L'"ispirazione": grande sconosciuta. Esiste, non esiste? Come riconoscerla? Una panoramica veloce, senza pretese di completezza (il tema è sconfinato) sulle modalità creative - a volte anche strane - degli autori di fantascienza.
Se qualcuno immagina lo scrittore di fantascienza un individuo staccato dal mondo reale, calato in un universo di cyborg, astronavi, macchine del tempo, in possesso di un inesauribile potere visionario negato ai comuni mortali, e magicamente capace di trascrivere sulla carta (o sullo schermo del pc) il "film" che automaticamente gli gira nella testa... commette un colossale errore. Ma proviamo a dare una rapida occhiata agli "attrezzi del mestiere".
Un vecchio modo per stimolare le idee è chiedersi "cosa accadrebbe se...?"
Isaac Asimov riferiva che spesso il suo sistema era questo. E' nota la genesi di uno dei suoi primi e più celebri racconti,
Nightfall (in italiano
Cade la notte, o anche
Notturno). John W. Campbell, il celebre
editor, lo aveva sfidato proponendogli come spunto per una storia una citazione da Emerson: "Se le stelle apparissero una notte ogni mille anni, quanto crederebbero e adorerebbero gli uomini, e per quante generazioni conserverebbero il ricordo della città di Dio!". Al
Good Doctor venne l'idea di un pianeta appartenente a un sistema multiplo di sei soli, sul quale la notte cade una volta ogni 2.050 anni, in coincidenza di una eclissi: l'arrivo di quelle tenebre fa impazzire di terrore gli abitanti e porta ogni volta alla distruzione della civiltà. (Asimov drammatizzava lo spunto iniziale sviluppando una storia che dava rilievo la scienza e condannava il fanatismo religioso).
Un altro esempio tra tanti è il racconto
Capolavoro, di
James Blish (apparso in Italia varie volte, la prima in
Prigione senza sbarre, Fanucci, 1977). Blish si chiedeva
cosa accadrebbe se... si potesse impiantare nella mente di una persona la psicologia di un altro individuo, nel caso in questione il compositore austriaco Richard Strauss. La risposta fu davvero un piccolo, toccante (e un po' crudele)
capolavoro di sf.
Chiedersi cosa accadrebbe se le cose andassero in modo diverso è un esercizio intellettuale che può portare l'immaginazione fantascientifica a riflettere su argomenti "forti". Chi scrive - e legge - sf , spesso è anche un po' "filosofo" (nel senso che ha interesse a osservare il mondo con occhi diversi, ponendosi da punti di vista inconsueti), o è un po' utopista, o è semplicemente una persona dalle radicate istanze etiche, incapace di accettare supinamente le storture del mondo. Sotto questo aspetto c'è da augurarsi che non nasca mai un autore di sf con... poteri sovrumani: il nostro universo potrebbe finire col somigliare a uno di quelli descritti da
Philip Dick in
L'occhio nel cielo, o da
Ursula LeGuin in
La falce dei cieli. Se non peggio. Perfino di un Paradiso Perfetto descritto da (o maturato nella mente di) un autore sf, potete giurarci, ci sarebbe da diffidare...
Ma per fortuna queste cose non accadono nella realtà, bensì nei mondi virtuali della scrittura e della pagina: il che è un gran bene. Voglio dire: è un bene che accada, perché ha permesso la nascita di tanti libri significativi e bellissimi: un risultato non da poco, per un genere letterario - la fantascienza - ritenuto eminentemente di consumo.
(Sull'argomento vorrei aggiungere qualcos'altro, un po' agli antipodi dell'imperante
politically correct: è anche questo di cui parliamo, credo, uno dei motivi per cui si incontrano lettori fanaticamente convinti che la fantascienza migliore sia quella piace a loro, e assolutamente intransigenti in materia: a differenza di altri genere letterari, la sf può scatenare la "sindrome del demiurgo"! Evidentemente essa può far trasparire con particolare forza archetipi, valori, implicazioni sociali).
Ma procediamo. Un'altra "macchina" - analoga benché non identica alla precedente - per la creazione di spunti e idee è l'
estrapolazione. Si parte da una tendenza del momento (economica, politica, culturale, scientifica) e la si proietta nel futuro, estremizzandola. Un esempio possono essere alcuni
magatrends del 2000: il business delle bio-ingegnerie, dei nuovi media, i disastri della
new economy, il boom delle arti visive, le nuove droghe intelligenti... In passato alcuni autori sfruttavano l'estrapolazione per creare fanta-satire sociali. Si pensi a
I mercanti dello spazio di
Frederik Pohl &
Cyril Kornbluth (1952) in cui già si prevedevano multinazionali dal potere assoluto, cittadini inebetiti da una pubblicità proiettata direttamente sulle rètine, droghe immesse subdolamente nelle bevande per dare assuefazione alla marca specifica, e altre piacevolezze.
