di Mario Farneti


Vorago

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RACCONTO


Un racconto dell'autore di Occidente, il nuovo romanzo pubblicato dall'Editrice Nord

Conoscevo Palazzo Valenti fin dai tempi del vecchio conte Braccio che, senza figli, viveva lì con l'anziana consorte, ultimo discendente di una più che millenaria casata.
Edificato in una strada adiacente al Teatro di Marcello, fino agli Anni Sessanta era ancora una bella e solida costruzione, con un ampio portone inquadrato da due telamoni e sormontato da una testa di fauno, nella migliore tradizione barocca.
Ma la morte improvvisa della moglie segnò per il conte Braccio e per la sua ricca dimora, l'inizio di un rapido, quanto inarrestabile declino.
Rimasto solo al mondo, il nobiluomo si trovò sempre più in ristrettezze economiche, tanto che, per sopravvivere decentemente, dovette accendere varie ipoteche a favore di alcune società finanziarie che s'impadronirono definitivamente del palazzo, subito dopo la sua morte.
Mi ricordo che l'ultima volta in cui ebbi occasione d'incontrarlo, fui colpito dalla stato di abbandono in cui versava l'intero complesso, che contava più di cento stanze ed un ampio cortile, ridotto ormai a ricettacolo di sporcizia ed invaso dalle sterpaglie. Braccio viveva in una piccola stanza al primo piano, una vecchia cucina riservata un tempo alla servitù. Mi aveva venduto gli ultimi mobili che gli erano rimasti, mantenendo, pur nell'indigenza, la stesso piglio e la stesso fair play degli anni migliori.
- Mi ritiro in casa di riposo, - aveva detto, - e non saprei più che farmene di questa roba. Proponga lei il prezzo.
Accettò la somma offertagli senza pronunciare parola e senza curarsi di controllare la cifra sull'assegno, cui riservò appena uno sguardo di sufficienza.

Per molti anni non sentii più parlare del palazzo e ne avevo quasi rimosso il ricordo dalla mente, fino a quando non capitò nel negozio il più anziano dei tre fratelli Rincicotti, una famiglia d'imprenditori di recente ricchezza, originari di un paesino del Sud delle Marche, che avevano cominciato a far soldi svuotando i pozzi neri nelle borgate e nelle campagne di Roma, poi su su, fino a diventare proprietari di uno dei patrimoni immobiliari più consistenti della Capitale.
- Professore, i miei omaggi.
- Altrettanto a lei, cavalier Agenore. - Risposi con ostentata cordialità, mentre tra me pensavo: questo va in giro a cercare i fessi ...


Dette un'occhiata distratta ad un paio di - nature morte - che avevo in vetrina, quindi si tolse il cappello e si sedette in una vecchia - savonarola - , fissandomi per alcuni attimi in silenzio. Era il suo tipico modo di fare, quando c'era qualcosa di grosso in pentola e non sapeva da dove cominciare.
- Novità? - tentai, per rompere il ghiaccio.
- Si lavora sempre... - Sospirò.
- Eh, lei ormai ha fatto i soldi. Potrebbe rimettere i remi in barca e goderseli...
- Sì, e i miei fratelli?
- Ma quelli, messi insieme, fanno più di cent'anni, ormai se la cavano da soli.
- Dice bene. Lei sì che se la gode, col suo bel negozietto, nessuno viene mai a romperle le scatole. A fine giornata ha fatto il suo bel guadagno... esentasse... ed è pari con tutti! A noi invece ci tocca combattere tutto il giorno con la Tributaria, le commissioni edilizie, il Soprintendente, che non ti fa muovere un sasso...
Calcò la voce su queste ultime parole e tornò a fissarmi con i suoi occhi tondi ed inespressivi da bovino.
- Perché, che cosa è successo con il Soprintendente?
- Niente finora, ma potrebbe accadere di tutto... Mannaggia a me che ha voluto comprare quel palazzo!
- Quale palazzo?
- Via, che lo sa! Palazzo Valenti. Lo stiamo ristrutturando per farne un hotel cinque stelle, in occasione del Giubileo.
- Non ne sapevo niente, anzi credevo che ormai fosse crollato. Da com'era ridotto...
- Era meglio! Così potevamo fare come ci pareva.
- Ma che problema c'è a Palazzo Valenti?
- Una brutta grana. Proprio ieri pomeriggio è saltata fuori una cosa giù negli scantinati ... una catacomba...
- Una catacomba.. ?
- Una tomba, una catacomba... che diamine ne so! E' venuto giù un muro di mattoni ed è comparsa una grotta con una costruzione al centro, una specie di tomba sormontata da una cupola. Non ci abbiamo capito niente. Fatto sta che se si accorgono quelli della Soprintendenza ci bloccano i lavori e addio hotel cinque stelle.
- E perché racconta tutta questa storia proprio a me?
- Beh, lei dovrebbe dirci di che cosa si tratta. Se ha qualche valore la smontiamo pezzo per pezzo, magari col suo aiuto. Se no prendo un paio di operai, di quelli fidati, e in dieci minuti trito tutto a colpi di mazza.
- Va bene. Quando si può vedere la cosa? -


- Domattina che è domenica e il cantiere è chiuso. L'aspetto davanti all'ingresso del palazzo, coi miei due fratelli, alle dieci.
Rincicotti si alzò e si congedò alla spicciolata.
- ...E mi raccomando, non ne faccia parola con nessuno...

