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di Maurizio Del Santo

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racconto

La donna con l'ombrello di rame

1

Quando Casimiro si trovò davanti la scena, non riuscì a trattenere un'imprecazione. La donna aveva steso un vecchio plaid scozzese sopra il tumulo e ora se ne stava lì immobile, sotto la pioggia autunnale insistente, con un ombrello rosso proteso a riparare la tomba e un mormorio sulle labbra, come se stesse pregando il ritorno del bel tempo. Provò a convincerla con le buone, poi passò alle maniere brusche e infine alle suppliche. Esasperato mandò la moglie a chiamare Arim, l'albanese che gli faceva da assistente, e insieme riuscirono a trascinarla via dal piccolo cimitero, tra pianti e urla isteriche. La voce si sparse in un attimo: l'Antonia, poverina, dava fuori di matto.
- Certo, il dolore può spingere a fare le cose più strane - sentenziò il medico dall'alto della macchia a forma di cuore che gli deturpava la fronte. Era difficile digerire la scomparsa di un figlio, anche in tempi in cui Madama Morte non badava al risparmio, andando ad arrotondare la giornata nelle campagne dopo aver lavorato duro nelle megalopoli. Il dottore scosse la testa, gettò sul tavolo un paio di rare aspirine, si rimise l'impermeabile e sparì sotto la pioggia grigiastra, lasciando la Pina e la Giovanna indaffarate intorno al letto della povera Antonia.
- Fatemi andare - mormorava lei distante.
- Su, Antonia, devi riposare.
- Martino si sta bagnando tutto.
- Ma no, ha smesso di piovere - disse premurosa Pina mentre si affrettava ad accostare le persiane, - fra poco uscirà anche il sole.
- E' così delicato, ninin, fa presto a prendersi una bronchite.
- Ma no, Antonia, vedrà che non si prende niente...
Di sotto, nel portico del villino, Casimiro si grattava pensosamente il mento ricoperto dalla barba ispida con il beccuccio della pipa di radica. Non fumava più da un pezzo, da quando il tabacco aveva smesso di arrivare. Era troppo orgoglioso per attaccarsi ai surrogati di malto e nitrati, e troppo vecchio per rassegnarsi all'inevitabile. Il rumore della macchina lo sorprese; ancora di più lo sorprese la vista del Tutore della Comunità Ballestreri, che non si faceva quasi mai vedere nella frazione se non per battere cassa o in occasione delle elezioni.
- Ho saputo della signora Fresi. Come sta, adesso?
- Uhm... Meglio. - Casimiro si mise a guardare altrove, come sempre poco socievole con chi non gli garbava. Il Tutore scrollò l'ombrello e si passò una mano tra i radi capelli grigi, risistemandosi l'auricolare che lo teneva sempre in contatto con il suo ufficio e il centro operativo delle milizie. Il suo sguardo si spostava nervosamente da una parte all'altra della strada, come se temesse un arrivo inaspettato.
- L'ho saputo dal dottor Parodi - continuò parlando un po' troppo in fretta, - lo sa, le nuove ordinanze del Governatore Regionale impongono la supervisione su tutte le visite mediche. Ma non dovrebbe avere niente di grave, no?
Casimiro addentò la pipa e per la prima volta si concesse un'occhiata al Tutore, ma di sfuggita, come si guarda una cosa schifosa solo perché si deve. - Oggi è il primo anniversario del funerale di Martino. E' stato un brutto momento. Era un bravo bambino, educato e gentile. Non sempre muoiono quelli che dovrebbero.
Il Tutore strinse gli occhi, come se la provocazione gli avesse ridato coraggio. - A volte morire è il male minore. E anche un vecchio come lei può essere ancora utile allo Stato. Al suo posto non lo dimenticherei.
La Giovanna si affacciò sul portico, gettando un'occhiata ansiosa ai due uomini. Mormorò un saluto al Tutore, poi si rivolse al marito: - Dorme. La Pina rimane, poi le darò il cambio stasera.
- Allora andiamo. - Casimiro raccolse un ombrello appoggiato alla parete e ci si infilò sotto insieme alla moglie. - Una sola cosa è sicura - disse, e accennò con il mento in direzione del cimitero. - Prima o poi là ci finiamo tutti. - Poi si incamminarono a braccetto, marito e moglie, sotto la pioggia viscida, lungo il viale tortuoso che saliva verso le ultime case prima dei monti e delle vecchie fabbriche di laminati ormai in rovina. Il Tutore li seguì con gli occhi, mentre con la mente era già oltre la statale, oltre i flussi silenziosi di notizie che echeggiavano tra le altissime torri di alluminio, a rincorrere la schiuma delle onde su una spiaggia arsa dal sole.

L'autunno era sempre la stagione più triste. Le brutte giornate, la pioggia e il vento che spazzava le campagne rendevano meno sopportabile il razionamento della benzina e più suscettibile l'umore della gente. Nelle serre le minuscole macchine intelligenti lavoravano in silenzio e a pieno ritmo, nelle fattorie si curavano al meglio gli animali e si accudivano quelli malati con lo stesso affetto che si dimostra ai figli ritardati. L'infermità era ormai diventata un'abitudine e una nuova macchia, una pustola, una piaga, si lasciavano passare inosservate, con cortesia e comprensione. Il Sindacato cercava di organizzare forme di protesta, ma gli era sempre più difficile; la Casa del Popolo era invasa da uomini e donne che ormai si lamentavano senza convinzione contro le prepotenze dei governanti, che stavano facendo scontare loro decenni di incuria ambientale. Le notizie di sommosse che viaggiavano sui canali clandestini, i fuoristrada delle milizie che si fiondavano lungo le provinciali dissestate, le medicine che ormai erano un lusso, preoccupavano, ma non tanto quanto un litigio fra amici o il raffreddore di una pecora. Il mondo stava bruciando e affogando al tempo stesso. Ma Antonia continuava a mettere da parte crostatine di mele e tavolette di cioccolato e a portarle sulla tomba di Martino, e quando pioveva insisteva per mettere sulla pietra un plaid e a restarsene lì con l'ombrello aperto, per evitare che si buscasse un raffreddore.
- Non può continuare così - dicevano i vecchi scuotendo la testa. In tanti avevano provato a spiegarle la verità, con le buone maniere e i modi duri, ma Antonia non dava retta a nessuno e nessuno aveva il coraggio di legarla al letto di casa, visto che poteva essere l'unico modo di fermare quello straziante pellegrinaggio. Antonia usciva con il buio e aveva già le sue tappe fisse: la Flora per le solite due uova fresche, una per lei e l'altra per Martino, poi da Biagio per il lievito e l'uva passa, poi dalla Renza per un po' di lattuga, ravanelli e finocchio. Poi a casa, a preparare croccanti panini all'uvetta, frittata con verdure e cipolle bollite, perché anche in tempi di magra i bambini dovevano crescere sani e forti. Perciò preparava un bel fagottino e s'incamminava a passo svelto, seguita dalla pietà dei vicini e degli estranei, facendosi il segno della croce al momento di entrare nel camposanto e sentendosi un po' in colpa, perché qualcuno stava sicuramente piangendo i suoi morti e lei era invece fortunata ad avere un bambino così bello e vispo, da mangiarsi tutto intero con i suoi undici anni dolci ed esplosivi. Seduta sulla tomba, Antonia apparecchiava con cura e osservava ogni gesto di Martino, sgridandolo un po' quando rovesciava la brocca ma senza mai smettere di sorridere e ringraziare Dio di essere così felice.
Andava avanti da più di un mese. Casimiro la osservò dal balcone della sua mansarda, proprio di fronte al cimitero. Fece un cenno di sotto ad Arim di tenere d'occhio la donna con la solita discrezione e si ritirò, attirato dal pianto di un neonato proveniente dalla camera accanto. Sua figlia Margherita, con il piccolo Yari tra le braccia, sedeva stancamente sulla trapunta di stoffa sforzandosi di sussurrare una ninna nanna senza senso.
Casimiro sorrise. I fantasmi del passato, gli echi di innumerevoli misfatti compiuti in nome di principi dimenticati e ormai ridicoli, non potevano resistere e svanivano, si scioglievano di fronte all'immagine del piccolo stretto nel grembo della madre. Yari sonnecchiava agitando leggermente le braccine. Margherita lo coccolava teneramente, e Casimiro rivide in lei lo stesso sguardo di Antonia, come se avesse in seno il tesoro più prezioso del mondo.
- Bisognerà fargli fare le vaccinazioni - disse distrattamente. Margherita reagì con un'occhiata spaventata. - No, no...
- Niente vaccinazioni - aggiunse una voce alle loro spalle. Gabriel, il genero di Casimiro, indossava ancora il giubbotto nero e il berrettino portafortuna che usava durante i trasporti clandestini.
Casimiro sbuffò: - Le malattie... Polio, anticorpi, sono sempre in agguato. E' necessario fargliele.
Yari volle dire la sua, una serie di paffuti brontolii amplificati dall'agitarsi delle gambine. Anche Gabriel non riuscì a trattenere un sorriso sfiorato, sospeso tra cielo e terra come gli occhi del bambino e il sole che stancamente cominciava a scendere sulla spirale della sera, inseguendo un'altra luna, primitiva e inutile.
- Niente vaccinazioni - ripeté semplicemente.

