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il momento dell'ironia con Francesco Grasso

La penna più ghignante e velenosa della SF italica. Si sta battendo da anni, in campo internazionale, per far ammettere la perfidia tra le discipline olimpiche.

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Sotto Spirito

Ricomincio da Turtledove

Dopo la breve parentesi radiofonica, torniamo al nostro amato lavoro da satiri/imitatori. Il vasetto per le conserve "sotto spirito" di questo mese è più rotondo e capiente dei suoi predecessori. Deve contenere infatti l'augusta mole del grande (in senso metaforico, ma anche fisico) autore di saghe storiche, fantasy e SF Harry Turtledove.

Tra le vittime della vostra rubrica preferita, Turtledove è il solo (in compagnia di Valerio Evangelisti) che chi vi scrive ha avuto la ventura di conoscere di persona. La barbuta e bizantina mole dello scrittore americano dominava infatti una convention di qualche anno fa in quel di S.Marino, convention frequentata anche da ingrati scellerati come il sottoscritto. Chissà se il buon Harry, distinto signore con sagoma da Hitchcock e movenze da panda gigante, avrebbe ugualmente posto la sua aulica firma sulla mia copia de Le daghe della Legione, se avesse saputo di finire un giorno sotto i miei non meno taglienti strali.
Ma in fondo crediamo di sì. L'esimio professor Turtledove ci è sembrato così serafico, così pacioccone (vederlo vestito di rosso su una slitta trainata da renne non ci avrebbe minimamente sorpreso) da disconoscere costituzionalmente qualunque accenno di contrarietà o risentimento.
Noi non saremo da meno, quanto a bonomia. Non abbiamo la minima intenzione di beffeggiare il suo stile e le sue virtù letterarie. Del resto, la prosa del buon Harry è così leggera e impersonale che il compito sarebbe improbo.
Rivisiteremo invece (in chiave satirica) le sue trame.
Com'è noto, la produzione di Turtledove si concentra maggiormente nel genere fantasy (saga della legione di Videssos, saga di Kryspos, ecc.). I più noti romanzi in cui il nostro si è più propriamente cimentato nella SF appartengono al ciclo dell'Invasione (quattro libri, più un secondo ciclo, la Colonizzazione, ambientato venti anni dopo).
Per i miseri mortali che non conoscano tale saga, l'idea di base è la seguente: la classica razza aliena lucertoliforme e con pruderie da conquista dell'universo piomba sulla Terra con flotta da battaglia e annessi e connessi. Ma, ahiloro, giunge nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, trovando i terrestri impegnatissimi a scannarsi l'uno con l'altro con ogni mezzo disponibile. Gli alieni, stupidi come noci di cocco e sfigati come Wil Coyote, decidono di buttarsi ugualmente nella mischia, buscandole sia dai panzer dell'Asse che dai cazzutissimi (sic!) marines stelle e strisce.
Ma il connotato più notevole del ciclo dell'Invasione è l'incredibile numero di vicende parallele (che definire minimaliste sarebbe già un complimento) per mezzo delle quali Turtledove racconta la storia. Vera e propria soap-space-opera, il ciclo dell'Invasione ha un plot che si svolge quasi in "tempo reale", un numero di personaggi superiore alla popolazione dell'isola di Manhattan, e si dipana su quattro tomi corposissimi (solo per sollevarli ci vuole un paranco idraulico).
L'ernia è il primo e più conosciuto sintomo della "Sindrome da ciclo di Turtledove". Ma non è il solo. Dopo le prime seicento pagine, lo sfortunato lettore comincia a gridare per la disperazione che succeda qualcosa, qualunque cosa! Ma non succede. E allora, dal terzo tomo in poi, normalmente si inizia a leggere utilizzando la strategia "Mac Arthur - guerra nel Pacifico", ovvero balzando da un capitolo all'altro e lasciando che le pagine saltate si arrendano da sole per carenza di viveri. Chi è riuscito ad arrivare vivo al quarto tomo della saga, del resto, avrà notato come metà delle pagine sono in bianco, ottima soluzione editoriale per conciliare i costi della stampa alle necessità dei lettori.
Be', l'apocrifo che state per leggere, vi assicuro, è un potentissimo viatico per la "Sindrome da ciclo di Turtledove". Se leggerlo divertirà voi un decimo di quanto ha divertito me scriverlo, ogni dolore e postumo del suddetto morbo sarà completamente lenito.
Alla prossima.

Invasione: fase 33 e 1/3


Il signore di flotta Atvar osservava pensosamente la mappa strategica con la disposizione delle truppe della Razza su Tosev 3. I suoi occhi da rettile si muovevano, indipendenti l'uno dall'altro, denotando dubbio misto a contrarietà.
-- Perché i miei ordini non vengono eseguiti, Kirel? -- sbottò.
Il subordinato, le cui pitture corporali denotavano un rango appena inferiore a quello di Atvar, si accostò imbarazzato.
-- Se posso permettermi, eccellente signore di flotta...
-- Per l'imperatore! -- sibilò Atvar -- Sono circondato da traditori lecca-zenzero! Guarda, Kirel! Nessuno dei gruppi di attacco si trova sulle postazioni che avevo assegnato!
-- Ehm... eccellentissimo signore... -- tentò ancora Kirel.
Atvar roteò un occhio. -- Che c'è?
-- I... ipereccellente e cazzutissimo signore di flotta, stai tenendo la mappa capovolta.
Infastidito per l'osservazione, soprattutto perché era vera, Atvar fece bruscamente roteare la cartina. Nel movimento, non rendendosi conto di quanto Kirel gli si fosse avvicinato, centrò con il gomito aguzzo l'occhio sinistro del subordinato.
-- Ouch! -- guaì Kirel, indietreggiando, inciampando nei propri piedi e lacerando nella caduta la mappa con gli artigli.
-- Sei un'idiota! -- esclamò Avtar.
-- Senza dubbio, sublime signore di flotta. -- assentì ossequioso Kirel.
-- Vammi a prendere un'altra mappa!
Kirel si rimise in piedi, con l'occhio sinistro già color Lambrusco. -- Ehm, virilissimo signore di flotta, ce n'è un'altra nell'ultimo cassetto della scrivania, proprio di fronte a te.
Rivolgendogli sprezzantemente le spalle, Atvar si chinò, aprì il cassetto, prese la cartina di riserva, e richiuse di scatto il cassetto, schiacciandosi ferocemente le dita contro il ripiano. Si gettò all'indietro urlando, e così facendo cozzò violentemente di nuca contro Kirel che correva ad aiutarlo.
Un attimo dopo, rotolavano entrambi a terra per il dolore.
-- Idiota! Frutto di un uovo marcio! -- gridò Atvar, stringendosi le dita gonfiatesi come palloni sonda -- Presto, chiama il medico di bordo!
Kirel prese dalla cintura il terminale multiscopo, lo fissò con aria sconsolata, poi tossicchiò. -- Ehm, rutilante signore di flotta, temo di non poterti ubbidire.
-- Perché?
-- Credo di essere caduto sul mio comunicatore.
-- Per l'imperatore! -- imprecò Atvar, esasperato -- Vallo a chiamare di persona, allora.
L'altro sembrò farsi ancora più sconsolato. -- Temo di non poter fare neanche questo, lucente e impareggiabile signore di flotta.
-- E perché mai, brutto idiota?
-- Per la sicurezza della riunione, avevo programmato la porta per non aprire a nessuno. Senza comunicatore, non posso revocare l'ordine.
Atvar spalancò il becco orripilato. -- Ma allora... siamo prigionieri qui dentro?
-- Finché qualcuno non verrà a cercarci, eccellentissimo e strabiliante signore di flotta.
-- Ma... ma questo è incredibile! Dev'esserci un modo di... -- Atvar allargò le braccia per esprimere tutta la sua costernazione, e nel movimento centrò con un dito l'occhio destro di Kirel. Ululando, il subordinato scattò all'indietro, incespicò nuovamente nei suoi piedi, e rovinò contro la lampada/calorifero che rischiarava la cabina. Il meccanismo si ruppe. Un filo di fumo cominciò a diffondersi nell'ambiente. Un attimo dopo, la cabina era già piena di una nebbia fuligginosa: i due maschi della Razza cominciarono a tossire.
-- C'è una cosa che mi sono sempre chiesto... -- meditò Atvar.
-- Cosa, stimatissimo ed elegantissimo signore di flotta?
-- Come cazzo abbiamo fatto ad arrivare sulla Terra, se riusciamo perfino a restare intrappolati nelle nostre cabine?
Kirel cominciava a non distinguere più il contorno degli oggetti, sia per la nebbia, sia perché i suoi occhi erano ormai color Barolo.
-- A dire il vero, folgorante signore di flotta, avevamo il doppio delle navi, quando siamo partiti dalla Patria. Le altre si sono perse per strada.
E svenne. Un attimo dopo, Atvar lo seguì nel mondo dei sogni.

* * *

Il conduttore Fzzek portò il suo blindato sul limitare della spiaggia. La guarnigione di nipponesi che presidiava l'isola si era ormai arresa: compito della sua squadra era rastrellare gli ultimi Grossi Brutti scampati alla cattura.
La missione era stata di tutto riposo: i nipponesi non disponevano né di carri armati né di lanciamissili in grado di impensierire un blindato della Razza. Su quell'isola, rifletté soddisfatto, non c'era neppure un'arma capace di distruggere la pesante blindatura del suo veicolo. Magari fosse così su tutto Tosev 3, pensò.
Un rumore più forte della risacca attirò la sua attenzione. Fzzek si accostò alla feritoia del blindato e guardò all'esterno. Sgranò gli occhi dalla sorpresa.
-- Signor superiore Nivvek! -- esclamò al comandante del blindato, in torretta -- C'è qualcosa in mare.
-- Di cosa si tratta, conduttore?
-- A giudicare dalla scia... una di quelle armi sottomarine che i toseviti usano contro le navi.
-- Vuoi dire un siluro, conduttore? I Grossi Brutti combattono tra loro?
-- No, signor superiore. Viene proprio verso di noi.
Nivvek aprì il becco in una risata. -- Ridicolo. Siamo all'asciutto, qui!
Un istante dopo, il siluro emerse dalle acque, rimbalzò sulla battigia, continuò la sua corsa sulla rena, impattò il fianco del blindato ed esplose.
Tutte le spie d'allarme si accesero. -- Presto, signor superiore! -- urlò Fzzek -- Fuori di qui!
Calpestandosi l'uno con l'altro sulla scaletta, i due maschi della Razza si precipitarono all'aperto. Fecero appena in tempo a ripararsi dietro una duna prima che il serbatoio d'idrogeno prendesse fuoco.
-- Per l'imperatore... -- mormorò Fzzek.
-- Sì, l'abbiamo scampata bella... -- approvò Nivvek.
-- Non dicevo per questo, signor superiore. -- balbettò Fzzek -- Guarda!
Nivvek seguì lo sguardo del compagno. Poco al largo della spiaggia, tra la spuma mossa dal vento, si scorgeva qualcosa di incredibile.
-- Cos'è, conduttore? -- sussurrò Nivvek.
-- Un... sottomarino tosevita, signor superiore.
-- Ma... ma è rosa! Perché?
Fzzek rabbrividì. -- Temo che lo scopriremo presto, signor superiore.

