racconto di
Enrica Zunic'


La discesa interrotta dal rosa e dal blu

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RACCONTO

Scale

Prima salì il fragore del portone sulla strada, che cedeva. Sembrava, per la spinta e i colpi, esplodere.
Poi giunse quello di molte suole pesanti sulle scale e dell'urto, a tratti, di metalli contro le pareti. Rumori rapidi che Tolmos e Kiso sapevano sarebbero stati brevi. L'appartamento di Tolmos era al secondo piano.

Avevano una sola capsula ed erano in due. Tolmos, la mano protesa in un'offerta, la strinse fra le dita. Kiso non riuscì a non guardarla ma protestò: - E' tua, prendila subito. - Non c'era tempo per discutere, ma Tolmos insistette. Il rumore saliva. Kiso era arrivato inaspettato (Hanno preso Grie; ti staranno già cercando, devi scappare Tolmos). Se la giocarono. Tolmos barò. Per perdere. Avevano entrambi conosciuto le prigioni imperiali, ma l'amico più a lungo, anche quando lui invece si godeva pochi anni d'amore con Zei nella magra felicità dell'esule. E per questo Kiso ora era storpio e con i polmoni fragili. Come lampi, ricordi della loro lunga confidenza fiduciosa affollarono la sua memoria. Gli avrebbe risparmiato le carceri del nuovo governo. Tolmos guardò l'amico spezzare fra i denti la capsula e in un istante morire. Tolmos pensava di saldare un debito e riusciva con fermo coraggio a non invidiarlo.
La porta cadde e i soldati entrarono. Non era necessario ma con calcolata furia sfasciarono i mobili e il resto. Bottiglie e vasi furono scagliati alle pareti. Armi furono puntate a fondere cose inoffensive e belle. A meno di un passo dal caos e dal prossimo abisso, Tolmos si sorprese a contemplare l'imbrattarsi del rosa caldo e del blu chiaro ma profondo della sua casa, i colori prediletti che in qualche modo avevano sempre placato il suo spirito, l'infrangersi sistematico di strutture delicate e il lacerarsi di tessuti amorosamente scelti da Zei. Gli attraversò la mente il pensiero di lei. Gioì della lontananza, del ritardo casuale nel raggiungerlo lasciando l'esilio (Non mi fido di questo invito del Presidente a rientrare, ma partirò presto, sarò con te fra poco). Gioì del saperla in salvo.
Tutto avveniva fra urla di ferina allegria dei distruttori. Nell'intero edificio c'era solo quel rumore accuratamente voluto. La paura dietro le porte dei pianerottoli era troppo grande per non essere silenziosa
Un minuto dopo, Tolmos, compagno di Zei - la protagonista della manifestazione pacifica che più aveva irritato l'imperatore - e rappresentante dell'opposizione democratica shakti mazan alla monarchia e al governo bugiardo subentrato, a guerra finita, a quello imperiale, trascinato da più mani, usciva dalla propria casa ed entrava nell'inferno.

Un piano del sotterraneo

- Spogliati!

Tolmos però riusciva ancora a non obbedire e dovettero farlo loro; erano in cerchio intorno a lui, si avventarono. Parve una caccia fatta da licaoni, anche se la preda viva che sembravano voler fare a brani non poteva correre. Tolmos vide i propri abiti lanciati via e si trovò ancor più inerme. Adesso, sapeva, tutto incominciava davvero. Il suo sguardo determinato indicava però agli aguzzini la fatica e la durata del loro lavoro.

Non più solo

All'inizio gli fecero cose che già conosceva. Che lo fecero urlare, a volte sanguinare o quasi soffocare e, per sfinimento, fame o dolore, anche cadere; spesso.

Vedeva gli scarponi del secondino a un passo da lui. Tolmos non riusciva a rialzarsi. Si aspettava per questo un calcio che non arrivò. Sentì qualcuno che lo voltava piano e che lo metteva, con cautela, seduto. Era la guardia. Appena poté gli sputò in viso.
- Il gioco del "Buon Secondino" me lo hanno già fatto gli imperiali.
Acqua, cure e promesse per giorni e poi la beffa di vedere la compassione sparire di colpo in una battuta di scherno.
- E ho visto amici impazzire per questo.

Ma Ilas, la guardia, non voleva e non sapeva giocare quel gioco e tentò di spiegargli la propria onesta rabbia e pietà.

Risultati, progetti e delusioni

Il tempo scorreva e i torturatori aggiunsero del nuovo alle cose a lui già note. Qualche effetto pazientemente lo ottennero.

Tutto quello che poteva raccontare, o anche inventare, ai suoi aguzzini Tolmos l'aveva già confessato. Odiando, odiandosi, piangendo, supplicando. Ma non li aveva fermati. Non era questo a interessarli.

- Lo voglio libero. Presto. Era un esempio forte in città. L'interruzione dell'isolamento?

- Da ieri. E' andata male, direttore. Ha difeso il "pazzo" della cella nove. E diviso la razione con il piagnone arrivato stanotte.

- Incapaci. Perditempo. Spezzatelo. Lo voglio fuori di qui. Libero, muto per i ricordi e il terrore, a strisciare contro i muri delle case e tremare a ogni ombra o rumore di passo. Esempio pericoloso prima, esempio d'altro adesso.

A mostrare ciò che accadeva a chi s'ostinava a pretendere che dopo la fuga dell'Imperatore, dopo la fine della guerra e lo sfarsi dell'Impero, qualcosa cambiasse davvero in quella libertà solo recitata ma che sembrava bastare agli Umani vincitori per giustificare il commercio, gli accordi.

Tolmos sentiva il solito odore di lattice dei guanti che intorno qualcuno stava indossando e che aveva imparato a temere. Era immobilizzato e bocconi, ma riusciva a intravedere i camici di chi gli avrebbe, ancora una volta, con un rapido farmaco, impedito di svenire. Udiva risate e suggerimenti. Poi, per un dolore sconfinato, urlò.
Anche Ilas, la guardia alla porta, urlò. Ma non per gioia feroce come altri. Urlò d'orrore. Un grido breve che s'interruppe all'incrocio di sguardi di colleghi divenuti attenti; però l'acido versato fra i glutei dischiusi a forza di Tolmos stava ancora gocciolando quando Ilas decise che avrebbe fatto qualcosa. Che avrebbe smesso di stare solo a guardare uno scempio che, nonostante la paga, la molta paura e il bisogno, non riusciva più a sopportare.
Ma già l'indomani l'unica scelta possibile divenne la morte.

Continua




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