CAOS USA - LO SCIACALLO DI NAR - L'INCANTATORE RINATO - IL PROFUMO - L'UOMO, QUESTA MALATTIA
Caos USA
recensione di Vittorio Catani
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Autore Bruce Sterling
Titolo Caos USA
Titolo originale Distraction
Traduzione Carlo Borriello
Edizione 1998 Fanucci, Il Libro d'oro
Pagine 521
Prezzo L. 28.000
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  discreto |
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La IV di copertina recita: "Una grande satira sul futuro degli Stati Uniti e del capitalismo globale. In questo romanzo di idee e sentimenti politici, Sterling immagina un mondo possibile che è frutto dell'attuale stato delle cose, della nostra tecnologia, dello sviluppo della rete, dell'abuso dell'ambiente, del declino delle ideologie.
Caos Usa si propone come modello esemplare di una narrativa d'anticipazione che voglia essere anche un discorso profondo e impegnato sul nostro presente."
Personalmente sono un forte estimatore di Sterling. L'ho sempre trovato ricchissimo di idee e molto più leggibile (nel senso di "scorrevole") di un Gibson, per esempio; inoltre ritengo che sia uno dei migliori autori di
racconti dell'intera fantascienza. Tuttavia il mio personale giudizio su
Caos Usa non è, nell'insieme, positivo. Il pregio maggiore del romanzo è la sua capacità di presentare uno scenario futuro (che l'autore situa negli anni 2042-44) assolutamente plausibile e consequenziale, con alcune intuizioni a mio avviso geniali. Credo che il libro rientri nel filone cyber in misura davvero minima; è per esempio assente il tipico ambiente metropolitano claustrofobico e ossessivamente telematizzato. Da questo punto di vista
Caos Usa può essere assimilato maggiormente - per il modo in cui lo scenario viene proposto e gradualmente spiegato - a un romanzo d'anticipazione degli anni '50, con venature didattiche (si vedano certi lunghi, lunghi dialoghi) che definirei addirittura verniane. In questo futuro, effetto serra e Ogm sono entrambi cresciuti in modo traumatico (per lo scioglimento dei ghiacci le isole "affondano"; l'Olanda è praticamente sommersa), ma la faccenda non preoccupa poi tanto; l'Aids è stato molto ridimensionato. Gli Stati Uniti hanno perso le leadership mondiale (lo ha perso anche la cultura bianca, definita
anglo) e il loro tessuto politico e sociale si sta disgregando. I fondi federali per le basi militari scarseggiano, al punto che l'aeronautica militare forma blocchi stradali per raccogliere fondi dagli automobilisti (in realtà per depredarli); la diserzione dilaga. Vaste fasce della popolazione sono divenute tribù nomadi. Trionfa una tecnologia digitale a basso costo, tutti spiano tutti e si possono trovare microspie nel tessuto dei vestiti o nei tacchi delle scarpe; i Cinesi hanno usato le loro reti satellitari per rendere universalmente disponibili tutte le proprietà intellettuali americane (software incluso), mandando gli Usa in bancarotta, e impedendo ogni reale progresso per l'informatica. La corruzione è istituzionalizzata; le reti elettroniche in realtà hanno svuotato di senso il vecchio ordinamento ma non sono riuscite a crearne un altro. Nelle città, interi rioni si sono autoproclamati proprietà privata e si sono recintati. E intere città si sono defilate, o si sono vendute a tribù o comunità di nomadi, basate su reti informatiche. Tribù di
prolet si radunano allegramente lì dove l'autorità risulta indebolita; esse sfruttano le manchevolezze infrastrutturali della società e sono nemiche temibili. Gruppi del genere si rifugiano, per esempio, nelle aree ecologicamente disastrate della Louisiana, dove decenni di selvaggia crescita subtropicale e di discariche tossiche hanno reso la regione "impenetrabile come la foresta di Sherwood". Con l'avvento delle reti anche il sistema fiscale è andato a pallino; e il paese si ritrova due governi nazionali: da un lato quello legale, dall'altro le decisioni isteriche delle cricche di politicanti; i governatori più aggressivi hanno alle loro dipendenze guerriglieri. "La politica non funziona più: il sistema è così complesso che ormai il suo comportamento è praticamente casuale".
Su una diversa sponda, la cooperazione non violenta ha raggiunto livelli strategici e tattici incredibili. Si sperimentano nuove forme di economia basate sullo scambio e su punteggi assegnati a ciascuno sulla base della propria disponibilità nei confronti degli altri. Come dice un personaggio, "l'economia è fuori controllo. Il denaro non ha più bisogno degli esseri umani. La maggior parte sono soprattutto d'impiccio".
