano alle mie spalle. Mi rimisi a sedere, ed aspettai.
Finalmente, l'intera visiera dell'astronauta fu in luce, ed i raggi dell'oscilloscopio illuminarono anche l'interno del casco. Gli occhi dell'uomo non erano ancora a posto, e soltanto dopo altri interminabili minuti ebbi la sensazione che i nostri sguardi s'incontrassero. In quel momento distesi le labbra a un sorriso e alzai la mano destra all'altezza della tempia, con la palma rivolta in fuori. Rimasi inchiodato in quella posizione per una buona mezz'ora, correggendo lentamente la direzione del mio sguardo, finché la visiera dell'astronauta scomparve nel pavimento dello scantinato. Ebbi la soddisfazione di notare che, nel procedere verso il basso, pure il mio uomo mutava impercettibilmente la direzione dei suoi occhi, lasciandomi così capire che mi vedeva.
Non mi va di fare il sentimentale, ma vi devo pur confessare che rimasi ancora seduto sul pavimento, a guardare quella mano guantata che, stringendo la valigetta come in una morsa, fluiva inarrestabilmente nell'"altrove". Tirai un sospiro, e pensai che potevo abbandonarmi per qualche attimo alle mie emozioni, se non altro per scaricare la tensione che si era accumulata nelle ore che era durata la mia - ma anche la sua - incredibile avventura. Per lui ero stato come due brevi apparizioni di due o tre secondi l'una, intervallate da non più di cinque secondi. Mi chiedevo se alla seconda non gli ero finalmente apparso come uno spirito benigno, come il nume indigete di quel distretto spaziale, oppure come una sconosciuta sentinella che dopo avergli salvato la vita si era concessa un sorriso e un saluto.
Perché di qua o di là del fiume dello spazio e del tempo siamo tutti pronti a darci una mano, noi uomini stirpe di Odisseo.

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