* * *

-- Haltolà! Ki va là? Amiken o nemiken?
-- Semplici conoscenti.
Il soldato scrutò perplesso nel buio, poi si tolse l'elmetto e si grattò perplesso la fronte alta due millimetri.
-- Ke defo fare, Heinz?
-- Ach, non ti preokkupare, Otto. -- risposte il compagno di trincea -- E' certamente il fiero alleaten Galeazzo Musolesi ke krede di essere spiritosen. Fallo passare.
-- Ach, so! -- commentò il primo, illuminandosi. Poi si sporse oltre la barriera di sacchetti di sabbia e fece cenno di avanzare. Dall'ombra emerse un tipo tracagnotto con camicia nera, stivali e calzoni attillati. Si fermò sotto l'insegna militare "Compagnia Sturmtruppen, quinto plotone" e si esibì in un perfetto saluto romano.
-- Salute ai prodi soldati germanici. -- ghignò -- Indomiti combattenti e acute sentinelle.
-- Tu kredi ke ci prenda per il kulo, Heinz?
-- Ach, lui vorrebbe. Ma adesso gli faccio vederen... -- il secondo tedesco si sporse a sua volta oltre l'orlo della trincea. Come il compagno, indossava un lungo pastrano verde-fango abbottonato strettamente fino ai piedi. Oltre la stoffa, si indovinava un perfetto fisico salsicciforme.
-- Fiero alleaten, non so se lo sai, ma ti sei fermaten proprio in mezzo al nostro nuofo kampo minaten.
-- Ike! -- strillò Musolesi, colorandosi di un bianco panna. Un istante dopo si udì uno sguesh sguesh, il fondo dei suoi calzoni attillati si gonfiò, e un inequivocabile puzzo raggiunse la trincea tedesca.
-- Ach, fa sempre kosì. -- ridacchiò Heinz, soddisfatto.
Otto tese l'orecchio. -- Ma... ki ulula in kuesto modo, Heinz? Il sergente si è di nuofo addormentato kon la patta aperten e si è kongelaten i koglioni?
Heinz saltò su e impugnò il fucile. -- Zitto, idioten! Kuesto è l'allarme antiaereo!
Quasi troppo rapidi per l'occhio umano, due velivoli dei Rettili sorvolarono le trincee tedesche sfiorando il terreno. Otto ed Heinz si gettarono col grugno nel fango, mentre intorno a loro le bombe esplodevano e gli uomini gridavano.
Poi si sentì un singolo sparo. Otto si arrischiò a sbirciare da un varco fra i sacchi di sabbia. Nello stormo dei caccia invasori che si allontanavano, uno lasciava dietro una densa scia di fumo.
-- Ach! Kolpiten! -- gridò affascinato -- Ma... ki ha sparaten?
Heinz lo raggiunse, ed entrambi videro che il velivolo alieno precipitava all'orizzonte. -- Kiunque sia staten, ha una mira eccezionalen! Ach! Un solo kolpo!
-- Lo sparo feniva da lì. Handiamo a vederen!
I due soldati si inerpicarono fuori dalla trincea. E rimasero sbalorditi.
-- Scusatemi. -- mormorò Galeazzo Musolesi, imbarazzatissimo, con i calzoni calati e un rotolo di carta igienica tra le mani -- Stavo cercando di pulirmi, il fucile mi è caduto ed è partito un colpo. Spero di non aver fatto danni.