- Compagni, parliamoci chiaro: deve saltare fuori chi è stato! - Rino Melandri, il rappresentante sindacale, berciava e si dimenava dietro il tavolo scuro nel teatrino della Casa del Popolo. Dalle vecchie sedie di faggio si levavano grida e imprecazioni; il fatto, già grave di per sé, della sparizione delle parti di ricambio necessarie per le macchine agricole e i computer specializzati che assicuravano il funzionamento di tutta l'economia del paese, era ulteriormente complicato dalla consapevolezza che soltanto uno del posto, che conosceva i depositi e poteva accedervi con relativa facilità, aveva potuto commettere il furto. In una comunità in cui tutto era condiviso, e il senso di solidarietà era una ragione di sopravvivenza, un atto del genere costituiva un sacrilegio peggiore che rubare in chiesa.
- Io dico che non è possibile, non ci credo! - Il Foscoli era segretario comunale e quando s'inferociva i baffoni gli si drizzavano all'insù, conferendogli un'aria grottesca. - Pensare che uno di noi... Un compagno, un amico! Non è possibile!
- Senti, nessuno vuole accusare nessuno - intervenne Elda Sindoni del coordinamento unico, torturandosi il fazzoletto color malva annodato al collo, - ma i fatti sono quelli che sono. E' necessario capire... Compagni, per favore!
In sala si era accesa una rissa. Due allevatori avevano cominciato scambiandosi botte di insulti per finire alle mani, e ci vollero tutti i novantotto chili del Foscoli più alcuni altri del servizio d'ordine per separare i contendenti.
- Ripetilo, brutto maiale!
- Te lo ripeto, sì - abbaiò l'allevatore infuriato, un certo Guardozzi arrivato otto mesi prima dai canali padani del Trebbia. - C'entrano i Neri, e tuo figlio è uno di loro!
Non fecero in tempo a prendersi di nuovo a schiaffi, bloccati com'erano dagli altri compagni. Rino piombò subito in mezzo ai due e prese il Guardozzi per il bavero della giacca, squadrandolo a muso duro. - Qui i Neri non si nominano, hai capito? - ringhiò.
- Sono stati loro! Sono gli unici a poterci guadagnare, i figli di troia! - Non poté continuare perché il Rino gli mollò subito un paio di ceffoni, ma poi anche lui si fermò, accorgendosi che improvvisamente si era fatto il silenzio totale nel teatrino, interrotto da un battimani scandito sonoramente.
Il Tutore Ballestreri se ne stava appoggiato al portone d'ingresso nel suo costoso impermeabile bianco, con un paio di ragazzi tatuati delle milizie paramilitari a ghignargli al fianco. Continuò a battere le mani e a sorridere, sarcastico, mentre si avvicinava, e la gente si scostava al suo arrivo neanche fosse un lebbroso.
- Bravi. Finalmente qualcuno che lo dice - recitò con il suo tono di voce falsamente gentile mentre scandiva il tempo con le mani. Si era appena rapato a zero, secondo la nuova direttiva suggerita dai circoli governativi, e l'effetto era quello di far risaltare maggiormente la lucentezza degli occhi scurissimi.
- Questa è una riunione del sindacato, Tutore - gli fece Rino, - non è di tua competenza, e non sei nemmeno stato invitato.
- Tutto quello che accade nella giurisdizione è di mia competenza - gli rispose quello, interrompendo di botto l'applauso solitario. - Allora, che dicevate dei Neri?
Ci fu un rapido giro di sguardi poi la Sindoni, che nel frattempo si era avvicinata, ebbe il coraggio di uscire allo scoperto. - Qualcuno pensa che siano stati degli immigrati clandestini. Magari africani...
- Ahhh... - Ballestreri si fece un risolino ancora più mieloso. - Che strano, non sono arrivate notizie riguardo a clandestini. E d'altronde perché dovrebbero venirsene fin qui dall'Africa? Lì stanno molto meglio di noi: aria buona, niente razionamenti, niente malattie; quello sì che è un bel posto. Se io vivessi là, non me ne andrei mai.
- Siamo d'accordo, Tutore - annuì Foscoli. - Infatti era proprio quello che stavamo spiegando ai compagni - e fulminò con un'occhiata Guardozzi, che se ne stava a occhi bassi.
- Ma certo. - Ballestreri si guardò intorno, scrutando a una a una le facce dei presenti, che tendevano a ritrarsi. - Ma certo. Di sicuro i Neri non c'entrano, sia gli africani che i contrabbandieri. In gergo si chiamano così, no? - Fece un altro risolino sardonico. - Chissà, magari è stato qualche vagabondo di passaggio, o ladri di città, oppure chissà chi. I carabinieri indagheranno, in fondo è compito loro.
- Comunque - intervenne il Rino, - rimane il fatto che i ricambi sono stati rubati e ora siamo in difficoltà. Quando potremo avere il carico in sostituzione?
- La data è sempre la stessa, la prima decade di settembre.
- Ma mancano dieci mesi! Le macchine hanno bisogno di ricambi, non possiamo reggere così tanto, senza.
- Affari vostri! - La voce del Tutore si incattivì di brutto, proprio il tono che ti aspetti da chi sa di poter dettare legge. - La responsabilità delle attrezzature è vostra, lo sapete perfettamente, quindi adesso non accampate scuse. E sia chiaro che le quote non devono subire riduzioni, altrimenti scatteranno immediatamente le sanzioni previste dalla legge!
Il volto di Melandri divenne paonazzo dalla rabbia, e si trattenne a stento dal saltare alla gola di Ballestreri mentre Elda e Foscoli gli stringevano forte le braccia. - Tu...
- Io... - gli fece eco il Tutore, mentre i miliziani facevano intravedere le fruste elettriche. - ...Vi porgo il mio buonasera. - Girò i tacchi, deciso a uscire, quando di colpo si fermò, sollevando leggermente la testa. - Ah, Rino - aggiunse, - ho saputo che tua figlia... Valentina, vero? Ha compiuto undici anni proprio l'altro ieri, dico bene?
Tutta la rabbia che aveva invaso il sindacalista si spense di colpo, come un fuoco smorzato dalla prima neve invernale.
- E' una bella bambina, sana - continuò il Tutore con lo sguardo tagliente. - E' quasi un miracolo al giorno d'oggi avere bambini sani. Devi esserne contento. Forse uno di questi giorni passerò a portarle un regalo.
Uscì a passo svelto portandosi dietro l'aria, la luce e il calore, lasciando fra la gente solo gelo e vergogna.

2

La notizia rimbalzò come deboli riflessi di sole sulle prime nevi di gennaio, come un miracolo atteso ma comunque sorprendente, e fece il giro delle frazioni e dei casolari, delle officine e delle serre, posandosi per un attimo per poi risollevarsi.
Le prime avvisaglie si erano avute subito dopo l'Epifania. I pochi gatti e cani sopravvissuti alle estinzioni di massa del decennio precedente erano irritabili e furiosi, urlavano feroci alla luna e rinunciavano ai giochi amorosi e alla caccia ai parassiti per aggirarsi come forsennati tra le recinzioni delle colture idroponiche, fiutando piste invisibili. Circolavano voci di razzie notturne, racconti di predatori creduti scomparsi che lasciavano strani solchi bruciacchiati nell'erba nascente. I carabinieri erano taciturni e sempre sul chi vive; anche le squadracce di miliziani del Tutore davano meno fastidio del solito, come se l'attesa dei gelidi venti di febbraio li rendesse calmi e inquieti al tempo stesso.
Ma soprattutto l'Antonia era raggiante. Non soltanto bella, lo era sempre stata. Semplicemente splendida. Si spazzolava i lunghi capelli biondi avendo cura di nascondere i primi fili grigi, si rinfrescava la pelle con impacchi di rose ed erbe mediche, e i suoi vestiti erano curati e in ordine come quando il suo povero marito era ancora in vita, prima che la malattia dei bachi da seta lo trascinasse appena due metri a destra della tomba del piccolo Martino.
Chissà chi è il suo amante, mormorava il paese. Qualcuno parlava di uno straniero, forse un cittadino, altri addirittura indicavano il Tutore, che non aveva mai nascosto il suo interesse per la vedova, e la compativano.
Casimiro la difendeva a ogni piè sospinto, ma anche lui era disorientato. In seguito, improvvisamente, Antonia smise di andare al cimitero. Niente più coperta sulla pietra tombale, niente più rimasugli di cibo divorati dalle formiche. L'evento, voluto e invocato, colse tutti di sorpresa e quasi ci rimasero male, non se l'aspettavano più ormai. Era chiaro che c'era un uomo.
- Oh, beh, in fondo ha diritto a rifarsi una vita - sosteneva Giovanna mentre cullava dolcemente il piccolo Yari. - E' una donna ancora giovane e sana, e non vedo cosa abbiate tutti da scandalizzarvi!
Casimiro annuiva, ma non era convinto. Non riusciva a capacitarsi di come potesse essere rinsavita di botto, dopo un così lungo periodo di follia. Allora una sera, insieme alla moglie, andarono a farle visita sperando di riuscire a svelare il mistero.
Lei li accolse in casa con un'antica vestaglia di seta, lunga fino ai piedi, finissima e felice come non ricordavano di averla mai vista. Li fece entrare invitandoli a tenere bassa la voce.
- Perché mai? - chiese Casimiro posando la brocca d'olio di mais sul tavolo della cucina.
- Shhh... - fece ancora Antonia, - non voglio che si svegli, è così stanco.
- Ma chi?
- Oggi è stato a giocare sul greto del vecchio torrente asciutto - continuò Antonia mentre armeggiava delicatamente con la scodella del latte. - E' rientrato tutto sporco di terra e insetti, ma che ci volete fare; sono fatti così.
Giovanna e Casimiro si guardarono lungamente, intanto che un sospetto orribile si faceva strada dentro di loro.
- Eppure, quando l'ho visto in quello stato non potevo trattenermi dal ridere - proseguì mentre sorrideva di una gioia che solo le madri consapevoli possono manifestare. Prese a tagliare il pane di segale a fette sottili. - Però si è stancato tanto, e allora voglio che riposi bene perché domani ho intenzione di portarlo in quel bosco che c'è più in su, lungo la provinciale, per fargli vedere quel rifugio dei cacciatori in cui suo padre e io giocavamo da bambini, dove abbiamo imparato a volerci bene.
Giovanna si costrinse a girarsi di lato e a trattenere un singhiozzo. Casimiro rimase in silenzio per alcuni minuti, osservando la donna che abbrustoliva il pane sul fuoco. Poi si fece coraggio, ma mentre stava per parlare si bloccò colpito dall'odore pungente che sovrastava anche il profumo dell'aglio strofinato sul pane. Una spirale che s'insinuava in profondità nelle narici e rimandava al clangore di ingranaggi, scintille sprizzanti da colate di ghisa e ruvidi tessuti su mani callose.
Casimiro si costrinse a uscire sulla veranda, quasi stordito da quell'attacco concentrico di sensi. Tirò su forte col naso in direzione dei colli puntati verso le stelline tremolanti della sera, e l'aria fredda gli ripulì i polmoni, rinfrancandolo. - Forse un aereo, o un camion, ha perso della nafta - , mormorò fra sé rientrando in casa. Si interruppe perché si era accorto che il soggiorno era deserto. Né Antonia né sua moglie erano visibili, così iniziò timidamente a cercarle, perché non era comunque bello per un uomo aggirarsi nelle stanze di una donna sola.
Le trovò in fondo al corridoio in penombra. Giovanna era ferma sull'ingresso della stanza da cui proveniva una debole luminescenza, e quando si girò a guardarlo aveva gli occhi lucidi e le labbra piegate in un'espressione da madre preoccupata. - Dio mio, si è svegliato - bisbigliò con la voce rotta dall'emozione. Casimiro si affacciò e vide la cameretta, i mobili di frassino, i giochi e i libri, e poi Antonia seduta sul pavimento, il braccio steso in una carezza e l'aria più felice del mondo. Infine lo scorse rannicchiato in un angolo, semicoperto dallo stesso plaid che tante volte aveva ripulito dal terriccio del cimitero, i capelli biondi un po' lunghi tirati all'indietro, il viso e le braccia da bambino percorse da strisce luminose multicolori che pulsavano lievemente, come un arcobaleno tatuato.

A volte ci sono cose che non puoi capire, ma che sei costretto ad accettare così come accetti un incidente, una giornata di sole, il sorriso di un tuo caro. Martino era tornato, ma non era Martino, eppure lo era. Il medico, le donne che lo avevano visto crescere, gli amici di famiglia, lo riconoscevano ma non lo riconoscevano. E lui, Martino che non era Martino, era tranquillo e silenzioso mentre il personale arcobaleno che aveva stampato sulla pelle continuava a pulsare quietamente, carico di elettricità e di domande.
Non è possibile, ripetevano i più, Martino è morto e sepolto. Ma nessuno aveva assistito al funerale, tranne la mamma e il papà, e le esequie erano state effettuate da personale incaricato direttamente dal Tutore. Non può essere lui, è un impostore, uno di quei terribili esperimenti che fanno nelle città; ma chi si fermava a guardarlo mangiare a piccoli morsi i panini con l'uvetta e la frittata di uova fresche, sorridendo alla mamma che non lo lasciava mai un istante, cessava di dubitare e si limitava a credere, anche se i piccoli fulmini che ogni tanto cadevano nella zona erano eventi carichi di incognite, anche se a volte strane esalazioni si levavano intorno alla casetta, facendo star male i più deboli e causando singolari visioni di autostrade sospese a mezz'aria, odori di bizzarri meccanismi bagnati dalla rugiada del mattino.
Poi un giorno Martino riprese a parlare. E raccontò delle cose che aveva visto e sentito e toccato, là nella terra dei dimenticati in cui aveva camminato a lungo.
- Ci sono palazzi che scendono sotto terra, pieni di vetri e umidi, con tanto calore - sussurrava accarezzando un cucciolo di gatto che gli si accoccolava tra le ginocchia. - Ci sono stanze con molte luci, ci sono donne che ci fanno da mangiare e macchine trasparenti ci insegnano a giocare con le luci, quando dobbiamo usarle e per farci cosa.
Casimiro, Rino, la Sindoni e tutti gli altri lo ascoltavano in silenzio, con il rispetto che si deve ai defunti, non osando fargli troppe domande e interrogandosi sul da farsi tra una pausa e l'altra.
- Non riesco a crederci, non è possibile! - La Sindoni si massaggiò nervosamente le dita spaziando a larghi passi lungo il porticato della casa di Antonia. - E' opera del demonio. Qui c'entra il diavolo in persona!
- Ma smettila! - la rimproverò Rino. - Non sei mai stata religiosa in vita tua, non cominciare adesso.
- E invece comincio! Ci sono eventi che ti fanno cambiare il modo di vedere la vita, e questo è uno di quelli! E poi, come lo puoi spiegare tu?
- Non lo so, non lo spiego. Ma qui il diavolo non c'entra.
- E che ne sai? - Elda sembrava lei stessa posseduta. - Ci hanno insegnato che solo Gesù può far risorgere i morti, ma io non lo vedo, e allora dev'essere stato il diavolo! I morti non tornano a vivere da soli!
- Beh, non ha torto - si intromise timidamente il Foscoli, seduto su uno dei gradini del porticato. Rino gli lanciò uno sguardo esasperato. - Ma ti ci metti anche tu, adesso? - sbuffò.
Foscoli si alzò e prese a tormentarsi i baffoni. - Senti, se non è il diavolo è un miracolo, ma comunque qualcosa c'è. Là dentro c'è un bambino che dovrebbe essere in una bara, e non puoi dirmi che non è successo niente. - E la sua anima corse subito dalla figlia, catturata da Madama Morte che indossava il guanto di pelle di un rapinatore troppo nervoso.
- Sì, è un miracolo - La Giovanna era appena uscita stringendosi nel cappotto, e il luccicore degli occhi si distingueva nettamente nel buio della sera. - Dio non abbandona i suoi figli e ha fatto il miracolo per il cuore di Antonia. E' così, non è vero? - chiese speranzosa al marito, che se ne stava appoggiato sotto la veranda mordicchiando la pipa.
Il sindacalista si sfregò la faccia in un gesto di profonda stanchezza. - Io ne so poco di fede e di miracoli - disse a mezza voce, - ma nessuno di voi ha pensato che quel bambino può non essere il figlio di Antonia? Magari gli somiglia soltanto e tutti noi, presi dalla foga, ci siamo lasciati influenzare dalla follia di una donna sola. Abbiamo visto tante di quelle brutture, in questi anni, che forse ora, inconsciamente, vediamo solo quello che vogliamo e non sappiamo più capire qual è la realtà.
A queste parole Casimiro si girò lentamente e fissò il sindacalista con uno sguardo indecifrabile.
- No, è Martino, questa è la realtà. E quelle luci? - domandò la Sindoni. - Quelle strane righe sulla pelle? Di chi sono opera, quelle?
- Qui siamo in campagna, lontano da tutti, ma sai bene che in città è diverso. Lì la scienza e la tecnica fanno cose che a noi sembrano miracoli, ma non lo sono. E ribadisco, non è Martino!
- Anche se non lo fosse, resta da stabilire un fatto. - Foscoli si era alzato e messo in mezzo alla strada. - Chi è quel bambino? Perché è qui, cosa ce lo ha portato o chi ce lo ha portato?
- Ma non lo so! Non ho le risposte a tutto.
- Davvero? - Casimiro girò lo sguardo di pietra sul sindacalista, che rimase interdetto, rigido come un tronco d'albero tagliato nel gelo invernale. - Che intendi dire? - intimò sulla faccia del vecchio.
Casimiro tirò una finta boccata dalla pipa senza scomporsi. - Se quel bambino è davvero Martino e, per quanto vedo io, lo è - disse socchiudendo gli occhi, - allora non c'è alcun miracolo da spiegare. Non è morto, non lo è mai stato. Quindi la domanda vera è: perché è stato finto il suo decesso? - Il vecchio squadrò uno per uno tutti i presenti. - Chi c'è in quella tomba, ammesso che ci sia qualcuno? Chi aveva interesse a fingere la sua morte, e dove lo ha portato? Martino ha raccontato di strani giochi che avrebbe fatto in città... Giochi violenti e crudeli contro adulti e altri bambini. - Si avvicinò a Rino, immobile, piantato sulle gambe larghe e con il respiro pesante dalla bocca semichiusa. - Qualcuno ci avrà guadagnato qualcosa? Chi? Chi conosciamo che può aver tratto vantaggio da tutto ciò?
- Il Tutore! - Urlò Foscoli improvvisamente, per poi abbassare subito il tono. - Quel fetente ci odia, solo lui poteva avere dei motivi per rubare un bambino a sua madre.
- E' un'idea, ma niente di più - disse Rino, avendo cura di scandire bene le parole. - Ci sono ancora troppe cose che non sappiamo, troppi dubbi per tirare conclusioni. A ogni modo sarà meglio evitare che gli arrivi la notizia del bambino, non si sa mai - .
- E' una parola - sbuffò la Sindoni, - le voci corrono in fretta, non potremo tenerglielo nascosto per sempre.
- Più ci riusciamo, meglio sarà. Intanto sentirò alcuni miei conoscenti della Prefettura e cercheremo di capirci qualcosa. Martino... - si interruppe mordendosi il labbro, - ...o chiunque sia, deve restare nascosto. Nessuno deve vederlo, e noi ci daremo da fare per far credere alla gente che sia solo una diceria. Sarà un'impresa, ma bisogna riuscirci, dobbiamo guadagnare tempo. - Vagò con gli occhi azzurri lungo l'intero viale. - Tutti d'accordo?
Giovanna, Foscoli e la Sindoni annuirono senza aprire bocca. Solo Casimiro cercò di parlare, ma la moglie lo portò via tirandolo per la giacca, e insieme rientrarono in casa sotto lo sguardo attento del sindacalista.

Le leggende corrono rapide e sottili come i torrenti di montagna. Pertanto, nonostante l'opera di depistaggio e il riserbo che la gente vicina ad Antonia cercava di mantenere, arrivò il giorno in cui il Tutore suonò al campanello della vedova.
L'Antonia aveva sbirciato da dietro le tende, e così lo aspettava, fasciata nell'abito più bello che aveva, i capelli lavati e profumati e lo sguardo intrigante che sapeva mettere in imbarazzo gli uomini. E difatti anche Ballestreri si sentiva così: il tentativo di nascondere il disagio rigirando tra le mani il cappello e sbraitando ordini ai carabinieri di scorta non facevano che peggiorare la situazione. Così, chi passava sulla strada poteva vedere attraverso le finestre aperte le divise scure dei carabinieri aggirarsi per le stanze, aprire armadi e cassetti, passare strani oggetti luccicanti sul mobilio e le pareti, mentre il Tutore si innervosiva a mano a mano che i minuti trascorrevano e Antonia insisteva col suo sorriso aperto e cordiale, ma in realtà voleva solo che quella gente sparisse sottoterra e la lasciassero in pace con il suo bambino.
Finita l'ispezione i carabinieri tornarono di malavoglia ai fuoristrada mentre il Tutore restava incerto sulla soglia, sempre con l'inutile cappello fra le mani; Antonia si fece seria quando lui le parlò fitto e a voce bassa, indietreggiando ogni volta che si avvicinava. Confabularono per qualche minuto, poi lei mise nelle sue mani qualcosa. Il Tutore corse via e s'infilò in macchina sbattendo la portiera, scuro come le nuvole cariche di pioggia che infrangevano le cime lontane dei monti.

I miti a volte si materializzano, come un sogno troppo vivido per sembrare solo immaginato. Casimiro non ricordava più l'ultima volta che un signore della città aveva fatto calare la sua ombra sopra il paese. In senso letterale, poiché era caduto dal cielo a bordo di una macchina nera che scivolava silenziosa sulle correnti aeree. Era uscito tra sbuffi di vapore gelido, fieramente fasciato in un soprabito argenteo e salutava le donne e i bambini come avrebbe fatto un antico principe medievale, distribuendo benedizioni e sorrisi dietro la sagoma trasparente di una maschera protettiva. Casimiro ricordava la gente delle metropoli come gente normale, che vestiva e camminava e parlava come chiunque del paese, e non si ritrovava in quell'essere solitario che aveva timore di esporre il proprio corpo all'aria e agli odori dei monti. La Giovanna scuoteva la testa e commentava: - Non sono più come noi. - E il pensiero correva subito a Lele, il suo fratellino, alla sua vitalità di ventiduenne assorbita da esili tubicini bianchi dentro un sudario di plastica. La metropoli, le sue magie fatte di eleganti montature di corno, cifre che danzavano sulle lenti e parole troppo difficili da comprendere. Volti emaciati dagli zigomi alti cercavano pazientemente di spiegarle ciò che spiegabile non era: un impronta su una superficie a specchio, il pollice sporco di inchiostro giallastro e Lele che sprofondava in un ascensore, per poi tornare, le sue speranza giovanili chiuse in una cassa di finto legno. Memorie assopite che solo la città, qualunque idea fosse, riusciva vagamente a svegliare.
- Che sarà venuto a fare? - si domandava continuamente il sindacalista, scrutando da lontano il velivolo scuro, sprofondato tra le casette di mattoni rossi e i depositi di grano sintetico, che emetteva rapide sequenze di note elettroniche, come se volesse esprimere il proprio compiacimento per la quieta potenza che sapeva di possedere. - E' da un pezzo che non arriva nessuno dalla città. Non mi piace. - Chiamò subito un paio di compagni e gli parlò rapido sottovoce, gesticolando animatamente, ma questi non fecero in tempo a eseguire i suoi ordini perché furono distratti dalle grida che arrivavano dal fondo del vialone principale. Il Breda, uno dei fattori delle serre meccanizzate per la coltivazione delle spore di alghe commestibili, si stava trascinando ormai stanchissimo sull'asfalto, continuando a urlare come se lo stessero inseguendo per scannarlo. Lo presero di peso e lo portarono davanti a Rino e, fra un ansimare e l'altro, riuscirono a farlo parlare in modo comprensibile.
- L'hanno arrestata!
- Ma chi?
- Antonia! L'hanno arrestata! Sono venuti a prenderla mentre stava scendendo al mercato, erano i carabinieri, una macchina piena!
- Cristo! - bestemmiò la Sindoni, poi si chiuse gli occhi con la mano. - Ecco chi mancava: Ballestreri non c'è, il bastardo ha approfittato del fatto che eravamo tutti qua.
- Sì, sì! C'era anche lui, e un sacco di miliziani e gente in divisa che non ho mai visto. Stanno setacciando tutto il bosco fino all'altro versante dei colli - continuò Breda infervorandosi.
- Allora sanno tutto. - Foscoli si batté i pugni sulle cosce. - Ma come diavolo avranno fatto?
- Poco importa - gli rispose Rino mentre stava già correndo alla jeep, - ma dobbiamo arrivare a fermarli. Presto!
Presero tutti posto sulle jeep e le auto; anche Casimiro si trovò un angolino e mollò la Giovanna a sgolarsi di stare attento intanto che si rimpiccioliva sullo sfondo grigio delle cascine. Percorsero la strada rombando, senza badare al prezioso gasolio che se ne andava in fumo, scrutando lontano, pronti a menare le mani al primo sentore di divise, poiché quand'era necessario non si doveva guardare in faccia a nessuno, neanche ai carabinieri. Arrivarono davanti alla casa di Antonia, dalla porta spalancata e il silenzio che riempiva le stanze vuote, per poi ripartire dirigendosi verso i monti subito a nord, sulle statali ricche ancora di ghiaia e terriccio; e proprio sul ciglio dei boschi imbiancati dalle ultime nevi invernali interruppero la ricerca, bloccati dai mezzi dei carabinieri ma soprattutto dagli scoppi secchi che arrivavano dall'interno della macchia.
- Sparano - sussurrò Casimiro facendosi il segno della croce, - Gesù mio, lo vogliono ammazzare.
- Brutti stronzi...! - Foscoli provò a buttarsi verso il bosco ma fu trattenuto dalle robuste braccia del figlioccio e dalla canna della rivoltella di un carabiniere. - Ti puzza la vita? - gli abbaiò quello con tono arrogante. Foscoli stava per rispondergli qualcosa ma si ammutolì di colpo, seguendo con lo sguardo il braccio puntato della Sindoni verso il limitare del bosco.
Il Tutore era appena uscito dal macchia, un paio di assurdi stivaloni alti quasi al ginocchio e lo sguardo torvo. Appena dietro di lui avanzavano due uomini in tuta mimetica, le lunghissime canne dei fucili puntate a terra e degli strani occhiali con una specie di monocolo che emanava una luminescenza rossastra. Si avvicinò al gruppo, così tutti poterono notare le scottature che gli percorrevano le guance e il collo. Sentendosi istintivamente osservato, il Tutore se le sfiorò delicatamente. - Il sole brucia oggi... Anche se è pieno inverno - sibilò.
- Che sta succedendo qui, e chi è quella gente? - chiese Rino.
- Non sei nella posizione per fare domande! - lo stroncò secco Ballestreri. - Fatevi tutti gli affari vostri, che è meglio per voi!
- Maledetto, che bisogno c'era di arrestare Antonia? - lo aggredì la Sindoni, - Lei non ha fatto male a nessuno.
Casimiro si fece avanti con passo stanco, lo sguardo severo puntato diritto sul Tutore. - Già, che bisogno c'era? - sussurrò tagliente, - Quella povera donna ha già sofferto troppo, senza che ti ci metta anche tu a torturarla. O ci provi gusto? - gli domandò in tono di sfida.
Il Tutore sembrò sul punto di esplodere ma si trattenne, sbirciando rapidamente ai lati come per accertarsi che nessuno potesse interromperlo. - Non è in arresto, l'ho solo fatta accompagnare con una scusa giù in caserma. - Esitò ancora, poi aggiunse sottovoce: - Non volevo che vedesse.
- Che cosa? - insistette Casimiro, - per Dio, che cosa non doveva vedere? - urlò, ma non dovette aspettare la risposta del Tutore per capire. Tutti compresero istantaneamente, e nello stesso momento la comprensione si tramutò in un'ondata di odio che Ballestreri percepì quasi fisicamente, come una massa di ghiaccio sullo stomaco. Perché dal bosco emersero altri due militari, uno dei quali portava sulle spalle un fagotto chiuso in un sacco grigio. Poteva essere un bambino, tanto era piccolo.

