Affinità e divergenze fra i seleniti di Herbert George Wells e i bopper lunari di Rudy Rucker. Ovvero cosa succede quando le giraffe cominciano a “tirare il collo”
Nei primissimi anni della nostra carriera scolastica accadono cose che sono destinate a rimanere ben impresse nella nostra memoria. Il brutto voto, lo scherzo, l'ansia del compito in classe e, a volte, anche qualche spiegazione della maestra. Ad esempio, ancora non sono riesciuto a levarmi dalla testa la lezione “semplificata” sulla teoria dell'origine delle specie, la famosa teoria di Darwin, il signore che diceva: “Gli uomini discendono dalle scimmie”. Sorvolando sulla grossolana dicitura, andiamo alla spiegazione, che mi venne esposta per antitesi: all'inizio c'era tale
Jean Baptiste Lamarck che sosteneva che le giraffe col collo corto, a furia di tendersi per raggiungere le foglie più alte sulle piante, avevano generato figli dal collo sempre più lungo. Dopo di lui arrivò
Charles Darwin e disse che le giraffe non avevano “tirato” il collo per raggiungere le foglie, piuttosto c'erano state fin dall'inizio giraffe a collo corto e un po' più lungo, ma, quando gli alberi avevano cominciato a scarseggiare, erano sopravvissute le giraffe che avevano potuto raggiungere i rami più alti e, imparentandosi tra loro, avevano generato giraffe dal collo sempre più lungo e quindi con un avvenire meglio assicurato. Ecco qui illustrata la differenza tra la teoria dei caratteri acquisiti e quelli ereditari. Si potrebbe proseguire con l'esempio del topo dalla coda mozza, ma è tempo di entrare in territorio fantascientifico.
Questa completa vittoria del darwinismo infatti mi sembra venga messa in discussione nel romanzo
Software (1982) di
Rudy Rucker, una scapigliata vicenda di uomini e robot, tema certo non nuovo nella fantascienza, come si è ampiamente appreso dallo speciale di Delos lo scorso maggio. Quello della creatura artificiale è un soggetto che supera i confini della letteratura fantastica tout court. Sarebbe sufficiente citare il "golem", la creatura artificiale evocata da rabbini esperti in tecniche cabbalistiche, per fare comprendere la longevità di quest'idea in ambito religioso o filosofico.
Restando nell'universo fantascientifico, il debito di Rucker non è con i vari Robbie di
Isaac Asimov, automi di ferro animati da una logica appena riscaldata dal tepore umano e dall'altra parte non sfiora i vertici bizzarri di
Douglas Adams, papà dell'eccentrico e costantemente depresso Marvin della
Guida galattica per gli autostoppisti. Troppo semplice. L'ambientazione lunare e i singolari costumi sociali dei suoi abitanti metallici mi hanno richiamato alla mente i capitoli conclusivi di un'altra opera storica della fantascienza, mi riferisco a
I primi uomini nella Luna (1901) di
Herbert George Wells.
Nelle prime pagine Rucker si libera abilmente dal confronto con Asimov giocando a carte scoperte. Scavalca le fatidiche tre leggi della robotica concepite per proteggere l'umanità grazie al temerario intervento di un novello prometeo, Anderson Cobb, che dona ai robot il libero arbitrio. Da qui anche il nuovo nome per queste creature elettro meccaniche coscienti e senzienti: i bopper. Battezzati così per richiamare i toni dissonanti e i ritmi binari che nel jazz caratterizzano lo stile be-bop. Come se la differenza fra l'esecuzione di un programma e il pensiero intelligente sia la stessa che intercorre tra la sirena d'un antifurto e un brano di
Charlie Parker.
L'improvvisazione jazz si riflette anche nell'organizzazione sociale dei bopper, un'anarchia a base capitalista, priva di istituzioni, ma attaccata alla logica del profitto. Un bopper infatti lavora estraendo minerale lunare per guadagnarsi parti di ricambio e chip che gli consentono di migliorare le sue prestazioni e assicurarsi l'efficienza dei sistemi necessaria per continuare a campare. Un fenomeno che ci pone davanti ad una moltitudine di bopper dalle sembianze stravaganti: scavatori, saldatori, addetti alla manutenzione, ai trasporti e quant'altro si sono modificati in base alle esigenze e al caso. Non siamo di fronte ai soliti mostri impazziti assetati di sangue, ma ad autentiche forme di vita intelligenti - anche se con chip di silicio al posto del cervello - impegnate a costruire una nuova civiltà.