* * *

Pshing capì che doveva gettarsi col paracadute. Era la prima volta che veniva abbattuto in missione. Le difese antiaeree dei Grossi Brutti erano incredibilmente migliorate, rifletté con disappunto.
Dopo aver lanciato il segnale radio di soccorso, tirò la leva e lasciò che le capsule esplosive facessero il loro dovere. Il contraccolpo gli fece perdere temporaneamente i sensi. Quando si risvegliò, era già a terra, con la stoffa del paracadute che ondeggiava pigramente su di lui.
Si rimise faticosamente in piedi, e si rese conto di non essere solo. Un drappello di toseviti lo aveva circondato. La canna di numerosi fucili era già puntata su di lui.
Pshing riconobbe le divise e i gradi della Wehrmacht. Fece appello alla sua scarsa conoscenza della lingua Deutsche e strillò: -- Non sparate, toseviti! Mi arrendo!
I Grossi Brutti gli tolsero le armi e l'equipaggiamento, gli legarono le mani dietro la schiena e lo caricarono su un autocarro male in arnese, che si mise in moto lungo una strada che aveva l'aria di essere stata appena bombardata. Pshing non tentò di fuggire lungo il trasporto. Le ossa gli dolevano ancora per il brusco atterraggio, e comunque dubitava di poter mettere fuori combattimento a mani nude anche uno solo dei Grossi Brutti che lo sorvegliavano: come tutti i maschi della Razza, non solo era imbranato e sfigatissimo, ma aveva anche un fisico alla Woody Allen dopo la malattia.
Finalmente il camion si arrestò. Pshing fu fatto scendere e condotto all'ingresso di un recinto di filo spinato intervallato da torrette di guardia. Il cartello che pendeva sull'ingresso recitava "Stalag 17" negli sgraziati caratteri toseviti. Il drappello dei suoi catturatori consegnò Pshing a un corpulento sottufficiale dall'aria non troppo sveglia e ripartì.
-- Sono il sergente Schultz. -- si presentò il sottufficiale -- Seguimi.
Pshing si lasciò condurre docilmente verso l'ufficio del comandante del campo. Schultz bussò alla porta e attese rispettosamente l'avanti. Poi spinse il rettile oltre la soglia ed entrò a sua volta.
In piedi dietro una scrivania lucidata specchio, un uomo in impeccabile divisa nera stava suonando un violino. Portava un monocolo all'occhio destro ed era calvo come un missile aria-aria.
-- Colonnello Klink? -- azzardò il sergente -- Posso disturbarla, signore?
-- Ah, quale grande artista incompreso si cela in me, Schultz! -- sospirò l'altro -- Che diavolo vuoi?
Il sergente scattò sull'attenti. -- Abbiamo un nuovo prigioniero, herr colonnell!
L'uomo col monocolo mosse l'archetto del violino come se scacciasse un insetto molesto. -- Non farmi perdere tempo con queste sciocchezze, Schultz! Portalo alle baracche e chiudilo con gli altri.
-- Ma, herr colonnell, signore... lui è...
-- Non mi hai sentito, Schultz? -- ringhiò l'alto ufficiale.
Il sergente si irrigidì, fece sbattere i tacchi degli stivali e condusse Pshing fuori dall'ufficio. Senza una parola, gli fece percorrere il perimetro del campo, attraversare due sbarramenti di filo spinato presidiato da pastori alsaziani, e infine lo fece fermare davanti a una lunga baracca di legno dal tetto spiovente e dai comignoli fumanti.
-- Entra, bitte! -- ingiunse.
Pshing obbedì, e si ritrovò in un ambiente riscaldato ed arredato in maniera singolare. Tappeti, stampe alle pareti, tavolini, poltrone, persino una radio che suonava charleston... L'insieme era incredibilmente confortevole, in straordinario contrasto con l'esterno.
Un paio di uomini in divisa della RAF stavano sorseggiando un tè in tazzine di porcellana con aria signorilmente rilassata. Uno di loro si alzò con calma e gli tese la mano.
-- Benvenuto. -- disse -- Io sono il colonnello Robert Hogan.

* * *

Il muso del caccia, dipinto a guisa della dentatura di uno squalo, rimbalzò più volte sulla pista prima di arrestarsi. Senza aspettare che l'elica smettesse di girare, il pilota balzò fuori dall'abitacolo con aria di chi non vede l'ora di menare le mani. Indossava una divisa da aviatore con un colletto di pelliccia e una calottina di pelle abbottonata sotto il mento, stringeva un mozzicone di sigaro tra i denti, aveva sopracciglia cespugliose e occhi porcini atteggiati in un'espressione truce che avrebbe fatto la felicità di uno psichiatra esperto in paranoie e manie di persecuzione.
L'uomo lanciò ferocemente uno sguardo a destra, poi a sinistra, infine attraversò la pista e spalancò vigorosamente la porta dell'alloggio piloti.
-- E' tornato il matto. -- commentò distrattamente un uomo sdraiato su una branda.
-- Lo chiamano Wild Bill, vero? -- sussurrò un altro.
-- Veramente è lui che si fa chiamare così. -- precisò il primo. Poi alzò la voce -- Come va, Kelso?
Il nuovo arrivato digrignò i denti, facendo a pezzi il mozzicone. -- Li ho visti! -- grugnì -- Volavano verso Hollywood.
-- Chi?
-- I jet dei rettili! Erano almeno una dozzina! Bisogna affrontarli! Chi viene con me?
I due piloti si scambiarono un'occhiata con l'aria di chi la sa lunga.
-- Sei sicuro, Kelso?
-- Non sarà come l'altra volta?
-- Sì, ricordi quando credevi di aver visto Toshiro Mifune in mezzo all'oceano, e andavi in giro gridando che i giapponesi ci invadevano?
Kelso li fulminò con uno sguardo da delirio psicopatologico. -- Vi dico che li ho visti. -- ringhiò.
Uno dei due uomini fece cenno all'apparecchio radiofonico, che trasmetteva previsioni del tempo sulla costa. -- Ma la radio non ne parla...
Senza mutare espressione, Kelso estrasse la pistola e sparò all'apparecchio, zittendolo.
-- Mente. -- commentò, glaciale -- La radio mente.

* * *

Quando era stato nominato governatore militare, Tomasll si era ritenuto fortunato: la città tosevita designata come suo Quartier Generale godeva di un clima assolutamente tollerabile, specie se rapportato alle mostruose condizioni del resto del pianeta; inoltre, tutta la regione a lui assegnata, parte di una penisola nel sud del continente che i Grossi Brutti chiamavano Europa, era ormai quasi del tutto pacificata. I toseviti locali si erano arresi nel giro di poche ore dallo sbarco della Razza, e Tomasll aveva potuto completare la disposizione della guarnigione senza perdere un solo maschio.
Da qualche tempo, però, il governatore si stava ricredendo sulla sua fortuna. Il signore di flotta Atvar gli aveva chiesto di mettere in piedi una produzione industriale di materiale bellico utilizzando manodopera tosevita, e questo sembrava molto, molto più difficile del previsto.
-- Che significa "i laminati d'acciaio sono spariti"? -- sbraitò all'indirizzo dei suoi subordinati.
-- Non lo sappiamo, signor superiore. Il carico è giunto ieri sera, ma stamattina era scomparso.
-- Non c'era un sistema di sorveglianza?
-- Certamente, signor superiore. Laser e sensori, forniti appositamente dalla nave Imperatore Hetto 43.
-- E allora?
-- Spariti anche quelli, signor superiore.
Tomasll spalancò il becco, incredulo. Poi scosse la testa. -- Avete interrogato le maestranze tosevite?
-- Dicono di non saperne nulla, signor superiore.
-- Ridicolo! Stanno coprendo i colpevoli del furto... Ma non sanno con chi hanno a che fare. -- Tomasll si alzò e percorse nervosamente la stanza -- Ho deciso: parlerò ai lavoratori toseviti. Radunateli nella piazza.
-- Sarà fatto, signor superiore. -- assicurarono zelanti i sottoposti, correndo a eseguire l'ordine.
Il governatore aspettò che il piazzale si gremisse. Poi controllò che le sue pitture corporali fossero a posto, si schiarì la voce e uscì sul balcone.
-- Toseviti! -- esordì -- Tra voi ci sono agitatori e nemici della pace. Ma io li scoverò in nome del nostro amato imperatore...
Tra la folla si levò distintamente un sonoro pernacchio. Tomasll ammutolì per l'inaudito oltraggio.
-- Chi... chi è stato? -- balbettò, incredulo.
Nessuna risposta. Furibondo, il governatore rientrò, sbarrò le finestre e chiamò a raccolta le sue truppe personali.
-- Disperdete questi ingrati e insolenti toseviti! -- gridò -- E portatemi i responsabili della loro guardia locale!
Il drappello di rettili scattò con efficienza, tornando pochi minuti dopo in compagnia di due terrestri in divisa.
-- Voi due! -- li apostrofò Tomasll -- Come vi chiamate?
-- Maresciallo Antonio Capurro. -- rispose tranquillamente il primo, un tipetto bassino e smilzo.
-- Maresciallo Cotone. -- aggiunse l'altro, più alto e anziano.
-- Quando vi abbiamo catturato, vi siete professati membri della polizia tosevita. Il vostro compito è svolgere indagini, non è così?
-- Sissignore. -- fecero i due.
-- Bene. -- commentò Tomasll, ancora furibondo -- Qualche minuto fa un irriverente Grosso Brutto ha osato emettere un verso di scherno al nome del nostro imperatore. Deve essere scoperto e punito.
-- Un verso? -- fece placidamente il terrestre smilzo -- Che verso?
Tomasll roteò gli occhi. -- Non ho l'apparato vocale adatto per ripeterlo. Solo voi Grossi Brutti siete capaci di emettere suoni così disgustosi.
Il secondo terrestre sollevò le braccia. -- Ah, ma in questo caso non possiamo fare niente. Abbiamo bisogno di informazioni più precise.
-- Un attimo, maresciallo. -- lo interruppe l'altro -- Vediamo un po'... Potrebbe ripetere la frase che ha detto al balcone, governatore?
Tomasll provò una fastidiosa sensazione. Tuttavia accondiscese. -- Dunque... Ho detto: "io li scoverò nel nome del nostro amato imperat..."
Capurro fece partire un pernacchio a ottomila decibel. I vetri alle finestre tremarono. Tomasll restò pietrificato.
-- Era così, governatore?
-- Sì, sì. -- balbettò il rettile.
-- Bene. Non ci resta che far venire qui gli operai, uno alla volta, a provare il pernacchio. Lei pronuncerà la frase, ascolterà, e riconoscerà il colpevole. Non ci vorranno più di cinque, sei giorni...
Tomasll provò di nuovo quella sensazione. Ma questa volta riuscì a interpretarla.
-- Voi due Grossi Brutti pensate che io stupido? -- ringhiò.
-- Non ce n'è bisogno. -- assicurò seraficamente Capurro.
Il governatore batté il pugno sul tavolo. -- Voi non vi rendete conto! Io sono il delegato del signore di flotta! Ho potere assoluto su questo quadrante! Posso decollare con i miei uomini e nuclearizzare la città!
-- Ma ci faccia il piacere, ci faccia! -- ribatté Capurro, alzando la voce a sua volta.
Tomasll accostò il viso scaglioso a quello roseo del terrestre e prese a gridare. -- Io sono il governatore! Io vi comando! Io ho carta bianca!!
-- E ci si pulisca il culo!!!! -- gridò di rimando il terrestre.
Poi diede una testata a Tomasll, voltò i tacchi e scappò insieme al compagno. Il governatore, dolorante, cercò a tastoni il disintegratore alla cintura.
L'arma era scomparsa. Insieme a tutta la cintura.