Niente funerali, questa volta. La gente andava in processione alla casa di Antonia, un po' per tenerle compagnia, un po' per fare attenzione che il Tutore non tentasse qualche altra manovra. E in effetti una macchina dei carabinieri piantonava l'abitazione, ma in disparte, senza clamore, come se non volessero infierire più di tanto sulla vedova Fresi.
Il Tutore viveva praticamente blindato. Qualcuno gli aveva imbrattato con della vernice il portone di casa, in pieno centro, e da allora non girava mai solo e si lamentava in continuazione con l'ufficio del Prefetto.
- Ho bisogno di più mezzi e uomini! - si sfogava nei suoi colloqui. - I Neri... voglio dire, i contrabbandieri, si fanno sempre più audaci. Questa zona è un crocevia importante per i loro traffici, le scorribande aumentano e non sono in grado di sorvegliare adeguatamente le strade tutte le notti.
- Non sarà che teme per la sua incolumità? - gli rispose melliflua la funzionaria della Prefettura, una donna di mezza età con un faccione che debordava dal ripiano della scrivania del Tutore. - Mi sono giunte voci sul malumore degli abitanti della zona nei suoi confronti.
- Le voci non contano niente - ribatté Ballestreri. - Sono perfettamente in grado di tenere sotto controllo la situazione.
- Non si direbbe, visto il suo aspetto. Quanti giorni sono che non si rade? - La funzionaria si accese una lunga sigaretta arancione; Ballestreri poteva quasi annusare il profumo del tabacco vero, una rarità che i cittadini potevano ancora permettersi.
- Non sono stato bene... Ma adesso mi sono ripreso - rispose imbarazzato.
- Lei conosce le direttive - ribatté la donna, - un aspetto fresco e curato è indispensabile, aiuta a mantenere il giusto rispetto e la necessaria soggezione nei confronti dei funzionari dello Stato. Uno Stato trasandato non è autorevole e non incute timore. - La donna socchiuse le palpebre fissandolo intensamente. - Vede questa sigaretta? Sono spore batteriche coltivate in laboratorio. Crescono in pochi giorni con un apporto energetico minimo e hanno un sapore migliore del miglior tabacco mai esistito, senza gli sgradevoli effetti collaterali della nicotina.
- Sì, dottoressa.
- Sembra tabacco, ma è migliore - insistette la funzionaria. - Vale anche per noi: dobbiamo sempre dare l'impressione di essere forti, autorevoli, senza esitazioni, e per riuscirci dobbiamo esserlo molto più di quanto occorra. La vera forza si mostra raramente.
Il Tutore annuì con apparente convinzione. - Certo, dottoressa. Le chiedo scusa, garantisco che in futuro starò più attento.
La donna lo fissò ancora con occhi grigi e gelidi. - Bene. Riconosco che la faccenda di quel mastino scappato è stata una rogna di cui lei non ha responsabilità e che deve averle procurato un notevole stress. Anzi, mi congratulo per la felice conclusione. Ha provveduto a distruggere il corpo?
- Naturalmente - rispose Ballestreri.
- E' stato un peccato doverlo eliminare - continuò la donna aspirando un'altra sottile boccata dalla sigaretta, - era uno dei migliori mastini del reparto. Ma l'inflessibilità sta alla base di tutto il nostro modo di vivere. Non ci salveremmo senza: inflessibili ed efficienti. - Spense di botto la sigaretta e la gettò platealmente sul pavimento, con un gesto che fece trasalire Ballestreri. Conosceva gente che avrebbe usato il coltello per conquistare quel mozzicone.
- E per quegli aiuti? - chiese.
La donna lo squadrò gelida. - Li avrà. A suo tempo. - Spense il collegamento senza nemmeno salutare; il Tutore si fece scivolare lungo la gola l'insulto che aveva frenato a lungo sotto il palato, mentre il rumore di passi in corsa si stese lungo il corridoio dietro la porta del suo ufficio.
Il maresciallo Spanò entrò con la visiera azzurra ancora calata sugli occhi, urlando nel suo italiano di Catania: - Dottore, ne abbiamo preso uno!
- Di cosa?
- Un Nero! Ne abbiamo catturato uno!
Dopo neanche un minuto erano già in viaggio, il Tutore accanto all'autista con un sorriso freddo, Spanò dietro che si asciugava il sudore della tensione e intanto cercava di raccontare. - Sulla statale, all'altezza del dodicesimo chilometro... Dove c'è il tempietto della Madonnina...
- Lo so dov'è, continua! - strepitò Ballestreri.
- Insomma, i nostri pattugliavano normalmente quando hanno visto questo furgone tutto arrugginito e con la targa sporca. E' strano perché furgoni così sono rari, e poi abbandonarli nelle campagne è un delitto. Così si sono avvicinati ma non c'era nessuno e allora, dopo aver contattato la centrale, hanno iniziato un giro di ricerche approfondite, perché il motore era freddo però questo furgone il giorno prima non c'era...
- Non divagare, vai al punto! - lo interruppe ancora il Tutore.
- Si, si, mi scusi... Insomma, proseguendo verso nord si sono imbattuti in quest'uomo giovane che procedeva a piedi tornando verso il furgone, e gli hanno intimato regolarmente di esibire i documenti...
- E allora?
- Il giovane sembrava a posto, un operaio, ha mostrato loro il tesserino senza opporre ragioni, diceva che stava tornando dalle officine di produzione degli assemblati, che in effetti stanno da quelle parti, e i colleghi lo stavano pure per rilasciare...
- Spanò!!
- Sì, sì, ma a un certo punto quello impazzisce e colpisce con un calcio alla schiena il collega Rocca, per poco gli spezza la spina dorsale, e allora il collega Sottili ha preso la pistola e nella colluttazione il Nero è rimasto ferito, credo allo stomaco.
- Come fate a dire che è un Nero? - Il Tutore si agitava nervosissimo sul sedile. Spanò riprese fiato prima di rispondere. - Gli hanno trovato in tasca una piantina del deposito delle fattorie, quello dove rubarono...
- ...I ricambi - Il Tutore sbatté il pugno sul terminale agganciato al cruscotto. - Va bene. E' ancora vivo?
- Il colpo alla schiena è stato forte, ma il collega è giovane. Lo sta visitando il dottore.
- Il Nero, Spanò!
- Ah sì, fino a poco fa sì. Lo stanno portando giù all'ospedale del distretto.
- Chiamali e dì loro di fermarsi - ordinò secco all'autista, - non me ne frega niente se crepa, ma devo vederlo prima che se lo piglino i medici. Chiama 'sta pattuglia e dì che ci aspettino... Frena, frena!!
La macchina inchiodò bruscamente, con un rumore stridulo di freni, esattamente di fronte al cimitero del paese. Il Tutore, zittendo il maresciallo Spanò, seguì una donna alta e bionda varcarne la soglia con un sacchetto di plastica azzurrina in mano. La seguì mentre camminava lentamente lungo le file di croci e lapidi, l'osservò inginocchiarsi davanti a una di esse come in preghiera. Riconobbe Antonia mentre con cura stendeva sull'asfalto una tovaglietta colorata e vi poneva delicatamente un piattino, una scodella, delle focacce che sembravano appena sfornate.
- Cristo santissimo - mormorò Ballestreri. Erano anni che non nominava Gesù, neanche per bestemmiare.

3

Saltò fuori che la ferita del Nero era appena superficiale e che il brigadiere Rocca aveva preso solo una bella botta e un gran spavento. Ma l'esito dell'esame dei documenti fu tale da scuotere perfino il Tutore, e da costringerlo a mettere su il cipiglio più cattivo che avesse a disposizione quando, ormai a tarda sera, si annunciò alla porta dell'abitazione di Casimiro.
Quello che accadde dopo fu cronaca di dolori e disperazioni. L'arresto di Gabriel, il genero di Casimiro, trascinò Margherita nell'angoscia, oltre che nel rischio di essere incarcerata. Casimiro e la Giovanna rischiarono anche loro di essere coinvolti ma non fu dimostrato che sapessero qualcosa dell'attività del genero, né Gabriel parlò mai di loro, come non parlò di eventuali complici, anche se le voci di pestaggi e torture si diffondevano, provocando lo sdegno e la solidarietà dell'intera comunità. Infine, dopo due settimane di tormenti, Gabriel lasciò la caserma su un blindato con i finestrini sbarrati simili a grigie occhiaie vuote, il torace stretto da una cinghia magnetica che gli consentiva appena di respirare. Non l'avrebbero mai più rivisto, come non avrebbero mai rivisto Margherita, scappata con il piccolo Yari; aveva preso al volo un treno verso est, verso le province più ricche e sicure.
Ma Antonia era ancora raggiante, come il giorno in cui si era sposata e la ghirlanda di pizzo che circondava il velo la faceva sembrare ancora più giovane e ingenua di quanto non fosse. Volle a tutti costi far venire Casimiro e Giovanna a stare da lei. - Siete troppo soli, abitando insieme ci terremo compagnia e potrei anche darvi una mano - aveva sentenziato con un'espressione gentile, da vera madre affettuosa.
Così andarono a stare tutti nel suo villino, e Antonia preparava la colazione per cinque con lo stesso amore che spendeva per il suo Martino, che lei vedeva crescere sempre più vispo e forte.
Così quando, una sera primaverile tiepida e piena del vociare dei grilli che giocavano a rincorrersi tra l'erba, Casimiro vide il pulsare tranquillo di Martino rannicchiato contro una colonnina di cemento, non poté fare a meno di chiedersi se quello che stava vivendo era il paradiso, l'inferno o qualcosa che gli somigliava, come una vecchia fotografia somiglia allo sbiadito ricordo di un matrimonio di campagna celebrato in un giorno di pioggia sottile.
Casimiro si avvicinò con passo leggero a quella piccola cosa colorata, cercando di scrutare alla flebile luce dell'arcobaleno l'espressione seria del bambino, il viso un po' sporco di terra, che giocava con strane costruzioni fatte di legnetti intrecciati. C'era odore di elettricità, polvere che si appiccicava ai vestiti e alla pelle, il gusto amarognolo della plastica sulla lingua.
Martino alzò gli occhi celesti sul vecchio custode, guardandolo dolcemente. - Sono belli i colori. Chi odia i colori commette un peccato mortale - sussurrò.
- Chi sei? - domandò Casimiro con la paura che diventava una mano pesante sul cuore. - Che cosa sei? Sei vivo, una creatura, cosa?
- Sono Martino, il figlio di Antonia e Renato Fresi. Mio papà fa il biologo, studia le piante e le fa crescere - rispose lui sorridendo.
- E allora come fai a essere ancora... - Casimiro non riuscì a finire la frase. Accennò con un dito. - E cosa sono quelle... luci?
L'arcobaleno si strinse nelle spalle. - In città c'era un ospedale molto grande, pieno di dottori e di macchine strane. C'era puzza di alcool e di troppo pulito. Mi hanno steso su un lettino e un'infermiera mi diceva di stare tranquillo, che avrei fatto un bel sogno e poi avrei potuto giocare quanto volevo. - Abbassò gli occhi sulle piccole cataste di legno, simili a minuti mausolei issati in memoria di antichi popoli scomparsi. - E poi, quando mi sono svegliato, ero così. Però mi sentivo bene, e potevo fare un sacco di cose. Correre veloce, saltare, sentire anche i rumori più deboli, guardare più lontano. Anche gli altri bambini erano come me.
- Quanti eravate? - chiese ancora Casimiro.
- Tanti. Insieme a me c'erano Nené, Stefano, Matteo, Federica. Erano i miei amici. Abbiamo fatto la promessa tutti insieme.
- Quale promessa?
Martino posò di nuovo gli occhi sul vecchio. Questa volta Casimiro ebbe un brivido di paura che lo fece indietreggiare d'istinto. Le pupille del bambino si strinsero, due gelide fessure azzurre che si aprivano un passaggio diritto nel cuore di Casimiro. Sembrava un gatto, un piccolo felino selvatico.
- Abbiamo promesso che saremmo tornati. E il primo che tornava, sarebbe andato dalle famiglie degli altri a dire tutte le cose che sappiamo e che abbiamo visto.
Casimiro indietreggiò ancora. La paura era riuscita a vincere il fresco della sera, trasformandolo in un rigido inverno di anime spente. Percepì appena la voce di Antonia affacciata alla finestra del primo piano: - Su Martino, adesso è tardi. Vieni a dormire. -

Eccoli i primi fuochi estivi. Sembrano echi di voci smarrite da molto tempo, troppo flebili per potersi distinguere bene rispetto al rumore del vento che spiana le strade e le campagne. Antonia lo sapeva che i fuochi si sarebbero spenti, prima o poi. Che la sagra di fine giugno avrebbe scacciato l'aria fresca della sera per lasciare il posto alla calura opprimente dell'estate piena, ma in fondo non le importava finché Martino era al suo fianco, con la testa ciondolante di sonno e gli occhi socchiusi che riverberavano delicatamente la luce della luna.
Di sotto, nella piazza del paese, i falò disposti in cerchio spezzavano le ombre dei tavoli e il rumore dei passi sul selciato di pietra. Per una cena che terminava, una stagione si apprestava a iniziare, e la gente festeggiava l'una e l'altra nel ricordo di tempi che non si sarebbero più vissuti come gli echi che morivano a valle.
- Oh cavoli... Ma che cos'è? - Antonia si risvegliò dal sogno in cui Marco le cingeva ancora la vita e le soffiava sul collo come quando erano fidanzati. Il Guardozzi stava di fronte a lei, malfermo sulle gambe e con un bicchiere che gli stava pericolosamente scivolando dalle dita. L'espressione di stupore lo aveva paralizzato come in un antico dipinto, nell'atto di scrutare dall'ombra serale il bambino-arcobaleno seminascosto da una vecchia coperta.
Anche Martino si risvegliò e puntò gli occhi trasparenti sull'uomo che ancora rimaneva immobile, a gambe divaricate. Lo fissò serio serio, respirando a fondo fino a quando, lentamente, le strisce vivaci sembrarono staccarsi dalla sua pelle per avvolgerlo in un'aura multicolore. Prima l'azzurro, poi l'indaco, il rosso e il giallo e il blu. Di colpo fu l'arcobaleno che si staccò dall'erba e prese a volare, investendo Guardozzi con la foga di un temporale. L'uomo rimase rigido, incollato nello stupore di un'immagine di pietra grigia; rotolò come un tronco giù fino alla strada e si fermò ai piedi di uno dei fuochi, proprio come un fascio di legname pronto per la festa.
L'arcobaleno si posò lievemente sul prato, le ombre luminose si ricomposero e riapparve Martino, i capelli appiccicati al viso sudato, scosso da brividi. Si avvicinò tremante ad Antonia, che era rimasta seduta senza capire cosa stesse succedendo. Fu soltanto per un attimo, un lungo istante in cui la donna cercò di intuire il senso dell'incantesimo a cui aveva assistito, e di cui il suo bambino era stato vittima e protagonista insieme, come un lupo è prigioniero del suo stesso istinto di cacciatore. Poi comprese.
E iniziò a gridare.
Si alzò di scatto precipitandosi nell'interno della macchia boschiva, sempre urlando la sua angoscia e tutto l'orrore che l'invadeva. Scappò da suo figlio, dal paese, dal ricordo di Renato steso tra le lenzuola, il corpo scheletrico e roso dalla malattia. Scappò da sé stessa.
Martino non provò nemmeno a inseguirla. - Mamma... - si limitò a mormorare tirando col naso, mentre una lacrima gli scivolava lungo l'azzurro e il giallo della guancia. Di sotto, qualcuno aveva notato il corpo di Guardozzi; qualcun altro imprecava, altri piangevano.

L'era dei miracoli iniziò quella sera di fine giugno. Nei paesi vicini come in quelli di altre province si segnavano i giorni sui calendari, si facevano preparativi, si passavano pomeriggi e serate a discutere e a organizzare, avendo solo un'idea imprecisa di ciò che stava accadendo. Il razionamento, le notizie di guerre lontane, le repressioni, tutto si allontanava a vista d'occhio e perdeva importanza con la stessa rapidità con cui l'umidità penetrava nelle ossa degli anziani, provocando sospiri di dolore. Tutto fermentava: le coscienze, i pensieri, le emozioni.
Elda Sindoni sapeva tutto questo, e sapeva che l'inizio poteva coincidere con la fine. Mentre ascoltava il rumore dei suoi passi sulle mattonelle sconnesse delle stradine oscurate dagli antichi caseggiati, pensava alla sua adolescenza, ai suoi capelli che si fondevano con le raffiche di vento sul sellino di una moto, a un ragazzo dai modi gentili e dai vestiti costosi che era sparito, inghiottito dal vuoto durante i cortei studenteschi.
Così camminava a passo sempre più svelto per non ricordare la vita che avrebbe potuto avere; la gente che sfiorava nel tragitto, vedendola correre, immaginava tutto fuorché il vero motivo che spingeva la donna a fuggire, un dolore tutto personale che si era risvegliato sull'onda delle emozioni che solo i veri prodigi sapevano evocare.
Elda arrestò la propria corsa solo davanti alla palazzina bianca e rosa a metà di un vialetto periferico. Salì in fretta la scala di pietra che portava al primo piano ma non ebbe il tempo di suonare il campanello; Rino era già sulla porta, il giubbotto di tela buttato su un braccio e un'espressione torva disegnata addosso.
- Ho già avvisato gli altri, ci aspettano - comunicò seccamente alla donna e senza attendere risposta si lanciò in strada.
Camminarono svelti in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri, ignorando i saluti e le domande che i compaesani rivolgevano loro al volo.
- Elda... Elda, aspetta! Cosa succede?
- Allora, compagni, che intenzioni ci sono? Cosa decide il collettivo...
- Il collettivo, ma che vuoi che faccia? Secondo me... Rino, maleducato!
Non diedero retta a nessuno e, appena in vista della casa del popolo, vi si infilarono di corsa proprio mentre la campana della chiesa, dal lato opposto del paese, faceva sentire la propria voce profonda e ritmata. - Ci si mette anche il prete - commentò il sindacalista entrando.
Ma il parroco non era l'esecutore materiale di quella strana messa, perché Rino se lo trovò davanti appena messo piede nel teatrino comunale, accanto al Foscoli e agli altri delegati.
- Rino, non t'arrabbiare - esordì Foscoli, - Don Reja ha insistito per parlare ai compagni... Ha alcune cose da dirci.
- Gli affari del sindacato non riguardano gli estranei, Don Reja compreso - rispose Rino a muso duro.
- Questi non sono affari del sindacato ma di tutti. - Il prete era alto, magrissimo, dietro gli occhiali con la montatura sottile si sporgeva lo sguardo di un cinquantenne che aveva vissuto molte crisi. - Di fronte queste manifestazioni del Divino non ci sono interessi particolari che tengano.
- Ma quali manifestazioni! - sbottò il sindacalista. - Basta con questa storia! Qui qualcuno sta facendo il furbo. E so anche chi. - Non aspettò oltre e si precipitò ancora fuori, come un indemoniato, lasciandosi alle spalle l'intero collettivo in preda allo stupore.
Nessuno osò seguirlo se non con lo sguardo. Pochi lo videro entrare a passo di carica nel palazzo comunale, salire gli scalini quattro a quattro infischiandosene dei richiami del personale e fare irruzione nell'ufficio del Tutore.
- State fuori, non vi preoccupate - disse tranquillamente quest'ultimo, togliendosi l'auricolare, agli impiegati allarmati dal blitz del sindacalista. Quando furono usciti tutti, i due rimasero a squadrarsi faccia a faccia per qualche istante, poi Rino ringhiò in tono aggressivo: - Che hai combinato?
- Di cosa parli? - rispose Ballestreri.
- Quel poveraccio di Guardozzi è al centro ustionati, più morto che vivo, delira di un fulmine colorato a forma di bambino che l'ha arrostito l'altra sera.
- L'hai detto tu, delira.
- E piantala! Guarda che non è il momento di far finta di niente, per cui te lo ripeto: che hai combinato?
- Ascolta. Guardozzi era ubriaco fradicio, talmente cotto da rovesciarsi il vino addosso. - La voce del Tutore era ferma e persuasiva il più possibile. - Ha il vizio di quello schifo di sigarette sintetiche. Si sarà dato fuoco da solo cercando di accendersene una.
- Ma questa raccontala a quei bifolchi là fuori!
- E' la versione ufficiale del Tutore della Comunità. E abbassa la voce.
- Io me ne sbatto dell'autorità tutelare, hai capito? - Rino gesticolava e sudava, guardandosi intorno nervosamente come se temesse l'arrivo improvviso di un uragano e si aspettasse di non trovare riparo. - Non ho intenzione di stare qui ad aspettare che quel mostro se la prenda anche con me. Datti da fare alla svelta.
- Mi stai dando degli ordini? - chiese sarcastico Ballestreri.
- Se avessi fatto subito quel che dovevi, ora il problema non esisterebbe. - Il sindacalista gli puntò un dito ossuto contro il petto. - Risolvi la questione una volta per tutte, oppure lo faccio io al posto tuo.
Fu la volta del Tutore a farsi scuro in volto. Afferrò al volo la mano di Rino, stringendola talmente forte da farlo impallidire, e intanto lo squadrò minacciosamente. - Non azzardarti, non osare fare un solo movimento o ti scateno contro la milizia. Io ho il comando in questo distretto!
Rino si liberò con uno strattone. Ansimava per la tensione nervosa. - Allora usalo, questo comando - ringhiò, - usalo in fretta. - Abbandonò l'ufficio come una furia, senza neanche accorgersi del maresciallo Spanò, tanto che quasi lo scaraventò per terra nella foga.
- Dottore, che succede? Lo devo fermare? - chiese Spanò allarmato.
- No, no, va tutto bene. Non si preoccupi. - Non andava bene per niente, invece. Il Tutore respirò a fondo, cercando di concentrare le proprie energie mentali come gli avevano insegnato gli psicologi alle riunioni della Prefettura. Calcolò quanto tempo avrebbero impiegato, nel caso, ad arrivare; cosa avrebbe potuto fare in quel frangente e cosa avrebbero fatto gli altri: Antonia, Rino, l'Ufficio del Prefetto. - Spanò, mi prepari la macchina.
No, non andava bene proprio per niente.