La varietà della popolazione selenita è una caratteristica che ritroviamo nel romanzo di Wells. L'ambiente in cui questa diversità matura è però completamente differente: qui infatti vige la gerarchia dell'alveare. Le larve vengono modellate per assumere le forme adatte alle funzioni richieste: guardiani, operai, tecnici e pensatori. Scorrono le immagini di rudimentali catene di “montaggio” dove alcune parti del corpo vengono rafforzate, altre costrette in vasi. Manipolazioni fisiche più vicine a quelle del dottor Moreau, - il famigerato fabbricatore di uomini dalla materia animale (a suon di bisturi però) uscito dalla penna di Wells -, che non ai moderni laboratori di ingegneria genetica. Nel romanzo lo scienziato-viaggiatore Cavor descrive: “Nella Luna ogni cittadino sa quale sia il proprio posto e, la complicata disciplina d'istruzione, di allenamento e di chirurgia a cui deve sottomettersi finisce col disporlo in modo completo e perfetto alla funzione che dovrà esercitare nella società. L'individuo finisce col non avere più né idee né organi per un'altra funzione diversa da quella”.
Sulla Luna di Wells l'ordine sociale prevale sull'individuo tanto da segnarlo nella mente e nel fisico. Ogni essere è, con buona pace di Lamarck, una giraffa dal collo “tirato”.
In un certo senso Wells anticipa il dibattito bioetico offrendo una cupa visione di un futuro, ma aggiunge anche una sua formula al vasto elenco delle società utopiche: sulla Luna non ci sono guerre, né disordini e il solo pensiero di un pianeta dalla popolazione di individui instabili e indipendenti fa inorridire i seleniti.
Cosa accade invece con Rucker: a dispetto dei ragionamenti cristallini del pensiero positronico e della spiegazione della mia maestra, il suo scenario offre una pregevole sintesi delle teorie sui caratteri acquisiti ed ereditari: Lamarck e Darwin si danno la mano.
I bopper hanno ereditato fattezze ben definite dai creatori umani, ma una volta ottenuta la coscienza è l'istinto di sopravvivenza a farsi largo: la lotta per l'evoluzione. E in questa lotta prevale chi si adatta all'ambiente, alle mutate condizioni. Sembra di camminare sul sentiero dell'autore de “L'origine delle specie” se non fosse per il fatto che stiamo parlando di creature artificiali che non possono consegnare alle future generazioni - sottoforma di tratti genetici - le informazioni utili alla vita, i cosiddetti caratteri ereditari. Vero, i bopper non possono riprodursi in senso biologico, al massimo possono copiarsi e “caricare” -- sottoforma di chip e hardware - nuova memoria, o meglio ancora i cosiddetti caratteri acquisiti. Che sia un gene, un ipertesto o addirittura un cervello umano non conta, non conta il formato, ma l'informazione: comportamento, esperienza o notizia. Così, grazie a Rucker, la bistrattata teoria di Lamarck riceve nuova linfa rianimando quello che, a torto, si poteva ritenere un ramo secco della scienza.
Come nel libro di Wells,
Sofware non si sottrae agli interrogativi sociali. Il mondo dei bopper non è per nulla logico e pacifico. Libero arbitrio e libero commercio fanno assumere alla popolazione lunare robotica forme e ambizioni diverse, a seconda del mestiere o delle abilità. Le relazioni fra bopper possono sconfinare nella sfera sessuale con scambi di software ad alta frequenza. Ma ci sono anche forme di cannibalismo da chip che innescano tensioni, contrasti e sommosse, che paiono sconfinare in lotte di classe. Non c'è pace sulla Luna, destinata a diventare uno specchio della Terra.
Con questa visione gli interrogativi che sembra proporci Rucker hanno un tono ancora più cupo delle profezie Wellsiane: il disordine e l'instabilità sono forse il prezzo da pagare per chi spezza l'incantesimo dell'età dell'oro? Un'eta dell'abbondanza e di pochi crucci è tale proprio perché vissuta sotto tutela altrui; la libertà e l'indipendenza si conquistano spezzando la routine, uscendo dalla tradizione, sottraendosi all'autorità gerarchica o in altre parole: allungando il collo, fuori dal recinto.