* * *

-- Sono il comandante Matt Sherman. -- si presentò l'ufficiale -- Mi dispiace avervi dovuto prendervi di forza a bordo del Sea Tiger, ma non potevamo permettere che voi comunicaste la nostra posizione.
Fzzek e Nivvek, sbuffando, rotearono gli occhi da rettili. -- Se è per quello, avreste potuto evitare di spararci...
Il terrestre sembrò imbarazzato. -- Ah, ma non era nostra intenzione. Il siluro è partito per sbaglio. -- fece cenno verso un altro Grosso Brutto. Fzzel e Nivvek, con stupore, si avvidero che si trattava un Grosso Brutto femmina. -- La qui presente ausiliaria si è seduta involontariamente sul pulsante di lancio... Sono davvero spiacente.
-- Cioè, non volendo, avete impiegato l'unica arma in grado di danneggiare il nostro blindato? E, in più, ci avete centrato sparando a caso? -- Fzzek fece schioccare la lingua furibondo. -- Lo vedi cosa mi fa incazzare di questi toseviti, signor superiore? Hanno un culo incredibile!
-- In effetti... -- assentì distrattamente Sherman, fissando allupato il fondoschiena dell'ausiliaria.
-- Avete intenzione di tenerci prigionieri a lungo? -- chiese Nivvek.
-- Mi spiace, ma non possiamo sbarcarvi fino al termine della nostra missione.
-- Missione? -- ripeté il rettile, incredulo -- Voi andate davvero in missione con una femmina a bordo?
-- Veramente ne abbiamo quattro. -- confessò arrossendo Sherman.
-- Per l'imperatore! -- sibilarono in coro Fzzek e Nivvek.
Il comandante del sottomarino abbassò la voce. Sembrava sinceramente disperato. -- Ve lo confesso: non ce la faccio più! Quelle quattro mi stanno facendo impazzire! Avete visto in che cazzo di colore abbiamo dovuto dipingere lo scafo? E guardate che hanno fatto al motore!
I due rettili fissarono gli ingranaggi, e si accorsero con stupore che un giunto elastico della trasmissione era stato sostituito da una mutandina-collant.
-- La mia reputazione è completamente rovinata! -- si sciolse Sherman, ormai quasi in lacrime -- Vi prego, amici spaziali: portatevele via. Sono disposto a liberarvi, ma dovete prenderle con voi!
Fzzek e Nivvek si consultarono. -- Si può fare. -- dissero alla fine.

* * *

Atvar squadrò torvo gli alti ufficiali della flotta. La riunione si era dovuta trasferire a bordo della Imperatore Popottek 45, visto che la nave ammiraglia era stata evacuata, dopo l'uso di armi nucleari tattiche per abbattere la porta corazzata della cabina che imprigionava il signore di flotta.
-- Ora basta! -- sbraitò -- Mi state dando solo cattive notizie! Sconfitte, disastri e ritirate! Sono stufo!
-- Nell'uovo delle tue parole c'è un tuorlo di verità, serenissimo signore di flotta. -- assentì contrito Kirel.
-- E nell'uovo delle tue c'è uno zabaione di cazzate! -- ribatté furioso Atvar -- Se adesso non mi date almeno una buona notizia, vi faccio legare alle testate di un missile e vi sparo tutti fuori dall'astronave.
Kirel tossicchiò. -- Be', rutilante signore di flotta, almeno il vaccino contro l'erba tosevita funziona.
Atvar gli concesse una chance. -- Vaccino? Parlamene.
-- Ricordi lo zenzero, eccellente signore di flotta? -- azzardò Kirel -- L'erba tosevita che fa sballare i nostri maschi? Be', i chimici della flotta hanno sintetizzato un vaccino e l'hanno iniettato sulle truppe... Sembra che funzioni. Lo zenzero perde completamente il suo effetto.
Atvar sospirò. -- Per l'imperatore! Almeno di questo non devo più preoccuparmi.