Casimiro guardò la casa devastata dalle fiamme, semidistrutta e ridotta a uno scheletro annerito, mentre gli ultimi dubbi che erano rimasti vennero travolti come tanti inutili pezzetti di carta dispersi dal vento. Insieme agli abitanti della frazione non poté fare altro che maledire con tutte le sue forze il Tutore, la milizia e tutti quei cani rognosi che avevano ancora il coraggio di prendersela con una povera donna sola.
Una squadra del corpo provinciale dei vigili stava ancora gettando schiuma sugli ultimi rimasugli ardenti quando qualcuno ebbe l'idea di scendere giù a fargliela pagare, a tutti quei bastardi. Antonia, seduta sul lettino di un'ambulanza, non riusciva a emettere un solo suono, lo sguardo fisso e perso nel vuoto di una disperazione tale da non poter essere descritta. La Giovanna cercava di starle vicina, sussurrandole parole di conforto mentre le stringeva le mani.
Casimiro cercava a sua volta di calmare gli animi. - Sentite, non facciamo pazzie - si sbracciava, - cosa credete di risolvere, i miliziani ci riempiranno di botte.
- No, perché li picchieremo prima noi! - gridò uno degli allevatori. Anche altri si unirono alla protesta mentre Spanò metteva nervosamente mano al cellulare per chiamare rinforzi.
- Aspettate, calmatevi - implorava Casimiro, ma più che i suoi richiami furono altri eventi a zittire gli schiamazzi del gruppo. Un brontolio sordo, come un tuono in lontananza, scariche secche di dita tamburellate su un piatto, la strana sensazione di una calamità che si stava abbattendo sui destini di tutti. Ma soprattutto lingue nere di fumo, acre e denso, che fuggivano da dietro il costone del monte, in direzione del centro del paese.
I carabinieri si lanciarono in folle corsa sulle stradine, seguiti dai vigili provinciali; ci vollero solo pochi minuti per capire e trovarsi davanti al fatto compiuto: il palazzo del Comune trasformato in un grande rogo purificatore. Nella foschia dell'incendio che riempiva il paese la paura si mescolava al rumore della gente in fuga, all'odore di ruvido e al sapore di bruciato che impastava le lingue e confondeva gli animi.
Nella confusione, senza quasi accorgersene, Spanò andò a sbattere contro uno degli impiegati con i vestiti sporchi e il viso annerito dal fumo. - Che è stato? - gli sparò a bruciapelo. - Dov'è il Tutore?
- Non lo so... Eravamo dentro e... - l'impiegato tossì e sputò, interrompendosi. - C'è stato un botto fortissimo e le pareti hanno preso fuoco. Ho fatto appena in tempo a scappare e...
- Il Tutore?
- Era uscito da pochi minuti, non so dove sia andato. C'era un odore strano... Di incenso.
- Cosa? - Spanò si mise a squadrare l'impiegato, mentre intorno le tute dei vigili si agitavano freneticamente e le autobotti arrivavano bruciando l'aria con le sirene.
- Sì, incenso! E poi ho sentito un freddo gelido, e un rumore metallico, come di una lama che batte su un sasso. - Si interruppe come per riflettere sul significato delle parole. - Lo so che è pazzesco, ma è così!
Spanò si appoggiò stancamente a un muretto scrostato. La casa di Antonia, il Municipio, il Tutore sparito. Era troppo per un vecchio carabiniere di paese che non aveva mai usato un'arma contro qualcuno in vita sua, neanche durante i moti separatisti, che aveva visto perlopiù nei notiziari codificati che arrivavano nelle caserme. Si tolse il berretto per asciugarsi il sudore, ignorando la voce gracchiante che gli trapanava l'orecchio, e iniziò a tossire di paura.

4

Ballestreri se ne stava seduto a gambe incrociate a osservare la luna sfrangiata dai rami degli alberi. Era una notte umida, di quelle che passeresti seduto in veranda con un bicchiere di vino fresco a ricordare i bei tempi, e in effetti era proprio quello che faceva, solo che era senza vino e la veranda era formata dalle querce e dai faggi del bosco, rigogliosi e carichi di umori estivi. I ricordi erano quelli della scuola: le corse in motorino, la prima macchina con cui raggiungere il rumore della marea, l'odore dell'acqua salata sulla sabbia mischiato alla morbidezza della pelle di quella biondina con la coda di cavallo. Ballestreri ricordava e pensava a quella fidanzatina, a chissà come fosse cambiata e dove si poteva trovare, se era ancora viva. Gli ci sarebbe voluto proprio un po' di vino, di quello buono che scioglie l'anima e aiuta, a seconda dello stato d'animo, a ricordare o a dimenticare.
Un fruscio di foglie secche lo richiamò alla realtà. Un movimento furtivo che si accostava per poi allontanarsi precipitosamente. Restò col fiato sospeso a percepire la vita notturna del bosco, con i suoi insetti e la calda vitalità che lo permeava. Poi venne colpito, un'ondata di sensazioni che si attaccarono al suo essere e lo fecero quasi vacillare. Si alzò delicatamente dal sasso sui cui era accovacciato cominciò a inseguire le ombre notturne. La luna era quasi piena e faceva abbastanza luce, ma accese comunque la torcia elettrica rubata in caserma e s'incamminò, fermandosi di tanto in tanto a respirare l'odore morbido del muschio, e con i sensi protesi a scovare i misteri che il bosco provava celare.
A mano a mano che Ballestreri si addentrava nella macchia, il muro di impressioni contro cui gli sembrava di cozzare prese a scivolare via dolcemente, tracciando un sentiero che, lo sapeva, l'avrebbe condotto per mano come una madre premurosa, verso la spiegazione dei misteri che lo tormentavano da una vita. Seguì docilmente la scia disegnata dall'odore intenso dell'ozono, si lasciò irretire dalle immagini di lucidi corridoi metallici, il rumore dei passi sull'alluminio brillante di cera appena passata e il formicolio della lana sulla pelle. Qualunque cosa fosse, lo stava chiamando, gli mandava messaggi che i suoi sensi interpretavano e traducevano in visioni estranee e familiari insieme.
Ballestreri sorrise e spense la torcia. Non ne avrebbe più avuto bisogno, perché il sapore del vino fresco sul palato gli illuminava la via, e l'odore dei colori ad olio si mescolava al suono di plastica di un giocattolo, regalando sicurezza al suo cammino sempre più spedito.
Dopo circa mezz'ora sbucò in una radura, in mezzo alla quale c'era una vecchia baracca in legno e cemento. Ballestreri l'aveva già vista, un rifugio usato dai cacciatori come punto di appostamento per la caccia ai cinghiali. Era circondata da spirali invisibili: l'odore aspro dell'elettricità l'avvolgeva come un mantello, una cappa protettiva che Ballestreri poté percepire in un miscuglio di suoni, sapori, impressioni tattili. Respirò a fondo, Si avvicinò cautamente, respirando a fondo e cercando di vincere quella barriera che lo separava dalla verità. Infine arrivò all'ingresso aperto della baracca e si piegò sulle ginocchia, scrutando trasognato le strisce multicolori che si muovevano regolarmente al ritmo del respiro.
Martino, nato e morto due volte, aprì lentamente le palpebre e guardò l'uomo curiosamente, tremando appena per l'umidità. A Ballestreri fece quasi pena, così sporco e infreddolito; pensò che sicuramente aveva fame, così gli offrì un sorso di the fresco dal thermos e gli allungò un pacchetto di cracker.
- Eccomi. Sono qua - disse, esitando al suono della propria voce. - Tua madre è in pensiero.
Martino cominciò a masticare il cracker molto lentamente, come se gli costasse un'enorme fatica. Al Tutore ricordò il modo in cui mangiano gli anziani, piano e con attenzione, come se ogni morso potesse essere l'ultimo; un bambino invecchiato in maniera incomprensibile.
- Perché hai dato fuoco a casa tua e al Municipio? - chiese improvvisamente.
- Non sono stato io. Il fuoco c'era già quando sono arrivato.
Ballestreri sospirò annuendo. - Perché sei qui? - chiese ancora.
- Ho fatto tanta strada per tornare. Non mi piace la guerra, non voglio farla. - Il bambino-arcobaleno chiuse gli occhi, appoggiando la testa alla parete. - Nei giochi devi uccidere la gente, volare, saltare. Le nostre armi siamo noi stessi.
- Chi hai ucciso?
- Altra gente. Altri bambini come me. Anche loro avevano una mamma e una casa, come ce l'avevo io. Adesso non ce l'hanno più e non è giusto. - Riaprì gli occhi e le pupille erano cambiate, ridotte a fessure profonde e cattive. Le strisce luminose iniziarono a lampeggiare, come un antico segnale di guerra. Ballestreri ebbe una fulmina apparizione, lampi che si scontravano in un cielo opprimente, il fetore pungente del sangue e del metallo corroso, la paura pulsare nelle arterie all'unisono con il battito del cuore.
- Sono tornato per tutte le persone cattive - mormorò ancora il bambino-arcobaleno. - Sono qui per loro.
Ballestreri si alzò. - Allora comincia da me - disse. - Vuoi vendicarti? Comincia da me. Adesso.
Le luci si spensero di colpo, come si erano accese. Il silenzio piombò come una cappa sul bosco. - No - rispose il bambino accucciandosi sul pavimento, - tu mi devi aiutare. Domani. -