Fui puntuale, nonostante un paio d'ingorghi provocati dagli onnipresenti cantieri del Giubileo.
Il palazzo era completamente ingabbiato dalle impalcature e tappezzato di cartelloni giganteschi sui quali campeggiava la scritta: Tre- Erre Immobiliare.
- Figli di... si sono comprati mezza Roma!
Non finii la frase che avvistai le figure corpulente dei fratelli Rincicotti, che parlottavano fra loro proprio davanti al portone principale.
- La Banda Bassotti al completo... - Ghignai, prima di parcheggiare l'auto di fianco a due bulldozer, dove mi stava indicando Ernesto, il più giovane dei tre.
- Buongiorno professore. - Declamarono all'unisono.
Agenore ordinò all'altro fratello, Fiorenzo, di aprire il portone.
- Andiamo, meglio non dare nell'occhio. E' stato proprio Fiorenzo a scoprire la catacomba, insieme con un operaio, ma quello non parla, che gli dobbiamo trovare il posto in Comune per il figlio...
Scendemmo un paio di rampe di scale illuminate dalle luci artificiali dell'impianto elettrico del cantiere, fino ad uno scantinato molto freddo.
Una corrente d'aria filtrava da dietro un pannello di compensato appoggiato lungo una parete e bloccato a terra da alcuni picchetti.
I tre rimossero i picchetti e spostarono il pannello. Fui investito da una folata d'aria gelida ed un brivido mi percorse le membra.
- Accendi l'interruttore. - Ordinò Agenore ad uno dei fratelli.
Il locale al di là della parete s'illuminò ed apparve al centro una costruzione di pietra candida, quasi fluorescente, forse onice. Si trattava di un tempietto a pianta ottagonale, poggiato sopra una gradinata che correva tutt'intorno, sovrastato da una cupola sorretta da altrettante colonne, e proprio sotto la cupola, qualcosa di simile ad un altare o ad un sepolcro, sempre della stessa forma.
M'avvicinai incuriosito, ricercando tra i miei ricordi ogni possibile analogia con qualcosa di già visto, che mi mettesse in condizione di etichettare quell'insolita costruzione.
Non c'era dubbio che si trattasse di un manufatto assai antico, di molto anteriore al palazzo. Sulle otto facce dell'altare notai alcuni bassorilievi che mi permisero di determinare l'epoca a prima vista.
- Fine del quinto, inizi del sesto secolo dopo Cristo. - Sentenziai.
I tre mi guardarono con aria interrogativa, incapaci dì definire qualsiasi cosa con parametri che non fossero quelli del denaro.
- E' un'opera di grande pregio e valore. - Aggiunsi, intuendo il loro disorientamento.
Agenore sorrise soddisfatto: - Quale valore, più o meno?
- Sul mercato internazionale due a tre miliardi, a forse più. Ma il problema è smontarlo e trasportarlo.
- Per portarlo via non si preoccupi. Per smontarlo invece contiamo su di lei.
- Sì, certamente. Ma c'è bisogno di gente con la mano leggera, se no rischiamo di sfasciare tutto.
- Ma che cos'è? - domandò Ernesto.
- Non so bene ancora. Devo esaminare attentamente i bassorilievi. Forse il tempio di qualche culto misterico... No, direi di no, qui c'è il monogramma di Cristo. Vediamo un po'. Che strano, sembra la cronaca visiva di un evento disastroso.Guardate qui, - dissi indicando uno dei bassorilievi, - le colonne di questa costruzione sono inclinate in avanti, come se stessero per cadere, e non sembra un'ingenuità espressiva, sta davvero crollando tutto. Forse qualche terremoto che colpì la città a quel tempo. Non fossero bastati i barbari! Sì, è proprio casi. Ecco in quest'altro bassorilievo le vittime del terremoto: cumuli di cadaveri che vengono bruciati sopra cataste di legna... E questo personaggio qui davanti che suona il flauto, che cosa c'entra?
- Professore, tiriamo via il coperchio, - propose Agenore, indicando la parte superiore dell'altare.
- Quale coperchio?
- C'è un coperchio quadrato, guardi.
- E' vero, ma è meglio non toccare niente, voglio vederci chiaro, devo documentarmi. C'è anche un'iscrizione latina.
Passai la mano sulla superficie del coperchio cercando di rimuovere lo spesso strato di polvere che vi era depositato. Notai subito all'interno del coperchio un altro bassorilievo, a forma di serpente con le fauci spalancate, ma privo di denti e di occhi, che incorniciava un'epigrafe.
- Vediamo un po': VORAGO URBIS VEXATOR. FILIUM CHAOS NUMERUS CATENAT IN AET.
Notai subito che la frase non quadrava: - vorago - e' sostantivo femminile; allora perché l'estensore del testo aveva usato - vexator - e - filium - , ambedue al maschile? E poi cos'era questa voragine tanto temuta da dover essere incatenata in eterno, sempre che sia possibile - incatenare - una voragine?
- Sarà una tomba. - Tagliò corto Agenore.
- Non lo so, non ne sono certo. Devo fare alcune ricerche. Vediamoci nel pomeriggio.
Agenore accennò di sì col capo, ma non sembrava troppo convinto. Guardò di sottecchi i fratelli con l'aria di zittirli, come per dire: - Lasciamolo andar via, poi ci pensiamo noi.

Continua




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