* * *

-- Gradisce un tè?
Pshing rifiutò sdegnosamente l'offerta. Non si fidava affatto di quell'Hogan. I toseviti lo stavano prendendo per il sedere, non aveva dubbi.
-- Riconosco le vostre uniformi. -- disse gelido -- Voi siete british. E volete farmi credere di essere prigionieri dei Deutsche? -- allargò le braccia a indicare l'arredamento signorile della baracca -- Non sembrate affatto prigionieri. E poi, voi toseviti avete fatto la pace e vi siete alleati contro di noi. Perché allora non siete stati liberati?
Robert Hogan ridacchiò. -- Ah, ma se lo Stalag 17 fosse stato chiuso, il colonnello Klink sarebbe stato sbattuto al fronte... Poverino, non ce la siamo sentiti di spedirlo in trincea contro voi rettili, così ci siamo offerti di restare prigionieri.
-- E poi siamo affezionati al nostro campo. -- disse un secondo terrestre -- Siamo tutti amici, ci divertiamo.
-- Giochiamo anche a pallone. -- echeggiò un terzo -- Il nostro mister, Michael Caine, ha fatto una bella squadretta. Abbiamo Sylvester Stallone e Pelè come stranieri. Il mese prossimo giochiamo a Parigi.
-- Perciò si rilassi, amico mio. -- insistette Hogan -- Non vuole proprio una bella tazza di Earl Grey fumante?
Pshing scosse la testa, ancora sospettoso.
-- Ah, capisco. Vuole qualcosa di più adatto ai suoi gusti... -- Hogan tirò fuori una bustina colma di polvere gialla -- Gradisca un pizzico di zenzero, prego.
Il Rettile rise sprezzante. -- Brutte notizie per voi! Avete finito di tentarci con la vostra erba, stupidi toseviti! La scienza superiore della Razza, affinata dai millenni di Storia Patria, ci ha reso immuni!
Hogan batté le palpebre con aria sorniona. -- Davvero? Be', in tal caso... La prego, assaggi quest'altra squititezza.
Pshing fissò ostile il vasetto che l'altro gli porgeva. Era di vetro, e conteneva qualcosa di scuro, all'apparenza cremoso.
-- Cos'è, toseviti?
-- Una leccornia giunta da poco dall'Italia. -- spiegò il terrestre, ironico -- Cos'è, ha paura che sia veleno?
-- Un maschio della Razza non ha paura di nulla! -- ribatté sprezzante Pshing, affondando il becco nel vasetto.
Un istante dopo, il rettile non riusciva a credere ai propri sensi. La sostanza tosevita non era buona: era strabiliante. Ciò che la sua lingua gli trasmetteva era indescrivibile. Si sentì come se, dopo lunghi anni di uova rotte, toccasse finalmente a lui assaggiare il tuorlo della vita.
-- Per... le scaglie... dell'Imperatore... -- balbettò, sopraffatto dal piacere -- Ma cosa... cosa... -- poi si rese conto di avere vuotato il vasetto, e cedette -- Posso... averne... ancora? Vi prego!
Dietro la tazza di porcellana, Hogan sorrise.

* * *


-- Ah, ke doloren! Ho la spina dorsalen rotta in due punti! Sono paralizzaten! Kome soffro!
Il lamento veniva da una delle trincee devastate dall'ultimo bombardamento dei rettili. Otto si coprì le orecchie con le mani.
-- Sono ore ke quel disgraziaten va afanti kosì! -- brontolò -- Bisogna fare qualkosa, Heinz!
-- Vedi tu, Otto. -- ribatté l'altro -- Io sto facendo kolazionen...
Il tedesco osservò perplesso il pezzo di carne che il compagno stava tagliando a fettine sottili -- Non capisco come hai fatto a trovare quel prosciutten, Heinz.
-- Non essere invidiosen, Otto. -- lo redarguì l'altro, attento a nascondere l'altra estremità del pezzo di carne: il "prosciutto" terminava con uno scarpone chiodato dalle stringe ancora allacciate.
-- Ah, ke doloren! -- urlò ancora il ferito -- Ho la spina dorsalen rotta in due punti! Kome soffro!
-- Ora basta! -- saltò su Otto -- Quel disgraziaten mi sta facendo impazziren! Vado a dargli il kolpo di grazien.
Uscì dalla trincea. Heinz udì i pesanti passi del compagno sul fango, poi un sonoro "crak" e un urlo. Infine Otto ritornò.
-- Ah, ke doloren! -- si sentì di nuovo -- Ho la spina dorsalen rotta in tre punti! Kome soffro!
Heinz squadrò il compagno con fare accusatorio.
-- Ho finito le munizionen. -- si scusò l'altro.
Annuendo, Heinz tornò al suo prosciutto. Poi sembrò ripensarci. -- Scusa, Otto, ma ke c'entra questo con i rettilen?
-- I rettilen? -- ripeté l'altro, perplesso.
-- Si supponen che questo sia un racconto sull'invasionen dei rettili, no? Ke c'entriamo noi Sturmtruppen?
Otto scrollò le spalle. -- Kredo che siamo qui per allungare il broden, Heinz. Il grande Harry metterebbe anche Godzillen, pur di ingrossare i suoi libren. Lo sai ke viene pagato a parolen...
-- Ach, se prova a passaren di qui lo sparo. -- commentò l'altro.
-- Se non lo fanno i lettori... -- replicò seraficamente Otto.
-- Hai ragionen. -- concluse Heinz, tornando definitivamente al suo prosciutto.