Dismessa ogni ambizione, la vecchia tecnologia spaziale ha lasciato un'eredità di nuovi materiali dalla resistenza e versatilità eccezionali e che vengono usati per creare baraccopoli nelle campagne, o nelle vie di Washington. "Quando funzionava, il socialismo digitale era considerevolmente più economico e conveniente della proprietà privata", commenta un personaggio.
Spero che questi accenni presi a caso diano un'idea delle estrapolazioni sociali di Sterling. Quanto alla trama vera e propria del romanzo, be', siamo al
punctum dolens, nel senso che una trama vera e propria non c'è. O meglio: seguiamo le intricate situazioni del protagonista, il ventottenne Oscar Valparaiso, nato da una clonazione ("non ho neanche un compleanno"), genio della organizzazione di campagne elettorali. Dopo essere riuscito a far brillantemente eleggere il senatore Alcott Bambakias, Oscar conosce Greta Penninger, specialista in nuove scienze cognitive e che diverrà sua amante. Il sogno di Oscar è riportare l'America alla dignità, alla libertà e al ruolo primario che le spetta, il che dovrebbe avvenire anche ridando fiato alla ricerca scientifica, una ricerca svolta nel segno della lungimiranza e senza lacci che la ostacolino inutilmente. La narrazione raramente ha per teatro le città americane; per la maggior parte essa si snoda lontano dai grandi centri, nel chiuso di un enorme laboratorio di ricerche, il Collaboratorio nazionale di Buna, nel quale Oscar riuscirà con le sue manovre a far eleggere Greta presidentessa; o negli acquitrini della Louisiana, o all'aperto fra le tribù dei prolet. Oscar è un individuo molto determinato e di minimi scrupoli che non esita a usare a suo modo donne, senatori, e lo stesso Presidente degli Usa per realizzare il suo scopo. Fra attentati, ripensamenti, brillanti intuizioni, sconfitte, tradimenti, accade anche che il nuovo Presidente degli Usa per motivi di propaganda dichiari guerra all'Olanda, e la vinca senza batter ciglio, dal momento che l'Olanda non solo non reagisce quanto invita allegramente gli "invasori" sul proprio suolo (o meglio, sul proprio mare). Il finale è "aperto", ma lascia intuire che Oscar e Greta - divenuti entrambi una sorta di superumani mutanti a causa di un gas nervino - sono sulla buona strada.
Ciò, peraltro, accade dopo oltre cinquecento fittissime pagine, molte delle quali sono purtroppo di una lungaggine e inutilità - ai fini narrativi - a mio avviso assolutamente estenuante. In Italia, i gestori del mercato editoriale insistono nel richiedere agli scrittori romanzi che abbiano colpi di scena dopo 20 o 50 pagine, che siano ricchi di movimento, azione, plot, personaggi caratterizzati, scenari rutilanti, finali eclatanti, e così via.
Caos Usa è la perfetta antitesi di tutto questo. Per le prime 100 pagine non succede assolutamente nulla, e immagino che a quel punto il lettore prosegua per pura fiducia verso Sterling, se lo conosce già. Ma anche dopo le cento pagine, le "azioni" latitano e ci ritroviamo davanti a situazioni personali che si attorcigliano minuziosamente su se stesse come in una telenovela, o a lunghissimi dialoghi esplicativi, se non didascalici. Da pagina 400 (circa), invece, il libro muta all'improvviso stile per un bel pezzo: diviene una specie di riassunto di tali e tanti eventi, al punto se ne potrebbero trarre altri libri. Forse l'autore (è solo una mia idea, ovvio) si è accorto di aver scritto già molto, e ha deciso di "condensare" per non raddoppiare la mole del testo. Quanto poi alla satira politica, c'è fino a un certo punto, anzi non sempre mi è parso chiaro dove vi sia satira e dove si parli sul serio. Per esempio, la mia impressione è che le estenuanti tirate di Oscar e dei vari personaggi sulla trascorsa grandezza degli States e sulla necessità di recuperarla a tutti i costi siano tutt'altro che satiriche; per non dire del "modo" in cui tutto ciò si vorrebbe realizzare. Qui francamente, cioè sul piano delle idee politiche, a mio parere il libro tocca il suo momento meno interessante e plausibile. Ma è questione di gusti.
A quanto ho letto da qualche parte, Sterling volutamente porrebbe le trame dei suoi romanzi in seconda linea. E' indiscutibilmente una scelta accettabile. Solo che occorre essere ancora più bravi; immagino - ad esempio - Pynchon, De Lillo, un certo Vonnegut, perfino alcuni romanzi di Dick. Sterling è all'altezza, specie se "spara" 500 pagine fitte?