Ma parlando di idee, è il caso di soffermarsi su una considerazione di carattere generale. Se proviamo a partire dall'inizio (ovvero dai moventi che inducono una persona, lo scrittore appunto, a fissare sulla carta le sue fantasie) dobbiamo ricordare, con il buon Freud, che "l'uomo felice non fantastica; solo l'insoddisfatto lo fa (...) e ogni singola fantasia è un appagamento di un desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti." Chi scrive insomma rielabora materiale emergente dal profondo, materiale che dovrà ovviamente subire un processo di razionalizzazione (nel quale giocheranno i valori formali, i codici linguistici, e così via). Ma "perché" certe rielaborazioni portano alla fantascienza e non, per esempio, alla narrativa tradizionale, o al
noir, o al giallo? Credo di aver già lasciato intendere la mia idea: l'insoddisfazione di chi scrive fantascienza coinvolge non solo persone, o oggetti, o singoli eventi, ma l'intera realtà. La spontanea domanda
cosa accadrebbe se... risveglia facoltà critiche nei confronti del mondo, anzi dell'intero universo. E la
science fiction, oggi, appare l'unica narrativa capace di calarci nei meandri più oscuri della società a venire, in mondi interni ed esterni, nelle dimensioni stravolgenti di nuove tecnologie, delle nuove forme di potere.
Ovviamente le idee si possono ricavare anche da altre scritture: non è una novità che "i libri nascono dai libri". Uno dei massimi autori del '900,
William Faulkner, rivolgeva apertamente agli aspiranti autori l'esortazione:
copiate! Il che, ovviamente, non significava plagiare, bensì assorbire dagli altri per ricreare a propria immagine.
James Gunn (scrittore, curatore, giornalista, docente universitario), per esempio, ha scritto che il suo romanzo
Progetto Stelle (Armenia, 1978), fu ispirato da
We Are Not Alone, un volume in cui Walter Sullivan traccia un panorama storico dei tentativi umani di comunicare con ipotetici mondi abitati.
E in effetti, se si legge un racconto con atteggiamento critico (cioè non passivamente), se ne possono ipotizzare differenti sviluppi, nuovi dialoghi, diramazioni nuove; o si può ipotizzare il capovolgimento della situazione descritta. Troviamo un bizzarro esempio di questo tipo in un romanzo dello statunitense
Garrett P. Serviss,
Edison's Conquest of Mars (1947): l'autore ribaltava il tema wellsiano de
La guerra dei mondi, e una flotta spaziale terrestre - la cui costruzione veniva supervisionata nientemeno che da Edison in persona - salpava verso Marte, per impartire una sacrosanta lezione ai "mostri verdi".
Donald Wollheim - scrittore, antologista, direttore di riviste - ha dichiarato a sua volta: "La sf si costruisce sulla sf"; il che a mio modesto avviso è vero, ma non al cento per cento. Basti pensare ai romanzi di
Michael Bishop, o dello stesso
William Gibson, per rendersi conto di quante altre letture oltre alla sf (a partire dallo stesso mainstream) vi siano alle spalle.
Eppoi, naturalmente, uno scrittore dovrebbe sempre avere con sé un taccuino o un'agenda elettronica per segnarvi le proprie idee, perché queste hanno la spiacevole tendenza a dileguarsi subito e irrimediabilmente. Dopo verrà il momento della cernita, ma con quali criteri? Si privilegieranno soltanto - ci illumina ancora James Gunn - quegli spunti che avranno "la facoltà magica di ricreare un senso di eccitazione, di caldo allo stomaco, di fuoco nella testa: è da questi sintomi che si riconosce la buona idea".
Un genere di ispirazione davvero diversa è quella descrittaci da
Damon Knight: "Un racconto, per me, generalmente comincia con un'impressione nebulosa intraducibile in parole. Ho un'idea dell'ambiente, o di un congegno, se si tratta di un racconto basato su un congegno; il problema è poi escogitare eventi organizzati in modo da dar corpo all'impressione iniziale"
(Come si vende un racconto, in
Aliens n. 1, 1979). Spesso questa sensazione - sempre per Knight - esula dai cinque sensi e ha "una superficie indefinita. E' vagamente sferica o ovoidale ed è grande circa come un'unghia. E' non verbale, come una nota musicale... Porta in sé una profonda emozione, ma io non so quale sia... forse angoscia, o disperazione". (Indubbiamente questo autore avrà qualche problema ad annotare in modo utile "idee" del genere sul suo taccuino!) Ma ecco che poi - conclude lo scrittore - la sensazione si chiarifica, e nasce una storia "come un cristallo che cresca in una soluzione supersatura." (Immagini e sensazioni come queste non potevano venirci che da un fantascrittore).
Anche Ursula LeGuin, nel suo saggio
La fantascienza e la signora Brown (Ed. Riuniti, 1985) accenna a qualcosa un po' simile. "Un libro non mi giunge in forma di idea, o di intreccio, o di società, o di messaggio; mi giunge in forma di
persona. La vedo a una certa distanza, di solito immersa in un paesaggio... Il mio compito è arrivare laggiù". Fu così, continua l'autrice, che ebbe avvio il celebre romanzo
La mano sinistra delle tenebre (Libra, 1971; Nord, 1988).
Altre testimonianze sono molto diverse. La scrittrice inglese
Tanith Lee ha affermato che spesso nei suoi romanzi ella non ha alcun potere sulla genesi e lo sviluppo delle idee. La narrazione sgorga dalla sua penna quasi fosse qualcun altro a suggerirgliela; e questo è quanto. (Penso però che una simile immagine da "scrittura automatica" somigli troppo all'idea popolare dello scrittore col film già bell'e pronto in testa. Esistono davvero autori così dotati? Boh. Se esistono, essi si perdono il momento migliore, quello del famigerato "travaglio creativo". Ma la mia è ovviamente una forma di invidia).
A questo punto sarà opportuno precisare che, più che per altri generi narrativi, le idee costituiscono un ingrediente indispensabile nella sf, tanto che questa un tempo veniva spesso qualificata come "letteratura di idee", benché al riguardo non mancasse il dissenso. Negli anni Settanta, per esempio, c'era chi sosteneva che la fantascienza fosse una narrativa capace di vivisezionare la realtà non tanto per le sue insolite idee, ma per certi suoi strumenti linguistici; e a sostegno si citavano autori come Delany, Lafferty, Disch, Malzberg, e altri. Ma indipendentemente da come la si pensi, credo sia innegabile che le "idee" restano una componente fondamentale della sf, diversamente da quanto può accadere - ad esempio - per una letteratura affidata eminentemente allo stile, o imperniata su eventi sostanzialmente ordinari e in cui poco o nulla accade ai personaggi. Opere di quest'ultimo tipo appartengono soprattutto al mainstream, dove il contesto, coincidente con la realtà, non abbisogna di novità o di trovate eclatanti.
Va comunque aggiunto, tanto per non semplificare le cose, che anche nella sf l'importanza della idea-cardine è stata spesso ridimensionata. Molte storie dello stesso Dick, per esempio, rigurgitano di idee ma puntano soprattutto a un complesso discorso sull'interazione alienante tra uomo da una parte, tecnologia mass media e potere dall'altra. Negli anni Ottanta emerse negli Usa una corrente di fantascrittori che introdussero nella loro scrittura alcune caratteristiche della narrativa minimalista: eventi senza storia, quotidiani, al confine dell'insipido, mentre l'elemento fantascientifico (l'idea, appunto), che spesso era una "catastrofe", si intuiva gradualmente dietro lo sfondo. Nei casi riusciti, direi che l'effetto di un tecnica del genere si rivelava subdolamente spiazzante, perché creava in modo nuovo
l'alienità di un contesto che era, ma al contempo non era, quello della più banale routine quotidiana. Un paio di esempi: i racconti
Ghiacciaio di
Kim Stanley Robinson (
Urania Millemondiestate 1989), che tra le righe narra di una nuova glaciazione, e
Fedeltà di
Michael Bishop (
Robot Speciale n. 3, 1977), dove ciò che accade rivela il suo vero senso solo verso la fine, allorché il lettore si accorge che c'è stata una invasione aliena.
In quanto a mia volta scrittore, porterò qualche testimonianza personale. La genesi del romanzo Gli universi di Moras (1990), che vinse la prima edizione del premio Urania, partì da una immagine puramente emotiva: una specie di caverna nera o voragine spaziotemporale, e sullo sfondo qualcuno, con una sensazione di "perdita". Questo "qualcuno" divenne la coppia Toni Moras e Belle; il "nero" divenne l'insieme degli universi possibili. Per Il pianeta dell'entropia, apparso nel 1978 su Robot n. 22 e appartenente a un mio piccolo ciclo di Storia Futura Libertaria, ero partito invece da un immaginario accostamento tra i due concetti di entropia (con riferimento al "degrado dell'energia") e di rivoluzione (marxianamente intesa come "energia" - cioè motore - della Storia). Oggetto del racconto divenne un mondo prossimo venturo in cui contrasti e lotte sociali si smorzavano del tutto, pur permanendo - e anzi amplificandosi - disparità e ingiustizie. Un'altra storia, Tre per uno (1974), nacque in modo più convenzionale. Un caro amico mi confidò una sua penosissima condizione di omosessualità mascherata. Ne volli trarre una storia in cui due uomini e una donna cooperavano volontariamente (grazie a nuove tecnologie genetiche) per far nascere un bimbo. Questo, figlio genetico dei due uomini - ciascuno dei quali aveva fornito un cinquanta per cento circa del corredo cromosomico - veniva partorito dalla donna. Aggiungo che in quell'epoca la tematica delle "diversità" era molto sentita in una certa sf, anche sull'onda ancora viva del Sessantotto (le nuove bio-ingegnerie erano però ancora qualcosa di vago e distante). Questa storia apparve su Nova Sf, ed è anche su Delos n. 34. Un recente evento ha trasformato Tre per uno da fantascienza in cronaca: una donna ha portato avanti la gestazione di un ovulo i cui cromosomi originali erano stati sostituiti da quelli di un uomo; ovulo poi fecondato con gli spermatozoi di un altro uomo. Una soluzione "tecnica" più semplice di quella da me immaginata, ma con un eguale ménage à trois.
(Questi, sottolineo, sono alcuni casi personali: è chiaro che ogni autore ha un suo modo di vivere situazioni del genere; come pure è chiaro che, perfino per il medesimo scrittore, difficilmente si presenteranno due situazioni identiche).
Freud asseriva giustamente che i meccanismi della creazione (letteraria) sono simili a quelli onirici. Occorre imparare a "sognare ad occhi aperti", lasciando emergere quanto è celato. Secondo alcuni psicologi l'atto creativo si apparenta... allo svuotamento intestinale: stessa smania impellente e talora impotente di liberarsi di un peso, stessa tensione, poi il medesimo senso di leggerezza. (Quali i frequenti risultati? Chissà...) E' comunque evidente che una o più buone idee non bastano a fare un buon racconto, meno che mai un buon romanzo. Chiunque può avere un'idea narrativamente interessante, o una bella idea musicale, ma non tutti sono in grado di sviluppare questi spunti in una storia o in una canzone, per non dire di una sinfonia. Altrimenti ciascuno di noi sarebbe un valente creatore di romanzi, e anzitutto di coinvolgenti autobiografie (quante volte abbiamo sentito dire:
la mia vita è un romanzo. Sarà vero soggettivamente, ma purtroppo nulla di più). Dovendo scegliere tra i due mali: è meglio una storia originale trattata in modo insufficiente, o un libro leggibile ma scialbo? Questione di... masochismi, anche se personalmente preferirei il primo caso. Il fatto è che una
idea ha bisogno di una storia, personaggi, uno sviluppo, una conclusione possibilmente imprevedibile, dialoghi, descrizioni, caratterizzazioni. Lo scrittore autentico è colui che riesce (per propensione personale, ma anche e soprattutto per aver molto letto e riflettuto sulla struttura della narrativa altrui) ad armonizzare l'insieme. Esiste e talora dilaga il
creative writing, che può rivelarsi un valido ausilio a gestire certe situazioni tecniche, ma esso non creerà mai dal nulla maestri della narrazione. Ed evidentemente non è un caso se, negli Usa, molte scuole di scrittura attingano, quanto ad esempi da analizzare, proprio alle storie di fantascienza: queste possono presentare infatti un
mélange di situazioni e personaggi "esemplari".
Dalle sgargianti idee-cardine delle storie degli anni '20 e '30, un po' ingenue e solitamente incentrate su mirabolanti invenzioni, la sf è approdata - attraverso vari periodi e momenti - alle suggestioni in sordina di narratori che flirtano col mainstream, giù fino alla esplosione del cyberpunk, esprimendo un patrimonio complessivo di ipotesi, situazioni, estrapolazioni, davvero imponente, ricchissimo, unico. Oggi le idee della sf, rispetto alla vitalità dei decenni trascorsi, sembrano ristagnare in una generalizzata ripetitività (tranne le solite poche eccezioni). Forse la "storia delle idee", in questa letteratura, ha compiuto una sua parabola. E ormai si cercano nuovi stimoli altrove, attingendo dai fumetti ai videogames, fino a differenti generi e media.
Ma questa è un'altra... storia, che oltrepassa il nostro tema e ci porta al controverso concetto di "morte della fantascienza". Del quale si è già detto: anche su Delos, ovviamente (si vedano articoli vari sul n. 58).