L'ufficiale delle milizie era una ragazza poco più che adolescente, che portava fieramente l'orecchino a forma di teschio simbolo delle brigate della prima guardia; quelle che si erano distinte per ferocia ai tempi dei disordini che seguirono il tentativo di separazione, e il successivo, sanguinoso, ripristino della sovranità. - I funzionari prefettizi arriveranno fra poco - affermò con tono imperioso, - nel frattempo io mantengo il comando, vista anche l'ingiustificabile assenza del Tutore, in virtù delle direttive emanate dal governo regionale. In questo distretto si sono verificati ultimamente fatti assolutamente straordinari, frutto evidente di negligenza e cattiva amministrazione. Questo scandalo deve terminare, quindi vi anticipo la decisione di sottoporre l'intero distretto alla giurisdizione speciale per i casi di emergenza.
La sala del teatrino era piena di gente, e circondata ai lati dalle truppe speciali della milizia che avevano soppiantato i carabinieri locali. Rino e gli altri rappresentanti sindacali sedevano in prima fila.
- Nessuno potrà lasciare la propria abitazione per nessun motivo - continuò l'ufficiale, - tranne che per recarsi sul luogo di lavoro, e dovrà farlo seguendo un tracciato prestabilito e sorvegliato. Tutti saranno sottoposti a due controlli giornalieri nonché a ispezioni a sorpresa. Comunicazioni, cure mediche, manifestazioni culturali, sportive e di qualunque altro genere, saranno consentite solo previa autorizzazione e sotto sorveglianza.
- Questo non è legale, è una violazione dello statuto dei lavoratori! - la interruppe Rino con foga.
- Lei è il portavoce del sindacato, vero? Dicono che anche il contrabbando sia illegale, o forse le era sfuggito? - L'ufficiale fece un sorriso sprezzante, reso più severo dal monocolo violetto inserito sull'occhio destro, il suo terminale di comunicazione. - I fatti dell'autunno scorso non sono stati dimenticati, e presto cominceranno indagini serie per mettere fine una volta per tutte alle scorribande dei Neri in questa zona.
Rino tentò di ribattere, ma le parole gli vennero spezzate in gola da una fortissima esplosione che fece rimbombare l'aria e tremare i vetri dei caseggiati. Il panico si scatenò nel teatro, saltando di cuore in cuore come una scheggia impazzita. L'ufficiale balzò subito fuori seguito dai miliziani con i fucili spianati. - Restate tutti dentro, il primo che esce verrà arrestato! Maresciallo!
Spanò si piazzò a bloccare l'ingresso del teatro. Rino si fece avanti: - Scansati, non puoi impedirci di uscire! - sbraitò.
- Hai sentito cos'ha detto il tenente? Tutti dentro.
- No! Staremo più al sicuro fuori... - ma la frase gli si interruppe a metà, schiacciata dalle scariche di mitra e dalle urla che arrivavano dall'esterno.
Elda Sindoni sbirciò fuori da una delle finestre. - Oh mio Dio - mormorò. E nessun altro ebbe più il coraggio di guardare; anche Spanò rimase immobile, a gambe piantate sulla porta, non osando voltarsi. Le scariche di mitra e i colpi di pistola si moltiplicarono a dismisura, in un ricordo di antichi massacri. Poi un ronzio che si fece sempre più forte, l'odore di bruciato misto alla puzza di ozono, un'elettricità sporca e maligna che toglieva il respiro e appiccicava i vestiti alla pelle, a mano a mano che gli spari diminuivano, sostituiti da schiocchi secchi simili a frustate. Infine una quiete tesa e cupa si posò sul paese e sui volti, sugli sguardi persi nel nulla di tutti i presenti, uno dopo l'altro implacabilmente.
Poi ci fu un lampo, lo schianto secco di un temporale che si abbatté con forza davanti al teatro, scardinando il portone e scaraventando Spanò avvolto dalle fiamme tra la gente sopraffatta dal terrore. Il temporale cessò improvvisamente, come capita ad agosto, e il sereno fece capolino.
Un piccolo arcobaleno scese dal cielo.
Scivolò sull'asfalto, strisciando fluidamente fin dentro l'edificio, si ricompose e si assestò intorno alla forma di un bambino, ansimante e madido di sudore.
Don Reja si fece il segno della croce, recitando a denti stretti una preghiera. Qualcuno ebbe la forza di mantenersi abbastanza lucido da spegnere con qualche indumento il minuscolo incendio che aveva attaccato la divisa del maresciallo, ma infine tutti si fermarono, sospesi a metà fra un sogno e un incubo.
Il bambino-arcobaleno stava immobile, respirando affannosamente. Provò a fare qualche passo barcollante verso la gente impietrita, si fermò ancora per riprendere fiato. Con una calma da adulto i suoi occhioni celesti si posarono su ognuno dei presenti, per poi fermarsi su quelli terrorizzati di un uomo.
- Cattivo - disse Martino. Puntò un dito contro l'uomo. - Tu mi hai rubato.
Rino trasalì quando si rese conto che tutti gli sguardi erano su di lui. Poi capì che anche il dito di Martino era su di lui. Il terrore lo catturò e lo imprigionò in una morsa di sudore ghiacciato.
Fu colpito e sbattuto per terra; non dalla folgore punitiva ma da un normale pugno sferrato da un altro uomo. Cadde pesantemente, mentre il Tutore già si massaggiava le nocche indolenzite per il colpo. - Allora grand'uomo - disse, - non hai niente da dire stavolta?
Gli uomini e le donne raccolti nel teatrino erano imbambolati, come rinchiusi nel bozzolo di un miraggio troppo grande per loro. Ballestreri si guardò intorno; la barba lunga e l'aspetto disfatto lo facevano somigliare a uno di quei demoni delle montagne di cui parlano le leggende antiche, spiriti resi malvagi dalla solitudine e dalla malinconia.
- Coraggio, i nostri concittadini aspettano - insistette con fare quasi goliardico. - Hanno il diritto di sapere come sono finiti in questo guaio e chi ce li ha cacciati. - Squadrò Rino con un ghigno sarcastico, ma questi rimaneva per terra in silenzio.
Ballestreri sospirò. - Vorrà dire che parlerò io. Racconterò di come il governo, segretamente, cerchi nei paesi e nelle campagne dei bambini da portare nelle città per farli, diciamo così, crescere in modo diverso dagli altri. Ci fanno credere che siano morti e in un certo senso è così, ma la verità è un'altra.
La voce del Tutore tremava per la rabbia mista a emozione, pronta a dare corpo a spiriti per troppo tempo sepolti da paure e vergogne. Girò rapidamente su sé stesso, dirigendosi verso Martino. - La verità è che rapiscono i nostri figli, le nostre speranze, e li riducono in questo modo! - Afferrò il bambino per i fianchi e lo sollevò, mostrandolo alla gente come un angelo sacrificato. - Ecco cosa fanno ai nostri figli! - urlò con tutta l'esasperazione di cui era capace.
Dal bambino-arcobaleno si staccò un enorme ventaglio frastagliato di scariche multicolori che costrinse Ballestreri a lasciare la presa. Fulmini sottili si allungarono tenacemente verso la folla, che indietreggiò sul fondo del teatro fra grida e invettive di spavento, finché le scariche cessarono e rimase solo l'odore pungente dell'elettricità a saturare le narici.
Il Tutore riprese a parlare massaggiandosi le mani. - I bambini vengono scelti in base ai caratteri fisici, sulle schede dell'anagrafe. Quella famiglia riceve una visita, e il bambino improvvisamente sparisce. Va da un parente lontano oppure muore; nessuno lo vede più.
I paesani, i sindacalisti, lo stesso Spanò, pur con gli indumenti e il viso segnati dal fuoco, erano attoniti, rapiti dal fiume in piena delle rivelazioni di quell'uomo che avevano odiato con tutte le loro forze fino a pochi minuti prima. Solo Casimiro ebbe la forza di intervenire; si mosse piano verso il Tutore, guardandolo diritto nelle pupille. Poi alzò la mano e lo schiaffeggiò, con le dita aperte e la forza del disprezzo. - Sei andato a prendere Martino. Come hai potuto, razza di verme?
Il Tutore aveva incassato il ceffone senza muovere un muscolo, impassibile come una statua di marmo. - Io sono il Tutore. Non ho scelto di farlo però sono comunque colpevole - rispose a voce bassa. E aggiunse con rinnovato vigore: - Sono colpevole perché ho permesso che qualcun altro fosse più verme di me.
- Che cosa intendi? - chiese Casimiro
- Non era lui il bambino prescelto! - Gettò lo sguardo indietro, oltre la testa di Casimiro che si voltò, insieme a Foscoli, Elda, Don Reja e tutti gli altri. Seguirono la linea invisibile che partiva dalla barba incolta di Ballestreri. E che puntava diretta alla fronte di Rino.
- Compirà dodici anni fra poco... Valentina, dico bene?
Nella cappa di afa che schiacciava persone e cose, il sindacalista si rimise cautamente in piedi. Si ripulì con gesti secchi i vestiti dalla polvere e passò il dorso della mano sul labbro spaccato e sanguinante. Infine tirò su il mento, la faccia distorta in un'espressione di rancore. - L'avrebbe fatto chiunque - sibilò.
- Brutto stronzo, potevamo sistemare tutto - continuò Ballestreri. - Gli archivi potevamo falsificarli, fare in modo che credessero che non c'era nessun bambino adatto e che cercassero altrove. Ma tu no, volevi essere sicuro.
- Quelli non sono stupidi, avrebbero indagato e scoperto tutto!
- Hai preferito dargli in pasto questo povero bimbo. Hai mosso mari e monti per riuscirci, hai pregato in ginocchio, ti sei indebitato coi Neri e per ricambiare il favore gli hai permesso di rubare tutti i ricambi del magazzino, mettendo in ginocchio l'intera comunità.
- Era per mia figlia! - gridò Rino, con la rabbia che gli scaturiva impetuosa dall'anima. - Non permetto a nessuno, a nessuno di voi di giudicarmi, perché al posto mio avreste fatto allo stesso modo!
- E infine hai cercato di eliminare Antonia e me, per evitare che potessimo accusarti. Sei sceso più in basso del peggior criminale! - terminò Ballestreri scagliandosi contro Rino e scaraventandolo di nuovo a terra.
Il silenzio era un muro di pietra su cui le parole rimbalzavano per schiantarsi al suolo, inutili come le folate di vento che attizzano gli incendi. Il sindacalista si rialzò ancora, cercò nelle facce un segno, un'espressione, un'idea di comprensione. Ma vide solo la rabbia di Foscoli, le lacrime della Sindoni, il dolore di Don Reja. Indietreggiò verso l'uscita, spostando freneticamente l'attenzione dalla gente al Tutore e Martino.
- L'avrebbe fatto chiunque! - sputò ancora. Improvvisamente si irrigidì, spalancando gli occhi su un baratro immaginario. Si strinse forte il braccio sinistro poi, rantolando, cadde prima sulle ginocchia e infine franò rumorosamente fra le panche di legno, restando ad ansimare con il viso schiacciato sul pavimento. Ballestreri pensò istintivamente a Martino, ma il piccolo stava in piedi, il viso annebbiato dalla spossatezza.
- Sono stanco - disse debolmente, - non ho più voglia di giocare. - Si avvicinò a Ballestreri e gli si appoggiò su un fianco, abbracciandolo. L'uomo lo strinse a sé mentre, in lontananza, un rumore metallico di macchine da guerra annunciava l'arrivo di una nuova apocalisse.

La funzionaria se ne stava rigida in mezzo alle ventate di fumo che ancora investivano la piazza, con una mascherina calata sul naso. Le rughe che sul monitor non apparivano dal vivo rivelavano per intero la loro profondità, dandole tutto sommato un'aria meno arrogante e più fragile. Osservò i militi che portavano in barella il sindacalista, ancora privo di sensi dopo lo shock subito, i pompieri che sistemavano gli attrezzi, la giovane ufficiale con il viso e le mani bruciacchiate sbraitare ordini agitando minacciosamente la pistola. Scosse la testa e mandò uno dei suoi collaboratori a calmare la ragazza, poi si rivolse al Tutore che stava al suo fianco: - Questi giovani sono troppo irruenti. Non capiscono che il potere non si mantiene con la repressione ma con la complicità. Il rappresentante sindacale si è macchiato di gravi reati e lei, Ballestreri, ha tradito il suo mandato. Potremmo punirvi entrambi, e sarebbe una punizione molto dura, ma ci conviene?
- Non lo so - rispose l'uomo. - Voi sapevate già tutto.
- Certo. Non siamo stupidi. - Si abbassò la mascherina pulendosi il naso con un fazzolettino di autentica stoffa. - In fondo, un bambino piuttosto che un altro non fa molta differenza, purché risponda alle caratteristiche necessarie. Anche se, devo dire, le femmine si sono dimostrate molto più affidabili e spietate.
La donna attese un commento del Tutore, che invece rimase impassibile. Allora riprese: - Le illegalità sono state molte e gravi ma, in fondo, perché eliminarvi? Dovremmo sostituirvi, magari con della gente peggiore di voi. Invece continuerete, lei ancora qui, vista la sua conoscenza del distretto; il sindacalista altrove, per la sua stessa incolumità. Sappiamo tutto di voi, per cui righerete diritto, e il Governo avrà guadagnato altri due fedeli servitori - concluse con un sorriso falso. - Così si mantiene il potere.
Fece un educato colpetto di tosse. - Il bambino invece non lo possiamo salvare. Dobbiamo dare l'esempio, per evitare che si ripetano altri errori del genere.
- E sacrifichereste un investimento miliardario? Martino è davvero in gamba - disse Ballestreri.
La donna sorrise comprensiva. - E' vero, forse è uno dei migliori, ma non è sufficiente per salvargli la vita. Apprezzo il tentativo, Tutore, però le consiglio di non interferire ulteriormente. - Sospirò. - Sono strane le guerre, al giorno d'oggi. I bambini sono gli unici in grado di combatterle con efficienza. Noi adulti ormai siamo superati, dobbiamo limitarci a stare a guardare; i mastini servono a questo, a farsi guardare mentre risolvono i nostri problemi.
L'attenzione volò subito verso Martino, che se ne stava seduto sul sedile di una macchina con le gambe ciondolanti all'infuori. Sembrava imbronciato, come se il gioco lo avesse ormai annoiato e aspettasse solo che qualcuno lo riportasse a casa; non guardava nemmeno le canne dei mitra puntate a pochi centimetri dalla sua testa.
Il Tutore tentò un'ultima carta. - Senta, in fondo l'avete già acciuffato, quel bambino. Che interesse avete a ucciderlo? Il governo non farà nessuna figuraccia e non ci guadagnerà niente. Lasciatelo qui, mi incarico io di sorvegliarlo.
La donna non rispose. Ballestreri incalzò ancora: - Farò in modo che non combini guai e che stia sempre con sua madre. Mi prendo tutta la responsabilità, la prego!
La donna gli rivolse un'espressione pietosa. - Lo apprezzo, Tutore. Davvero. Ma non è possibile.
- Sarà un macello inutile! Trascinerà all'inferno parecchi soldati e non è detto che riescano a eliminarlo alla fine.
- Vero. Ma si sa che chiodo scaccia chiodo.
Subito Ballestreri non afferrò cosa volesse dire la donna. Poi lo vide arrivare, un fagotto alto poco più di un metro che zampettava stretto nell'abbraccio di due soldati. Gli tolsero il berretto che aveva calato fino agli occhi e lo liberarono dall'impermeabile di nylon. La prima cosa che Ballestreri notò furono le strisce di luce pulsanti, riverberi rossastri e azzurri che si stendevano dalle mani fino al volto da bambina incorniciato da un caschetto di capelli neri aderenti. Poteva avere nove anni, o poco più.
A un ordine silenzioso tutti i militari si fecero da parte. Anche Martino si risvegliò da quello stato di apparente apatia, richiamato da un istinto più potente di ogni stanchezza. Accese il volto con un sorriso speciale e si precipitò incontro alla bimba gridando: - Nené, Nené! - , ma a pochi metri si bloccò, tornando di colpo serio e triste.
I due bambini-arcobaleno si fronteggiarono per un lungo istante, come rettili guerrieri che valutavano le rispettive probabilità di vittoria. Il Tutore fu sollecitato dalla voce della funzionaria che stava già tornando verso gli elicotteri: - Conviene allontanarci. Fra poco qui farà caldo.
- Mi dica - le chiese d'impulso, - che cosa sanno di lei i suoi superiori, per averla resa così fedele?
La donna esitò un attimo, per poi riprendere il cammino. Ballestreri cercò di pensare alla svelta a cosa poteva fare, ma già il corpo di Martino era diventato una scia sfocata di abbagliante luminosità. Lo vide scindersi in mille rivoli e scorrere sul terreno fra gli alberi della strada che portava verso i monti. Incrociò anche lo sguardo della bambina, proprio un secondo prima che liberasse tutta l'energia presente in lei e si lanciasse all'inseguimento della preda. Più tardi, e nelle settimane che seguirono, non fece altro che chiedersi se quell'ombra sottile sul viso di Nené fosse stata davvero un sorriso.

Era il secondo anniversario. Il secondo della morte di Martino, ma il primo della sua resurrezione. Perché di quello si era trattato, vera o soltanto creduta che fosse. Il Tutore spense il motore con la sensazione di aver dimenticato qualcosa, una percezione che restava sullo sfondo come le nuvole, in quel pomeriggio autunnale. Raccolse i fiori di campo e si diresse con passo lento verso il cimitero, osservando le nubi cariche e pronto ad avvertire i primi tuoni in lontananza. La mente andò subito a quell'altro pomeriggio, agli inquietanti bagliori che si inseguivano sulle cime dei monti, tracce residue di una battaglia lontana tra due minuscoli titani, macchine tecnologiche che non poteva neanche immaginare. L'odore di ozono, i focolai sparsi che per giorni avevano incenerito i boschi. E la strana sensazione di trionfo quando aveva saputo che i resti di Martino non erano stati ritrovati, ma soprattutto che anche Nené non era rientrata. Gli ultimi racconti parlavano di fenomeni inspiegabili, ondate di odori, cumuli di suoni e sapori che si spostavano a piccole tappe verso nord, in direzione delle grandi città. L'idea gli trasmise una strana eccitazione.
Così arrivò in prossimità del cancello bruno del cimitero, a ridosso del quale Arim stava appoggiato, mentre le prime gocce cominciavano a macchiare l'asfalto. Infilò una mano nella tasca interna della giacca per trovare qualche spicciolo da dare al vice-custode e si trovò a stringere le dita intorno a una piccola busta di carta. Venne attraversato dal ricordo di una mattina di primavera, in casa di Antonia.
- Non posso evitare tutto questo - le aveva detto a mezza voce. - Ma se arrivo al ragazzo per primo, posso salvargli la vita. Mi dica dov'è.
- Martino sta benissimo - aveva risposto con asprezza, - non ha bisogno di aiuto, meno che mai del suo.
- Io voglio soltanto riportarglielo. Martino ha bisogno di sua madre.
Antonia si era fatta seria di colpo, il sorriso che l'aveva sostenuta svanito come una pozza d'acqua al sole del deserto. - Ha bisogno di me... - aveva ripetuto con lo sguardo perso nel vuoto. Da una tasca dell'abito aveva tirato fuori una busta bianca e gliel'aveva messa in mano. Dentro c'era del denaro, biglietti di credito grigi della nuova repubblica.
- Questi me li ha dati Melandri - aveva mormorato.
- Lo so. - Il compenso per lo scambio, una vita contro un'altra.
- Mio marito stava morendo. Con questi soldi potevo aiutarlo. Ma ho avuto troppa vergogna per usarli. - Lo sguardo lucido di Antonia aveva scavato dentro il Tutore un solco, profondo e incolmabile. - Ho venduto mio figlio per salvare mio marito, e li ho persi entrambi. Martino non ha bisogno di una madre come me.
Ballestreri aveva ingoiato più volte prima di riuscire a parlare. - Suo figlio ha bisogno di lei - aveva scandito. - Dove può essere?
Lei si era ritratta abbassando la testa. - Era tutto eccitato quando l'ho portato alla vecchia baracca dei cacciatori. Gli ho mostrato i nostri nomi incisi nel legno e lui ha riso di gioia. Non voglio che ci vada da solo, è pericoloso, ma quel testardo... Tutto suo padre.
Fu l'ultima volta che parlò con Antonia. Ora stringeva ancora quella busta vuota, il denaro speso per corrompere i militari che lo avevano scortato nel bosco, quasi fosse un simulacro. La ricacciò in fondo a una tasca insieme ai rimpianti che evocava, mentre si avvicinava ad Arim.
L'albanese gli si fece incontro. - Qui sono tutti matti. Tutti scemi - disse scuotendo il testone ricciuto.
- Perché? - domandò il Tutore, ma si dimenticò di ascoltare la risposta. Perché ormai si trovava sulla soglia.
E vide Antonia inginocchiata sul tumulo di Martino. La coperta era stesa sulla fossa, di fianco un piatto di plastica con una fetta di torta di patate.
E lì vicino Casimiro e Giovanna, raccolti sulla tomba del fratello di lei con due bicchieri e una bottiglia di liquore di mele.
E poco più in là Elda Sindoni, seduta sulla terra, accarezzava un nome inciso sulla pietra, una foto antica con uno sguardo giovane e coraggioso.
E qua, verso sinistra, il Foscoli tagliava larghe fette di pane mentre la moglie preparava il formaggio da servire alla loro unica figlia, che riposava da lunghi anni nel silenzio.
E giù in fondo Don Reja, sfigurato dalla commozione, confessava le proprie debolezze ai genitori che lo guardavano severi.
E tanti altri ancora, chinati sulle ultime dimore dei propri cari, offrivano cibo e bevande, preparavano un riparo alla pioggia che, dopo un istante di esitazione, aveva preso a scorrere copiosa. Senza scomporsi Antonia aprì l'ombrello e lo sistemò sopra il sepolcro, riparandolo. Anche Casimiro fece lo stesso.
Uno dopo l'altro due, tre, cinque, dieci ombrelli si schiusero, finché il cimitero divenne una foresta colorata di rosso, nero, blu, verde, grigio. Come un arcobaleno caduto a dipingere la terra.
Senza nemmeno entrare Ballestreri tornò verso la macchina. Non aprì l'ombrello, lasciando che l'acqua scorresse indisturbata.

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