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Il marito congelato
Guardò il calendario leggendo ad alta voce: – 3 maggio 1999... sono disoccupato da quasi cinque mesi. – La moglie si avvicinò, per carezzargli la nuca. – Non te la prendere. Col mio stipendio c'è modo di sfamarsi, intanto. Fuori del balcone, guardarono le cime degli alberi che tornavano a farsi sboccianti e gonfie, e a Mario parve un trucco della natura quel fiorire dalla terra e dall'aria, senza troppa fatica. – Fatti la barba, va – disse la moglie – che è sempre brutto presentarsi ai datori di lavoro con la faccia nera del disoccupato cronico. Dopo un po' lo sentì che fischiettava, dimentico dei suoi guai, la canzonetta in voga quell'anno. Aveva trionfato a San Remo e parlava di un razzo, partito verso Venere con a bordo due amanti, felicemente perdutosi nello spazio. – ...E il propellente / si consumavaaa – canticchiava Mario, con una voce un po' afona. Conosceva solamente il ritornello, e lo ripeteva all'infinito, alternando il canto allo zufolo, elevando e abbassando il tono a seconda dei colpetti leggeri o dei passaggi a fondo, ampi come fendenti, che si dava col rasoio sulle guance insaponate. Uscendo in strada, la primavera, tutto sommato, gli piacque. I giornali avevano assicurato che verso maggio la crisi economica che quasi un anno prima aveva investito gli Stati Uniti d'Europa, sarebbe finita, e sebbene maggio fosse cominciato in mezzo a segni tutt'altro che positivi (un'altra banca internazionale era fallita il giorno avanti), Mario cercava di illudersi: con quel cielo pareva impossibile che le cose dovessero andare tanto male. Due giorni prima, la festa dei lavoratori era stata in realtà una luttuosa manifestazione di squallida protesta: neri formicai di gente affamata avevano sventolato le vecchie bandiere rosse che trent'anni prima erano state tassativamente proibite. "Uno spettro s'aggira per l'Europa" aveva scritto un giornale clandestino, e la polizia era scesa in piazza con i gas che immobilizzano la gente al centro di un raggio luminoso, e chi ne era colpito pareva la statua di un santo. C'era insomma, in giro, più odor di polvere che di tranquillità. Si presentò in portineria del grattacielo Scaccianuvole, che era sorto vicino a quello della Pirelli: bello, d'acciaio e gomma, refrigerato dai canali idraulici con acqua scorrente tra muri esterni e muri interni, come ormai si usava; a Mario pareva il regno dello spreco, coi suoi centocinquanta piani che si arrampicavano verso la luce. Domandò del dottor Marabini, e il portiere lo spedì al piano 113, in un ascensore che salì a destinazione scampanando come un'autolettiga: fu espulso automaticamente da due soffici mani artificiali che lo posero a sedere sul pianerottolo. Marabini era un piccolino che stava seduto senza riuscire a toccare il pavimento con le punte dei piedi: un confetto più che un uomo, roseo e dolce, con la fronte melliflua e gli occhi che parevano volti all'interno, a pesare quel che si muoveva nel petto: ordini certamente, o al più raccomandazioni che fra un po' avrebbero raggiunto i sottoposti. Riconobbe subito Mario: – Bravo, bravo. Come no? Hai fatto benissimo a venire a trovarmi. I vecchi compagni di università è giusto che tengano i contatti. E tua moglie come va? Disastri, disastri in giro. Stringendo i denti si riesce a tirare avanti qui, alla Old-Campion: ma pensa che proprio oggi devo firmare il licenziamento di altre trentatre persone. Non può durare a lungo, questo è certo. Ma a che devo, in particolare, il piacere della tua visita? Seduto di sbieco, impacciato, Mario capì che ormai era inutile spiegargli il motivo. Farfugliò, imperlandosi di sudore per l'amara emozione, poche parole di convenienza, e qualche momento dopo era in strada un'altra volta. A sera, stringendosi alla moglie, dopo che avevano messo a letto il bambino, si mise a piangere: – A trentacinque anni, laureato, non mi aspettavo una sorte simile. Non voglio, non voglio mangiare alle tue spalle, anche se non è colpa mia. – Me l'hai detto tante volte, tesoro. Non farne una malattia! Io sono fortunata: insegno, prendo pochi soldi, ma di me hanno bisogno. Se fossi stata supplente, a quest'ora sarei a spasso anch'io. Ringraziamo il cielo che tre anni fa ho vinto la cattedra, invece. E' un periodo che passerà, e tu, Marietto mio, potrai riprendere il tuo impiego. Per tutta la notte Mario rimuginò il suo tormentoso pensiero. Non è bene, si diceva, che mia moglie mi mantenga. Tanto più che vedo il bambino impallidire, smagrire. Dio mio, in tre non riusciamo più a mangiare a sufficienza. Sono un peso inutile; e chissà per quanto tempo ancora: per sempre, forse. Nel buio questa ipotesi lo strinse alla gola. Capì di essere disperato, vergognoso di se stesso, pieno di rancore impotente verso quella società di ipocriti che si era avviata al disastro economico con gli occhi bendati, mentre uomini di governo oziosamente discutevano se la costellazione di Berenice facesse parte dell'impero degli Sue (Stati Uniti d'Europa), degli Usa o dell'Urss, come se le stelle fino a quel momento fossero servite a sfamare la gente. Si fece al balcone, la cui tapparella era stata lasciata socchiusa perché vi entrasse, in quella estenuante notte di maggio, un soffio d'aria. Se non fosse stato un intellettuale che aveva lavorato fino a qualche mese prima in una casa editrice come copywriter, sarebbe stato accettato nei corpi internazionali d'esplorazione cosmica. Le stelle divoravano gli uomini: ne occorrevano sempre di nuovi, perché dopo tre o quattro spedizioni, era difficile che qualcuno sopravvivesse. Chi finiva azzannato dai fiori leonini che crescevano in alcune galassie, chi sprofondava nelle pastose voragini che il suolo di molti pianeti spalancava spesso improvvisamente sotto il piede degli astronauti, chi ancora veniva sfibrato e alla fin fine distrutto dalle "sessuòfile", gelatinose e voraci creature, misteriosissime, che abitavano alcune stelle, stretto in un lungo, estenuante abbraccio. Mario guardava le stelle: il sudore che gli imperlava il petto si rapprese subito; la sola vista di quei gelidi corpi astrali lo rinfrescò, aiutata da una lieve brezza notturna che da qualche minuto aveva cominciato a insinuarsi anche nella stanza dove sua moglie dormiva sotto il lenzuolo, un po' scomposta. No, non sarebbe mai potuto partire, verso quei freddi alveari dove le zone oscure del cielo si aprivano come bugni. Avrebbe dovuto essere brachilineo e dai riflessi lenti, come Genesio, il figlio dei contadini presso cui andavano gli anni passati a trascorrere le ferie, a Teolo, in provincia di Padova, divenuto un eroe degli spazi. Li volevano un po' torpidi di mente, incoscienti dei rischi cui si esponevano, ma compatti e concentrati, piccoli uomini saldi come alberelli nani. Si accorse che mentalmente canterellava: "E il propellente si consuma", e tornò sotto il lenzuolo a farneticare, ad angosciarsi, in attesa dell'alba. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli, in formato rtf, alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dalla nostra selezionatrice Milena Debenedetti. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |