
Lo scorso giugno si è tenuto il convegno "Le fantasie della scienza - La scienza ha bisogno di narrazioni?", organizzato a Torino dalla LN-Libri Nuovi (Trimestrale di attualità libraria) con l'Associazione Culturale Nautilus, e CS - Coop. Studi Libreria Editrice. Sette relazioni molto interessanti, dalle quali la curatrice del convegno, Silvia Treves, ha raccolto gli spunti più originali.
La fantascienza ha molte anime. Inutile contarle e definirle: mentre "botanica sistematica" e "zoologia sistematica" sono materie di studio di tutto rispetto, temo che una "fantascienza sistematica" verrebbe presa sul serio soltanto da pochi fanatici puristi del genere e farebbe scoppiare a ridere tutti i lettori di buon senso.
Ma, lasciando da parte le definizioni troppo rigide, non è inutile chiedersi in quali rapporti la fantascienza degli ultimi anni stia con le scienze da una parte, con il reale dall'altra, nelle sue accezioni di reale presente e di reale possibile, ovvero il futuro. Risposte attendibili a queste domande potrebbero aiutarci ad affrontare gli interrogativi che, prima o poi, qualunque amante del genere si è posto:
a) Ha ancora senso oggi scrivere e leggere fantascienza?
b) (più radicale di a) Esiste ancora la fantascienza?
Queste domande sono state il tema di un convegno tenuto a Torino l'11 giugno 2001. Del clima del convegno e del livello delle relazioni - entrambi molto soddisfacenti - ha già riferito Vittorio Catani sul numero di giugno di Delos. Io, prendendo spunto dai contributi dei vari relatori, vorrei proporre qualche possibile risposta ad a) e b)
Cominciamo da ciò che si presume essere la fantascienza, almeno nella sua accezione più ovvia: letteratura che mescola in maniera coerente fantasia (ciò che non è) e scienza (ciò che potrebbe essere nel rispetto di alcuni principi razionali, e al momento confermati, di "funzionamento" del reale).
La fantascienza moderna, figlia (anche, ma non solo, come ha ben dimostrato
Nicoletta Vallorani nella sua relazione) del positivismo, ha sempre oscillato tra la celebrazione del progresso scientifico e la messa in guardia contro il medesimo, svolgendo nel contempo (non solo e non sempre) un utile lavoro di divulgazione scientifica. Oggi, però, la scienza e le tecnologie - diceva provocatoriamente Melania Gatto nella sua introduzione - sono divenute parte della vita quotidiana: di clonazione, progetto genoma, organismi geneticamente modificati e nanotecnologia si parla sui quotidiani e nei talk show; che ce ne facciamo, ormai, della fantascienza?
Ma siamo sicuri che di scienza oggi si parli correttamente? Anzi, siamo sicuri che la scienza sappia parlare e farsi capire? Che non fatichi a raggiungere la comunità civile, come invece suggeriscono da una parte la rivendicazione arrogante di alcuni scienziati di una "libertà di ricerca" che sembra significare soprattutto "non mettere il naso nel mio lavoro, incompetente" e dall'altra, simmetrico e contrario, l'isterismo e l'allarmismo continui ma poco argomentati su sempre nuove emergenze ambientali?
"Comunicare con la società? Ma figuriamoci... " - ha risposto con la sua solita verve polemica Luigi Cerruti, ordinario di Storia della Chimica all'Università di Torino: la "scienza", ovvero i ricercatori delle centinaia di suddisivisoni delle tante discipline scientifiche, non riescono più nemmeno a comunicare fra loro, fra iniziati. Un po' di dati: la fonte più significativa e aggiornata di indicazioni blibliografiche per la sola Chimica, il servizio americano dei Chemical Abstracts, dispone attualmente di 16 milioni di riassunti di articoli scientifici; il servizio esamina e sceglie tra ottomila fonti diverse, estraendo ogni giorno 14.000 riassunti. Quanto ci vorrà per leggerne una parte infinitesima, appena sufficiente ad essere informati sul settore - sempre molto specialistico - delle proprie ricerche? Diciamo sedici ore al giorno. Poi c'è la ricerca, il lavoro di docente: diciamo sei ore. Il resto (due ore) è vita!
Ma allora, se nemmeno gli addetti ai lavori riescono a tenere dietro ad una produzione sempre più caratterizzata da "esclusione, frammentazione e chiusura", che speranze hanno i lettori comuni, curiosi ma non specialisti, di capirne qualcosa? Che speranza hanno i cittadini di scegliere e promuovere modelli produttivi e stili di vita compatibili con l'ambiente e rispettosi della nostra (di tutti non solo degli occidentali) umanità?