* * *

Il caccia americano con il muso di squalo svettava orgoglioso sul ponte di volo della Akagi, circondato dagli Zero con l'emblema del sole nascente. Le onde dell'oceano pacifico spumeggiavano tumultuose intorno allo scafo.
-- Trovarvi è stato un segno del destino! -- esclamò Kelso, masticando il sigaro per contenere l'eccitazione del momento. -- Unitevi a me per l'attacco ai rettili, amici gialli!
-- Veramente navigavamo qui al largo della California per altri motivi. -- obiettò l'ammiraglio Nagumo, il comandante nipponese. -- Comunque, qual è il suo piano, onorevole alleato?
-- Semplice. -- un lampo di eroica follia attraversò gli occhi spiritati dell'americano -- E' il momento di fare qualcosa di incredibilmente stupido. E noi siamo le persone più adatte a farlo!
Nagumo ponderò la proposta. -- Un attacco kamikaze, dunque... Be', se un aviatore americano ha il coraggio di sacrificarsi contro i rettili, certamente almeno un pilota dell'Impero dovrà andare con lui. Vediamo... -- fece correre lo sguardo sull'equipaggio dell'Akagi, allineato in tuta di volo sul ponte.
Il viso di tutti i nipponesi era fiero e impassibile. Ciascuno di loro aveva legato in fronte il fazzoletto col sole nascente, segno che erano pronti a morire per i valori del Bushido. Ma, tra le ultime file, uno di loro si muoveva nervosamente, tentando di nascondersi.
-- Vediamo... -- ripeté l'ammiraglio -- In questa missione suicida andrà... -- fece lievitare la tensione -- Tozzi-Fan!
Si udì un tonfo. Le compatte file dell'equipaggio si aprirono, rivelando il corpo privo di sensi del pilota che aveva cercato di nascondersi.
-- Caricate uno Zero di esplosivo e mettetelo ai comandi. -- ordinò Nagumo.
-- In fretta! -- aggiunse Kelso -- Non vedo l'ora di rompere il culo a ET.
-- Com'è umano lei... -- balbettò flebilmente il pilota nipponese semisvenuto.

* * *

Il signore di flotta Atvar era indeciso se stracciare i rapporti e ingoiarli o fare lo stesso con i membri del Consiglio di Flotta. Scorse ancora una volta la terrificante lista di cattive notizie.
-- Attacchi suicidi contro le nostre truppe in California... Furti e assenteismo nelle fabbriche a Napoli... Produzione sabotata... Il governatore militare Tomasll ricoverato per esaurimento nervoso... Nel quadrante sud pacifico un equipaggio di blindato deferito alla corte disciplinare perché... -- la voce di Atvar si spezzò -- ...ha dipinto di rosa il veicolo assegnatogli!!!!
-- Per il sacro uovo dell'Imperatore! -- ruggì -- Siete degli incompetenti totali! Io vi scaravento tutti fuori dallo scafo!
Atvar tacque aspettandosi, se non qualche scusa accettabile, almeno implorazioni di perdono. Ma non ci fu alcuna reazione: i suoi sottoposti mostravano tutti un'aria straordinariamente rilassata e soddisfatta.
-- Branco di idioti! -- sbraitò -- Non avete neanche il coraggio di giustificarvi! Ma io vi strappo la lingua dal becco, io vi...
-- Eccellentissimo signore di flotta, ti vedo troppo agitato. -- interloquì serenamente Kirel -- Assaggia anche tu un po' di questa squisitezza: vedrai come ti calmerà.
Atvar roteò gli occhi, scandalizzato. -- Tu, Kirel! Sei... sei un lecca-zenzero?
-- No, cazzutissimo signore di flotta, non è zenzero. Un maschio di nome Pshing, che abbiamo appena liberato da un campo di prigionia dei Deutsche, ne ha portato a bordo una cassa. Provala...
Meditando quale spaventosa punizione infliggere ai membri del Consiglio, Atvar prese bruscamente in mano il vasetto di vetro. I caratteri toseviti stampati sull'etichetta recitavano "Nutella". Il signore di flotta annusò la sostanza, poi vi immerse il becco.
-- Per... per l'imperatore! -- ansimò, quando finalmente riuscì a riacquistare il controllo di sé. Guardò il vasetto, e all'improvviso si sentì perduto: era vuoto.
-- Dammene ancora, Kirel, presto!
-- Com'era quella storia di sbatterci fuori dallo scafo, flatulentissimo signore di flotta? -- replicò sornione l'altro.
-- Non dire stronzate e dammi un altro vasetto! -- chiocciò Atvar, con la bava alla bocca.
Sospirando, Kirel distribuì un barattolo di Nutella a ogni membro del Consiglio, riservando l'ultimo per Atvar, che vi affondò di nuovo il becco con frenesia.
-- E la guerra, petulantissimo signore di flotta? -- disse ancora Kirel.
-- Non rompere le palle! -- tagliò corto Atvar, con macchie di Nutella a sporcargli le pitture corporali -- Ci penseremo nel prossimo romanzo.
L'intero Consiglio di Flotta assentì vigorosamente. E con questo la seduta fu chiusa.

FINE

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