Per terminare, elenco un minimo campionario di trovate tecnologiche, l'aspetto che essenzialmente mi ha interessato in questo libro, unitamente a certe estrapolazioni sul mondo a venire. Orologi neurali, basati su sezioni di cervelli di topi che presiedono alla cognizione dello scorrere del tempo biologico; batterie biologiche "a zucchero" per autovetture, ottenute clonando il mitocondrio - la centrale elettrica della cellula - e facendolo crescere a dismisura; le esilaranti... "bombe al piscio" dei prolet, con un timer costruito con chicchi di grano manipolati geneticamente ("una volta che vengono immersi in acqua calda, i semi germogliano. Rompono una membrana interna e poi la carica esplode"). Piccoli velivoli dall'aria fragile, cui ci si appende con una imbracatura e che si muovono nell'aria come messaggi di posta elettronica: sfruttano migliaia di letture radar Doppler, seguono percorsi tortuosi, seguono "correnti calde e di
wind shear, dirigendosi a destinazione con la stolida ostinazione di un pacchetto di rete". E per finire, carrozzerie d'auto costruite dai coreani con paglia e carta, che suscitano la patriottica indignazione di un personaggio: "Come fa a sopravvivere un'industria quando un'auto costa meno di un sacchetto di carta? Qui è in gioco una grande tradizione americana! L'automobile definisce l'America: la catena di montaggio, i
drive in, le macchine truccate, la periferia, il sesso adolescenziale, tutto ciò che rende grande l'America! I prolet costruiranno auto ricavandole dai rifiuti e le assembleranno nei cortili posteriori delle loro case... Saremo tutti condannati".
Lo sciacallo di Nar
recensione di Annetta Soppelsa
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Autore John Marco
Titolo Lo sciacallo di Nar
Titolo originale The Jackal of Nar
Traduzione Elisabetta Vernier
Edizione 2000 Fanucci , ET Fantasy
Pagine 808
Prezzo L. 26.000
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Pagato lo scotto iniziale di riuscire a districarsi tra personaggi e fazioni politiche, il lettore è premiato da un racconto piacevole, scorrevole e ben congegnato.
E' la storia d'amore di Richius Vantran, un giovane principe costretto a combattere, coinvolto suo malgrado sia dal suo imperatore che dai suoi nemici: è vittima e nello stesso tempo strumento delle loro macchinazioni. L'amore di Richius per una ragazza di Lucel-Lor, Dyana, nasce durante uno degli episodi della guerra, e si sviluppa intrecciandosi con i giochi di potere dei regnanti delle due fazioni in lotta. Infatti gli strumenti con cui l'imperatore di Nar ed il Sapiente di Lucel-Lor cercano di realizzare i propri piani sono i sentimenti e le ambizioni dei propri generali ed alleati i quali, primo fra tutti Richius, rimangono intrappolati da ciò che provano. L'amore che Vantran vive diviene quindi un punto di forza che alimenta la sicurezza e la fermezza interiore che egli ha, ma nello stesso tempo risulta essere il suo tallone d'Achille. In tutti i personaggi principali, inoltre, è presente una una dualità di comportamento in quanto la sete di vendetta e l'amore (o la lealtà) si alternano nell'animo di ciascuno di loro, conducendoli in situazioni spesso paradossali. Accade così che acerrimi nemici combattano fianco a fianco, o che grandi amici vengano separati.
Dei temi tipici del classico romanzo fantasy questo
Lo sciacallo di Nar conserva le linee generali: oltre alla storia d'amore contrastato (e si sa, perché sia una storia che si rispetti, Dyana non può essere una ragazza qualunque...), gli altri temi contribuiscono a creare l'ambientazione, che comunque non è guastata dall'atmosfera vagamente tecnologica di Nar. Il ruolo della magia è fondamentale nello sviluppo della narrazione, ma a conti fatti si capisce che il magico è semplicemente un espediente nelle mani dello scrittore per realizzare determinate situazioni: la magia per questo manca di uno spessore tangibile, rimanendo solo uno dei tanti elementi nel dipanarsi degli avvenimenti. Lo stesso si può dire per la presenza di una razza, quella Triin, diversa dal genere umano. Tutti i popoli di Lucel-Lor vi appartengono, ed hanno tra loro l'unico legame e l'unica forza dell'uguale fede religiosa. A loro spese l'imperatore di Nar sta sostenedo una politica di espansione tecnologica (oltre che territoriale): lo scontro che ne nasce non è la classica lotta tra Bene e Male, ma piuttosto il cozzare tra due realtà differenti; Bene e Male non sono rappresentati dai due eserciti in guerra, bensì vivono all'interno degli animi di ciascuno dei protagonisti.
E' un romanzo parco di descrizioni, basato soprattutto su lunghi dialoghi; la narrazione inoltre è inframmezzata dalle pagine del diario di Richius Vantran, che sono veramente ben riuscite. Un peccato, invece, che l'autore non riesca sempre ad approfondire appieno le riflessioni interiori dei personaggi principali, risultando a volte un po' superficiale; sono rari momenti che stonano nel corso della narrazione.
Non è per nulla un romanzo lineare, in cui le cose sono chiare e definite, né dal punto di vista della trama, né per ciò che concerne i mutamenti interiori dei protagonisti; siamo comunque di fronte ad un buon romanzo, completamente compiuto anche se aperto a nuovi sviluppi, visto che inaugura un nuovo ciclo fantasy.
L'incantatore rinato
recensione di Pino Cottogni
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Autore L. Sprague de Camp & Christopher Stasheff
Titolo L'incantatore rinato
Titolo originale The Enchanter Reborn
Edizione Mondadori, Urania 1401
Prezzo L. 6900
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Torna ad essere tradotto in Italia, dopo una lunga assenza, L. Sprague de Camp con il seguito delle avventure di Harold Shea che i più tanto avevamo apprezzato nel volume edito dalla Editrice Nord
Il Castello d'Acciaio, anche se in verità le avventure di Harold Shea erano state già parzialmente edite nella collana
Gli Esploratori dello spazio n. 4 (1962) e poi in quattro volumi della
Cosmo Ponzoni ( i nn. 164/165/166 e 168 del lontano 1964/65). Quanto pubblicato su
Urania è dovuto anche alla collaborazione di Christopher Stasheff noto in italia per due suoi romanzi pubblicati nella Fantacollana nord.
Il volume è composto da cinque avventure di cui due scritte interamente da C. Stasheff, una dal solo de Camp e le ultime due da entrambi su idee di altri (Holly Lisle e J. Maddox Roberts).
Complessivamente i vari racconti sono abbastanza disomogenei e mancano quasi totalmente della
verve e della freschezza de
Il Castello d'Acciaio.
Il primo, scritto da Stasheff e dal titolo
Il professor Harold e gli amministratori, è decisamente il peggiore, veramente un'avventuretta senza sostanza e la si può ritenere una introduzione alle successive. Qui, infatti, il nostro eroe, alla fine delle avventure de
Il Castello d'Acciaio, rientrato nella "nostra" realtà e sposatosi con la bella Belphebe deve giustificare presso gli amministratori della sua università, la mancanza da lungo tempo dei suoi colleghi e del suo capo dott. Chalmers che hanno preferito tutti restare nei vari mondi che hanno visitato nelle precedenti avventure.
Preso l'impegno con l'università di far rientrare i professori mancanti almeno per breve tempo per relazionare su quanto stanno facendo (senza però confessare che sono in altri mondi e fantastici per di più), il nostro eroe, seguito dalla moglie, rivisita quindi i mondi del volume precedente per rintracciare i colleghi, in particolare il prof. Chalmers, che ritrova sposato con la bella Florimel. Rientrati tutti nel nostro universo, Shea e Chalmers riescono così a convincere gli amministratori dell'università sulla bontà delle loro "fumose" ricerche.
La successiva avventura del nostro eroe si svolgere nel mondo degli Gnomi (
Sir Harold e il re degli Gnomi), mentre il terzo viaggio (
Sir Harold e il re delle scimmie) Harold lo effettua insieme al Prof. Chalmers per cercare la moglie di quest'ultimo che, sventatamente e poco esperta, ha tentato un sortilegio finendo chissà dove. Questo nuovo viaggio li porta nel leggendario mondo cinese dello Scimmiotto o del re-scimmia.
Il quarto racconto, dal titolo
Il cavaliere e il nemico, è sempre improntato dalla ricerca di Florimel, questa volta nel il mondo è quello di Don Chisciotte della Mancha, mentre il quinto
L'incantatore e le armi è il mondo dell'Eneide. Queste ultime due avventure sono decisamente le più simpatiche, quelle che maggiormente ricordano quelle pubblicate vent'anni or sono, ma non bastano a risollevare le sorti di un libro che fa rimpiangere la briosità dell'originale.
Il Profumo
recensione di Vittorio Catani
"Al tempo di cui parliamo [l'anno 1738], nella città [Parigi] regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell'umido dei piumini e dell'odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c'era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l'apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d'estate sia d'inverno. Infatti nel diciottesimo secolo non era stato ancora posto alcun limite all'azione disgregante dei batteri, e così non v'era attività umana, sia costruttiva sia distruttiva, o manifestazione di vita in ascesa o in declino, che non fosse accompagnata dal puzzo".
Secondo me, basterebbe un
incipit come questo per stimolare la lettura, magari l'acquisto di un romanzo. Ma proseguiamo: dopo due pagine scopriamo che la giovane madre del futuro protagonista, tale Jean-Baptiste Grenouille, lavora alla bancarella di un pescivendolo. E' piena estate, siamo tra gli afrori del mercato di Rue aux Fers e lei sta squamando dei pesci, allorché viene presa con violenza dalle doglie del parto:
"La madre di Grenouille - che era ancora una giovane donna, giusto sui venticinque, che era ancora molto carina e aveva ancora quasi tutti i denti in bocca e un po' di capelli in testa, e tranne la gotta e la sifilide e una leggera tisi non aveva nessuna malattia grave; che sperava ancora di vivere a lungo, forse cinque o dieci anni, e forse persino di arrivare a sposarsi e avere figli veri come moglie rispettabile di un artigiano vedovo o qualcosa di simile - la madre di Grenouille, avrebbe voluto che tutto fosse già passato. I quattro precedenti li aveva sbrigati fuori del bugigattolo di pescivendolo e tutti e quattro i bambini erano nati morti o mezzi morti, perché la carne sanguinolenta che usciva da lei non era molto diversa dalle interiora del pesce là sul banco, e la sera tutto insieme veniva spalato via e trascinato col carro al cimitero o giù al fiume. E così quando cominciarono le doglie si accucciò sotto il banco da macello e partorì là, come le altre quattro volte, e con il coltello da pescivendolo troncò il cordone ombelicale alla cosa appena nata. Ma subito dopo, a causa della calura e del puzzo, che lei non percepiva in quanto tali, bensì soltanto come qualcosa di insopportabile, che la stordiva - come un campo di gigli o una camera angusta in cui ci siano troppi narcisi - perse i sensi, si rovesciò su un fianco, scivolò da sotto il banco in mezzo alla strada e là giacque, con il coltello in mano. Grida, un gran correre di gente, la folla in cerchio con tanto d'occhi, si chiama la polizia. La donna con il coltello in mano è ancora là sulla strada, a poco a poco ritorna in sé: che cosa le è successo?"
A questo punto, decisamente il romanzo - per me - è da comprare, non solo da sfogliare in libreria. (Io però, fortunato che sono, l'ho avuto in regalo da un'amica, alla quale da qui esprimo tutta la mia riconoscenza!) Dunque, dicevo: è appena nato Jean-Baptiste, che però benché sepolto sotto spazzatura e interiora caccia un urlo. La folla e la polizia individuano subito il corpicino: la madre snaturata viene immediatamente portata a un posto di polizia, interrogata (lei confessa candidamente che avrebbe tranquillamente lasciato morire quella "cosa", come ha fatto le altre volte) e spedita alla ghigliottina per infanticidio plurimo. Il fatto che il nuovo nato, come primo atto (l'urlo) decreti la morte della madre, è sintomatico del genere di eventi che seguiranno. Fra i quali, uno subito si impone: in quel mondo di puzze, il bambino "non ha odore", insomma non ha l'odore dolciastro o acidulo o a volte di caramello di tutti i neonati. Inoltre è una creatura brutta, anzi repellente. Crescendo, resterà un tipo solitario e scostante, totalmente immerso in un suo mondo di cui gli estranei riusciranno a cogliere ben poco. Qual è questo mondo? Quello degli odori, dei profumi. Jean-Baptiste è una creatura dotata d'un olfatto straordinario, superumano, quasi alieno, al punto che ciò condizionerà la vita propria e di altri. Suo unico scopo sarà inseguire, cogliere, districare, ricomporre (anche solo mentalmente) profumi, e crearne di nuovi, assolutamente straordinari. Peccato che questa sua attività - perseguita con una determinazione quasi disumana - si scontri con "piccoli" inconvenienti. Per esempio una sera, ormai adolescente, Jean-Baptiste coglie nell'aria della notte e nel buio un profumo nuovo, esaltante, eccitante: ne diviene subito schiavo, deve trovarlo e farlo suo. Nel buio dei vicoli (guidato solo da un fiuto più efficace di un faro da navi) riesce a inseguire l'effluvio, entra in un cortile... E' lì, è una ragazza appena adolescente:
"Non vide il suo bel viso cosparso di lentiggini, la bocca rossa, i grandi occhi verdi brillanti, poiché teneva i propri occhi ben chiusi mentre la strozzava, e la sua sola preoccupazione era quella di non perdere neppure la minima parte dell'odore di lei.
Quando l'ebbe uccisa, la depose a terra tra i noccioli delle mirabelle, le strappò il vestito e il flusso di profumo divenne una marea, che lo sommerse con la sua fragranza. Affondò il viso nella sua pelle e passò le sue narici dilatate dal ventre al petto, al collo, sul suo viso e tra i capelli e di nuovo sul ventre, poi giù fino al suo sesso, sulle sue cosce, sulle sue gambe bianche. S'imbevve di lei dalla testa ai piedi, raccolse gli ultimi resti del suo odore sul mento, nell'ombelico e tra le pieghe dell'incavo del gomito.
Quando l'ebbe annusata fino allo sfinimento, restò accovacciato accanto a lei ancora un momento per riprendersi, perché era stracolmo di lei. Non voleva sprecare nulla del suo odore. Prima doveva bloccare i suoi compartimenti interni".
Raccontare il seguito di questo sorprendente romanzo (un seguito che certamente mantiene le promesse delle prime pagine) significherebbe fare un torto agli interessati. Aggiungo che Jean-Baptiste esce indenne dall'omicidio; per vivere si è sempre adattato ai lavori più duri, strani, umilianti e pericolosi (ancora ragazzino ha lavorato per sedici ore al giorno in una conceria di pelli, una delle attività dalle quali non si torna indietro perché si ha a che fare con acidi, solventi, interramenti e dissotterramenti, bolliture, col rischio di orribili infezioni, come il carbonchio, che lui si prende riuscendo a sopravvivere), seminando fra l'altro una scia di disgrazie e lutti sul suo passaggio. Infine troverà un lavoro presso uno dei più noti profumieri di Francia, creando per lui essenze come mai si sono annusate: un lavoro, questo, che egli però accetterà solo per cercare di perfezionarsi in vista della creazione di ben altri aromi. Un'idea del suo mondo particolare la dà, per esempio, una scena in una chiesa dove egli è entrato per puro caso:
"Rimase seduto ancora un poco e inspirò l'aria satura d'incenso. E sul suo volto passò un sorriso di compiacimento: che odore scadente aveva questo Dio! Non era nemmeno un vero profumo d'incenso, era un cattivo surrogato, adulterato con legno di tiglio e polvere di cannella e salnitro. Dio puzzava. Dio era un povero puzzoncello... Veniva ingannato, questo Dio, oppure lui stesso era un impostore, non diversamente da Grenouille... soltanto, molto peggiore!"
Nella lunghissima, paziente attesa del suo apprendistato Jean-Baptiste si comporterà quindi "come una zecca, che se ne sta quieta sopra un albero e sopravvive con una minuscola goccia di sangue succhiata anni prima. La zecca piccola e brutta, che modella il suo corpo grigio-piombo come una palla, per offrire al mondo esterno la minima resistenza possibile, e sta rannicchiata e si limita a fiutare il sangue di animali di passaggio... Finché il caso le porta il sangue nella forma di un animale sotto l'albero: e solo allora si lascia cadere, si aggrappa e scava con unghie e denti alla carne altrui". Uno dei profumi che Jean-Baptiste in seguitò vorrà creare, sarà una sorta di essenza d'uomo, che egli indosserà come un abito quando vorrà essere notato (di solito egli, inodoro, passa assolutamente inosservato):
"Questo suo nuovo distillato non aveva l'odore di un profumo, bensì di un uomo che ha un profumo. Se qualcuno avesse sentito questo profumo in una stanza buia, avrebbe creduto che nella stanza ci fosse un altro. Per imitare tale profumo umano, Grenouille raccolse qua e là nel laboratorio di Runel gli ingredienti più stravaganti. Dietro la soglia della porta che conduceva in cortile c'era un cumuletto di merda di gatto, ancora abbastanza fresca. Ne prese un mezzo cucchiaino e lo mise nella bottiglia per la miscela assieme ad alcune gocce d'aceto e a sale pestato. Sotto il tavolo da lavoro trovò un pezzetto di formaggio grande quanto l'unghia di un pollice, resto evidente di un pasto di Runel. Era già abbastanza vecchio, cominciava a decomporsi ed emanava un odore acre e pungente. Dal coperchio del barile delle sardine, che si trovava nel retrobottega, grattò via un qualche cosa che sapeva di pesce rancido, lo mescolò con uovo marcio e castoreo, ammoniaca, noce moscata, limatura di corno e cotenna di maiale ridotta in briciole minute. Vi aggiunse inoltre una porzione piuttosto consistente di zibetto, mescolò questi orridi ingredienti con alcool, fece macerare il tutto e lo filtrò in una seconda bottiglia. Il liquido emanava un odore spaventoso. Puzzava di cloaca, di putrescenza (...)".
Ma dopo vari rimescolamenti, incroci e distillazioni, ottiene ciò che aveva intuito. Naturalmente ciò gli servirà per meglio districarsi nel mondo e porre in atto il suo ultimo, "definitivo", sovrumano progetto... Non dirò quale, aggiungendo solo che ricominceranno ad apparire cadaveri di bellissime fanciulle appena adolescenti.
Perché recensire su
Delos un romanzo come
Il Profumo? La prima risposta è che il libro, pur non essendo fantascienza (non viene mai data una spiegazione della dote superumana del protagonista) è però molto attiguo al genere per la sua tematica, nonché per la consequenzialità - che direi "scientifica" - del suo sviluppo. E comunque esso appartiene senz'altro al fantastico. Un fantastico che, come spesso accade, si tinge di allegoria, proprio perché certe premesse non sottostanno al tipico processo di razionalizzazione che è della fantascienza. E quale può essere il senso di questo libro davvero poco comune quanto ad argomento, forza evocativa della scrittura, capacità di catturare attenzione e fantasia del lettore, ma anche di irridere con causticità ad alcuni comportamenti umani? Il risvolto di copertina spiega che la mostruosità del protagonista è nella sua incapacità di "darsi" al mondo, è in quel suo rubare le altrui esistenze, per cui egli è più che mai un "eroe del nostro tempo". Da parte mia aggiungerei (specularmente) che i comportamenti di Grenouille mettono in grottesca evidenza la stupidaggine, il conformismo, la superstizione, la beota sicurezza, e in definitiva la fragilità di chi gli vive intorno, insomma delle persone "normali".
Patrick Süskind è nato in Baviera nel 1949;
Il Profumo uscì nel 1985 ed ebbe subito vasta risonanza. Altre opere di rilevo: i romanzi
Il piccione (1987) e
Storia del signor Sommer (1992), il lavoro teatrale
Il contrabbasso (1986), la raccolta di racconti
Ossessioni (1998).
L'uomo, questa malattia
recensione di Vittorio Catani
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Autore Claude Yelnick
Titolo L'uomo, questa malattia
Titolo originale L'homme, cette maladie
Traduzione Ugo Malaguti
Edizione 1954 Perseo Libri
Pagine 240
Prezzo L. 26.000
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"Esattamente all'inizio degli anni '50, per breve tempo, la capitale morale della
science fiction mondiale si spostò dalle grandi città americane, come Los Angeles e New York, fin sulle rive della Senna. Per una breve stagione Parigi diventò il centro più vivace e innovativo di quella che ancora veniva considerata una
nuova forma letteraria". Esordisce così
Malaguti nella sua nota introduttiva a questo singolare romanzo, che ebbe una prima versione in Italia su
Urania nel lontano 1956, e già allora destò interesse per la sua "diversità". Ma quale fu il rapporto fra Parigi e la
science fiction made in Usa? Il fatto è che una parte più effervescente del mondo culturale francese dell'epoca scoprì improvvisamente la fantascienza: questa divenne pertanto di gran moda nei cenacoli culturali - d'altronde in Francia era sempre viva l'eredità di Jules Verne - e molti letterati, giornalisti, uomini di cultura, vollero cimentarsi nel genere, guardando ad esso senza false accondiscendenze. Basti pensare a un paio di nomi: il poliedrico e talentuoso
Boris Vian, ed il notevolissimo
Jacques Sternberg... Ma i nomi sono tanti.
Inoltre una situazione del genere stimolò un folto numero di autori ad avvicinarsi alla fantascienza seguendo la tradizione più popolare del
pulp: ne nacque una vera e propria scuola nazionale che ormai, dopo mezzo secolo, vanta una lunga storia e numerosi nomi di rilevo. In Francia, insomma, non si frapposero gli intoppi, i cavilli e i preconcetti ("siamo un popolo di poeti, di navigatori e di santi ma non, enfaticamente non, di scrittori di fantascienza") che in Italia invece condizionarono il libero sviluppo di una
science fiction di casa nostra: con conseguenze che si scontano ancora oggi; e nonostante che ad essa si fossero accostati anche grossi calibri quali
Primo Levi,
Libero Bigiaretti,
Inìsero Cremaschi,
Gilda Musa, lo stesso
Calvino,
Buzzati,
Luce d'Eramo,
Sergio Solmi, e vari altri.
Fra coloro che negli anni Cinquanta, in Francia, furono tentati dalla sf c'era uno scrittore e saggista,
Claude Yelnick: il suo romanzo
L'uomo, questa malattia resta un po' un unicum - per atmosfera e tematica - nel genere (oltre a rappresentare la sola opera narrativa lunga dell'autore).
Come giustamente rileva Malaguti, con Yelnick siamo in una fantascienza reinventata (un po' come accade per tutta la sf francese), che nel caso specifico "è a metà strada tra la classica storia del soprannaturale alla Guy de Maupassant, la moderna speculazione sulle dimensioni e sui vari piani di esistenza, e la
pièce teatrale" (il soprannaturale è richiamato non tanto dagli eventi, quanto da certe atmosfere). Di cosa tratta il libro, è facilmente detto. Esso si presenta in forma di diario, vergato da Bonneville, guardiano di un faro al largo delle coste francesi. In quella torre piantata in mezzo al mare, egli sta per trascorrere - in compagnia del collega Jérôme - i quindici giorni del turno dal 16 al 31 dicembre. Si scatena una tempesta, il faro resta totalmente isolato. Nelle lunghe, interminabili attese scandite dalle manovre per alimentare la lanterna del faro (galleggiante su uno strato di mercurio per poter ruotare adeguatamente), i due parlano, o tacciono. Sono di estrazione culturale diversa, Bonneville è di buona famiglia e i casi della vita lo hanno portato lì, Jérôme invece ha l'anima rude ma schietta del contadino. Jèrôme trascorre le sue quindicine, essenzialmente costruendo velieri in bottiglia.
La storia si dipana senza scosse, con lentezza, penetrando nei pensieri e nei desideri dei due... ma è evidente che è solo un'attesa: qualcosa cova, la calma è apparente. E, senza preavviso, iniziano strane vibrazioni. Vibra tutto il faro, vibrano gli oggetti, con un suono cupo. La vibrazione sale: entra in risonanza con i suoni gravi dell'armonica di Jérôme, che emette una lunga, interminabile nota. I due non sanno cosa stia accadendo. Il mare là fuori è sconvolto, le comunicazioni con la terraferma sono sospese. Una nave norvegese finisce con naufragare sugli scogli nei pressi del faro. Muoiono una quindicina di marinai, nonostante che i due si prodighino a rischio della loro stessa vita; uno solo, stremato, riesce ad essere tratto in salvo. Si chiama Olav, parla inglese, Bonneville è in grado di capirlo. Olav ha alcune intuizioni sullo sviluppo della vibrazione: essa ha mostrato di salire, dice Olav, e probabilmente salirà ancora. Infatti vengono gradualmente interessati tutti i suoni dell'armonica, fino ai più acuti: poi, il silenzio. Ma poco dopo, i tre si trovano immersi in un calore che li fa sudare; è iniziata la radiazione infrarossa. E cosi' via...
A poco a poco, un'idea si fa strada in Olav e in Bonneville. Qualcuno sta tentando di comunicare con loro, ma finora non si è trovata una via di intesa. Olav ha un'idea: con mezzi di fortuna, usando il suo orologio fosforescente e fondendo i soldatini di piombo del reticente Jérôme, costruisce un rudimentale strumento capace di interferire in modo "intelligente" con le vibrazioni-radiazioni in arrivo... E qualcosa succede. Una risposta, una presenza: sfere iridescenti di pura energia si materalizzano in risposta agli impulsi lanciati da Olav. Finché dopo tentativi si riuscirà a trovare un modo per comunicare, e la verità verrà lentamente fuori.
Le vibrazioni non sono che le naturali manifestazioni degli Altri. Sulla Terra - apprendono i tre uomini - l'umanità condivide il mondo con gli Altri: "La Creazione è doppia: ciò che pesa e ciò che vibra. Voi pesate. Noi vibriamo. In principio era l'Energia. L'Energia fu, è, sarà divisa in due: ciò che pesa e voi, ciò che vibra e noi. Entità diverse ma parallele." Ma cosa cercano dai noi gli Altri? Semplice: anche l'uomo (ciò che pesa) da alcuni anni produce e intensifica radiazioni, e questo è un male per gli Altri, un intralcio, una vera
malattia per coloro che vibrano. Occorre - è questo il messaggio-ultimatum lanciato dalle entità d'energia - che l'uomo smetta di contrastare il mondo degli Altri.
Come si risolverà la questione, non è il caso di anticipare. Intanto gli eventi riaprono con forza in Bonneville la memoria di un suo passato doloroso e rimosso anni prima, concernente una ragazza scomparsa e - forse - un primo contatto proprio con gli Altri. Vissuto personale e catastrofe incombente si fondono in un'atmosfera che continua a dipanarsi drammatica ma ovattata, quasi in uno stato di sogno consapevole. Il finale si presterà a una interpretazione che - benché solo abbozzata - oggi suona attualissima nella sua ambiguità: noi, malattia della natura, spargiamo tecnologie inconsapevoli dei loro effetti; per altro verso la tecnologia medesima può prospettare a noi stessi una sopravvivenza in nuovi modi, forse in forme impensabili.
Un'opera indubbiamente fuori degli schemi canonici correnti, originale nelle sue trovate (le creature di energia non sono mai state particolarmente numerose e riuscite, in sf); dotata d'un fascinoso gusto (per noi
rètro) circa le realizzazioni tecnologiche di Olav costruite in casa con elementi di fortuna; con grandi speculazioni fisiche e metafisiche; con sentimenti personali; e soprattutto con la sua narrazione pacata, ricca d'atmosfera e poi di tensione verso la rivelazione finale... Insomma una storia di fantascienza diversa e d'altri tempi valida ancora oggi: non è poco.
Conclude il volume una documentata carrellata di
Mario Tucci sulla sf francese finora tradotta in Italia.